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Come i ragazzi parlano dell'amore

Ho passato una bella mattinata sul Ponte Milvio, a Roma, sotto il sole d'agosto a leggere le scritte degli innamorati che lo coprono a meraviglia. Che volete: un ponte da leggere mi attira più di un ponte da attraversare. Se poi si tratta di pietre antiche con sopra le parole d'oggi, trovo la cosa ancora più coinvolgente.


Come i ragazzi parlano dell'amore

da Quaderni Cannibali

del 07 novembre 2007 (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = '//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1'; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs);}(document, 'script', 'facebook-jssdk')); 

 

 

I lettori sanno la mia passione per le scritte sui muri: «Cerco parole umane. Che cosa c'insegnano i blog e le scritte sui muri» (Regno-att. 14,2007,511). Qui riprendo quella riflessione, con la novità che le scritte di quella puntata le avevo trovate in vari luoghi di Roma e d'Italia e toccavano i più vari argomenti, mentre queste le ho lette tutte in un luogo e rispondono a una sola musa: Erato - da Eros - ispiratrice del canto corale e della poesia amorosa.

 

«Si amano come nessuno mai»

 

È ben vero che a leggere centinaia di graffiti amorosi l'uno dietro l'altro l'effetto è simile all'abbuffata di dolci che si fa a Natale, o di giochi a Gardaland il giorno che ci porti i figli. Ma il lettore non tema: qui riporto solo le scritte più originali. Partiamo dalla figura dell'iperbole, che caratterizza più d'ogni altra la dichiarazione affettiva.

 

«Federico ed Emanuela si amano come nessuno mai è riuscito fino a oggi», leggo all'inizio della mia passeggiata lungo la spalletta destra del ponte per chi viene dal centro della città e va verso il Foro italico. La pretesa dei due è così ingenua che altri due la cavalcano goliardicamente, scrivendo accanto: «Io e Simo di più. Ah ah!!».

 

«Oggi sono due mesi che stiamo insieme e direi che sono stati mesi bellissimi ke nemmeno Dio sa!!!». L'iperbole tradizionale suonava: «Ti voglio bene che solo Dio sa quanto»; è conseguente che la cultura secolare suggerisca che «nemmeno» Dio può saperlo. «Oggi facciamo un mese e io ti amo da una vita. By Momo x Moma». Nella stagione dei legami brevi il «compimese» è divenuta una gran tappa. «Sei la cosa più bella che sia capitata nella mia vita»: è abusato, ma ci recapita un'eco dell'esultanza di Adamo alla vista di Eva.

 

Simile all'iperbole - ma più indicativa dell'anima dello scrivente - è la proiezione verso una relazione duratura: «Luca non mi lasciare mai!».

 

«Credi al destino, i nostri camminano insieme». «Cucciolo mio ti amo da morire. Non importa dove, Roma, Modena, Australia… L'unica cosa che voglio è stare con te. Elisa». Mi azzardo a immaginare che Elisa sia di Modena, essendo Roma e l'Australia mete del suo felice vagabondare in coppia. «Cri e Marty. Io e te sempre o mai»: qui c'è il rifiuto della provvisorietà, come a dire che se il nostro legame non è «per sempre» dovremmo lasciarci subito.

 

Ma è frequente anche l'accettazione disincantata della provvisorietà.

 

«Uno dei tanti stupendi momenti insieme… e non ce ne saranno tanti altri. Noemi ti amo. Gabriele». Non sappiamo il motivo della previsione negativa e ci azzardiamo a sperare che si tratti di un impedimento materiale, come se l'uno o l'altra stesse per partire. «Che dici: durerà? Io so solo una cosa… lo spero». «Nel più intimo del cuore ogni ragazzo e ogni ragazza coltiva il sogno di un amore che dia senso pieno al proprio avvenire», ha detto il papa a Loreto ad apertura della gran veglia del 1° settembre.

 

Su tutti i messaggi che dicono «sempre», «per sempre», «forever» e - in linguaggio da SMS - «4 ever» do la palma a questo, che immagino sia di una piccola donna che mette spericolatamente in conto il disamore altrui: «Ti amerò sempre anke quando non vorrai». «La mia droga si chiama Julie» era un film di François Truffaut di quando avevo venticinque anni, e qui leggo: «Amore per me sei diventata una dependency!!» (intendendo dipendenza da droga).

 

«Sei proprio la mia toporagna»

 

Sono arrivato in capo alla sponda destra, dove trascrivo l'ultimo giocoso graffito: «Sei proprio la mia toporagna». Ed eccomi a spulciare il notes alla ricerca dei nomignoli più insoliti già incontrati. Tegolino mio, panzerottina mia: e qui siamo nel mangereccio. Tigrotta e tigrino fanno una coppia felicemente felina. Ciccino, kikkotto, pisola (che sarà magari una che dorme deliziosamente) e pagnottella (forse una rotondetta). Morbidone + patata, patata + piccolino, riccio, coniglietto, diavoletta, micia + patato, pikkia.

 

La buona frequenza di patato e patata mi ha ricordato che una volta - a Ferrara - avevo trovato un appagato: «Patatonzola ti amo. By Patatonzolo». È evidente l'indole mammona dei nostri ragazzi: una si sente chiamare «patata» dalla mamma fino ai 15 anni e quando ne ha 16 chiama «patato» il ragazzo del primo bacio.

 

Il nomignolo più sorprendente che ho trovato sul ponte è questo: «Non ti lascerò mai puzzona mia!». Ma per lo più si va nel risaputo: «Valentina la pecorina mia per sempre. Andrea». Oppure il nomignolo è per sé stessi, anche se il motivo della felicità è l'altra che delicatamente resta innominata: «Io morbidone sono l'uomo più felice del mondo».

