News 3

Cento anni fa nasceva lo scautismo

Uno dei fenomeni più originali e incisivi, in campo educativo, sorti nel secolo XX è stato lo scautismo, che ha celebrato il 1° agosto 2007, con un Jamboree (raduno mondiale degli scout), il centenario della nascita, avvenuta con un campo sperimentale nell'isola di Brownsea, nel Sud-est della Gran Bretagna, ai primi di agosto del 1907. Oggi lo scautismo è un movimento mondiale, diffuso in 216 Paesi e territori del mondo e di cui fanno parte 38 milioni di bambini, ragazzi, giovani, adulti, uomini e donne.


Cento anni fa nasceva lo scautismo

da Quaderni Cannibali

del 22 settembre 2007

Uno dei fenomeni più originali e incisivi, in campo educativo, sorti nel secolo XX è stato lo scautismo, che ha celebrato il 1° agosto 2007, con un Jamboree (raduno mondiale degli scout), il centenario della nascita, avvenuta con un campo sperimentale nell’isola di Brownsea, nel Sud-est della Gran Bretagna, ai primi di agosto del 1907. Oggi lo scautismo è un movimento mondiale, diffuso in 216 Paesi e territori del mondo e di cui fanno parte 38 milioni di bambini, ragazzi, giovani, adulti, uomini e donne. Ne parliamo qui con una certa ampiezza per l’importanza che esso ha avuto in campo educativo e per il fatto che ha rappresentato per un grande numero di ragazzi e di giovani, maschi e femmine — e rappresenta ancora oggi per un numero considerevole di essi — un tempo di crescita umana e cristiana, che ha lasciato nella loro vita un segno di gioiosa freschezza e di coraggioso impegno a servizio degli altri. Ma ne parliamo anche perché lo scautismo, nella sua configurazione cattolica, è stato per molti ragazzi e giovani un aiuto e uno stimolo nel loro difficile cammino di fede, ad essi prestato da giovani capi e da sacerdoti — gli assistenti ecclesiastici — con non pochi sacrifici: di questo contributo alla missione di evangelizzazione della Chiesa non si può non fare grata memoria in questo centenario.

Il metodo scout

La storia dello scautismo italiano è complessa e travagliata. Un’opera che ne fa un’ampia e accurata narrazione, fondata su una documentazione di prima mano, è quella di Mario Sica 1 e ad essa rimandiamo. Ricorderemo qui soltanto alcuni eventi che hanno segnato in maniera più profonda la vita dello scautismo italiano nel suo primo secolo di vita.

Si deve rilevare, anzitutto, che esso nasceva da un’esperienza che il suo fondatore, il generale inglese Robert Baden-Powell (1857-1941), fece nella guerra anglo-boera (1899-1902): allo scopo di risparmiare uomini per la prima linea, fu costituito un «corpo di cadetti», ragazzi dai 9 ai 18 anni, con una propria uniforme e con compiti di staffette, portaordini e portalettere. I ragazzi risposero con entusiasmo e con alto rendimento alla fiducia in essi riposta, anche nelle circostanze più dure.

Tornato in Gran Bretagna, Baden-Powell pensò di rifarsi a quell’episodio per dar vita a un metodo educativo, proponendosi  quattro obiettivi: formazione del carattere, educazione fisico-igienica, abilità manuale e servizio del prossimo. Obiettivi semplici ma necessari per formare un uomo libero e un buon cittadino. Per raggiungerli, Baden-Powell proponeva una pedagogia fondata su alcuni elementi caratteristici.

Il primo è dare fiducia al ragazzo, che deve sentirsi trattato da uomo, preso sul serio e ritenuto capace di assumersi la  parte di responsabilità sia della propria formazione personale, sia del buon andamento della comunità. Per tutto ciò si fa affidamento sul suo «onore», che si traduce nel «meritare la fiducia» degli altri. Perciò al primo punto della legge Scout è detto che «lo scout pone il suo onore nel meritare fiducia», e nella promessa Scout è detto: «Con l’aiuto di Dio prometto sul mio onore di fare del mio meglio per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio Paese; per aiutare gli altri in ogni circostanza; per osservare la Legge Scout». Questa consta di 10 punti: «La guida e lo scout: 1) pongono il loro onore nel meritare fiducia; 2) sono leali; 3) si rendono utili e aiutano gli altri; 4) sono amici di tutti e fratelli di ogni altra guida e scout; 5) sono cortesi; 6) amano e rispettano la natura; 7) sanno obbedire; 8) sorridono e cantano anche nelle difficoltà; 9) sono laboriosi ed economi; 10) sono puri di pensieri, parole e azioni».

