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CAPO XIX

Più lunghe e più intime furono le rela¬≠zioni del Savio con Massaglia di Marmorito, paese poco distante da Mondonio.


CAPO XIX

da Spiritualità Salesiana

del 05 maggio 2009

Sue relazioni col giovane Massaglia Giovanni.

Più lunghe e più intime furono le rela­zioni del Savio con Massaglia di Marmorito, paese poco distante da Mondonio.

Vennero amendue contemporaneamente nella casa dell’Oratorio; erano confinanti di patria; avevano amendue la stessa vo­lontà di abbracciare lo stato ecclesiastico, con vero desiderio di farsi santi­.

- Non basta, un giorno Domenico diceva al suo amico, non basta il dire che vogliamo farci ecclesiastici, ma bisogna, che ci ado­periamo per acquistare le virtù che a questo stato sono necessarie.

- È vero, rispondeva l’amico, ma se facciamo quello che possiamo dal canto no­stro, Dio non mancherà di darci grazia e forza per meritarci un favore così grande quale si è diventar ministri di Gesù Cristo. Venuto il tempo pasquale fecero cogli al­tri giovani gli spirituali esercizi con molta esemplarità. Terminati gli esercizi, Dome­nico disse al compagno: Voglio che noi sia­mo veri amici; veri amici per le cose del­l’anima; perciò desidero che d’ora in avanti siamo l’uno monitore dell’altro in tutto ciò che può contribuire al bene spirituale. Quin­di se tu scorgerai in me qualche difetto, dimmelo tosto, affinché me ne possa emen­dare: oppure se scorgerai qualche cosa di bene che io possa fare, non mancar di sug­gerirmelo.

- Lo farò volentieri per te, sebbene non ne abbisogni, ma tu lo devi fare assai più verso di me, che, come ben sai, per età studio e scuola mi trovo esposto a maggiori pericoli.

- Lasciamo i complimenti da parte ed aiutiamoci vicendevolmente a farci del bene per l’anima.

Da quel tempo il Savio ed          il Massaglia divennero veri amici, e la loro amicizia fu durevole, perché fondata sulla virtù; giac­ché andavano a gara coll’esempio e coi consigli per aiutarsi a fuggire il male e praticare il bene.

Alla fine dell’anno scolastico, subiti gli esami, fu a ciascun giovane della casa data licenza di andar a passare le vacanze o coi genitori o con qualche altro parente.

Alcuni, mossi dal desiderio di progredire nello studio ed attendere meglio agli esercizi di pietà preferirono di rimanere all’Oratorio, e tra questi furono Savio e Massaglia. Sapendo io quanto fossero an­siosamente aspettati dai parenti, e quanto essi medesimi avessero bisogno di ristorare la loro stanchezza, dissi ad ambidue: Per­ché non andate a passare qualche giorno in vacanza? Essi invece di rispondere si mi­sero a ridere. - Che cosa volete dirmi con questo ridere?

Domenico rispose: Noi sappiamo che i nostri parenti ci attendono con piacere; noi eziandio li amiamo e ci andremmo volentieri; ma sappiamo che l’uccello finché trovasi in gabbia non gode libertà, è vero; è per altro sicuro dal falcone. Al contrario se è fuori di gabbia, vola dove vuole, ma da un momento all’altro può cadere negli arti­gli del falcone infernale.

Ciò non ostante ho giudicato bene di mandarli qualche tempo a casa pel bene della loro sanità, e si arresero alla mia volontà soltanto per ubbidienza, restandovi quei soli giorni che erano stati strettamente loro comandati.

