Amare tutti?

Il Vangelo commentato dai giovani e dai salesiani. Prenditi un tempo di meditazione sulla Parola di Dio.

Brett Jordan Brett Jordan

XXX Domenica del Tempo Ordinario

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «"Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 

Commento

In questi giorni abbiamo visto tanti giovani scendere nelle piazze. Giovani che chiedono di essere ascoltati, che parlano di futuro, di scuola, di lavoro, di possibilità di vivere una vita dignitosa. E questo, in sé, è qualcosa di bello: significa che una generazione che spesso descriviamo come apatica e chiusa nel proprio mondo ha ancora voglia di far sentire la propria voce. Ma abbiamo visto anche altro: vetrine spaccate, negozi saccheggiati, oggetti lanciati, persone ferite. E allora la domanda del Vangelo diventa tremendamente concreta: come si amano questi giovani?

Gesù dice: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma amare non significa dire che tutto va bene. Se voglio bene a un ragazzo che sta distruggendo una vetrina, non lo amo lasciandolo fare; lo amo anche fermandolo. Non lo amo dicendo: “È giovane, è arrabbiato, bisogna comprenderlo”. Certo che bisogna comprenderne la rabbia, ascoltare le sue domande e capire da dove nasce quel disagio. Ma proprio perché gli voglio bene devo anche avere il coraggio di dirgli: quello che stai facendo è sbagliato. E delle tue azioni devi assumerti la responsabilità.

Perché c'è anche un altro prossimo da amare: il commerciante che il mattino dopo alza la serranda e trova il proprio negozio devastato; il lavoratore che deve riparare ciò che qualcuno ha distrutto; il poliziotto ferito; la persona che ha avuto paura. Come può quella persona amare chi le ha fatto del male? Forse il primo passo non è provare immediatamente un sentimento positivo. Il Vangelo non ci chiede di fingere che non sia successo nulla. Si può chiedere giustizia, si può pretendere che chi ha sbagliato risponda delle proprie azioni, si può chiedere che ciò che è stato distrutto venga riparato. Il perdono cristiano non cancella la responsabilità.

Forse potremmo dirlo con un'immagine molto semplice: amare può significare dire a un ragazzo: “Io non ti riduco alla vetrina che hai spaccato. Ma quella vetrina devi aiutare a ricostruirla”. Perché misericordia non significa eliminare le conseguenze delle nostre azioni; significa credere che una persona è sempre più grande del male che ha commesso e può ricominciare.

È questo l'amore a cui Gesù vuole educarci. Un amore che tiene insieme misericordia e verità, perdono e giustizia, ascolto e responsabilità. Un amore che non chiude gli occhi davanti al male, ma neppure chiude definitivamente la porta davanti a chi lo ha commesso.

E forse, davanti alle immagini di questi giorni, noi adulti ed educatori dovremmo farci tre domande: sappiamo ascoltare la rabbia dei giovani prima che diventi violenza? Abbiamo il coraggio di mettere dei limiti quando sbagliano? E soprattutto: dopo che hanno sbagliato, siamo ancora disposti a camminare con loro?

Perché amare davvero un giovane significa proprio questo: ascoltarlo, fermarlo quando serve e non abbandonarlo mai.

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