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Cresimarsi, perché?

Il ponte dell'asino: così un Vescovo aveva definito l'esperienza della cresima per molti dei nostri ragazzi. Stimavo quell'uomo e la sua curiosa definizione mi colpì al punto che la ricordo ancora dopo molti anni. Ora che sono vescovo anch'io e ho celebrato tante cresime, capisco forse di più che cosa quelle parole volessero dire. Nell'uso comune “ponte dell'asino” indica un passaggio particolarmente difficile.


Cresimarsi, perché?

da Teologo Borèl

del 24 novembre 2008

La confermazione e la bellezza di Dio

Vorrei provare a capire con te che cos’è la cresima, che significa riceverla, come prepararsi ad essa e come farne tesoro per tutta la vita: ho scelto di parlartene perché mi sembra che questo dono di amore sia spesso poco compreso, vissuto da molti più come un obbligo da assolvere che come un incontro decisivo, in cui - se lo vuoi - lo Spirito Santo può riempire il tuo cuore e imprimervi il sigillo dell’amore di Dio per renderti capace di credere, sperare ed amare oltre ogni misura di stanchezza e ogni prova e sfida della vita.

 

1. Il ponte dell’asino: così un Vescovo aveva definito l’esperienza della cresima per molti dei nostri ragazzi. Stimavo quell’uomo e la sua curiosa definizione mi colpì al punto che la ricordo ancora dopo molti anni. Ora che sono vescovo anch’io e ho celebrato tante cresime, capisco forse di più che cosa quelle parole volessero dire. Nell’uso comune “ponte dell’asino” indica un passaggio particolarmente difficile. All’origine pare ci sia un’antica leggenda, che narra di un Santo, di un asino e del Diavolo. Il Santo doveva spesso attraversare un torrente impetuoso. Il Diavolo gli propose, allora, di costruirgli un ponte, a patto di potersi impadronire dell’anima del primo che lo avesse attraversato. Il Santo accettò e il Maligno sembrò assaporare il gusto di impadronirsi dell’anima dell’uomo di Dio. Questi, però, dimostrò di saperne una più del Diavolo, perché ad attraversare il ponte mandò per primo… l’asino, che - come il Santo aveva previsto - fu risparmiato, in quanto non gradito al grande Avversario! La storiella fa capire perché “ponte dell’asino” designi una prova, dove c’è il rischio di perdersi. Essa contiene, tuttavia, anche un altro messaggio: e cioè che ci sono momenti in cui - se ti fidi di Dio e usi intelligenza e buona volontà - puoi guadare anche il torrente più impervio e avanzare libero e sereno nel cammino della vita. Dire che la cresima è “il ponte dell’asino” significa allora riconoscere che per molti essa risulta una tappa difficile, alla quale ci si prepara spesso con un senso di costrizione, mescolando noia e curiosità, attesa e fretta di finire. Giunto al ponte dell’asino, il protagonista rischia di cascare nelle mani del Nemico, lieto di poterlo separare da Dio. Avviene così che - messi da parte i buoni propositi - il ragazzo appena cresimato si allontani dalla pratica religiosa e cominci a navigare da solo nel turbinoso mare della vita. Il momento della confermazione diventa allora per molti l’ora del congedo! È possibile fare qualcosa perché non sia così? Si può vivere la cresima con la saggezza e la fede del Santo del racconto? Si può estendere a tanti - a cominciare da te, che ti prepari alla cresima - l’esperienza di gioia e di nuovo slancio, che alcuni riconoscono di aver vissuto grazie ad essa? Se sì, come? Prima di cercare una risposta, ti confido che anche per me non fu così semplice e immediato superare il “ponte dell’asino” della mia cresima. Posso però anche assicurarti che la gioia di averlo superato, cercando di camminare fedelmente con Dio, è stata ed è veramente grande. Mi sembra perciò un dovere d’amore cercare insieme a te una risposta a queste domande…

 