Il secondo elemento caratterizzante il metodo scout è lo sviluppo dall’interno della personalità di ciascun ragazzo, in modo che sia lo stesso ragazzo, con l’aiuto del suo Capo, a scoprire ciò che è dentro di sé, accogliendo e sviluppando quello che è buono ed escludendo quello che è cattivo. In tal modo, il ragazzo si autoeduca.

Il terzo elemento è l’aderenza alla psicologia del ragazzo nei diversi stadi del suo sviluppo. Così al bambino, che tra gli 8 e gli 11 anni è portato al gioco, all’avventura, al movimento, al fantastico, si propone il vivere all’aria aperta, il contatto con la natura, lo sviluppo della fantasia, il cercare e scoprire cose nuove, l’imparare a districarsi nelle difficoltà, l’essere fedele a regole precise di comportamento. Agli adolescenti tra i 12 e i 17 anni, che amano recitare, costruire, discutere, si propongono giochi educativi, che non siano un mero passatempo ma abbiamo scopi precisi e siano eseguiti secondo regole chiare, argomenti di discussione, servizi impegnativi.

Il quarto elemento è l’educazione nella comunità, per cui ogni scout si sente responsabile, compiendo con impegno le funzioni che gli sono affidate.

Infine, il quinto elemento molto importante nella pedagogia scout, è l’educazione religiosa. Baden-Powell, che personalmente era profondamente religioso, anche se di una religiosità molto semplice, affermava che «nessun uomo può essere veramente buono se non crede in Dio e non obbedisce alle sue leggi. Per questo tutti gli scout devono avere una religione». Perciò nello scautismo di Baden-Powell non c’era posto per i non credenti e gli atei. Egli raccomandava ai giovani la lettura della Bibbia e lo studio della natura, al fine di fortificare la propria fede e renderla parte della propria vita quotidiana. Ma, sul piano pratico, egli era aperto a tutte le confessioni religiose e consentiva che alla formazione religiosa dei ragazzi provvedessero le rispettive autorità religiose.

In conclusione, il metodo scout fonda la sua forza sul valore dell’imparare facendo, attraverso un’esperienza concreta di vita all’aria aperta e ridotta all’essenziale, di vita comunitaria, in cui si impara a servire e a prendersi cura degli altri, sforzandosi di vivere secondo la legge Scout, alla cui osservanza ci si è impegnati con la promessa Scout.

L’organizzazione scout

Lo scautismo italiano è organizzato su quattro livelli (livello nazionale, regionale, di zona e di gruppo). Ognuno di questi livelli possiede una sua struttura. Ma il cuore dell’azione educativa è il gruppo, composto dai capi e da adulti che hanno la responsabilità dei ragazzi con cui vivono a stretto contatto per un servizio gratuito. Essi formano la Comunità-Capi e promuovono la loro azione secondo il «Progetto educativo» di gruppo. Per poter svolgere il loro servizio, i componenti della Comunità-Capi devono aderire a un «Patto Associativo», in cui si afferma che «lo scopo dell’Associazione è quello di contribuire alla crescita dei ragazzi secondo il principio dell’autoeducazione, che è proprio dello scautismo». Della Comunità-Capi fanno parte gli assistenti ecclesiastici, nominati dai vescovi.

Per quanto riguarda i bambini, i ragazzi e i giovani adulti che fanno parte dell’Associazione, essi sono suddivisi in «branche», secondo tre fasce di età. Così, la branca lupetti e coccinelle raccoglie bambini e bambine dagli 8 agli 11/12 anni; la branca esploratori e guide i ragazzi e le ragazze dai 12 ai 15 anni, mentre i giovani dai 16 ai 20/21 anni formano la branca rover e scolte. La proposta educativa scout si attua secondo una metodologia differente per ogni branca, che può essere «mista» (composta di maschi e femmine), «monosessuale» oppure «parallela» (due diverse unità composte soltanto di maschi e soltanto di femmine, che vivono una serie programmata di attività, durante l’anno), ed è diretta da due capi, in genere un uomo e una donna, in base al principio secondo il quale ogni ruolo, a qualsiasi livello, è affidato congiuntamente a un uomo e una donna.

