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«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura»

L'Ascensione del Signore significa che un uomo ha raggiunto finalmente la pienezza di vita in Dio, appagando una volta per tutte la sua infinita sete di felicità, di vita e di amore. A livello cristologico significa che il Padre ha incoronato il Suo Figlio, che era stato rifiutato, tradito e rinnegato dai suoi, e lo ha fatto sedere per sempre alla sua destra con il potere di salvare.


«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura»

da Rettor Maggiore

del 25 maggio 2009Omelia nell’ Ascensione del Signore

At 1,1-11; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20

 

 

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

in questo anno in cui commemoriamo il 150° anniversario della fondazione della Congregazione e della Famiglia Salesiana, la Festa di Maria Ausiliatrice assume un tono del tutto particolare, perché con la Chiesa celebriamo la Solennità dell’Ascensione di Gesù. L’Ausiliatrice, pertanto, oggi ci raduna attorno a sé, da vera mamma, per celebrare il trionfo del suo Figlio, glorificato dal Padre davanti ai suoi discepoli.

 

Appunto perché – come affermava Don Bosco – tra noi «Maria ha fatto tutto», Lei ci ha insegnato a mettere il suo Figlio Gesù al centro della nostra vita, come il dono più prezioso che il Padre ci ha dato attraverso la sua maternità. A sua volta, Gesù ci ha lasciato la sua madre come madre nostra. Da Lei abbiamo imparato a fare quello che suo Figlio ci dice.

Oggi La invochiamo perché ci insegni a vivere contemplando il cielo, che è la nostra meta, e, allo stesso tempo, lavorando instancabilmente per la costruzione del Regno del Suo Figlio, che è la missione che Egli ci ha affidata, inviandoci in tutto il mondo a rendergli testimonianza e predicare il Vangelo ad ogni creatura. Si tratta di doni e di compiti più che mai necessari per la nostra umanità oggi, specialmente per i giovani. Questa sarà la forma migliore di avere speranze fondate di continuare a scrivere una storia di salvezza per i giovani, come abbiamo fatto questi 150 anni.

 

Centriamo dunque la nostra riflessione sull’ evento salvifico che oggi siamo chiamati a celebrare. Si tratta di un avvenimento con numerosi risvolti e significati. A livello semplicemente umano, l’Ascensione del Signore significa che un uomo ha raggiunto finalmente la pienezza di vita in Dio, appagando una volta per tutte la sua infinita sete di felicità, di vita e di amore. A livello cristologico significa che il Padre ha incoronato il Suo Figlio, che era stato rifiutato, tradito e rinnegato dai suoi, e lo ha fatto sedere per sempre alla sua destra con il potere di salvare. A livello eclesiologico significa che una volta che il Signore è salito dal Padre e non è più fisicamente presente in mezzo a noi, tocca alla Chiesa prolungare nel tempo la rivelazione dell’amore di Dio attraverso la testimonianza, l’evangelizzazione del mondo, l’impegno nella sua umanizzazione.

 

Ma vorrei oggi, in particolare, mettere a fuoco un elemento che mi sembra assai importante per la nostra spiritualità, quello della speranza che ci sorregge nel nostro cammino e non ci fa perdere di vista il traguardo. Quello che il nostro amato padre, don Bosco, additava in modo assai azzeccato ai suoi ragazzi dicendo: “Un pezzo di cielo aggiusta tutto”.

 

La solennità dell’Ascensione di Gesù in effetti ci manifesta e ci fa pregustare la visione del “cielo”, che è la nostra dimora permanente. Il fatto che uno di noi, Gesù, abbia raggiunto Dio, che è nei cieli, ci ricorda qual è la nostra meta e ci sprona a vivere considerando questa vita come temporanea, non definitiva, e dunque ad anelare a quella che è la nostra vera casa, la nostra vera patria: Dio stesso.

 

L’Ascensione ci svela qual è il futuro che Dio ha riservato ai suoi figli. E il futuro è precisamente quello raggiunto da Gesù. Ecco perché abbiamo bisogno di “vedere” fin d’ora questo cielo, per poter vivere bene già su questa terra: ricolmi di gioia, di entusiasmo.

 

Il mistero dell’Ascensione, appena accennato dal Vangelo di Marco, è narrato con maggiore ampiezza dagli Atti degli Apostoli. Gesù – scrive Luca – al termine dei suoi giorni, dopo aver parlato ai discepoli «fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo». Fu un’esperienza straordinaria per quel piccolo gruppo di discepoli. Possiamo immaginare il misto di stupore e di tristezza per la separazione; tanto che rimasero a guardare il cielo. Mentre erano fissi in questa posizione, «ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù … tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

 

Normalmente si interpreta questo testo come una sorta di dolce ma fermo rimprovero ai discepoli, perché non si fermino a guardare le nubi del cielo, ma ritornino con il loro sguardo e soprattutto con il loro impegno nell’orizzonte della vita di tutti i giorni. Del resto non era stato Gesù stesso ad esortare gli Apostoli, proprio un momento prima di lasciarli, dicendo: «andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15-20) ? Tutt’altro quindi che restare a guardare il cielo!