2. Che cos’è la cresima? Secondo le parole della liturgia è il sacramento - cioè il segno efficace dell’agire divino - in cui ci viene donato “il sigillo dello Spirito Santo”. Lo Spirito viene a prendere possesso del nostro cuore, realizzando in noi quello che dice l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (5,5). Può comprendere, allora, la grandezza di questo dono chi sente quanto sia importante e insieme quanto sia difficile amare, scoprendo nel profondo di sé il bisogno di una forza che venga dall’alto e lo renda capace di amore al di là di ogni fragilità e paura. È una necessità che appare in tutta la sua urgenza anche dopo aver ricevuto il dono del battesimo. Lo vediamo in questo episodio della vita della Chiesa nascente: “Gli Apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo” (Atti degli Apostoli 8,14-17). Chi è questo Spirito Santo? Nel Dio, che è Amore, c’è un eterno Amante, il Padre, da sempre e per sempre sorgente di amore; c’è un eterno Amato, il Figlio, che accoglie l’amore e lo ricambia, insegnandoci che anche il ricevere è divino; e c’è l’Amore personale, donato dall’Uno all’Altro, lo Spirito, che è al tempo stesso il vincolo che unisce il Padre e il Figlio e colui che apre il loro amore ad effondersi nella creazione. I Tre sono uno nella comunione profondissima dell’amore divino, l’unico Dio nella Trinità delle Persone. Quando lo Spirito viene ad abitare in noi, agisce al tempo stesso come vincolo di unità e sorgente di libertà: unisce il nostro cuore al Padre, vi rende presente Gesù e ci spinge a darci agli altri nell’amore, valorizzando in pieno la nostra libertà: “Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Galati 5, 25). Cammina secondo lo Spirito chi vive la fede, la speranza e la carità, testimoniando agli altri con gioia e convinzione la bellezza di Dio.

 

3. Che cosa opera lo Spirito Santo in chi lo riceve? “Il frutto dello Spirito” – scrive l’apostolo Paolo - è “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Galati 5,22). Perché possiamo vivere questi frutti, lo Spirito effonde in noi i suoi doni, aiutandoci così a corrispondere alla chiamata divina per ognuno di noi. Quali sono questi doni? Gli stessi che secondo il profeta Isaia Dio farà al Messia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Isaia 11,1-2). A questi sei doni la riflessione della fede - a partire dalla traduzione latina della Bibbia - ha aggiunto il dono della pietà, che in qualche modo unifica tutti gli altri nell’adorazione umile e innamorata di Dio. Si parla perciò dei sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio. In essi si può riconoscere quello che la cresima è in grado di produrre in noi. Il dono della sapienza ci aiuta a vedere l’insieme del mondo e della vita in Dio, ad assaporare nel rapporto con Lui il senso, che dà luce e forza a ogni passo del nostro cammino. Il dono dell’intelletto ci educa a leggere in ogni situazione la Sua presenza e a discernere concretamente quello che Lui ci chiede. Il dono del consiglio ci guida nelle diverse decisioni da prendere perché possiamo preferire ciò che è giusto davanti a Dio a ciò che sembra utile agli occhi del mondo, e metterci così al servizio degli altri con generosità. Il dono della fortezza ci rende fedeli al Signore nella varietà dei momenti e delle stagioni della vita, affinché non ci lasciamo sedurre da tentazioni di egoismo o da calcoli di opportunità. Il dono della scienza è quello che scaturisce dal misurare ogni conoscenza sul mistero ultimo che avvolge tutte le cose, superando le ristrettezze di una visione che si fermi solamente a ciò che appare: grazie ad esso possiamo sperimentare come sia vero che “non è la conoscenza che illumina il mistero, ma il mistero che illumina la conoscenza” (Pavel Evdokimov). Il dono della pietà è quello che accende in noi la tenerezza per Dio, l’essere innamorati di Lui e il desiderare di rendergli gloria in ogni cosa. Grazie a questo dono non cercheremo solo le consolazioni di Dio, ma desidereremo fargli compagnia tanto nella Sua gioia, quanto nel Suo dolore per il peccato del mondo. Il dono del timor di Dio, infine, è l’atteggiamento che ci fa vivere costantemente sotto lo sguardo del Signore, preoccupati di piacere a Lui piuttosto che agli uomini, perché in questo solo si trova la consolazione più profonda, la libertà più grande. Esso ci fa percepire anche la gravità del peccato che ci separa da Dio, unica fonte di ogni bene. Il compendio vivo di tutti i doni dello Spirito si rende visibile nell’esperienza dei santi: perciò è bello conoscerne la vita e lasciarsi guidare dal loro esempio. A volte, una storia di santità ti parla dello Spirito santificatore più di tante riflessioni e parole! 4. Perché è importante cresimarsi? A questo punto si comprende perché sia così importante cresimarsi, portando a compimento il cammino della “iniziazione cristiana” cominciato col battesimo: abbiamo tutti bisogno di essere fortificati dal dono di Dio, per divenire capaci di credere, sperare e amare al di là della nostra debolezza, imparando ad agire nella comunione della Chiesa con lo slancio dei testimoni, che vorrebbero comunicare a tutti la bellezza del Signore. Certo, il pane eucaristico è già culmine e fonte della vita cristiana, nutrimento e forza in cui opera lo Spirito Santo: tuttavia, abbiamo tutti bisogno del dono personale dello Spirito, che ci dia la luce dall’alto per riconoscere la verità che salva e discernere la volontà del Padre, che ci ama. Più che essere noi a “confermare” l’impegno della nostra fede, è così Dio a “confermarci”, a illuminarci e a renderci forti e saldi nella potenza del Suo Spirito. Chi può dire di non aver bisogno di questa forza? Chi può ritenersi capace di amare veramente con le sole capacità umane? Ovviamente, chi non ha mai avuto esperienza di cose spirituali può pensare che questo dono di “conferma” sia un’illusione: basta, però, avere un po’ di conoscenza della vita per renderci conto di quanto abbiamo bisogno di forza dall’alto per vincere l’egoismo e la paura di amare. Lo ha riconosciuto Sant’Agostino all’inizio delle sue Confessioni: “Hai fatto il nostro cuore per Te, ed è inquieto il nostro cuore finché non riposa in Te”. Non è, allora, la stessa cosa ricevere o non ricevere la cresima: il dono dello Spirito, la Sua “conferma”, la Sua “unzione” (termine che dà il nome al sacramento, perché l’olio con cui il cresimando viene segnato è detto dal greco “crisma”, unzione), sono fondamentali, anche quando operano come il fuoco sotto la cenere o il seme nascosto sotto terra. Da solo nessuno si salverà! Abbiamo bisogno di Dio, del Suo Spirito Santo! E la stessa comunità di fede e di amore, la Chiesa in cui ci viene donato lo Spirito, non potrebbe generare in noi la vita divina, se non fosse continuamente nutrita dalla grazia del divino Consolatore. Perciò la cresima è un dono per tutta la comunità e non solo per il singolo cresimato. Grazie a questo dono siamo chiamati a prendere nuova consapevolezza dell’appartenenza alla Chiesa, del tesoro di grazia che vi si trova, della responsabilità di partecipare alla vita della comunità e alla sua missione con tutto il cuore, mettendo a disposizione del prossimo i doni che Dio ha fatto a ciascuno di noi.

