CRONACHE DALLA SCOGLIERA

Storia di una pietra che imparò l’amicizia

 

Giorno 12

8 marzo 2020  

 

Un altro giorno uguale agli altri. La vita di una pietra, sappiatelo, è noiosa. Solo questa storia riesce a darmi un motivo per non dormire tutto il giorno. Mi sembra stano, e sembra strano a tutti, anche a voi, lo so: io sto imparando ad ascoltare. Una pietra, una pietra vera, sapete; un sasso, una roccia che ascolta e si lascia catturare da questa storia. Gli uomini la chiamano empatia e Kyma mi ha detto che questa parola viene dal greco antico, come il suo nome. Vuol dire entrare dentro al sentimento dell’altro, capirlo appieno, toccare con il nostro cuore il suo dolore o la sua gioia. O entrambi, come con questi ragazzi. Sono tornati anche questo pomeriggio, mentre il sole si attarda in cielo e sembra non volere spegnersi sotto le onde. Pregano. Noi tre, da quaggiù, seguiamo la loro voce. Non so ancora bene cosa significa davvero pregare, avere come amico Gesù – è così che loro lo chiamano, amico. So solo che, a parer loro, è Dio ad aver creato il mondo intero e quindi anche me. Mi pare giusto ringraziare, per lo meno. Grazie. Dicono l’ultima Ave Maria, poi affidano Alberto e Carlo. Si alzano, uno alla volta, sempre guardando il mare luccicante alle ultime luci del giorno. Ci lasciano soli. Stella se ne va insieme a Kyma, io resto qui, dove volete che vada? Io, Petra, pietra, sasso che ascolta. E sento un sussurro: è un ragazzo, rimasto accanto a me, da solo. Tiene in mano un foglio scritto a mano, forse è una lettera, e la legge piano. Qualche lacrima gli riga le guance.  
«Ieri alla Stella Maris è stato uno spezzarsi il cuore. Si è fatto un censimento di tutti quelli che avevano i documenti, gli altri sono stati sbattuti fuori. In quel gruppetto fuori, al freddo, mi sembrava di vedere i visi di centinaia e centinaia di umiliazioni, in ogni punto della terra. Il nostro posto mi sembrava tra quelli. Così parlando con uno di loro siamo riusciti a sapere che gli servivano i soldi per il biglietto per Roma, dove aveva il suo lavoro, la sua casa, la sua ragazza. Quando lo abbiamo accompagnato in stazione, con una Coca Cola, un toast e una brioche (era due giorni che mangiava e non mangiava) aveva veramente il volto di Gesù. E un altro, girando quasi tutto il giorno, siamo riusciti a sistemarlo da un sacerdote. E poi tanti, tantissimi piccoli atti di amore che tappano un po' tutta l'indifferenza umana di anni. Ecco Paolo, tutto è uscito dal nostro Gesù in mezzo». 
È di Alberto, non ho alcun dubbio. Ha detto al suo amico che con Gesù si possono fare grandi cose con gesti piccoli. Come ascoltare in silenzio sulla riva del mare.

 


testi: Anita Marton 

grafiche: sr. Giulia Collodel