Racconti di come, tra amicizie, innamoramento, scelte e ferite, si impara a vivere gli affetti alla luce del Vangelo.
Julia M Cameron
L’altra sera, durante una riunione in oratorio, ho proposto di aggiungere un’attività al programma. Qualche giorno prima ne avevo parlato con un amico: a me sembrava una buona idea, mentre lui temeva che gli animatori avessero già troppi impegni. Non avevamo trovato un accordo. Eppure, preso dall’entusiasmo, davanti al gruppo ho detto: «Ne abbiamo parlato e secondo noi si può fare».
Lui mi ha fermato: «Aspetta, io non ho detto questo. Prima chiediamo agli animatori se hanno il tempo di prepararla». Mi sono sentito corretto davanti a tutti e ho risposto in modo brusco. La riunione è proseguita, ma io ho continuato a pensarci.
Alla fine siamo rimasti insieme a sistemare la sala. Gli ho chiesto perché non potesse dirmelo dopo, da soli. «Potevo dirtelo con più calma», mi ha risposto. «Ma dovevo chiarire subito che non avevamo deciso insieme». Aveva ragione. Avevo presentato come condivisa una proposta che era soltanto mia. Mi pesava ammetterlo, soprattutto perché lui mi conosce abbastanza da accorgersi quando l’entusiasmo mi fa correre e smetto di ascoltare.
C. S. Lewis racconta che un’amicizia spesso comincia con una scoperta: «Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico...». Ripensando a noi due, è andata così. Anni fa ci siamo fermati a parlare dopo un’attività perché entrambi ci chiedevamo come fare più spazio ai ragazzi che restavano ai margini del gruppo. Da quella conversazione ne sono nate molte altre. Abbiamo scoperto interessi comuni, ma anche differenze che allora conoscevamo appena.
Per un po’ ho pensato che essere amici volesse dire capirsi senza spiegazioni e trovarsi sempre d’accordo. Ora mi accorgo di quanto chiedo all’altro, quando pretendo questo. Il mio amico ha idee sue e può vedere un problema dove io vedo soltanto una possibilità. Se gli voglio bene, devo lasciargli spazio per dirlo. E se qualcosa nel suo modo di parlarmi mi ferisce, posso raccontarglielo senza mettere in dubbio la nostra amicizia.
Gesù dice ai discepoli: «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15). Mi colpisce che abbia condiviso con loro la strada, le domande, perfino i momenti in cui facevano fatica a capire. Quando penso all’amicizia cristiana, penso anche a questo: restare vicini e aiutarsi a diventare più sinceri.
Uscendo dall’oratorio, abbiamo ripreso a parlare dell’attività. Gli ho chiesto come l’avrebbe proposta agli animatori e l’ho ascoltato fino in fondo. Poi gli ho detto che mi dispiaceva aver parlato anche a nome suo. La nostra idea non era ancora pronta; potevamo pensarci insieme. Mi sono sentito grato di avere accanto una persona con cui è possibile discutere e poi continuare a camminare.
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Riferimenti: C. S. Lewis, «Amicizia», in I quattro amori*, Jaca Book, Milano, 2001; Gv 15,15.*
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