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Buona la minestra della zia! Non siamo mai contenti di niente! (Lc 10, 21-24) SE...

Non è raro trovare gente che non riesce ad apprezzare l'esistenza che conduce... Da bambini ci sembrava sempre più buona la minestra della zia; da grandi al gusto uniamo il lamento, al lamento l'abitudine e all'abitudine l'ingratitudine. E non sappiamo più godere delle cose semplici della vita...


Buona la minestra della zia! Non siamo mai contenti di niente! (Lc 10, 21-24) SERIE: D'amore si muore, di speranza si vive

da L'autore

del 30 novembre 2005

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Non è raro, trovare gente che non riesce ad apprezzare l’esistenza che conduce, l’ambiente, la città, la cultura, il paesaggio, le possibilità di vita di cui possiamo godere.

È una tendenza antropologica più forte di noi. Da bambini ci sembrava sempre più buona la minestra della zia. Da grandi al gusto uniamo il lamento, al lamento l’abitudine, all’abitudine l’ingratitudine e in questa sequenza non sappiamo più godere delle cose semplici della vita.

Non scorgiamo più il miracolo di un giorno nuovo che comincia, la gioia di godere della salute, la bellezza di avere forza per fare tante cose. Quando non le avremo più, saremo una lagna per tutti quelli che incontriamo. È un difetto anche della nostra società opulenta; non siamo mai contenti di niente, non apprezziamo quello che abbiamo.

Gesù probabilmente nella sua predicazione si è scontrato con gente che non riusciva a capire la grandezza di quello che stava accadendo con la sua presenza nel mondo. Avevano aspettato per secoli un segno, un futuro diverso, un messia e si erano stufati di attenderlo. Quando è arrivato, non lo hanno riconosciuto.

Ma tra la folla che lo seguiva c’era gente semplice senza tante strutture di pensiero o gabbie di abitudini. Solo questi lo hanno capito, hanno saputo scorgere in lui la novità di un Dio amabilissimo e vicino, di una Parola che va dritta al cuore. Mi scrive un ateo convinto: per me Dio non esiste, posso vivere senza inginocchiarmi, né di fronte a Dio, né di fronte ad altre divinità la ragione è il contrario di una divinità che impone la genuflessione, lascia libero l’uomo di pensare ciò che vuole. Per me vivere senza Dio non è un tormento. Io trovo in me stesso, solo in me stesso la forza di emergere più forte da ogni prova.

Certo se la ragione diventa un assoluto non c’è spazio per la sorpresa, l’accoglienza di un gesto d’amore. Invece si può essere razionali fino in fondo e accogliere qualcuno che va oltre non contro. Molti avrebbero desiderato udire quel che voi udite e non l’udirono, conoscere la bellezza del Vangelo e invece hanno dovuto accontentarsi del buonsenso, dei talk show, delle fiction. Quando siamo troppo pieni di noi, perdiamo la saggezza della vita. C’è una possibilità nel nostro mondo di poter tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede? O ci chiediamo di farci sbattezzare?

Sicuramente sì, se tendiamo la vita come un arco.

È una speranza da nutrire.

Ma dove la trovo?

mons. Domenico Sigalini

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