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Anche in Paradiso si gioca a pallone da Giovani per i Giovani

Ecco la seconda delle nostre interviste impossibili. Questa volta andremo in Portogallo per conoscere Fernando Calò.


Anche in Paradiso si gioca a pallone da Giovani per i Giovani

da GxG Magazine

del 10 febbraio 2009

Ciao Fernando, presentati ai lettori del nostro giornale…

Ciao a tutti! Mi chiamo Fernando Calò e sono nato nel 1939 a Setubal (Portogallo). Mia mamma faceva la domestica, mio padre vendeva pesce. Fin da bambino sono stato vivace… e molto allegro! Quando vedo qualcuno triste, non posso non avvicinarlo per cercare di farlo sorridere.

 

Ci puoi raccontare come hai conosciuto i salesiani?

L?incontro è avvenuto apparentemente per caso. Mia mamma si era trasferita per lavoro a Estoril, e quindi ho cominciato a studiare dai Salesiani di quella città. Ho un ricordo bellissimo del primo giorno in cui sono entrato in una casa salesiana: un grande cortile, tantissimi ragazzi, e quindi si poteva giocare a pallone! Il calcio è sempre stato la mia passione, sono un tifoso dello Sporting! Dai Salesiani giocare era ancora più bello, lì potevamo correre e divertirci senza che nessuno ci sgridasse, anzi, i Salesiani giocavano con noi. Insomma mi sono sentito accolto, a casa.

 

Raccontaci qualcosa di quegli anni a Estoril…

Anni bellissimi! Prima di tutto avevo trovato una casa, una casa vera, con una famiglia vera, e non dovevo più trasferirmi continuamente, sperando che qualcuno mi ospitasse. A Estoril avevo tantissimi amici e i Salesiani mi volevano bene. In quegli anni sono cambiato molto.Prima ero un ragazzo allegro, ma mi arrabbiavo spesso, a volte diventavo intrattabile. Poi, grazie all'amore dei Salesiani, ho capito che l'allegria vera era qualcosa di più bello che vincere una partita, era la gioia di poter essere felici tutti assieme! Poi qualcosa è cambiato anche nello studio. Ho capito che studiare, magari con fatica, era un'opportunità grande prima di tutto per me, ma anche per aiutare gli altri e per far felice la mamma che si sacrificava per farmi andare a scuola. La cosa più bella che ho scoperto in questi anni è stata la gioia della gratitudine. Gratitudine per le piccole cose quotidiane, per la mamma, per i Salesiani, per gli amici e, perchè no, anche per la possibilità di studiare. Ma...

 

Cosa accadde?

Ma l'incontro fantastico di quegli anni è stato quello con Gesù. Prima avevo visto sempre Gesù e i santi come figure lontane, magari belle, ma non certo affascinanti, perchè non avevano nulla da dire ad un discolo come me, preferivano di sicuro la compagnia di altre persone, magari dei ragazzi più bravi... Ma in casa di don Bosco era diverso! Guardando a don Bosco, a Domenico Savio e a Michele Magone, quello dev'essere stato davvero un birbone, proprio come me, ho capito che Gesù c'entrava con la mia vita! Ho scoperto che Lui mi voleva bene, voleva che lo portassi nel cuore sempre, anche giocando a pallone! Insomma voleva entrare nella  mia vita, non ero più solo!

 

Davvero anni fantastici! E poi?

Finita la scuola a Estoril, i Salesiani mi diedero la possibilità di studiare grafica presso la loro casa di Lisbona, dove avvenne uno di quegli incontri che cambiano la vita. Era il 1953, quando a Lisbona arrivò il Rettor Maggiore! Ricordo quel pomeriggio come fosse oggi, ricordo il Rettor Maggiore che entrò nel nostro cortile e soprattutto ricordo tre consigli che mi rimasero nel cuore. Don Ziggiotti ci invitò a confidare sempre in Maria, a seguire Domenico Savio nella purezza del corpo e del cuore, e a diventare, prima che dei bravi grafici, dei buoni cristiani. Quelle parole mi colpirono. Caspita, mi sembrava impossibile che il successore di don Bosco, venuto da Torino, parlasse anche a me, che quelle parole fossero rivolte a Fernando Calò! Improvvisamente capii che anch'io, se mi lasciavo prendere per mano da Gesù, potevo vivere in grande!

 

Lasciarsi prendere per mano: cosa significa?

