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Credere al santo che è in noi

Dovremmo scoraggiarci e finire per disperare della santità? Oppure dobbiamo riconoscere che anche i santi conclamati hanno conosciuto queste difficoltà, queste derive e questi silenzi? Forse la cosa che conta è un'altra: impedire che il santo in noi muoia. “Sulla terra”, diceva un autore (Louis Lavelle), “non vi sono che santi in potenza”: essi ricevono l'esistenza solo da se stessi attraverso molti errori, tribolazioni e cadute. √â il coraggio che fa i santi...


Credere al santo che è in noi

da Teologo Borèl

del 10 novembre 2004

 

Don Primo Mazzolari così commentava la festa odierna: “In questi giorni, la mia chiesa è veramente la casa. Il colore dell’addio, che è nel cielo e nelle cose, mi aiuta a ritrovare il sapore ineffabile e quotidiano del mistero. Ogni titolo, anche quello di santo, pare togliere familiarità. Ai santi diamo una fama, una storia, una leggenda, un’aureola. C’è in noi l’istinto di mettere ogni cosa in prospettiva; se no, ci pare meno valida e meno bella. L’episodio più comune della loro vita finisce nello straordinario, anche perché viene raccontato e ripetuto devotamente da tanti, e ognuno vi lega un po’ del suo cuore, quando non v’aggiunge dell’angustia. Io mi sento trasportato verso le devozioni che mettono i santi a portata di mano. Gesù si lascia toccare il lembo della veste, accarezzare dai fanciulli, lavare i piedi dalla Maddalena, baciare da Giuda, schiaffeggiare dai servi di Caifa, sputacchiare, crocifiggere... Li voglio così i miei santi!  Il panegirico dà la misura delle distanze, agghiaccia il cuore, ci disobbliga da ogni impegno di sforzo. Un bell’altare, con nimbi d’angeli, statue dorate e disumanate, tacita la dimenticanza, come un monumento funerario. Oggi, invece, i santi ci vengono incontro insieme, e fanno il Paradiso, qui nella mia povera chiesa, davanti ai miei occhi annebbiati di tristezze. Si ha un bel dire: è bello credere! Ma se il Paradiso non si mette un poco sulle nostre strade, se il di là non diviene un po’ di qua, come resistere? Ognissanti è la festa della santità senza nome. Quanti santi! Il santo, come il Figlio dell’uomo, non grida. Per questo, nessuno gli bada. Egli passa nell’ombra della nostra dispettosa noncuranza, che ha occhio e voce per tutti, fuorché per chi è veramente meritevole. Nella nostra giornata, c’imbattiamo continuamente nel santo, così, senza accorgerci. Spesso l’abbiamo in casa. La domestica, che si dimentica di avere un cuore e un diritto per diventare il nostro straccio: lo spazzino, che non vedremo mai al lavoro, perché quando ci alziamo egli ha già ultimato il suo lavoro: l’operaio, che scansiamo per non sporcarci: l’inferiore, che trattiamo come un cane: il prete, grossolano e malvestito, che guardiamo con aria sprezzante e insultante. Il santo è Cristo che passa. Finché t’ho cercato sui libri, o volto beato e benedetto di mia santa madre Chiesa, non t’ho mai trovato amabile. Oggi, che ti spio attraverso la sconfinata bontà anonima, ogni altra memoria, per quanto oscura e indegna, mi appare come l’ombra d’una chiarezza eterna, eternamente amabile”.

Ma questa è una “lieta notizia” per noi; perché sta a dire che la santità è a nostra portata, che la santità è il dono per eccellenza, è la grazia deposta in ciascuno di noi e che non è poi così difficile divenire santi (è la lezione che, spesso, don Bosco impartiva ai suoi ragazzi!).

Allora se è importante riconoscere i santi che sono accanto, è altrettanto importante credere al santo che è in noi, quello che chiede di nascere e che noi, spesso, ci rifiutiamo di lasciar uscire dal limbo. Solo a volte affiora come una luce improvvisa che è, poi, un atto di ingiustificata e gratuità carità. Ma poi ci mostriamo incapaci di dare a quel movimento una qualsiasi continuità, di affermarlo in noi, di rigettare nell'ombra quanto lo contraddice ed in cui mettiamo il nostro interesse più essenziale.

Dovremmo scoraggiarci e finire per disperare della santità? Oppure dobbiamo riconoscere che anche i santi conclamati hanno conosciuto queste difficoltà, queste derive e questi silenzi? Forse la cosa che conta è un’altra: impedire che il santo in noi muoia. “Sulla terra”, diceva un autore (Louis Lavelle), “non vi sono che santi in potenza”: essi ricevono l’esistenza solo da se stessi attraverso molti errori, tribolazioni e cadute. É il coraggio che fa i santi; ed il coraggio stesso non é altro che la fiducia in una grazia che viene dall'alto e che è sempre presente, anche se noi non sappiamo sempre accoglierla. Sembra, molto spesso, che il santo sia pure colui che ha una più forte volontà, che non cessa di combattere e di vincere. Ma si potrebbe anche dire che è colui il quale ha minor volontà: perché la volontà è sempre inseparabile dall'amor proprio, essa cerca la conquista ed il trionfo. Ora, per cosi dire nella santità, la volontà viene eclissata; lascia in sé campo libero ad un'azione che la sorpassa infinitamente, ma che la solleva, alla quale si tratta per lei soltanto di essere docile; essa cede il posto all'amore. E' già molto che con i suoi movimenti particolari rifiuti di porgli ostacolo.

É questo po’ di coraggio che dobbiamo, oggi, invocare. Ammoniva Nazareno Fabretti: “I cristiani sono rei di «non santità» nella misura in cui sono privi di coraggio. La Chiesa non è vecchia; la Chiesa è giovane. Vecchi, tardivi, esitanti, paurosi, sono soltanto troppi cristiani. Appunto e solo da questo contrasto fra la giovinezza della Chiesa e la vecchiezza pavida di molti suoi figli nasce e si configura ostinatamente nella mente e nel cuore di troppa gente lo scandalo dei ritardi e della viltà”.

Il Signore ci liberi dalla viltà di chi non crede nella sua grazia, di chi non consente alla grazia di operare quel capolavoro che è, in potenza, dentro ciascuno di noi.

 

 

don Giannantonio Bonato

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