Così la proposta educativa per la branca lupetti e coccinelle ha come elemento centrale il gioco e l’ambiente fantastico della giungla e del bosco, ispirato al Libro della giungla di R. Kipling. E i capi assumono nomi fantastici: Akela (il capo del branco dei lupi) per i lupetti, Baloo (l’orso grigio) per l’assistente ecclesiastico. L’azione educativa si fonda sul gioco, eseguito secondo regole precise e complesse affinché i piccoli si responsabilizzino attraverso l’assunzione di impegni concordati e poi verificati con i capi. E il clima di famiglia felice farà crescere la piccola comunità fraterna.

Per la branca esploratori e guide, l’elemento centrale della proposta educativa è l’avventura. Ragazzi e ragazze sono divisi in squadriglie che prendono nomi di animali e sviluppano un forte spirito di corpo. È in squadriglia che i ragazzi e le ragazze vivono le loro attività: uscite mensili con pernottamento, campi invernali ed estivi. I capi reparto e i capi squadriglia formano il consiglio dei capi, che è l’organo di gestione del reparto. Essi prendono decisioni, programmano e verificano l’andamento del reparto, imparando in tal modo ad assumere decisioni con senso di responsabilità.

La branca rover e scolte ha fatto fatica a trovare la sua fisionomia. Rispetto alle due branche precedenti, i rover (persone in viaggio, sulla strada) abbandonano alcuni elementi esteriori dello scautismo, adatti ai ragazzi più piccoli, conservando però la vita all’aperto (intesa come «vita rude», esposta alle difficoltà del freddo, della pioggia, della stanchezza, della fame, nella forma tipica del campo mobile), le riunioni di studio e le attività di servizio del prossimo, individuali e collettive. In quest’ultima branca si conclude l’itinerario formativo dello scautismo con due momenti distinti: il noviziato e il clan. Il noviziato è un anno in cui il rover e la scolta decidono se proseguire il proprio percorso scout e si conclude con la firma della carta di clan, cioè con l’accettazione di un programma di vita, che comporta il «servire», cioè un impegno serio e continuativo o all’interno dell’associazione (come aiuti dei capi) o in altri campi sociali. Noviziato e clan hanno come elemento classico di verifica e di rifornimento spirituale la route, ossia il campo mobile, da cui nasce lo «spirito della strada», che caratterizza la personalità dello scout. Sui 20 anni si ha la conclusione dell’itinerario educativo scout che normalmente comporta la «partenza», cioè l’uscita dalla comunità scout per porsi al servizio della società.

Terminato il cammino formativo scout nell’età giovanile, diversi adulti continuano a sentire profondamente l’influsso positivo di tale formazione nella loro vita e cercano di coltivarne lo stile e i valori attraverso forme di vita associativa e di formazione permanente adatte alla loro età e condizione, ad esempio di persone sposate o impegnate ecclesialmente. Sono nati così in diversi Paesi i Movimenti degli Adulti Scout, che si mantengono in contatto fra loro anche a livello internazionale. In Italia, il Masci (Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani) si è segnalato per il suo sforzo di elaborare una forma di metodo scout adatto all’età adulta, con iniziative di vita comunitaria, di formazione permanente e di servizio per gli altri. Spesso ai «vecchi scout» in queste attività si uniscono i loro coniugi e altre persone, in particolare i giovani genitori di lupetti ed esploratori e guide, che si avvicinano con entusiasmo allo scautismo tramite i loro figli. Non si tratta di un movimento numericamente rilevante a livello nazionale (non raggiunge i 10.000 iscritti), ma spesso le sue comunità svolgono a livello locale servizi significativi di carattere ecclesiale, sociale, civile.