Beh, anche i campioni dello Sporting, per vincere, devono allenarsi molto, e per questo è indispensabile un buon coach. Allora capii che era giunto il momento di lasciarmi accompagnare da qualcuno, di affidarmi a un direttore spirituale, ed il mio confessore mi indirizzò da don Armando. Le cose cominciarono a cambiare. Andavo a trovarlo alcune volte al mese, e gli parlavo della mia vita, dei miei problemi, delle mie gioie, con semplicità camminare in due, anzi in tre con Gesù, è un'altra cosa!

 

Cominciò a cambiare qualcosa?

Sì, i cambiamenti ci furono, piccoli, ma importanti. Prima di tutto mi ripromisi di rispettare il regolamento della casa e di andare più spesso a visitare Gesù Eucarestia offrendogli quello che stavo vivendo. In una giornata ci sono tante cose che si possono offrire a Gesù: un sacrificio, una rinuncia, una gioia, una preghiera, la propria volontà di diventare migliori.

 

Anche per te ci sono state difficoltà?

Direi tantissime! La più grande per me, soprattutto nel primo periodo, è stata quella di far capire alle persone che mi stavano vicino che stavo cambiando sul serio. Molti non volevano crederlo, mi dicevano che agivo così per prendere buoni voti a scuola, e questo mi faceva molto male. Però Gesù si fidava di me, don Armando e la mamma mi erano vicini, e alla fine. Sentii dentro che seguire Gesù vivendo come Domenico era una cosa troppo bella! Quindi decisi di offrire questa felicità a Maria, perchè la custodisse nel Suo cuore. Così feci davanti a Lei quattro semplici propositi: avrei seguito l'esempio di Domenico, avrei evitato di fare o ascoltare cattivi discorsi, mi sarei confessato e comunicato con frequenza, mi mettevo nelle mani di Maria perchè facesse di me un santo. Era l'ora di passare all'attacco!

 

Cioè?

Poco tempo dopo, don Armando mi propose di entrare nella Compagnia dell'Immacolata, ed io accettai subito! Con i miei amici decidemmo di darci da fare per accogliere i ragazzi che nel nostro cortile erano più soli, o in difficoltà. Un sorriso, due tiri a calcio, magari qualche ora di studio insieme. Queste diventarono le nostre armi, i gesti concreti con cui facemmo incontrare Gesù a molti nostri compagni

 

Però anche tu dovevi pensare al futuro, alla tua vocazione…

Ricercare la propria vocazione, giorno per giorno, è la cosa più importante e affascinante per un giovane. Da molto tempo mi interrogavo sulla mia vocazione. Sentivo che stare con Gesù era la cosa più bella, ma non sapevo bene in quale modo viverla, entrambe le strade mi affascinavano, marito e padre o Salesiano e sacerdote? Capivo che non era una scelta mia, e quindi decisi di metterla nelle mani di Maria e di don Bosco, perchè fossero loro a donarmi la mia vocazione. In questo modo mi sentivo al sicuro, e così ho potuto prepararmi a vivere gli esercizi spirituali in cui avrei dovuto decidere cosa fare. Fu grazie a questo affidarmi che, alla fine degli esercizi, mi nacquero nel cuore questi nuovi propositi: promisi che avrei mortificato la mia curiosità, che sarei diventato un Apostolo dell'Immacolata, un santo sacerdote, cioè che sarei restato con don Bosco, offrendo la mia vita a Gesù per i giovani!

 

Il finale a don Armando

Quel pomeriggio, giocando a pallone, Fernando spiccò un gran salto, ma battè violentemente la testa su una delle colonne del porticato.

Ricoverato in infermeria, dopo alcuni giorni sembrò rimettersi, ma nel mese di giugno la situazione peggiorò rapidamente. Fernando perse progressivamente la vista e l'udito e fu ricoverato in ospedale.  In quei mesi soffrì molto, ma seppe conservare il sorriso, conquistandosi la simpatia dei medici e degli infermieri.

Quando la situazione divenne disperata, volle confessarsi e ricevere l'Eucarestia. Quando con alcuni giovani lo andai a trovare, la sera prima che Gesù lo accogliesse tra le sue braccia, un amico gli chiese: "Fernando, e se domani Gesù ti chiamasse?". E Fernando: "Se Gesù domani mi chiamerà in Nazionale io sono pronto. Si gioca a pallone anche in Paradiso, non è vero?".

 

 

Per saperne di più: Giorgio Mocci sdb, Fernando Calò, Collana Testimoni 34, Elledici.

 

Matteo Rupil

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