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Die Hard - Vivere o morire.

Die Hard 4 è una buona riuscita perché ci regala innanzi tutto due ore in più con un personaggio che sembrava andato in pensione da Hollywood. Bruce Willis entra comodamente nelle scarpe di McClane per l'ennesima missione di salvataggio che ci regala nuove e coinvolgenti emozioni.


Die Hard - Vivere o morire.

da Attualità

del 24 ottobre 2007

Die Hard 4 è una buona riuscita perché ci regala innanzi tutto due ore in più con un personaggio che sembrava andato in pensione da Hollywood. Bruce Willis entra comodamente nelle scarpe di McClane per l’ennesima missione di salvataggio che ci regala nuove e coinvolgenti emozioni. Il detective John McClane non smette mai di stupire e questa pellicola è una chiara testimonianza. Questa volta non si trova di fronte a dirottatori di aerei e neppure a una festa di Natale in un grattacelo, anche le mode terroristiche sono soggette a cambiamenti; infatti a minacciare la quiete pubblica è un gruppo di cattivi che si sono addentrati nei computer più importanti d’America. Die Hard, anche nelle precedenti edizioni, non ha mai segnato l’attenzione degli spettatori con dialoghi introspettivi e messaggio etici, non è il suo genere, è infatti un film d’azione, e, nel caso specifico, è al contempo un’iniezione di adrenalina. Nel suo genere è un buon film, coinvolgente e non banale, con effetti speciali mozzafiato e un Bruce Willlis in perfetta forma, 12 anni non sembrano passati se non si facesse caso a qualche ruga.

L’inizio della pellicola non è esaltante, con un detective McClane che spia un appuntamento della figlia Lucy (Mary Elizabeth Winstead), una scena che può destare un’immediata delusione per gli euro di cui ci si è privati per accedere alla poltrona. Ma superati questi primi minuti, il resto della storia è mirabile. In seguito a un blocco dei sistemi operativi che mette a rischio la sicurezza nazionale, McClane è chiamato in causa per scortare un hacker dal New Jersey a Washington D.C., una cosa abbastanza nella norma, se non fosse che l’hacker, Matt Farrell (Justin Long), un po’ imbranato e abbastanza ingenuo, è inseguito da persone che lo vogliono eliminare. Da qui in poi il nostro detective andrà sempre più in fondo fino a confrontarsi con il cattivo di turno.

Di caratteristico nel confronto con il passato notiamo subito un McClane più pudico nel linguaggio, non a caso il cinema sta riscrivendo la figura dei duri che appaiono sempre meno volgari, un passo indietro verso lo stereotipo degli anni ’50-‘60. Il regista Len Wiseman è riuscito a coagulare un modello che nel 1988 recepiva le istanze di un determinato modo di fare cinema con il nostro modo di vivere il cinema, che ha parametri e esigenze diverse. Sicuramente il miglior collante è stato  Bruce Willlis, ma anche la trama e gli effetti speciali sembrano aver ridato giovinezza ad un classico del cinema d’azione.      

Ad un certo punto della pellicola McClane dice: “Sono troppo vecchio per saltare fuori dalle macchine”; forse è un addio, ma di certo non gli auguriamo di finire come Stallone nei suoi ultimi Rocky.                       

 

Vittorio Castagna

http://www.cinemalia.it

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