Prime esperienze di scautismo in Italia

Quanto abbiamo detto fin qui è il punto di arrivo di un lungo cammino storico, che è necessario descrivere almeno nelle sue linee essenziali, riferendoci in particolare all’Italia. Nel nostro Paese le prime esperienze di scautismo si ebbero nel 1910, ad opera del baronetto inglese F. P. F. Vane, con la creazione, a Bagni di Lucca, di una «squadra» scout, e con la fondazione dell’associazione «Ragazzi Esploratori Italiani» (Rei) ad opera dell’inglese J. Spensley e dell’italiano M. Mazza 2. A Milano il primo esperimento scout si ebbe con la creazione dei «Ragazzi Pionieri», ad opera di U. Perucci. Nel 1915 questo gruppo divenne l’Associazione Nazionale Pionieri Italiani (Anpi). Ma questi primi esperimenti di scautismo italiano furono di portata limitata. Solamente con la nascita del Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani (Cngei), nell’ottobre 1912, si ebbe un’organizzazione scout di ampiezza nazionale, completa nei suoi organi e — ciò che più contò — appoggiata dalle autorità governative e militari, che vedevano nel Corpo uno strumento di preparazione militare e logistica dei giovani in vista della guerra ormai imminente. Infatti il Cngei non solo ebbe come presidenti il gen. Zoppi e l’amm. Bettolo, benché il fondatore fosse stato il prof. C. Colombo, ma ebbe anche il patrocinio del Re e il favore del Ministero della Pubblica Istruzione, che lo raccomandava ai Provveditorati agli Studi e ai capi d’istituto, nonché delle autorità militari. Il favore e la stima di cui godeva il Cngei furono tali che, nel 1916, facevano parte del suo Consiglio direttivo nazionale, fra gli altri, G. D’Annunzio, G. Giolitti, L. Bissolati, P. Mascagni, V. E. Orlando, S. Sonnino, L. Luzzatti, F. Martini. Ma tale favore da parte dei rappresentanti del Governo, dell’esercito e della cultura non si tradusse nella crescita numerica del Corpo, che non sembra abbia superato i 10.000 aderenti, probabilmente, per il suo militarismo, per il suo centralismo e, soprattutto, per la sua areligiosità; infatti era stato eliminato il nome di Dio dalla formula del giuramento e il Corpo rimaneva estraneo a qualunque manifestazione confessionale (Statuto del 1916); ciò che, nel clima laicista del tempo, dominato dalla massoneria, significava l’esclusione completa della pratica religiosa dalle attività scout.

Questo punto, soprattutto, impediva ai giovani cattolici di partecipare al Cngei. Di qui il tentativo, fatto dalla «Gioventù cattolica italiana» di un accordo con il Cngei, che consentisse alle organizzazioni cattoliche di formare raggruppamenti di scout secondo le norme dello statuto del Cngei; tali raggruppamenti avrebbero avuto ampia libertà per manifestazioni religiose e sarebbero stati rappresentati negli organi direttivi del Cngei. L’accordo fallì, perché nel Cngei presero il sopravvento il militarismo e l’anticlericalismo. Ciò spinse la Gioventù Cattolica a creare l’Asci (Associazione Scoutistica Cattolica Italiana) nel gennaio 1916: commissario centrale fu eletto il conte Mario di Carpegna. Per superare alcune riserve degli ambienti vaticani, ci furono contatti con la Santa Sede, la quale, con un telegramma del Segretario di Stato, card. P. Gasparri, al conte Mario di Carpegna, diede il primo riconoscimento allo scautismo cattolico italiano con la nomina del p. G. Gianfranceschi, gesuita, ad assistente ecclesiastico dell’Asci, col titolo di «vice commissario centrale ecclesiastico dell’Associazione scoutistica cattolica italiana» (15 giugno 1916) 3.