 

C'è chi si affida al Cantico dei cantici, ritenendo che comunque non riuscirebbe a dirlo meglio: «Come sigillo sul tuo cuore come sigillo sul tuo braccio… perché l'amore è forte come la morte… e le acque non lo spegneranno. Luca e Federica».

 

Altro spunto ebraico-cristiano: «La vita è un dono meraviglioso che il Signore ci ha dato, ma quando è passato con te è qualcosa di veramente speciale. Maira».

 

A chi non c'è più: «Mai mi scorderò di te»

 

Qui non si nomina Dio ma il sentimento è di chi lo frequenta: «Mi hai regalato una gioia immensa decidendo di metterti con me e la nostra favola diventerà ancora più bella quando arriveranno i nostri cuccioli», scrive lei e lui sottoscrive in colonna come su un registro dei matrimoni: «Grazie perché hai dato un senso alla mia vita. Massimo».

 

Ho trovato persino un messaggio dedicato a uno o a una che non c'è più: «Mai mi scorderò di te. X sempre tu sarai la stella che da lassù da guida mi farà…». M'incanta l'idea che qualcuno, immagino giovane, affidi la memoria dell'amato all'affollato muro degli innamorati. Mi abbaglia di tenerezza.

 

Sulle pietre del ponte non manca lo sberleffo, altrimenti non sarebbe commedia umana. «L'amore è tutto una burla», e qui il risentimento ci appare aizzato dalla sovrabbondanza di sentimenti squadernati su quelle due sponde. Oppure sono parole che riflettono una coriacea alterità, quale si potrebbe esprimere anche nell'atrio di un museo o sul retro di Montecitorio: «Andate tutti a cagare». Le battute acide sul Ponte Milvio sono poche e le assorbi bene. Fanno l'effetto dello «sgroppino» a metà del pasto e subito puoi tornare ad abbandonarti all'onda amica. Molte scritte trasmettono la sorpresa di un sentimento che ti sta portando dove non sai. «No te conosco y ya te amo. Manu!» (Non ti conosco e già ti amo): lo interpreto come l'entusiasmo di uno spagnolo o d'una spagnola che ha fatto una bella conoscenza romana e subito sono andati a farsi promesse sul ponte dei ponti.

 

«Solo a pensarti mi vengono i brividi»

 

«Lo so è strano ma ti amo». Capita infatti che uno lì per lì quasi non ci creda. «Non so se è amore - magari l'amore fosse questo. Io ti amo ma tu dove sei?». Anche l'amata del Cantico a lungo chiede dove sia l'amato. «Ti ho conosciuto per sbaglio ma è stato lo sbaglio più bello della mia vita. Elena». Lo sbaglio più bello: un ossimoro del tipo «felice colpa». «Solo a pensarti mi vengono i brividi». Io dico che c'è speranza finché questo avviene. «Stefano ti adoro e non me lo so spiegare. Marta».

 

Non manca l'affetto combattuto: «Sei uno stronzo ma ti amo». Aforisma rassegnato di una ragazza equivalente a quest'altro di mano maschile: «Francy stupidina ma speciale».

 

C'è anche l'affetto in progress: «Principessa ti amo anke se non lo meriti 8.6.07 - Mo' forse te lo meriti 19.6.07». Qui dobbiamo immaginare che il Ponte Milvio la faccia da notaio per due successive deposizioni.

 

Ma lo storico ponte è anche il depositario di appelli accorati. «Hatty ritorna in te! Giuliana». «Ti rivoglio - tua Monica - 23.4.06». «Tato non cambiare mai!». C'è persino un messaggio di cui il ponte amico sembra destinato a restare l'unico affidatario, non essendo espresso né il mittente né il destinatario e professandosi lo scrivente - o la scrivente - come intenzionato a non dichiararsi: «Sei la mia vita anche se non lo dico e non lo leggerai mai». Perché la scritta abbia un senso qui bisogna anche immaginare che l'altra o l'altro non sia un tipo da andare a curiosare sulle pietre del Ponte Milvio. Più frequente, ovviamente, è il messaggio mirato a raggiungere chi - si suppone - frequenti il socievole ponte: «Stefano ti voglio… accorgiti di me».

 

I graffiti migliori credo siano quelli con più significati tra loro intrecciati, come capita ai movimenti dell'anima. Sopra a tutti metto questo, dove forse l'oggetto innominato è «il mio sentimento per te», rivolto cioè a un partner al momento renitente, o latitante, o disertore: «Lo custodisco e lo conserverò finchè ne avrai bisogno».

 

Una conferma alla mia fiducia di padre

 

Questa la leggo come un'accorata confessione solitaria di una ragazza fedele a uno sventato che forse è finito in carcere: «26.06.07. Ieri sarebbero stati 32 mesi che stavo con il mio ragazzo… proprio ieri ha fatto una 'cazzata'. Ma io lo amo ancora da impazzire». Questa donna così determinata non parla a lui, si direbbe che parli al ponte. O a Dio.

 

Ecco due ragazzi che interpretano a loro favore anche gli imprevisti di una gita favolosa e faticosa insieme - e lo leggo come un segno della bontà del loro rapporto: «C'è magia tra noi! Vacanza stupenda, poi Roma, lo scooter, persi per la tangenziale… tutto ciò non potrà mai finire».

 

Non finirà l'avventura degli uomini e delle donne che si cercano e si attirano. Il ponte delle scritte mi conferma nella mia fiducia di padre verso la costellazione che vedo sale all'orizzonte.

Luigi Accattoli

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