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Certe morti ci interrogano

Deve farci star male il non saper rispondere ad alcune domande fondamentali, che si impongono a tutti coloro che non sono prigionieri della superficialità: che senso ha il vivere? Da dove viene la nostra vita e dove va? Perché esistiamo?


Certe morti ci interrogano

da L'autore

del 16 gennaio 2008

Senza entrare in polemica con il sindaco di un paese di 1000 anime e con i giornalisti, che hanno stigmatizzato il fatto, vorrei segnalare che troppi segnali di morte giungono dal mondo giovanile. Dovrebbero preoccupare i futuri amministratori, che vengono eletti in questi giorni.

Nei loro discorsi abbiamo sentito ben pochi parlare di una seria politica per i giovani: le risorse sono sempre povere, quando si parla di sostenere iniziative promosse dai giovani nel tempo libero. I giovani non sono tutti contenti di subire il tempo libero, vogliono essere protagonisti attivi. Ma quali morti? Non certo quelle dei 1200 bambini che nel mondo ogni ora perdono la vita per miseria o malattia. Sono morti lontane e gli sguardi di questi innocenti non trafiggono né inquietano la nostra coscienza.

Non sono queste le morti che ci interrogano! Sono quelle vicine del ragazzino trovato rantolante sulla panchina di un parco, perché ha sniffato gas, del bimbo ucciso dalla madre impazzita, dei giovani che muoiono sulla strada al ritorno da una festa...

Ci interrogano perché potrebbero essere quelle del proprio figlio o figlia, perché potrebbe succedere anche a noi. Non so se questo sia giusto: lo sguardo dell’innocente povero e privo di difesa, è forse meno «terribile» di quello dei nostri ragazzini, che hanno tutto? O forse hanno poco, perché nel tutto manca amore, lo stare dell’adulto, che dovrebbe accompagnare la crescita di chi è giovane, senza difesa in un mondo che stenta sempre più a dare senso alla propria vita non più illuminata dalla presenza di Dio?

Deve farci star male il non saper rispondere ad alcune domande fondamentali, che si impongono a tutti coloro che non sono prigionieri della superficialità: che senso ha il vivere? Da dove viene la nostra vita e dove va? Perché esistiamo?

Sono domande che nessuno può evitare del tutto, a meno che rinunci ad essere uomo. Il non tentare una risposta è un deludere anche i ragazzi, che se l’attendono per non essere vittime della noia, del non-senso, dell’indifferenza, del rifiuto o del disprezzo di un dono – l’esistenza – che non viene vissuta nell’esuberanza della giovinezza ma nella desolazione di una solitudine, che toglie la speranza, il sorriso, la gioia.

Sfogliando i giornali sulle tragedie di questi giorni, ho ritrovato l’esagerato chiacchiericcio dei commenti, tante analisi e inviti alle famiglie a educare i figli, a stare loro vicini, ma non ho trovato un riferimento a Dio, a cammini educativi che si radicano nel Vangelo, nell’esperienza di santi educatori come don Bosco, nei luoghi della speranza che sono gli oratori, le associazioni, i movimenti, i gruppi di volontariato...

Eppure ci sono, esistono, hanno cresciuto generazioni di giovani. Hanno forse perso di significatività se nessuno ne parla, se i giovani li disertano e le famiglie non li frequentano? Certe morti interrogano i credenti, forse più noi di chi è lontano da Dio o non lo conosce.

Il cardinale Tettamanzi, per rispondere, ci invita ad essere «luce» e «sale», «trasparenza luminosa» di Gesù: «Questo è il compito grave ed esaltante che tutti insieme vogliano vivere con fiducia e tenacia, con entusiasmo a passione » per dare una risposta a chi ci domanda conto della nostra speranza. Non è un compito libero, che possiamo rimandare! Chi aspetta una risposta credibile, non può attendere oltre.

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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