In realtà, giungere a questo traguardo non era stato facile. Dapprima La Civiltà Cattolica e poi altri organi di stampa italiani si erano detti fortemente contrari allo scautismo. Nel quaderno 1517 del 1913, il p. A. Leanza, nell’articolo «Il movimento dei “boy scouts”», si chiede se lo scautismo non sia, in fondo «un puro naturalismo», a motivo delle cure che si hanno per il corpo e per tutto ciò che ad esso si riferisce. Si riconosce che in Gran Bretagna il movimento scout «non è asservito ad alcuna setta», e «la massoneria non stende su di esso il suo impero. Ciò è pure qualche cosa, ma non può bastare». Infatti se in Gran Bretagna, lo scautismo può dirsi religiosamente «neutro», non può dirsi tale in altri Paesi, come la Francia, la Spagna e l’Italia, dove la neutralità «importa indifferenza, anzi astensione dall’esercizio della religione». Infine si conclude che il movimento scout «offre vantaggi non privi di pericoli forse maggiori» 4.

Assai più aspre furono le critiche dell’Unità Cattolica di Firenze, per la quale lo scautismo rappresentava «il trionfo di una virtù tutta pagana sulle rovine dell’antica morale mutilata» (4 gennaio 1914) e «una branca ben coperta, ma perciò più pericolosa, dell’internazionale verde (la massoneria); una specie di semenzaio di massoncelli per le più fiorenti logge del domani» (22 gennaio 1915).

Nel 1915 La Civiltà Cattolica intervenne nuovamente sul tema dello scautismo e lo fece in maniera assai più dura della prima volta. Tale durezza si spiega col fatto che nel 1914 era nato il Corpo Nazionale dei Giovani Esploratori Italiani (Cngei), al quale il prof. C. Colombo, nella sua veste di commissario generale, aveva dato uno statuto in cui si affermava che «l’Istituzione rimane estranea a qualunque questione religiosa» (art. 2). Si trattava, per la rivista, di trovare «la via che meglio riuscirà a difendere dalla perversa educazione laica il maggior numero possibile di giovani». La via migliore, per La Civiltà Cattolica, era o quella di creare «un corpo di esploratori cattolici non aggregato al Cngei o quella di potenziare i ricreatori cattolici». Ad ogni modo, era importante «mantenere sempre la propria indipendenza morale e religiosa, ove si creda conveniente promuovere l’istituzione dei Giovani Eploratori Cattolici». Bisognerebbe, però, dare «bando risolutamente alla Unione delle Giovinette Esploratrici, annunziata con incredibile audacia dal Colombo nel 1° articolo del suo Statuto» 5.

Scioglimento e rinascita dell’Asci

Fallito l’accordo con il laico Cngei, l’Asci fece da sé, riuscendo ad avere un notevole sviluppo: gli 80 reparti tesserati del 1919 (ciascuno con una media di 40-50 ragazzi) divennero 275 nel 1922. Ma con l’avvento del fascismo, che era intenzionato a inquadrare tutti i ragazzi italiani in un’unica organizzazione fascista — l’Opera Nazionale Balilla (Onb) — l’Asci venne sciolta col decreto legge n. 5 del 9 gennaio 1927. Pio XI aveva cercato di difenderne l’esistenza, ma invano, in quanto non riuscì che a salvare «le opere con finalità prevalentemente religiose», cioè, in pratica, la Gioventù di Azione Cattolica. Ci fu un tentativo di inserire gli scout cattolici nella Onb, ma il Duce si oppose personalmente. Così, il 6 maggio 1928, l’Asci si sciolse formalmente. Il numero dei soci oscillava tra i 16.000 e i 17.000 6.

Con l’autoscioglimento del 1928, l’Asci non morì. Gruppi clandestini in alcune città continuarono le attività scout. Questo spiega la sorprendente rapidità con cui l’Asci rinacque dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943). Infatti, nel novembre 1944, contro il disegno del prof. L. Gedda di inglobare nell’Azione Cattolica tutte le organizzazioni giovanili cattoliche, l’Asci fu dichiarata «aderente» all’Azione Cattolica, conservando la propria autonomia «per quanto si riferisce al suo spirito, alla sua tecnica e alla sua tipica organizzazione», e nel 1946 fu definita opera «coordinata» all’Azione Cattolica, in pratica del tutto indipendente da questa. Così nella campagna per le elezioni politiche del 18 aprile 1948, l’Asci non si schierò a fianco dei Comitati civici di Gedda, anche se molti scout a titolo personale si impegnarono per la vittoria della DC.

