Chiesa Francesco

Comunità o moltitudine (di pochi)?

Sono convinto che il sinodo dovrebbe porsi la domanda se e quanto esistano davvero delle comunità cristiane.


In questo articolo affermavo che il primo tema che il sinodo dovrebbe affrontare sarebbe quello della condizione umana, pastorale e spirituale, dei nostri preti. Credo però che questo tema non sia disgiungibile da un altro che, se si vuole lavorare dignitosamente sul primo, non può non essere affrontato: le condizioni delle dimensioni umane, pastorali e spirituali delle nostre comunità, soprattutto quelle parrocchiali.

Questi tre aggettivi non sono a caso. Ma soprattutto sono tutti connessi tra loro. Al momento, l’impressione che ho è che nelle nostre comunità si cerchi di mantenere accesa la vita spirituale comunitaria, la catechesi dei bambini e un po’ di carità (non sempre), ipotizzando, forse, che ciò sia capace di dare corpo alla dimensione umana della comunità.

Nella liturgia l’offertà si concentra essenzialmente sulle messe. Resta qualche celebrazione di sacramenti, funerali, benedizioni, rosari, coroncine varie, vie crucis, celebrazioni penitenziali (poche!), celebrazione della Parola (molto poche!). Ma i frutti di queste “azioni” non sembrano riuscire a dare maggiore vita alle relazioni umane della comunità.

La pastorale spesso si esaurisce nel catechismo per un numero sempre più esiguo di bambini e ragazzi, quasi sempre direzionato alla prima comunione e alla cresima; la catechesi dei giovani è una emorragia continua e quella per adulti è davvero una rarità (e ci sarebbe poi da discutere molto su come viene svolta); la pastorale della carità è effettiva quasi solo la dove i numeri dei frequentanti la comunità sono abbastanza elevati, e spesso le “Caritas” diocesane svolgono un ruolo di supplenza per molte comunità parrocchiali in cui la cura della carità è quasi assente.

Effetto di ciò è che la dimensione umana mostra tutta la difficoltà della vita comunitaria. Il tessuto di relazioni connesse con la vita effettiva di tutti i giorni e non necessariamente legate ad azioni liturgiche o pastorali, sembra davvero molto sfilacciato e slabbrato. Moltissime persone che la domenica frequentano la stessa messa, una volta fuori da lì non si salutano nemmeno, e se si incontrano per altri motivi, il fatto di essersi visti a messa è assolutamente ininfluente e anzi a volta anche occultato. La sensazione di appartenenza ad un gruppo di persone che condivide un territorio e una stagione di vita, e in essa una fede, è estremamente rara, e resta presente forse solo in piccoli centri che, nonostante tutto, continuano a percepire il radicamento nel loro “qui e ora”.

Probabilmente solo i cosiddetti “cerchi magici” delle comunità, cioè il gruppo ristretto di persone che il prete è riuscito a collegare a sé, mostrano di avere un tessuto di relazioni umane abbastanza consistente. Salvo poi dover riconoscere che in essi, la qualità di tali relazioni non è sempre molto evangelica, sia tra di loro, sia soprattutto verso chi non fa parte del “cerchio magico”.

Questo mostra, secondo me, in modo inequivocabile, come la frammentazione post moderna sia entrata nel tessuto stesso delle nostre chiese e ci abbia reso una moltitudine, più o meno consistente, di persone che vivono le une accanto alle altre, ma che non hanno relazioni significative sufficienti, tanto che sono convinto che il sinodo dovrebbe porsi come prima domanda se e quanto esistano davvero delle comunità cristiane. Luoghi, cioè, in cui la vita umana, quella pastorale e quella spirituale si influenzano a vicenda in modo significativo e la fede vive incarnata nella vita reale delle relazioni tra le persone ed è perciò un collante abbastanza vero e non mai scontato.

Allora, se il sinodo decidesse di porsi questa domanda, dovrebbe non occuparsi solo delle dimensioni spirituali e pastorali, perché queste scelte sono manchevoli della base dei rapporti umani di quella comunità. Non a caso, al momento vedo molte persone che si affannano a dare indicazioni su come rianimare la pastorale, o la liturgia, soprattutto parrocchiale. Personalmente credo che già la scelta di questo verbo segnali la percezione di fondo che chi fa queste proposte ha sulla condizione della comunità. Rianimare ha a che fare con un moribondo, e se questa è l’unica scelta, è facile attivare una specie di accanimento terapeutico per le nostre parrocchie che non servirebbe a nessuno. Molto presto il mondo si incaricherebbe di staccarci la spina. Pochissimi purtroppo, oltre a ciò, si addentrano nelle proposte per tessere di nuovo il tessuto umano delle relazioni sociale di una comunità parrocchiale.

E su questo il sinodo dovrebbe fare uno sforzo davvero importante per non rendere inefficacie eventuali scelte sulle altre due dimensioni.

 

 


di Gilberto Borghi

tratto da Vinonuovo.it

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