CRONACHE DALLA SCOGLIERA

Storia di una pietra che imparò l’amicizia

 

Giorno 27

23 marzo 2020

 

Decisamente, avevo sottovalutato Ochin. Sapete, credevo fosse superficiale, dopo il nostro primo incontro. Mi aveva lasciata delusa, non mi aveva nemmeno guardata, non mi aveva chiesto come mi chiamassi, come se non esistessi. D’altronde, anch’io all’inizio non chiedevo il nome a chi mi veniva accanto. Invece ieri sera è tornato ed è stato… beh, è stato più gentile, sì. E mi ha pure detto che ascolta sempre il Pescatore quando parla; vuol dire che ha un buon cuore. Comincio a capirci qualcosa in più, di questo Gesù, anche se non mi è molto chiaro come faccia una pietra ad essere “pescatore di uomini”. Come può una pietra come me aiutare gli altri, testimoniare che si può vivere in modo diverso? E Ochin mi ha pure detto che il mio nome porta con sé una missione importante… Dite che il Creatore può aver immaginato per me – pietra – una vita diversa, bella, unica; una missione importante? Come faccio? Qualunque cosa mi chiedesse, non potrei farla. Ve l’ho già detto, noi pietre non possiamo spostarci da sole, non possiamo nemmeno abbracciare, aiutare. E se domani venisse Gesù a dirmi “La tua missione la vivrai lì dove sei”, allora va bene, basta che mi dica cosa devo fare, qui dove sono, perché non c’è molto che possa fare, ripeto. Chissà. Aspetto. Ho imparato a farlo bene. Oggi non succede niente degno di nota, me ne sto in silenzio a perdermi tra i miei pensieri e miei ricordi; viaggio tra le strade della città, incontro il Pescatore e me lo immagino seduto fuori a una casetta dal tetto a punta che racconta nuove storie ad Ochin che zampetta lì attorno e lo ascolta, mentre mangiucchia la mollica. Chissà perché al Pescatore sta tanto a cuore Ochin, tanto da dividere il suo pane con lui senza che il mio amico gabbiano possa dargli qualcosa in cambio. Sarebbe bello che qualcuno mi volesse bene così. Volo con la fantasia davanti all’ospedale dov’è ricoverato Carlo. Chissà come sta, chissà se è guarito, o se i suoi amici sono ancora lì sotto ad aspettarlo. Chissà dove sono i suoi amici; mi mancano le loro storie. Me lo immagino alto e grande, l’ospedale, e tutto colorato dei colori più allegri. Un posto di così tanto amore e cura non potrebbe essere bianco e senza gioia. La gente sarebbe ancora più triste - no? - circondata dal bianco e da pareti spoglie. Sarebbe bello se l’ospedale si trovasse davanti alla chiesa del Pescatore, così Carlo potrebbe salutarlo direttamente dalla sua stanza. Non so se sia davvero così, io non ci sono mai stata in città. In montagna invece sì. E adesso volo verso i boschi, oltre i tetti delle case, lì dove camminavano Alberto e Carlo, lì dove cantavano, parlavano. Lì dove Alberto è morto. Lì dove c’era Eos. Eos… Sarà distante, adesso. Sarà in giro per il mare con Kyma. Kyma non è ancora tornata. 

 

 


testi: Anita Marton 

grafiche: sr. Giulia Collodel