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Anche se Benedetto non convertirà il mondo, già lo convince

«C'è tutto lo spazio culturale, etico, filosofico e teologico per ammirare il cristianesimo, per amare la fede degli altri anche senza condividerla. Per ora è un dovere della ragione postmoderna, poi vediamo se diventerà un imperativo di fede».


Anche se Benedetto non convertirà il mondo, già lo convince

da Quaderni Cannibali

del 11 dicembre 2007

Anche chi dubiti dell’esistenza dell’anima, della forma, dello spirito, conosce la tiritera dolce che parla di anime gemelle. Lee Harris, come può constatare il lettore delle idee chiare e distinte pubblicate qui sopra, per quanto mi riguarda è un’anima gemella. La sua presentazione del senso dell’enciclica “Spe salvi” è calda ma razionale, intellettualmente agguerrita ma a suo modo lucidamente fideista, impeccabile sotto il profilo della storia della cultura e del percorso nel mondo dell’idea di speranza e salvezza cristiana. La sottoscrivo senza riserve. Nel leggere una lettera enciclica e nel collocarla nel mondo moderno e nella sua crisi di significato, Lee Harris si rivela un maestro.

Su un solo punto mi permetto di avanzare un’obiezione. E’ vero che tra gli interlocutori del Papa e della sua passione pastorale e teologica non ci sono soltanto coloro che disprezzano il cristianesimo e lavorano alacremente per la sua scomparsa, ma anche coloro che lo ammirano senza abbracciare la sua fede (gli atei devoti, per usare con un minimo di sense of humour la vecchia definizione del compianto Beniamino Andreatta). Harris pensa che la fede non sia un “salto” ma una “scoperta” intimamente legata alla capacità di sperare. Non sbaglia, ma in questa facilità con cui il filosofo americano supera d’incanto la soglia di Pascal e di Romano Guardini e di tanti altri pensatori e teologi, la soglia che divide la fede dal suo contrario in relazione a una libera decisione della testa e del cuore umano, si sente una eco, anche sublime, della cultura protestante. Che non è la nostra, quella dell’Europa latina. Comunque non è la mia.

La fede, e lo dico mentre sto partendo per Reggio Emilia, rispondendo all’invito di Giovanni Lindo Ferretti per una testimonianza sul tempo di Avvento da esprimere nel santuario della Madonna della Ghiara, tra le sue belle musiche e tante preghiere che non saranno mie se non analogicamente, la fede, dicevo, è una cosa più complicata di un semplice sentimento personale del divino o anche di un riconoscimento di legittimità e sensatezza storica ai vangeli, che è il contenuto formidabile del libro di Ratzinger-Benedetto su Gesù di Nazaret. La fede è anche e soprattutto l’adesione a una convocazione, come diceva don Divo Barsotti, il grande mistico e narratore della liturgia scomparso un anno fa a Bologna: la convocazione del creato nella messa e la presenza reale di Cristo nei sacramenti, nella comunione dei santi, più in generale nella communio di un simbolo apostolico in cui si riconosce il popolo di Dio. E questa adesione alla liturgia, questo tuffo nel sacro, è una faccenda troppo seria per risolverla nella frivolezza di un gesto solo personale, solo di pensiero. “Sola fide”, come insegnava san Paolo, si può sperare contro ogni speranza. Ma “sola fide”, al contrario di quanto insegnò Lutero, ci si disperde nel mondo e non lo si raccoglie, invece, per accompagnarlo “alla sua giusta forma”, come dice Benedetto parlando di speranza.

Come ha riconosciuto con il suo inimitabile sorriso don Ciccio Ventorino, il prete di Catania che amo e che vuole sempre convertirmi, quando pranziamo insieme, prima che in tavola sia arrivata la frutta, la fede alla fine è cadere in ginocchio. Può ben essere che alla fine il nostro ginocchio di atei devoti si pieghi, può ben essere che no, e per ragioni probabilmente misteriose. Quel che è certo è che nel frattempo c’è tutto lo spazio culturale, etico, filosofico e teologico per ammirare il cristianesimo, per amare la fede degli altri anche senza condividerla. Per ora è un dovere della ragione postmoderna, poi vediamo se diventerà un imperativo di fede.

Giuliano Ferrara

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