Sotto l’occupazione tedesca di Roma aveva avuto inizio lo scautismo cattolico femminile col nome di Associazione Guide Italiane (Agi). L’8 dicembre 1944, mons. Montini, Sostituto alla Segreteria di Stato, in una lettera a mons. V. Gilla Gremigni, comunicò l’approvazione dell’Agi da parte di Pio XII, il quale raccomandava che l’Agi mantenesse «armonia di opere e di intenti», in particolare con la Gioventù Femminile di Azione Cattolica, e che fosse mantenuta «una netta separazione» tra l’Agi e l’Asci 7.

Da parte sua l’Asci, nel dopoguerra, si diede un’organizzazione più articolata: mentre prima della guerra era limitata alla branca esploratori, tra il 1945 e il 1948 si svilupparono come branche distinte quella dei lupetti (8-11 anni) e quella dei rover (16-21 anni). A sua volta l’Agi si articolò in tre branche: coccinelle, guide e scolte. Secondo il desiderio di Pio XII, l’Asci maschile e l’Agi femminile vissero nettamente separate ed ebbero un notevole sviluppo. L’Asci nel 1964 contava 33.000 membri e 57.000 nel 1971. L’Agi negli stessi anni contava 10.500 e 17.000 ragazze.

La nascita dell’Agesci

Negli anni Sessanta e Settanta lo scautismo cattolico italiano condivise le tendenze e le inquietudini che attraversavano tutta la gioventù italiana: l’anti-autoritarismo, l’impegno nel politico e nel sociale, la pari dignità dell’uomo e della donna, vissute con intensità e ardore, scossero lo scautismo italiano. Frutto caratteristico delle riflessioni e dei dibattiti di quegli anni fu un nuovo documento — denominato «Patto Associativo» (1969) — che mirava a esprimere gli elementi essenziali dell’identità «scout e cattolica», maturata nella lunga esperienza dell’Asci. Esso trattava la scelta scout, la scelta cristiana e la scelta politica, «senza timore di contestare tutto il disordine costituito sotto l’ordine apparente». Il Patto ribadiva che l’Asci si qualificava per i suoi scopi educativi e per il metodo dell’autoeducazione; che la «scelta cristiana» doveva essere vissuta «nella Chiesa, intesa non come realtà sociologica, ma come realtà di fede»; che la «scelta scout» riguardava alcuni mezzi tipici dello scautismo: la natura, lo sviluppo fisico, la scoperta, la vita semplice, la figura del Capo, il servizio; che la «scelta politica» richiedeva all’educatore la consapevolezza della valenza politica del suo servizio, ma anche la valutazione delle situazioni in cui «prendere posizione agli opportuni livelli». Il Patto metteva poi l’accento sulla Comunità-Capi, come luogo di corresponsabilità educativa e di formazione permanente. Essa sarà la pietra angolare dello scautismo italiano.

Nel frattempo si avvertì il bisogno di fondere le due Associazioni Asci e Agi. Questa avvenne il 4 marzo 1974 per decisione dei Consigli Generali dell’Asci (a maggioranza) e dell’Agi (nella quasi totalità). Nasceva così l’Agesci, cioè l’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani. Da parte dell’episcopato italiano, prima di concedere l’approvazione dello Statuto, si diede incarico alla Commissione per il laicato di proseguire il dialogo con i dirigenti dell’Agesci «nell’intento di puntualizzare e chiarire aspetti controversi dell’attuale situazione» (28 novembre 1974). I punti da chiarire riguardavano il ruolo dell’assistente ecclesiastico e quindi il principio e i modi dell’«appartenenza ecclesiale» dell’Agesci, il problema della «coeducazione» e il problema della «scelta politica». Dopo le chiarificazioni che condussero a lievi cambiamenti dello Statuto dell’Agesci, questo il 15 gennaio 1976 fu approvato dalla Conferenza Episcopale Italiana (Cei), la quale nominò quattro assistenti centrali dell’Agesci.

Così gli anni Settanta furono per lo scautismo italiano anni non facili — anche per una scissione nell’Asci —, ma fecondi anche numericamente: nel 1974 i soci dell’Agesci erano 83.186, nel 1977 erano saliti a 101.464 e nel 1994 a 191.834 8.

