Con questa nuova stagione, il buon Richard Kermode (pianista nei primi anni settanta di Janis Joplin e Santana), il mio pseudonimo, ha deciso di cambiare il nome alla rubrica. Proviamo allora dare ragione del nuovo nome.
Nel mio libro di lettura in IV elementare (era il libro che si accompagnava al Sussidiario, conteneva dei brani a volte divertenti oppure edificanti) c’era un curioso anedotto.
Un uomo scendendo allegramente da una collina, inciampa e cade, ma malauguratamente un ramo per terra gli provoca la perdita di un occhio. L’uomo corre in paese gridando, la gente accorre, e lui a squarciagola dice: “Sono fortunato, sono fortunato!”. Uno degli abitanti del villaggio si avvicina e gli dice: “Come fortunato? Ma sei hai perso un occhio?”. E lui, prontamente, risponde: “Certo che sono fortunato! Pensa se il ramo fosse stato biforcuto!”.
L’aneddoto porgeva la possibilità che qualcosa di nuovo, di inedito e certamente negativo, potesse contenere, malgrado tutto, qualcosa di prezioso… insomma: avrebbe potuto andar peggio.
Un inciampo può fare imprecare (molto spesso), ma che può anche aprire orizzonti nuovi, insperati. Un’occasione affinché la nostra umanità, inciampando, possa interrogarsi, coinvolgersi personalmente.
“Inciampo” etimologicamente deriva da “ciampa”, zampa in napoletano, una parola non nobile, potremo dire ruspante, di vita vissuta. Il nostro tempo accelerato ci fa vivere le cose come ovvie, problematizzare spesso ha il sapore della perdita di tempo, di qualcosa di
“pesante”. Siamo sempre ripiegati sulla soluzione di problemi, che spesso ci fanno arrabbiare, lamentare.
Normalmente il “problema” non diventa una “questione”, prima di trovare una soluzione potrebbe essere qualcosa che potrebbe interrogarci, magari sui significati, sui nostri desideri con cui viviamo la vita.
L’inciampo può essere un’occasione, se la si vuole cogliere, oppure resta solo qualcosa di cui imprecare. La speranza è che queste poche parole possano, magari, essere un inciampo.
So long
Versione app: v3.73.0 (a1926df5)