“Del nostro ‘io’ siamo stanchi e saturi”

Rubrica di educazione a cura di Richard Kermode.

Il Corriere celebra i suoi 150 anni di vita. Tra le iniziative, anche la ripubblicazione di qualche articolo giudicato significativo. Qualche giorno fa ne è stato riproposto uno del novembre 1973 (!). Il titolo: La parola “io” a firma di Natalia Ginzburg. Mi sorprende sempre incontrare persone lucide, che con siderale anticipo avevano capito molte cose. Ne propongo qualche stralcio.

“Il nostro errore è stato di coprire di pietà il nostro ‘io’ e ignorare il prossimo. Perciò nel mondo che oggi abbiamo davanti il prossimo è assente. Nell’educazione che abbiamo dato ai nostri figli, il prossimo era assente. Ai nostri figli, noi abbiamo chiesto di amarci, ma di amarci come ci amavamo noi stessi. (…)
Oggi quando alziamo gli occhi da noi stessi, non incontriamo il prossimo, bensì, una folla amorfa nella quale ci sembra impossibile riconoscere il prossimo, e davanti alla quale il nostro “io” ci sembra ignobile per la sua frivolezza, futilità e illegittimità. Sappiamo bene che sarebbe un nostro personale dovere riconoscere il prossimo in quella folla amorfa; ma parole come ‘nostro personale dovere’ noi non sappiamo più se abbiano qualche significato. Tutto quello che proviene dalla nostra persona individuale, idee o azioni o disegni, ci sembra o velleitario, o folle e pericoloso.
Del nostro ‘io’ siamo stanchi e saturi; esso è in noi logoro, frusto, avvizzito e esangue; e idee o azioni o disegni che partono dal suolo del nostro ‘io’ ci sembrano i frutti o insipidi, o tarati, o tossici, di alberi distorti e di suoli infestati. Così ci siamo abituati a guardare con uguale disprezzo sia ai nostri sentimenti migliori, sia alle nostre vanità e viltà. Il prossimo è sempre assente”.

Parole anticipatrici, vere e amare, quasi lapidarie. Ma come sarebbe “nostro personale dovere” riconoscere il prossimo che ci passa accanto, la fede nel Risorto ci anima a credere che l’amarezza, come la morte, non è l’ultima parola sull’uomo.

So long!

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