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Dio manifesta il suo volto nel Pastore che dona la vita

Prima e dopo la venuta di Gesù l'immagine di Dio è stata spesso quella di un dio che si adegua alla giustizia dell'uomo, premia e punisce in base ai meriti, si compiace del culto, favorisce i suoi devoti, ...dimenticando che Gesù si è presentato a noi in modo completamente diverso: frequentava i peccatori e stava con gli esclusi, si è lasciato sputare in faccia senza reagire, ha amato chi lo inchiodava su una croce, è passato facendo solo del bene a tutti...


Dio manifesta il suo volto nel Pastore che dona la vita

da Teologo Borèl

del 30 aprile 2009

Commento alla liturgia di domenica 3 maggio 2009

 

 

IV domenica di Pasqua

 

 

Letture: Atti 4, 8-12                        1° Giovanni 3, 1-2           Giovanni 10, 11-18

 

Prima e dopo la venuta di Gesù l’immagine di Dio è stata spesso quella di un dio che si adegua alla giustizia dell’uomo, premia e punisce in base ai meriti, si compiace del culto, favorisce i suoi devoti, …dimenticando che Gesù si è presentato a noi in modo completamente diverso: frequentava i peccatori e stava con gli esclusi, si è lasciato sputare in faccia senza reagire, ha amato chi lo inchiodava su una croce, è passato facendo solo del bene a tutti….  Di fronte a questo Dio “così terribilmente umano”, debole e incapace di difendersi, la fede di tutti è vacillata e Pietro, quando ha giurato di non conoscerlo, ha parlato anche a nome della grande maggioranza dei cristiani!  Credere in un Dio così è difficile: significa riporre la propria gloria nel farsi piccoli per amore. È questo il senso del Vangelo di oggi che ci invita a fissare lo sguardo su  Gesù, buon Pastore!

 

1. Offre la vita per le pecore: tralascio quanto nell’Antico Testamento viene detto su Jhawé, “pastore” del suo popolo Israele (cfr. i Profeti e i Salmi: “Il Signore è il mio pastore…”), per commentare a me e a te questi versetti del Vangelo di Giovanni che ci aiutano a comprendere il cuore di Dio, come si è manifestato in Gesù. La tua riflessione silenziosa (magari davanti all’Eucaristia) resta in ogni caso la parte migliore.

Io sono il buon Pastore: una formula di autorivelazione che segue a quella immediatamente precedente: Io sono la porta delle pecore immagine che sta a significare il ruolo che ha Gesù di unico Salvatore. Egli è il nostro liberatore. Tutti siamo invitati a entrare attraverso di Lui, la Porta, per avere la salvezza e per ottenere il dono prezioso della “vita”, intesa come piena comunione col Padre e con Gesù. 

Il testo greco letteralmente dice che Gesù è il Pastore “bello” (kalòs): l’aggettivo non intende esprimere in questo caso l’aspetto fisico della persona, quanto piuttosto una serie di qualità e di compiti che gli spettano. Il primo compito è “offrire la vita” e nella settimana santa abbiamo visto come queste parole sono diventate vere per Gesù, fino alla consumazione della sua vita sulla croce. Il pastore sa mettere a rischio la sua vita perché altri rimangano incolumi. “Nota il verbo al presente “Io sono” , che dice la disposizione totale e permanente che Gesù ebbe durante tutto il corso della sua esistenza ad affrontare rischi per la salvezza degli altri… Il suo dono è per tutti, perché è nella natura della missione affidatagli dal Padre che Egli riconduca tutti a Lui. … E infatti, innalzato sulla croce, attirerà tutti a sé”. (M. Rossetti).

 

2. Conosce le sue pecore ed è da loro conosciuto : abbiamo già varie volte ripetuto che il verbo conoscere non ha solo il significato di apprendimento; quando è riferito al rapporto fra persone, implica un’esperienza profonda, indica il coinvolgimento completo nell’amore. È una questione di cuore più che di mente. S. Paolo, scrivendo ai Galati, ricorda loro che un tempo non conoscevano Dio, ma “ora che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete di nuovo rivolgervi a quei deboli e miserabili elementi (=idoli)?”  Gesù conosce, quindi entra in comunione di vita, con le sue pecore. Buon pastore è Gesù, ma anche chiunque si lascia coinvolgere nell’amore verso il Padre e verso gli altri con la sua stessa passione … fino a dare la vita!

 

3. “Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso” : parla della sua vita.

A fine marzo sono passato con i Novizi salesiani nel monastero di Tamié e ho avuto la gioia di chiacchierare qualche minuto a tu per tu con Padre Marco. Il discorso è caduto proprio su questa espressione di Gesù e Padre Marco mi ha detto, riferendosi ai 7 monaci Trappisti uccisi anni fa in Algeria: “I monaci da tempo avevano sentore che prima o poi sarebbero venuti per ucciderli; avrebbero potuto lasciare il paese e salvarsi. Invece decisero di rimanere e uno di loro scrisse nel suo diario: Anche se mi uccideranno, non mi ruberanno la vita. Io l’ho già donata nel giorno della mia professione religiosa”.

È un’espressione, quella di Gesù, che può toccare profondamente la tua vita: da poco abbiamo celebrato la Pasqua:  fare Pasqua è passare dalla paura che mi rubino la vita (per cui nasce la rabbia, la ribellione, la strisciante volontà di vendicarsi… come di fronte ad un furto, un torto subìto…e si possono portare a lungo le ferite di questa ingiustizia!) alla consegna della vita con un pochino di amore.

