Una rubrica di sport per scoprire come il gioco, la squadra, la fatica e perfino la sconfitta possano aiutarci a vivere il Vangelo, dentro e fuori dal campo.
Ron Lach
La partita comincia. Dalla panchina si seguono le azioni, si fa il tifo, si aspetta che l’allenatore chiami un nome. Passano i minuti. Un compagno entra, poi un altro. Quando arriva il fischio finale, c’è chi non si è alzato neppure per scaldarsi.
Restare in panchina può far parte dello sport. Ci sono ruoli, scelte tecniche e partite nelle quali non tutti possono giocare lo stesso tempo. Ma per un ragazzo l’attesa non riguarda solo i minuti sul campo. Può diventare una domanda: «L’allenatore si è accorto che ci sono? La squadra ha bisogno anche di me?».
È una domanda che gli adulti devono prendere sul serio. Dire a un ragazzo «Non importa, sarà per la prossima volta» serve a poco, se la prossima volta non arriva mai. Un allenatore non può promettere a tutti lo stesso ruolo, ma può spiegare le sue scelte, riconoscere l’impegno e offrire occasioni reali per crescere. Può fare attenzione a chi, partita dopo partita, rischia di sentirsi soltanto un nome sulla distinta.
Nel Vangelo Gesù racconta di un uomo che prepara un banchetto e invita persone che di solito non vengono considerate: poveri, storpi, ciechi e zoppi (Lc 14,12-14). Gesù parla di una tavola, non di una formazione sportiva. Ci chiede però di guardare chi lasciamo fuori quando decidiamo con chi condividere le cose belle. È una domanda che può arrivare fino al campo dell’oratorio.
A volte escludere è facile, anche senza volerlo. Si scelgono sempre gli stessi compagni perché con loro si vince più spesso. A chi è appena arrivato si passa la palla soltanto quando la partita è ormai decisa. Chi ha una disabilità viene invitato a guardare, prima ancora di domandargli come vorrebbe partecipare. Per cambiare queste abitudini servono attenzione e qualche scelta concreta: adattare un gioco, provare squadre diverse, insegnare un gesto a chi non lo conosce ancora.
Anche i compagni hanno un ruolo. Si può fare il tifo dalla panchina e sentirsi parte della squadra; è più difficile quando nessuno ti cerca con lo sguardo o ti parla durante la partita. Una parola detta bene, un posto lasciato accanto a sé, un passaggio fatto con fiducia aiutano qualcuno a rimanere nel gruppo mentre aspetta la propria occasione.
Lo sport insegna a misurarsi con le proprie capacità e a migliorarle. Per questo è giusto allenarsi con impegno e desiderare di giocare. Proprio perché la competizione conta, è importante chiedersi che cosa stia imparando anche chi trova meno spazio. Sta ricevendo aiuto per crescere? Sa che cosa può provare a fare? Ha ancora voglia di tornare al prossimo allenamento?
Alla fine di una partita, un allenatore può parlare con chi ha giocato poco. Non cancellerà la delusione con poche parole. Può però ascoltarla e indicare un passo possibile. È un modo semplice per dire: «Ti vedo. Continuiamo a lavorare insieme». Una squadra comincia a essere davvero tale quando questa promessa vale anche per chi oggi è rimasto in panchina.
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Per approfondire: Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, «Dare il meglio di sé», 2018, sullo sport accessibile a tutti; Leone XIV, «La vita in abbondanza», 2026, sull’accoglienza e sullo sport di base.
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