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Dare valore al patrimonio che ogni giovane ha con sé

Dare valore al patrimonio, che ogni giovane ha con sè! È questo il primo passo che un educatore deve compiere nel cammino di educazione alla fede. È un patrimonio di doti, di incontri, di storie, di cultura, di veri e falsi bisogni, del quale occorre tenere conto per non essere degli astratti. Accoglierli come sono, al punto in cui sono, per non lasciarli come sono!


Dare valore al patrimonio che ogni giovane ha con sé

da L'autore

del 24 gennaio 2008

Dare valore al patrimonio, che ogni giovane ha con sè! È questo il primo passo che un educatore deve compiere nel cammino di educazione alla fede. È un patrimonio di doti, di incontri, di storie, di cultura, di veri e falsi bisogni, del quale occorre tenere conto per non essere degli astratti. Accoglierli come sono, al punto in cui sono, per non lasciarli come sono!

Sembra un gioco di parole, mentre è un impegno che esige dall’educatore tanta intelligenza e pazienza. E l’accoglienza, quando non è giudizio, presunzione, genera amicizia: la religione cristiana è vita di amicizia, è un fatto d’amore.

Prima del culto, della preghiera, della Messa, ci deve essere una conversione agli altri. Non è possibile amare Dio che non vedi, se non ami il fratello che vedi. «Non dovrebbero giudicarmi – scrive Enzo di anni 17 – ma aiutarmi ad essere giudice di me stesso, non devono condannarmi ma mettermi nella condizione di rifarmi e recuperare, e a perdonare imparerò il giorno in cui mi sentirò perdonato».

L’accoglienza è una circolazione di reciproca amicizia, di stima e responsabilità, che fa scoprire al giovane la centralità della sua persona, aiutandolo nel contempo ad andare oltre la realtà del quotidiano. Essa lo tocca più profondamente, quando è tutto un ambiente, carico di vita e ricco.

I giovani hanno bisogno di ambienti in cui ritrovarsi, sentirsi a loro agio, confrontarsi in esperienze qualificate e significative di gruppo; ambienti che li aiutino a verificarsi, a costruirsi un criterio di giudizio, che sappia discernere il bene dal male, a sperimentare la sicurezza che danno «i valori» legati non a una ideologia ma alla persona di Gesù Cristo.

 Per «ambiente» non intendiamo solo le strutture educative oratoriane o parrocchiali (che ci vogliono!) quanto un clima che invita, affascina, attrae per i rapporti improntati alla confidenza e allo spirito di famiglia; per la gioia e la festa, che si accompagnano alla laboriosità e al dovere ben compiuto; per le espressioni libere e molteplici del protagonismo giovanile; per la presenza amicale degli educatori, che sanno fare proposte e sanno illuminarle della luce del Vangelo, alla quale attingono per dare «un tocco di Dio» a quanto viene elaborato.

Don Bosco è stato un «mago» nell’inventare questi ambienti in cui educazione e fede si fondono, dove i giovani si sentono missionari dei giovani. Ed era esigente sulla loro qualità educativa tanto da non esitare a prendere decisioni anche sofferte nei confronti di giovani e collaboratori, che in qualche modo rifiutavano o compromettevano l’ambiente educativo.

Nell’incontro personale dell’educatore con i giovani, dei giovani con un ambiente che spinge e sollecita le energie giovanili, maturano esperienze esemplari di fede. Ma quali «ambienti» propone la nostra Diocesi? Sono molteplici: dagli oratori ai circoli alle associazioni ai movimenti ai gruppi. Sono tutte occasioni che vengono offerte ai giovani: «Ma raccolgono solo una parte minima di giovani – diceva un prete d’oratorio – e gli altri? Noi per quanto facciamo, non riusciamo a raggiungerli. Non conosciamo neppure il loro volto. Non li vediamo mai! Come fare per proporre loro un cammino di fede?»

«Ci vuole una Comunità di Viandanti che li raggiunga sulla strada – mi è venuto da rispondere – parrocchie, oratori, gruppi, che escano loro incontro come il Cristo di Emmaus».

Con molto realismo, ho poi aggiunto che è importante già cominciare a rinnovare noi stessi, dando qualità agli interventi educativi e agli ambienti, nei quali operiamo, e poi via via, in larghi raggi concentrici, rianimare le comunità, perché si diano come impegno prioritario l’attenzione alla gioventù: ogni comunità deve farsi tenda, deve percorrere un cammino di esodo con la gioventù.

«Salvate i giovani – ha detto un giorno il cardinal Ballestrero – e i giovani salveranno noi». A loro modo, magari, sfidandoci, umiliandoci, illuminandoci, facendosi per noi, per le nostre comunità, «canali di grazia» e «segni dei tempi».

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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