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Benigni all'Università presenta la Vergine Maria (Paradiso - Canto XXXIII)

Presentiamo on-line una trascrizione di una Lecturae Dantis tenuta da Roberto Benigni in diverse università italiane. Gli interventi di Benigni furono tenuti nella Scuola Normale di Pisa, nell'Università La Sapienza di Roma, nell'Università di Padova, nell'Università di Bologna. La trascrizione è stata curata da Giulia Balzerani (santamelania.it) e non rivista dall'autore


Benigni all'Università presenta la Vergine Maria (Paradiso - Canto XXXIII)

da Teologo Borèl

del 26 novembre 2005

Dante nell’ultimo canto del Paradiso ci vuol dire come è fatto Dio. La grandezza è che ce lo descrive. La cosa che fa venire male nel corpo e nell’anima è che Dante ci dice esattamente come è fatto Dio. Ci dice come è vestita la Madonna, che odore ha la Madonna! Ci dice in che rapporto stanno tutti i santi e tutti i beati del Paradiso e tutti noi. Vede negli occhi di Cristo i miei, i tuoi, i suoi, tutti i nostri occhi. Non è come quando si vede un film, dice: “Orca se alla fine non mi fanno vedere chi è...”. Lui ce lo dice, dicendoci continuamente che non lo può dire, e alla fine ce lo descrive. E’ un regalo spettacolare. Ora voi sentite che cosa Dante ha pensato perché vuole che S.Bernardo dica alla Madonna, proprio come un avvocato - il famoso “doctor mellifluus”, S.Bernardo da Chiaravalle - come un avvocato gli dice Dante: “Scusa glielo dici te alla Madonna se posso guardare Dio per un secondo? Fammelo vedere un secondo. Non è che sono cattivo, ma ormai son qui!” Come se gli dicesse: “Come fo’ a dirglielo io alla Madonna? Diglielo te”. E S.Bernardo è come se uno dice: “Va bene, guarda, c’è questo mio amico, ha fatto un viaggio, ora non te lo sto a raccontare, vorrebbe vede’ Dio un secondo. Scusa è, ma è proprio per poterlo dire a tutti gli uomini che ne hanno bisogno, poi lui è uno che scrive bene, ci pensa lui guarda. Se glielo potessi far vedere, Madonna”. Ma alla Madonna lui gli deve dire quanto è bella. E’ come uno che è gentile con una donna, e gli dice: “Signora, lei è una persona straordinaria”. Ecco, uno lo direbbe così. Invece di dire è una persona straordinaria, S.Bernardo alla Madonna gli fa una captatio benevolentiae, che io stupiva, direbbe Gadda. Quando si leggono questi versi.

 

'Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta pi√π che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ’l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

 

e vanno avanti, vanno avanti, non finisce mai. Una bellezza che fa girare la testa, si cominciano a capire... ma chi l’ha messe in bocca queste cose? Come fa una persona a dirgli di no, quando uno gli dice delle cose così? La Madonna dovrebbe dire: “E no, così non si fa”. Ora quando Dante s’accorge - perché Bernardo guarda Dante alla fine della preghiera alla Madonna - s’accorge Bernardo che la Madonna accetterà, allora Bernardo guarda Dante e sorride e gli fa... “Ci siamo, secondo me te lo fa vedere!” Perché Dante dice:

 

Bernardo m’accennava, e sorridea,

perch’io guardassi suso; ma io era

già per me stesso tal qual ei volea:

 

Figurati, Dante aveva capito prima di S. Bernardo, sarà mica più scemo. Come ha capito che lo vedeva, Dante si era subito montato. “Figurati, me lo fanno vedere!” Vedere Dio. Ora quando vede Dio ci sono tre momenti straordinari

 

Qual è colüi che sognando vede,

che dopo ’l sogno la passione impressa

rimane, e l’altro a la mente non riede,

 

Avete visto quando ci svegliamo e ci s’ha la sensazione di aver sognato, non ci si ricorda le immagini, però l’emozione si ricorda. Pensate che bella similitudine, è come se Dante sognasse qualcuno che ha sognato d’aver visto Dio. Questo sembra Borges proprio, sembra una cosa! Quando dice l’oblio è la parte più profonda della memoria! C’è dentro le Mille e una notte, ci sono tutti i libri dell’umanità, è una cosa spettacolare. E poi dice che non si ricorda nulla e sentite che terzina veramente che fa paura dalla bellezza, quando dice che ancora sente nel core la bellezza di quell’immagine della quale ci può dire solo un nonnulla e di quel nonnulla non si ricorda nulla. Dice così:

 

Così la neve al sol si disigilla;

così al vento ne le foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla.