 

Ma nel tenere gli occhi fissi al cielo c’è anche una verità da cogliere. Non che i cristiani debbano formare un gruppo di esoterici fermi a contemplare dottrine astratte, magari per evadere la complessa e talora durissima vita quotidiana. Tenere gli occhi fissi verso il cielo vuol dire tenere ben fermo lo sguardo alla meta a cui dobbiamo condurre noi stessi e il mondo. Scrive il profeta Isaia: «Nessun orecchio ha mai sentito e nessun occhio ha mai visto … ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano» (Is 64,3).

 

L’ignoranza del cielo che Dio ci ha rivelato rende senza senso e quindi amara e triste, violenta e crudele, la vita sulla terra. Perciò nulla di più assurdo che quello spot apparso su alcuni autobus con la scritta dei cosiddetti “atei umanisti”: “Probabilmente Dio non esiste. Dunque non preoccuparti più. Godi la vita”. L’apostolo Paolo sembra insistere perché i credenti guardino oltre il presente: «La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo» (Fil 3,20). Del resto, chi non vede quanto sia necessario far salire più in alto, appunto verso questo cielo che Gesù ha riaperto, questo nostro mondo spesso trascinato così tragicamente in basso? Siamo entrati nel nuovo millennio senza utopie, senza sogni, a testa bassa e con gli occhi ripiegati solo su noi stessi. E la crisi economica e le guerre e le violenze e il pragmatismo continuano ad avere un predominio incontrastato. E per di più sembra affermarsi più decisamente uno sviluppo senza trascendenza, un relativismo che sfocia nel nichilismo, un predominio della materia sullo spirito.

 

In tal senso, la festa dell’Ascensione è sommamente opportuna, una grazia concessa a noi perché spingiamo il nostro sguardo un po’ più in alto del nostro orizzonte abituale. E vedremmo, come attraverso uno spiraglio, il futuro della storia umana, anzi dell’intera creazione; non un futuro generico, più o meno ideologico e astratto, ma concreto: fatto di “carne ed ossa come vedete che ho io”, potremmo dire parafrasando una affermazione di Gesù.

 

Egli, per primo, ha inaugurato il nuovo futuro di Dio entrandovi con tutto il suo corpo, con la sua carne e la sua vita, che sono carne e vita del nostro mondo. Da quel giorno, il cielo inizia a popolarsi della terra, o, con il linguaggio dell’Apocalisse, iniziano i nuovi cieli e la nuova terra. Il Signore li apre perché tutti possano entrarvi. Già la sua madre, Maria, lo ha raggiunto: assunta anche Lei con il suo corpo, e perciò glorificata ed assisa accanto al Figlio, continua ad essere Ausiliatrice ed intervenire nella storia, per far sì che il Figlio torni a trasformare l’acqua in vino, riempiendo di gioia, di senso e di speranza la vita. L’Ascensione è il mistero della Pasqua visto nel suo compimento, contemplato dalla fine della storia. L’Ascensione non è solo l’ingresso di un giusto nel regno di Dio, ma la gloriosa intronizzazione del Figlio “seduto alla destra” del Padre.

 

Questa raffigurazione, presa dal linguaggio biblico, esprime simbolicamente il potere di governo e di giudizio sulla storia umana del Cristo risorto: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18). Non siamo più immersi in una storia senza orientamento, vittime del caso o degli astri o di forze oscure e incontrollabili. E fanno tristezza coloro che scrutano i cieli (pensiamo alla folla di scrutatori degli oroscopi) in cerca di segni di protezione per fuggire la paura e l’insicurezza della vita.

 

Il Signore asceso è Lui stesso il nostro cielo e la nostra sicurezza. Egli ci attrae verso il futuro che Lui ha già raggiunto in pienezza. E ai discepoli di ogni tempo conferisce il potere di dirigere la storia e il creato verso questa meta: essi possono cacciare i demoni e parlare la lingua nuova dell’amore; possono neutralizzare i serpenti tentatori e vincere le insidie velenose della vita; possono guarire i malati e confortare chiunque ha bisogno di consolazione. Questa forza sostiene e guida i discepoli sino ai confini della terra e verso il futuro della storia. Il Vangelo di Marco conclude: «partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro». Così sia per ciascuno di noi e per tutte le nostre comunità cristiane.

 

Chiediamo a Maria che ci insegni a vivere contemplando, tenendo fisso lo sguardo al cielo, mentre portiamo il Vangelo e Cristo a tutti i giovani del mondo perché abbiano vita in abbondanza.

 

 

 

Torino, 24 maggio 2009

don Pascual Ch√°vez Villanueva

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