Se volessi scrivere i bei tratti di virtù del giovane Massaglia, dovrei ripetere in gran parte le cose dette del Savio, di cui fu fedele seguace finché visse. Egli godeva buona salute, e dava ottima speranza di sé nella carriera degli studii. Compiuto il corso di rettorica, subì con esito felice l’e­same per la vestizione clericale. Ma questo abito, da lui tanto amato e tanto rispettato poté soltanto portarlo alcuni mesi. Colpito da una costipazione, che aveva aspetto di semplice raffreddore, non voleva nemmeno interrompere i suoi studi. Pel desiderio di fargli fare una cura radicale, e per toglierlo dall’occasione di studiare, i genitori lo condussero a casa. Fu nel tempo di questa sua dimora in patria che scrisse al suo amico una lettera del seguente tenore:

 

Caro amico,

 

Mi pensava di. dover passare solamente alcuni giorni a casa e poi ritornare all’Ora­torio, perciò ho lasciato tutti i miei arnesi di scuola costì. Ora per altro mi avveggo che le cose vanno a lungo e l’esito di mia malattia rendesi ognor più incerto. Il me­dico mi dice che va meglio. A me sembra che vada peggio. Vedremo chi ha ragione. Caro Domenico, io provo grande afflizione lungi da te e dall'Oratorio, perché qui non ho comodità di attendere agli esercizi di divozione. Solo mi conforto rammentando quei giorni che noi fissavamo per prepa­rarci ed accostarci insieme alla santa co­munione.

Spero nulladimeno che, sebbene separati di corpo, nol saremo di spirito.

Intanto io ti prego di andare nello studio e di fare una visita da questore al mio can­cello. Ivi troverai alcune carte manoscritte, là vicino havvi ìl mio amico, il Kempis, ossia. De imitatione Christi. Farai di tutto un pacco solo e me lo invierai. Bada bene che tal libro è latino; perché sebbene mi piaccia la traduzione, tuttavia è sempre una tra­duzione, ove non trovo il gusto che provo nell’originale latino. Mi sento stanco dal fare niente; tuttavia il medico mi proibisce stu­diare. Fo molte passeggiate per la mia ca­mera, e spesso vado dicendo: Guarirò da questa malattia? Ritornerò a vedere i miei compagni? Sarà questa per me l’ultima malattia? Che che ne sia per essere di tutte queste cose, Dio solo il sa. Parmi di es­sere pronto a fare in tutti e tre i casi la santa ed amabile volontà di Dio.

Se hai qualche buon consiglio, procura di scrivermelo. Dimmi come va la tua sa­nità; ricordati di me nelle tue preghiere e specialmente quando fai la santa comu­nione. Coraggio, amami di tutto cuore nel Signore; che se non potremo trattenerci insieme lungo tempo nella vita presente, spero che potremo un giorno vivere felici in dolce compagnia nella beata, eternità.

Saluta i nostri amici e specialmente i con­fratelli della compagnia dell’Immacolata Concezione. Il Signore sia con te e credimi sempre il tuo affezionatissimo

Massaglia Giovanni

 

Domenico esegui la commissione dell’a­mico, e, nel mandargli quanto gli chiedeva, univa la seguente lettera:

 

Mio caro Massaglia,

 

La tua lettera mi ha fatto piacere, per­ché con essa fui assicurato che tu vivi an­cora, perciocché dopo la tua partenza noi non avevamo più avuto notizie di te e non sapeva se dovessi dirti il Gloria Patri o il De profundis. Riceverai gli oggetti che mi hai richiesto. Debbo soltanto notarti che il Kempis è un buon amico, ma egli è morto, né mai si muove di posto. Bisogna adunque che tu lo cerchi, lo scuota, lo legga, ado­perandoti per mettere in pratica quanto ivi andrai leggendo.