Lo scautismo oggi e domani

Attualmente l’Agesci mantiene relazioni con il Masci e ha rapporti amichevoli con il Cngei, col quale forma la Federazione italiana dello scautismo (Fis). È formata da 1967 Gruppi, 6.421 Unità, 145.210 soci e 32.035 Capi. Le Regioni, in cui è maggiormente presente, sono il Veneto (19.311 soci) l’Emilia Romagna (17.140), la Lombardia (14.790), la Sicilia (13.373), il Lazio (12.234), la Puglia (9.468), il Piemonte (8.417).

Se l’Agesci è indubbiamente la principale associazione scout italiana, in una panoramica sullo scautismo cattolico italiano non si può dimenticare l’esistenza di una seconda associazione, nata nel 1976 per l’iniziativa di alcuni gruppi provenienti dall’Asci che non si riconoscevano nella nascente Agesci. Si tratta della Associazione Italiana Guide e Scout d’Europa Cattolici, aderente alla Federazione dello Scoutismo Europeo (Fse), che intende caratterizzarsi per una rigorosa apoliticità, una stretta appartenenza ecclesiale e un netto rifiuto della coeducazione, cioè delle unità miste di ragazzi e ragazze, oltreché per un recupero di tradizioni metodologiche dell’Agi e dell’Asci. Attualmente in Italia questa seconda associazione scout cattolica ha circa 19.000 aderenti.

In occasione della memoria di san Giorgio, protettore dello scoutismo, il 23 aprile scorso, i vescovi del Consiglio Permanente della Cei hanno inviato un ampio messaggio «agli scout cattolici italiani», che mette in rilievo i valori essenziali della pedagogia scout e la feconda sintesi con la fede operata dallo scautismo cattolico: «Lo scautismo cattolico è stato e continua ad essere un elemento prezioso nel tessuto ecclesiale e sociale nel nostro Paese, che ha servito attraverso una limpida — a volte straordinaria — testimonianza del Vangelo e mediante l’assunzione delle responsabilità di una cittadinanza attiva, generosa e libera, carica di slancio e di speranza, dedita alla ricerca del bene di tutti».

Mercoledì 1° agosto in tantissimi Paesi del mondo al mattino presto gli scout si sono dati appuntamento per una suggestiva e significativa «Cerimonia dell’alba», con l’intenzione di salutare l’alba del secondo secolo dello scautismo. Al momento culminante, alle 8 del mattino, hanno rinnovato insieme la Promessa. Così, per un giorno intero, secondo il succedersi dei fusi orari, gli scout hanno ridetto il loro impegno religioso, umano, civile, la loro dedizione al servizio per gli altri. Durante l’udienza generale di quel giorno, un mercoledì, il Santo Padre, dopo aver salutato un gruppo di scout presenti, ha continuato: «Auguro di cuore che il movimento educativo dello scoutismo, scaturito dalla profonda intuizione di Lord Robert Baden-Powell, continui a produrre fecondi frutti di formazione umana, spirituale e civile in tutti i Paesi del mondo» 9.

Al Jamboree in Gran Bretagna, il cardinale Murphy O’Connor ha presieduto la celebrazione di una messa alla presenza di molte migliaia di scout, durante la quale è pure stata data lettura di un messaggio augurale del Papa. Vi si affermava fra l’altro: «In un tempo in cui tanti giovani si trovano confusi e disorientati, il Santo Padre incoraggia i capi scout a continuare a offrire un servizio inestimabile che ha reso possibile a milioni di giovani di diventare adulti liberi, responsabili e generosi, capaci di far buon uso dei loro talenti e di metterli al servizio dei loro fratelli e sorelle».

Non è qui possibile richiamare neppure in breve le molte parole di incoraggiamento dei Papi per lo scautismo. Vogliamo tuttavia chiudere questa breve sintesi storica dello scautismo cattolico italiano con le parole che il 25 settembre 1972 Paolo VI rivolse al Comitato mondiale degli scout: «È nostra speranza che il movimento scout continuerà ad essere una forza potente nell’instillare i valori autentici e durevoli, e diventare perciò uno strumento per realizzare un mondo basato sull’amicizia e la fraternità mondiale» 10.