 

5. Quando cresimarsi? Ogni età della vita ha un suo valore davanti a Dio e l’appuntamento con la Sua grazia è fondamentale in ogni stagione. C’è tuttavia in ognuno di noi un processo di maturazione, attraverso cui prendiamo coscienza delle nostre possibilità e dei nostri limiti. Si comprende allora come può invocare con più convinzione il dono dello Spirito chi ha già la consapevolezza del bisogno di amare che c’è nel suo cuore e delle resistenze e fatiche che incontra nel realizzarlo. In questa luce, la tradizione della Chiesa in Occidente ha insistito sull’importanza di una presa di coscienza della nostra realtà davanti a Dio e della necessità del Suo aiuto, per meglio prepararsi a ricevere la cresima. In questa insistenza occorre evitare ogni forzatura o pretesa impossibile: non si deve mai dimenticare che è lo Spirito a confermare il cresimato nella vita divina, più che il cresimato a confermare la sua scelta di Dio. Certamente, la decisione di domandare la cresima è importante, ma essa non deve oscurare il primato dell’agire del Signore. La scelta migliore dell’età in cui celebrare la confermazione è allora quella che la pone all’interno del cammino globale dell’iniziazione cristiana, in stretto rapporto col battesimo e con l’ammissione alla mensa eucaristica, dopo un percorso di almeno un biennio di catechesi che faccia seguito alla prima comunione. In tal modo si può contemperare l’esigenza di una certa maturazione psicologica e spirituale del cresimando con il pieno affidamento all’aiuto dello Spirito Santo per la crescita ulteriore della persona. Anche nel caso della cresima degli adulti è necessario proporre un itinerario di presa di coscienza che da una parte metta in luce l’esigenza che abbiamo dell’aiuto divino e dall’altra introduca chi chiede la confermazione all’esperienza dello Spirito, vissuta nella preghiera personale, nella liturgia, nella partecipazione attiva alla vita della Chiesa e nell’esercizio concreto della carità.