 

 

Che spavento, sono di una bellezza! E poi comincia a descrivere, diciamo così, Dio, e dice che ha visto tre cerchi

 

e l’un da l’altro come iri da iri (arcobaleno da arcobaleno)

parea reflesso

 

Cioè ci sono tre cerchi che bisogna immaginarseli, ma proprio perché inimmaginabili, proprio perché Dio, non li può far vedere. Li dovete sentire con un senso che ancora non abbiamo, ma che sforzandoci potremmo avere. Sono tre cerchi, tre sfere, è come la quadratura del cerchio. Tre sfere uguali e distinte, sovrapposte e tutte nello stesso punto. Dice così:

 

e l’un da l’altro come iri da iri

parea reflesso, e ’l terzo parea foco

che quinci e quindi igualmente si spiri

 

Cioè lo Spirito Santo è il respiro del Padre e del Figlio, ma sta nello stesso punto del Padre e del Figlio. E poi

 

A l’alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e ’l velle,

 

Cioè Dio che rimette tutto a posto, perché S.Bernardo, quando dice alla Madonna di fargli vedere Dio, gli dice anche:

 

Vinca tua guardia i movimenti umani:

 

Nel senso che non si può guardare Dio e torna’ giù e dire: “Sì, l’ho visto, è fatto così, insomma, abbastanza bello...”. Quando si guarda Dio si rimane squinternati. Cioè a dire, S.Bernardo prega la Madonna che lo faccia rimanere in senno, che non riscimunisca. Perché non è che si può guardare Dio da cristiani, da viventi, e rimanere normali. Quindi glielo fa vedere quel momento infinito, eterno, ma temporaneo, quell’attimo eterno, perché lui... e gli fa rimanere sane tutte le facoltà intellettive, umane e corporali. Perché non si può guardare Dio e poi voltarsi: “Ah, l’ho visto, grazie, vi ringrazio a tutti!”, dà la mano e se ne va. E’ una cosa che non si dà.

E dentro, quello che lui vede dentro. Vede

 

sustanze e accidenti e lor costume

 

vede dentro tutto l’universo che è perpetuo, è contemporaneo a Dante, e dentro vede la sua figura. Cioè, nel secondo cerchio della Trinità, in quello del Cristo, Dante vede i suoi occhi, vede se stesso. Ecco l’immagine di Dio! Dentro a questa inintelligibilità - ecco l’ho detta esattamente, anche la parola lunga! E’ una cosa che fa uscire di senno, e non riesce a dirlo e non si dà pace e si tormenta. Finché alla fine Dio gli fa venire dentro la percezione di quello che ha visto. In questo canto c’è tutto il cammino dell’umanità. Non va letto solo teologicamente, ma anche corporalmente. Dobbiamo vedere Dante fisicamente con il suo corpo, con la sua puzza, con i suoi occhi, con i suoi nervi, con i suoi polsi, che sta lì, davanti a Dio e davanti alla Madonna.

 

'Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta pi√π che creatura,

 

3 termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ’l suo fattore

 

6 non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

 

9 così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ’ mortali,

 

12 se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

 

15 sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

 

18 liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

 

21 quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna

de l’universo infin qui ha vedute

 

24 le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

 

27 più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi

più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi

 

30 ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi

di sua mortalità co’ prieghi tuoi,

 

33 sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi

ciò che tu vuoli, che conservi sani,

 

36 dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:

vedi Beatrice con quanti beati

 

39 per li miei prieghi ti chiudon le mani!'.

Li occhi da Dio diletti e venerati,

fissi ne l’orator, ne dimostraro

 

42 quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l’etterno lume s’addrizzaro,

nel qual non si dee creder che s’invii

 

45 per creatura l’occhio tanto chiaro.

E io ch’al fine di tutt’i disii

appropinquava, sì com’io dovea,

 

48 l’ardor del desiderio in me finii.

Bernardo m’accennava, e sorridea,

perch’io guardassi suso; ma io era

 

51 già per me stesso tal qual ei volea:

ché la mia vista, venendo sincera,

e pi√π e pi√π intrava per lo raggio

 

54 de l’alta luce che da sé è vera.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio

che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,

 

57 e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual è colüi che sognando vede,

che dopo ’l sogno la passione impressa

 

60 rimane, e l’altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa

mia visïone, e ancor mi distilla

 

63 nel core il dolce che nacque da essa.

