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Don Bosco è un dono Oggi più che mai bisogna 'che i giovani sappiano di essere a...

Nel cortile di Valdocco don Bosco sapeva suggerire splendidi orizzonti ai figli che la Provvidenza gli aveva affidato, e poteva farlo perché condivideva con quei figli i sogni e l'ansia di futuro, non li nutriva solo di tenerezza e di affetto, ma li preparava alla responsabilità...


Don Bosco è un dono Oggi più che mai bisogna 'che i giovani sappiano di essere amati'

da Spiritualità Salesiana

del 30 gennaio 2008

“Nel novembre del 1989, a New York, si proclamarono i “Diritti del Minore”. Cito il secondo articolo, semplicemente per constatare quanto è lontana la realtà dalle buone intenzioni. È Il diritto a non essere discriminati: “La totalità dei diritti devono essere applicati alla totalità dei bambini senza eccezione, ed è obbligo dello Stato adottare le misure necessarie per proteggerli da qualsiasi discriminazione”. Che dire delle minoranze etniche delle selve amazzoniche; dei milioni di “ragazzi di strada” in America Latina; dei bambini che muoiono di fame in Africa o in Asia; dei minorenni venduti o sfruttati sessualmente? Dov’è l’infanzia, il diritto al gioco da parte dei bambini costretti a lavori ignominiosi all’età di cinque anni nelle miniere, o respirando sostanze tossiche nelle fabbriche di calzature o ripetendo gli stessi gesti durante lunghissime giornate di lavoro nelle fabbriche o alle catene di montaggio delle grandi multinazionali?”

(Don Pascual Chavez, Rettor Maggiore dei salesiani, Giornate di spiritualità della Famiglia Salesiana, Roma 20 gennaio 2008)

 

A volte il dolore innocente, perchè lontano da noi, non ci raggiunge con la sua domanda di giustizia, con la sua straziante invocazione di sostegno. E’ tragico pensare come spesso il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” sia profondamente vero.

Ma pensiamo per un attimo ai nostri bambini, pensiamoli impegnati “costretti a lavori ignominiosi all’età di cinque anni nelle miniere, o respirando sostanze tossiche nelle fabbriche di calzature o ripetendo gli stessi gesti durante lunghissime giornate di lavoro nelle fabbriche o alle catene di montaggio delle grandi multinazionali”: non ci prende subito l’angoscia? Non ci colpisce forse come incredibilmente inaccettabile quel grido angoscioso di aiuto?

Proprio ieri un’indagine ONU diceva che ogni anno 26 milioni di bambini nel mondo muoiono di fame e di malattie facilmente curabili. Forse oggi dobbiamo allargare il nostro cuore ai confini del mondo perché ogni dolore ci chieda di darci da fare perché non ci sia più.

Uscendo dal carcere dopo aver visto giovani vite distrutte dall’inedia e dal degrado, dopo aver guardato negli occhi profondi e scuri di chi non vede per se una gioia da realizzare, un sogno da costruire, don Bosco piangendo promise a se stesso che non si sarebbe dato pace finché ci fosse stato dolore come quello. E così fece, consumandosi giorno per giorno per asciugare le lacrime, per dare possibilità ai sogni di ogni bambino, per educare a non aver paura del futuro.

Ma la tragedia del dolore innocente ci accompagna anche oggi.

Sicuramente ci accompagna nel dolore disperato dei bambini di strada, dei tanti vittime della violenza di adulti senz’anima. Spesso fingiamo di non vedere e di non sentire, spesso ci lasciamo trascinare dalla superficialità perché se scavi un po’ oltre la crosta del quotidiano li vedi tutti quei poveri, li senti tutti quei piccoli che chiedono aiuto. Li puoi vedere e ascoltare anche nella porta accanto, magari nella cerchia dei tuoi…. Magari non gridano nei modi soliti, alzando la voce. Magari gridano il dolore con il vuoto di esperienze devastanti che silenziose abitano le loro vite. Sono quelli che non sanno neppure distinguere il bene dal male: i bulli e i violenti che impongono la legge del branco ai più deboli. Sono quelli descritti dal bel libro della giornalista Marida Lombardo Pijola “Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano Principessa. Storie di bulli, lolite e altri bimbi”. Sono quelli che vivono l’oggi perché non hanno coscienza del domani, perché nessuno glielo insegna.

Nel cortile di Valdocco don Bosco sapeva suggerire splendidi orizzonti ai figli che la Provvidenza gli aveva affidato, e poteva farlo perché condivideva con quei figli i sogni e l’ansia di futuro, non li nutriva solo di tenerezza e di affetto, ma li preparava alla responsabilità di un mondo sognato bello per tutti, capace di accoglienza e di solidarietà, un mondo in comunione con il sogno di Dio e da Lui sostenuto e guidato.

Leggevo ieri nell’ultimo volume di don Bruno Ferrero una storiella tanto credibile perché già sentita: dice un bimbo al papà: “Quanto costa una tua ora di lavoro? Trenta euro? Se io te li do rimani con me?”. Il disincanto di tanti, di troppi ragazzi e giovani è il frutto avvelenato del distacco dei grandi, di genitori, insegnati ed educatori, del loro timore di educare, della paura di stare accanto a figli così difficili. Ma se manca il tempo della condivisione manca il tempo di passare con la vita le nostre sicurezze, le cose che per noi valgono, la nostra fede. Se le famiglie trascurano il compito educativo e si limitano a dare alternativamente obblighi o coccole viene meno lo spazio che fa diventare adulti, perché “noi siamo ciò che nostro padre ci ha insegnato ad essere quando non voleva insegnarci nulla”.

Cosa potranno imparare dai loro padri questi figli troppo spesso lasciati soli, accontentati, ma sempre meno ascoltati? Il sociologo Umberto Galimberti nel suo libro “L’ospite inquietante. I giovani e il nichilismo” può ben a ragione dire che i giovani sono “contagiati da una progressiva e sempre più profonda insicurezza, condannati a una deriva dell’esistere che coincide con il loro assistere allo scorrere della vita in terza persona. I giovani rischiano di vivere parcheggiati nella terra di nessuno dove la famiglia e la scuola non “lavorano” più, dove il tempo è vuoto e non esiste più un “noi” motivazionale. Le forme di consistenza finiscono con il sovrapporsi ai “riti della crudeltà” o della violenza (gli stadi, le corse in moto ecc.)”.

A noi famiglia salesiana l’amore di Dio consegna il compito essenziale di tenere desta l’attenzione educativa, la gioia consapevole di generare uomini e donne ad una vita che permetta di esprimersi alla potenza creativa della giovinezza che abita il desiderio di ogni ragazzo e ragazza.

Per questo ricordiamoci che l’amore a don Bosco è vero e non solo nostalgia quando si fa carico di questa splendida avventura, quando ascolta il grido dei più piccoli e dei più poveri, anche dei bimbi “costretti a lavori ignominiosi all’età di cinque anni nelle miniere” (Signore perdonaci!) e dei tanti, troppi, cui non diamo il pane quotidiano dell’educazione.

 

Per questo don Bosco è un dono, perché la su festa non vuole essere solo celebrazione, ma soprattutto stimolo ad un maggiore impegno cui dobbiamo allargare il cuore.

 

Buona festa di don Bosco!

 

Associazione Salesiani Cooperatori Italia

 

don Enrico Peretti

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