 

6. Chi sono i protagonisti della cresima? Il primo protagonista è il cresimando, chi domanda di ricevere la cresima. La richiesta deve essere libera, meditata, consapevole e gioiosa. L’impegno nel prepararsi serio e perseverante. È compito di tutta la comunità cristiana aiutare chi chiede la cresima a comprenderne e viverne pienamente il significato: hanno qui un ruolo importante la famiglia e la parrocchia, come chi accetta di assumere il ruolo di padrino o di madrina. Alla famiglia è chiesto di superare ogni atteggiamento di delega, per coinvolgersi tanto nella preparazione del cresimando, quanto nell’ora di grazia della celebrazione e nel successivo cammino di fedeltà al dono ricevuto. In tal senso vanno sensibilizzati anzitutto i genitori dei nostri ragazzi. Alla comunità parrocchiale si domanda un impegno corale nell’accompagnamento dei candidati alla cresima e dei cresimati: questo impegno riguarda anzitutto il parroco e i catechisti, con cui egli condivide il compito delicato e importante di introdurre alla vita dello Spirito i cresimandi. Circa il padrino o la madrina, l’ideale sarebbe che si trattasse della stessa persona che ha assunto questo compito nel battesimo del cresimando, in modo da evidenziare l’unità dei due sacramenti nell’unico cammino di crescita della vita di fede. Compito del padrino o della madrina è di accompagnare il cresimato nella vita, sostenendolo nell’impegno di fedeltà a Dio e alla Chiesa con la preghiera, il consiglio e la testimonianza. Occorre perciò liberare la scelta del padrino o della madrina da ogni aspetto di pura convenienza sociale o di semplice occasionalità, incoraggiando il cresimando stesso a orientarsi verso chi possa meglio corrispondere alla responsabilità che deve assumersi, in modo da favorire legami veri di fede e di amore fra le persone. C’è infine - fra i protagonisti della cresima - il ministro del sacramento, colui che dona lo Spirito Santo in nome di Dio e della Chiesa: ministro “originario” della confermazione è il Vescovo, successore degli Apostoli, segno e strumento dell’unità della comunità cristiana. Si evidenzia così come la confermazione unisca più strettamente coloro che la ricevono alla Chiesa, alle sue origini e alla sua missione apostolica. Nel caso non sia possibile al Vescovo essere presente, egli può delegare un sacerdote che - in comunione con lui - sia strumento del dono dello Spirito Santo. Questo rapido elenco dei protagonisti della confermazione non deve trascurare che il protagonista più importante è il Signore stesso: se nessuno deve delegare ad altri la responsabilità che gli compete, resta vero che il Soffio divino è uno solo e noi siamo unicamente la vela, fatta per lasciarsi portare sul mare della vita verso il porto di Dio. Come sottolinea l’apostolo Paolo, “è Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2 Corinzi 1,21-22).

 