Così la neve al sol si disigilla;

così al vento ne le foglie levi

 

66 si perdea la sentenza di Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi

da’ concetti mortali, a la mia mente

 

69 ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,

ch’una favilla sol de la tua gloria

 

72 possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria

e per sonare un poco in questi versi,

 

75 più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi

del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,

 

78 se li occhi miei da lui fossero aversi.

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito

per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi

 

81 l’aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond’io presunsi

ficcar lo viso per la luce etterna,

 

84 tanto che la veduta vi consunsi!

Nel suo profondo vidi che s’interna,

legato con amore in un volume,

 

87 ciò che per l’universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume

quasi conflati insieme, per tal modo

 

90 che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

La forma universal di questo nodo

credo ch’i’ vidi, perché più di largo,

 

93 dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Un punto solo m’è maggior letargo

che venticinque secoli a la ’mpresa

 

96 che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa,

mirava fissa, immobile e attenta,

 

99 e sempre di mirar faceasi accesa.

A quella luce cotal si diventa,

che volgersi da lei per altro aspetto

 

102 è impossibil che mai si consenta;

però che ’l ben, ch’è del volere obietto,

tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella

 

105 è defettivo ciò ch’è lì perfetto.

Omai sarà più corta mia favella,

pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante

 

108 che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch’un semplice sembiante

fosse nel vivo lume ch’io mirava,

 

111 che tal è sempre qual s’era davante;

ma per la vista che s’avvalorava

in me guardando, una sola parvenza,

 

114 mutandom’io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza

de l’alto lume parvermi tre giri

 

117 di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri

parea reflesso, e ’l terzo parea foco

 

120 che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco

al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,

 

123 è tanto, che non basta a dicer 'poco'.

O luce etterna che sola in te sidi,

sola t’intendi, e da te intelletta

 

126 e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sì concetta

pareva in te come lume reflesso,

 

129 da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,

mi parve pinta de la nostra effige:

 

132 per che ’l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige

per misurar lo cerchio, e non ritrova,

 

135 pensando, quel principio ond’elli indige,

tal era io a quella vista nova:

veder voleva come si convenne

 

138 l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:

se non che la mia mente fu percossa

 

141 da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e ’l velle,

 

144 sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

 

Questo è uno dei canti ritenuti più ostici, in fondo nella sua semplicità, se vogliamo chiamarla così, commovente, perché si sente lo sforzo e questo immaginarsi di bambino. Una lallazione, proprio uno schioccare. Lo dice, che non si può parlare di Dio se non tornando bambini, quando dice:

 

Omai sarà più corta mia favella,

pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante

che bagni ancor la lingua a la mammella

 

E’ un bambino che succhia la mammella della vita, di Dio, dell’universo, di se stesso, del Padre, del Figlio... e si può descrivere Dio e vedere Dio solo con la lingua di un bambino. E non vorrei andare anche nella più frusta convenzione a parlare del mito della creazione, di chi sa che c’è. E’ anche una cosa di una semplicità e di una quotidianità estrema. Questo canto ci fa sentire che non ci ha tradito Dante, alla fine non ci ha tradito. Ha sognato per noi. E’ qualcuno che ha sognato per noi. Il suo sogno durerà più di tutte le nostre notti e di tutti i nostri sonni. E’ qualcuno che noi sogniamo e siccome facciamo sempre capolino ai sogni quando si vuol spiegare qualcosa, diciamo che non ci sta male pensare che tutto quello che viviamo è un sogno, per tornare nella retorica più frusta e che anche quest’incontro è stato un sogno.

Io ora vado avanti così perché mi sono un po’ emozionato a fare il canto, quasi quasi lo vorrei ripetere perché m’è piaciuto tanto ed è la prima volta che faccio il Paradiso. Sono contento, è stata una festa meravigliosa, quindi non so come concludere. Era meglio se finivo con il canto, ora mi sono messo nei guai da solo, ma volevo, non so quanto devo rimanere.

A questo punto il Magnifico Rettore voleva farvi quattro canti dall’Orlando furioso che si era preparato (applausi).

Volevo solo dirvi che questo incontro, quando... con Dante Alighieri... Questa prima veglia, diciamo, che abbiamo fatto, mi piacerebbe tornare, proprio come una volta si faceva, alle veglie, a parlare di Dante, dei demoni, della paura, ci sarà il diavolo, come sarà fatto... C’è qualcuno che lo ha sognato per noi, gli sono grato per tutta la vita, così come sono grato a voi che siete stati ad ascoltarmi, vi abbraccio uno per uno, non tutti insieme, con tutto l’amore del mondo.

Grazie.

 

Roberto Benigni

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