 

 

 

 

1 Cfr M. SICA, Storia dello scoutismo in Italia, Scandicci (Fi), La Nuova Italia, 1987. Una sintesi di quest’opera si trova in ID., «Scoutismo cattolico», in Dizionario storico del Movimento cattolico in Italia, vol. I/II, Torino, Marietti, 1981, 373-379. Cfr anche P.  BERTOLINI - V. PRANZINI, Scoutismo oggi. Il segreto di un successo educativo, Bologna, Cappelli, 1981; V. SCHIRRIPA, Giovani sulla frontiera. Guide e Scout cattolici nell’Italia repubblicana (1943-1974), Roma, Studium, 2006; P. DALTOSO, Nascita e diffusione dell’ASCI (1916-1928), Milano, FrancoAngeli, 2006; G. BASADONNA, Agesci. Un cammino di speranza, Roma, Borla, 1979.

 

2 Le comunità di ragazzi iniziate da Mario Mazza in Liguria, denominate «Gioiose», sono considerate il primo esperimento di scautismo cattolico in Italia.

 

3 È opportuno notare l’appoggio autorevole che trova in Vaticano il nascente scautismo cattolico italiano. Papa Benedetto XV non fa mancare messaggi di incoraggiamento per i primi reparti che vengono fondati; egli inoltre onora di grande stima il conte Mario di Carpegna, nominandolo fin dall’inizio del suo pontificato «Comandante della Guardia Palatina d’Onore», e non si può non osservare che il p. Gianfranceschi, quando fu nominato dal Papa primo assistente centrale, era professore presso la Pontificia Università Gregoriana e membro della Pontificia Accademia delle Scienze, diventando dopo breve tempo rettore della Gregoriana e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 1930 il p. Gianfranceschi sarà nominato direttore della nascente Radio Vaticana, e collaborerà con Guglielmo Marconi alla sua realizzazione tecnica. Sulle due figure di Mario di Carpegna e p. Gianfranceschi, il Centro Documentazione Agesci ha pubblicato recentemente un interessante quaderno: Fondatori dell’ASCI, Roma, 2006. Sul rapporto fra i Papi e lo scoutismo si veda: G. MORELLO - F. PIERI (ed.), Documenti pontifici sullo scoutismo, Milano, Àncora, 1991; La nostra strada con te. Le parole di Giovanni Paolo II agli scout, Roma, Centro Documentazione Agesci, 2004.

 

4 In Civ. Catt. 1913 III 562-578.

 

5 Ivi, 1915 II 269-284.

 

6 Cfr G. SALE, «Pio XI, Mussolini e il regolamento dei balilla», in Civ. Catt. 2007 I 112-125. Pio XI aveva una grande stima per lo scautismo cattolico e si adoperò con tutte le sue forze per la sopravvivenza dell’Asci. Fu solo per «impedire un male maggiore» che egli si risolse a subire lo scioglimento dell’Associazione Scoutistica Cattolica Italiana.

 

7 Cfr G. MORELLO - F. PIERI, Documenti pontifici sullo scoutismo, cit., 97-99.

 

8 La vicenda dello scautismo cattolico italiano nel secondo dopoguerra fino alla nascita dell’Agesci è stata studiata e descritta in modo approfondito, in rapporto al contesto ecclesiale, sociale e politico italiano del tempo in V. SCHIRRIPA, Giovani sulla frontiera. Guide e Scout cattolici nell’Italia repubblicana, cit.

 

9 Un chiaro richiamo alla fraternità e alla collaborazione fra le diverse associazioni scout francesi di ispirazione cattolica è contenuto nel bel messaggio inviato in occasione del centenario dello scautismo dal Papa al card. Ricard, presidente della Conferenza Episcopale Francese, con la data 22 giugno: «Mi rallegro che, dopo l’appello lanciato nel 1997 dal mio Predecessore per una maggiore unità nello scautismo cattolico, si possano attuare delle collaborazioni, nel rispetto delle sensibilità di ciascun movimento, in vista di una più grande unità nella Chiesa».

 

10 G. MORELLO - F. PIERI, Documenti pontifici sullo scoutismo, cit., 231.

 

Giuseppe De Rosa S.I.

http://www.laciviltacattolica.it

Mucha Suerte Versione app: 4e9c9ca