Ecco come un’amica mi confida di aver fatto Pasqua quest’anno. Splendido! “La Pasqua è stata vera Pasqua e ho capito che ogni volta che scelgo la confessione per staccarmi dalle mie morti e peccati è Pasqua!     è stata una scoperta 'illuminante' perché questa Pasqua è proprio a portata di mano!

e poi ho scoperto che Gesù risuscita con tutte le ferite e anzi quelle sono segno di riconoscimento,  è come se fossero i suoi 'segni particolari' e da lì tutti lo possono riconoscere! ..e possono stupirsi e credere!   Questo per me è gioia e consolazione: Le MIE ferite SERVONO!  ”

 

Conclusione: è ancora l’amico M. Rossetti (grazie!) che ci aiuta a dare una dimensione “vitale” al brano di questa domenica.

“L’esempio del pastore che offre la vita, risveglia in noi anzitutto la responsabilità della sequela; non abbiamo scuse: Eravate infatti erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime (1 Pietro 5,4). È proprio a Lui che dobbiamo tornare. Inoltre deve rilanciare la prospettiva eucaristica che dovrebbe dominare la nostra esistenza: chi mangia e beve il Corpo e il Sangue del “buon pastore” deve essere disposto a copiare questo modello, pena un avvilimento del sacrificio di Cristo, un suo inutile spreco. Auto-donazioni come espressioni di decisioni di piena libertà che sgorgano dall’Amore ricevuto sono richieste dal principio della conformazione a Gesù Pastore”

 

 

 

 

Domenica in tutto il mondo si pregherà per le vocazioni, perché continuino ad esserci nella Chiesa Pastori secondo il cuore di Gesù.

Ho trovato questa pagina in un libro che mi è stato gentilmente regalato per Pasqua “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, una lunga intervista su tanti temi con il Card. Martini. Vorrebbe tentare di rispondere a chi si pone il problema di “come faccio a scoprire la mia vocazione”?

 

Ha una risposta alla domanda su cosa vuole Dio da noi?

Dio vuole da noi che abbiamo fiducia, che abbiamo fiducia in lui e anche l’uno nell’altro. La fiducia viene dal cuore. Se abbiamo fatto molte esperienze positive (da bambini, con i genitori, con le persone cui vogliamo bene), diventiamo persone forti e sicure. Chi ha imparato ad avere fiducia non trema, anzi, ha il coraggio di darsi da fare, di protestare quando viene detto qualcosa di spregevole, di cattivo,  di distruttivo. E sopratutto ha il coraggio di dire “sì” quando si ha bisogno di lui.

Dio vuole che sappiamo che sta dalla nostra parte. Egli può renderci forti. Non è possibile compiere grandi opere,  andare dai bambini ei strada o dai senzatetto, oppure dirigere una chiesa, e dire a se stessi che lo si fa con le proprie forze. So non si confida nel ricevere forze ultraterrene o divine, allora è superbia. Dio vuole uomini che contino sul suo aiuto e sulla sua potenza- essi possono cambiare la situazione presente e innanzitutto la sofferenza e le ingiustizie, perché il mondo diventi così come Dio l’ha creato, come vuole che sia: pieno di amore, giusto, civile, interessanti. Per questo vorrebbe la nostra collaborazione.

 

Quali passi sono possibili nel cammino verso Dio?

        Fra i giovani un primo passo è porsi la domanda: quale compito mi è stato assegnato nella vita? Cosa devo e posso fare? Chi si pone questa domanda diventa collaboratore di Dio nel mondo, sente che Dio si serve di lui, lo sostiene e lo accompagna.

Quando le forze vengono meno, quando non capisci qualcosa, forse impari a pregare o ad aggrapparti a ciò che hai appreso in passato, da bambino, magari senza comprenderlo. Molto più tardi,  in una situazione difficile o di fronte ad una grande impresa. La preghiera esercitata in precedenza acquista d’improvviso forza quasi spontaneamente.

Il percorso che conduce a Dio dovremmo pianificarlo come una camminata o una gita in montagna e prepararci. Chi va in montagna, prima si allena. Le forze spirituali possono essere allenate proprio come quelle fisiche. Se mi limito a guardare la televisione o a sedere davanti al computer, i “muscoli” dell’amore, della fantasia e anche del rapporto con Dio si indeboliranno sempre più. Credo che dobbiamo fare esercizio: le preghiere, gli esercizi spirituali,  il dialogo e il servizio sociale sono utili a questo scopo. Chi li pratica si avvicina a Dio. Sente con maggior forza di collaborare con Dio.

Un passo nel cammino verso Dio potrebbe essere l’impegno come “missionario”, vivere la propria “missione”. Che cosa significa? Molti di noi hanno una vita meravigliosa in confronto ad altri. Si tratta di imparare a donare a nostra volta la felicità. Tuttavia, ciò non avviene in modo automatico. Come possiamo donare la nostra fede, i nostri ideali, la nostra fiducia,  il nostro amore ad altri che sono malati. sono soli, non sanno amare?

Compiere passi nel cammino verso Dio può significare anche entrare nel mondo di una cultura straniera, conoscere altre religioni, imparare una lingua straniera perché si diffondano la comprensione e la pace.

Infine un ulteriore passo è guardare con attenzione. Quando vedo la bellezza, non so spiegarla, eppure lo stupore può condurmi a Dio. E quando poi sento anche che lui non mi lascia cadere, che mi dà forza nei momenti difficili o quando accetto missioni audaci, allora i sorprende sempre. Nel silenzio, nella quiete e nell’ascolto ci si avvicina molto a Dio.

Con Dio possiamo anche lottare, come Giacobbe, dubitare e combattere, come Giobbe, piangere, come Ges√π e le sue amiche Marta e Maria. Anche queste sono vie che conducono a Dio.

 

don Gianni Ghiglione

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