7. Come si celebra la confermazione? Bisogna distinguere tre fasi: la preparazione, la liturgia del sacramento e il cammino di vita nuova che con essa si apre. La preparazione comprende momenti di preghiera, personale e liturgica, un itinerario articolato di catechesi ed almeno alcune esperienze di carità e di servizio al prossimo. Il percorso catechetico ha per scopo di introdurre il cresimando alla conoscenza e all’esperienza dello Spirito Santo, della sua azione e dei suoi doni, perché possa meglio assumere le responsabilità della testimonianza cristiana, risvegliando al tempo stesso in lui il senso dell’appartenenza alla Chiesa. La celebrazione della cresima nella Chiesa latina avviene normalmente nel corso di una liturgia eucaristica presieduta dal Vescovo: dopo l’omelia, i candidati sono invitati a rinnovare le promesse del battesimo e la propria fede in Dio Trinità santa. Quindi il Vescovo o il suo delegato invoca il dono dello Spirito, imponendo le mani sui cresimandi in segno della presa di possesso da parte di Dio, e invita tutti i presenti a unirsi in una preghiera intensa, che continui per tutta la durata della cosiddetta “crismazione”. Questa consiste in un atto semplice e solenne: il cresimando si presenta davanti al Vescovo o al ministro delegato accompagnato dal padrino o dalla madrina; il celebrante unge la fronte del cresimando con l’olio detto “crisma”, simbolo dell’unzione che lo Spirito stesso opera, consacrato dal Vescovo stesso durante la celebrazione della “Messa crismale” del Giovedì Santo, cui partecipano di regola tutti i sacerdoti e i diaconi della diocesi. Durante l’atto dell’unzione il celebrante dice: “Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono”. Il cresimato risponde “Amen”, esprimendo così la sua fede nel fatto che grazie a quel gesto e a quelle parole lo Spirito Santo è entrato nel suo cuore e vi ha effuso l’amore di Dio. Il Vescovo offre quindi la pace al nuovo cresimato con un gesto di comunione e di missione: segno della nuova responsabilità di chi è stato confermato dallo Spirito, inviato ad essere testimone di Cristo nella Chiesa e nella società, in comunione con i pastori e con la fede degli Apostoli. Come il battesimo, di cui costituisce il compimento, la confermazione è conferita una sola volta. Essa imprime un sigillo spirituale indelebile, il “carattere”, segno della relazione unica a Cristo che il dono dello Spirito produce nel cuore del battezzato, rivestendolo di potenza dall’alto perché sia testimone del Risorto.

 

8. Verso dove ci conduce la cresima? Il cammino di vita nuova che inizia con la cresima è una realizzazione progressiva della vita secondo lo Spirito, in base alla vocazione di ciascuno. Si tratta per ognuno di scoprire i doni che Dio ha messo nel suo cuore, di esprimerli nella propria esistenza, di diffonderli con la testimonianza della gioia che nasce dal riconoscere il dono ricevuto e dal viverlo in comunione con gli altri, al servizio di tutti. Qui si apre per ciascuno la strada della propria vocazione, e cioè del proprio rapporto unico e irripetibile con Dio. Lo Spirito ricevuto nella cresima viene così ad assumere il volto di chi si sforza di accoglierlo e di essergli fedele. Un aiuto molto importante per questo cammino può venire dalla partecipazione attiva a qualche gruppo o associazione ecclesiale (a cominciare dall’Azione Cattolica parrocchiale). La condizione perché tutto questo si realizzi e la bellezza di Dio si manifesti nella vita del cresimato è, però, la docilità, l’accoglienza umile e pronta, cioè, dell’azione dello Spirito in noi. Un racconto popolare può aiutarci a capirlo, riportandoci tra l’altro all’immagine dell’asino con cui ho iniziato questa lettera: “Mentre Giuseppe e Maria erano in viaggio verso Betlemme, un angelo radunò gli animali di tutta la terra per scegliere quelli adatti ad aiutare la Santa Famiglia. Per primo si presentò il leone: ‘Solo un re è degno di servire il Re del mondo - disse -. Io sbranerò tutti quelli che tenteranno di avvicinarsi al Bambino!’. ‘Sei troppo violento’ disse l’angelo. Subito dopo si avvicinò la volpe. Con aria furba insinuò: ‘Io sono l’animale più adatto. Porterò a Maria e Giuseppe tutti i giorni un bel pollo!’ ‘Sei disonesta’, disse l’angelo. Passarono, uno dopo l’altro, moltissimi animali, ciascuno magnificando il suo dono. Invano. L’angelo non riusciva a trovare nessuno che andasse bene. Finalmente, vide che un asino e un bue continuavano a lavorare con la testa bassa nei pressi della grotta. Li chiamò: ‘E voi che avete da offrire?’. ‘Niente’, rispose l’asino e afflosciò mestamente le lunghe orecchie: ‘Noi non abbiamo imparato altro che l’umiltà e la pazienza!’. Il bue, timidamente, soggiunse: ‘Però potremmo di tanto in tanto cacciare le mosche con le nostre code’. L’angelo finalmente sorrise: ‘Voi siete quelli giusti!’”. Essere umili, docili, fedeli: farsi bue e asinello… Ecco la condizione perché la cresima non sia il “ponte dell’asino”, ma il nuovo inizio di una storia di fede e di amore che faccia risplendere nella storia degli uomini qualche tratto dell’infinita bellezza di Dio: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio” (Michea 6, 8). Prega con me il Signore perché ci aiuti a essere davanti a Lui… come il bue e l’asinello!

 

mons. Bruno Forte

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