Tu sospiri la comodità che abbiamo qui per gli esercizi di pietà, ed hai ragione. Quando sono a Mondonio ho il medesimo fastidio. Io studiava di supplire con fare ogni giorno una visita al SS. Sacramento, procurando di condur meco quanti com­pagni poteva. Oltre al Kempis leggeva il Tesoro nascosto nella santa messa del beato Leonardo. Se ti par bene fa anche tu al­trettanto. Mi dici di non sapere se ritor­nerai all’Oratorio a farci visita; la mia carcassa appariste anche assai logora, e tutto mi fa presagire che mi avvicino a gran passi al termine de’ miei studi e della mia vita. Ad ogni modo facciamo così preghiamo l’uno per l’altro, perché ambi­due possiamo fare una buona morte. Colui che sarà il primo di noi ad andarsene al Paradiso prepari un posto all’amico, e quando lo andrà a trovare, gli porga la mano per introdurlo nell’abitazione del Cielo. Dio ci conservi sempre in grazia sua, e ci assista a farci santi, ma presto santi, perché temo che ci manchi il tempo. Tutti i nostri amici sospirano il tuo ritorno al­l’Oratorio e ti salutano caramente nel Si­gnore.

Io poi con fraterno amore ed affetto mi dichiaro sempre

Affezionatissimo amico

Savio Domenico.

 

La malattia del giovane Massaglia dap­prima sembrava leggiera; più volte parve perfettamente vinta, più volte ricadde, fin­ché quasi inaspettatamente venne all’estre­mo della vita.

«Egli ebbe tempo, scriveva il teologo Valfré direttore spirituale nelle vacanze, di ricevere colla massima esemplarità tutti i conforti di nostra santa cattolica religione; moriva della morte del giusto che lascia il mondo per volare al cielo» ([1])

Alla perdita di quell’amico il Savio fu profondamente addolorato, e sebbene ras­segnato ai divini voleri lo pianse per più giorni. Questa è la prima volta che vidi quel volto angelico a rattristarsi e piangere di dolore. L’unico conforto fu di pregare e far pregare per l’amico defunto. Fu udito talvolta ad esclamare: Caro Massaglia, tu sei morto, e spero che sarai già in compa­gnia di Gavio in paradiso, ed io quando andrò a raggiungervi nell' immensa felicità del cielo?

Per tutto il tempo che Domenico soprav­visse al suo amico l’ebbe ognor presente nelle pratiche di pietà e soleva dire, che non poteva andar ad ascoltare la santa messa, od assistere a qualche esercizio di­-| p. 94 |-voto senza raccomandare a Dio l’anima di colui che in vita erasi cotanto adoperato pel suo bene. Questa perdita fu assai dolo­rosa al tenero cuor di Domenico, e la me­desima sanità di lui fu notevolmente alte­rata.

[1] Il sacerdote teologo Valfrè Carlo nacque in Villa­franca di Piemonte il 23 luglio 1813. Con una con­dotta veramente esemplare e con felice successo egli percorreva la carriera degli studi; secondando la sua vocazione abbracciò lo stato ecclesiastico. Con zelo apostolico lavorò più anni nel sacro ministero, finché in un concorso fu giudicato degno della parochia di Marmorito.

Era indefesso nello adempimento de’ suoi doveri. L’istruzione ai poveri ragazzi; l’assistenza agli in­fermi; sollevare i poverelli erano le doti caratteri­stiche del suo zelo. Per bontà, carità e disinteresse poteva proporsi a modello di qualunque sacerdote che abbia cura di anime.

Quando le cure parochiali il comportavano, egli an­dava altrove a dettare esercizi spirituali, tridui, no­vene e simili. Il Signore benediceva le sue fatiche, le quali erano sempre coronate da frutto copioso.

Ma nel tempo che noi avevamo maggior bisogno di lui, Iddio lo trovò maturo pel cielo. Dopo breve ma­lattia, colla morte del giusto, egli passava alla vita beata nella bella età d'anni 47, il 12 febbraio dell’anno 1861.

Questa perdita privò la Chiesa di un degno ministro, tolse a Marmorito un pastore che a buon diritto chia­mavasi il padre del popolo; ma siamo tutti non poco consolati nella speranza di aver acquistato un bene­fattore presso Dio in cielo.

san Giovanni Bosco

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