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Alla ricerca di Gesù

Capita a tutti noi di perdere il punto della situazione senza nostra colpa, proprio perché non ci viene in mente. Non riusciamo sempre a valutare la totalità degli eventi e viene il momento in cui ci battiamo il petto perché ci è sfuggito qualcosa che, a rigor di logica, non avremmo dovuto tralasciare...


Alla ricerca di Ges√π

da Teologo Borèl

del 30 giugno 2009

Ti preghiamo, o Maria, di aiutarci a riflettere su un episodio tanto doloroso e misterioso della tua vita! Tu ci hai insegnato che per comprendere il mistero della tua presenza presso la croce, noi dobbiamo rifrangerlo in altri misteri della tua vita e qualcosa della tua sofferenza noi la vediamo anticipata nei giorni della tua ricerca di Gesù a Gerusalemme. Cercando di penetrare in questo mistero, ti chiediamo di poter venerare il tuo segreto con amore ed umiltà. Non vogliamo frugare nei meandri della tua psiche, ma soltanto desideriamo di essere illuminati dal tuo cammino per comprendere le parole che tu hai detto e che, dicendole, ci hai consegnato perché ne assaporassimo il senso. Donaci di partecipare all'amore materno con cui tu hai vissuto l'oscurità e la sofferenza in unione con tuo Figlio. Fa' che non ci sia, nella nostra ricerca, niente di indiscreto o di eccessivo ma che tutto sia lode, rispetto, riverenza per il mistero vivente che tu sei e per quel mistero che siamo noi, tuoi figli che ora ci curviamo sul tuo cammino. Amen.

 

Il quadro evangelico su cui vogliamo riflettere è quello della «perdita di Gesù nel tempio» (Lc 2, 41-52), racconto che sfida le nostre capacità interpretative provocandoci intimamente.

 

«I genitori di Gesù si recavano tutti gli anni a Gerusalemme, per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo, restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini».

 

Suggerisco di fare una lectio del testo, prendendo alcune parole, una dopo l'altra, e domandandoci che cosa ci dicono.

Dobbiamo anche tenere presente qualche risultato della ricerca esegetica. Studiosi come il Laurentin e il Feuillet, che si sono fermati a lungo su questa pagina del Vangelo, concordano nel dire che ha sapore giovanneo: contiene cioè concetti e parole che hanno l'aspetto, la risonanza, la profondità di concetti e parole del quarto Vangelo.

Ancora, gli esegeti affermano che il brano adombra i principali misteri cristologici: paternità e figliolanza divina, morte e risurrezione di Gesù. È una meditazione anticipata sulla passione e sul mistero di Cristo.

Nello stesso tempo indica la fatica dell'uomo ad accogliere il mistero di Dio nella sua storia concreta. Maria aveva già accettato, con il «sì», il mistero di Dio incarnato nella storia, almeno nella sua proclamazione globale. In questo episodio, tuttavia, Maria esperimenta la fatica, comune a tutti gli uomini, di accettare che il mistero di Dio, genericamente accolto, sia diverso da come ce lo aspetteremmo. Difficoltà anche nostra ad accettare che la Chiesa sia come è, che Gesù Cristo si sia mostrato in quel modo e non diversamente, che il mistero della nostra vita non sia come lo vorremmo!

Il brano ci porta dunque ai limiti del segreto personale di Maria, là dove avremmo paura a penetrare se lei stessa non ci tenesse con bontà la mano sul capo e non ci confortasse, perdonando le parole improprie che possiamo dire e aiutando il nostro cuore ad esprimersi.

 

GERUSALEMME E LA PASQUA

«Si recavano tutti gli anni a Gerusalemme». Gerusalemme è parola magica per gli Ebrei. Ancora oggi è il simbolo di tutta una realtà, di un'esistenza, di una storia e di una speranza. L'evangelista, per sottolineare l'importanza del tema, ripete per tre volte il nome di Gerusalemme: «Si recavano tutti gli anni a Gerusalemme... il fanciullo rimase a Gerusalemme... tornarono in cerca di lui a Gerusalemme». Occorre riflettere su questa parola non soltanto nel suo significato di luogo centrale nella storia salvifica, ma anche come uno dei poli della storia dell'infanzia e poi della vita di Gesù.

L'infanzia di Gesù comincia a Gerusalemme, nel tempio, con l'apparizione dell'angelo a Zaccaria. Si sposta in Giudea, nella casa di Zaccaria; quindi a Nazaret nella casa di Maria e di nuovo in Giudea quando Maria va dalla cugina Elisabetta; poi a Betlemme per la nascita di Gesù e quindi a Gerusalemme per la presentazione al tempio. Si ritorna a Nazaret e poi ci si sposta a Gerusalemme dove, con l'episodio che stiamo meditando, si conclude. Riassumendo: la storia dell'infanzia di Gesù comincia a Gerusalemme, ha in Gerusalemme il suo culmine con la presentazione al tempio, termina a Gerusalemme. A Gerusalemme terminerà, secondo la narrazione dell'evangelista Luca (cap. 24), la vita terrena di Gesù. A Gerusalemme incomincerà la storia della Chiesa (At 1) che si estenderà fino ai confini della terra. La «città santa» è così il luogo della rivelazione del disegno di Dio, in cui il disegno di Dio inizia, raggiunge il suo culmine e si espande. Per questo rimane l'icona della manifestazione della gloria divina nella storia. Nel nostro episodio Gesù rivela dunque qualcosa del suo mistero.

«Per la festa di Pasqua»: altra parola ricchissima di significati. La festa di Pasqua è la grande festa centrale per gli Ebrei (qui è la prima menzione che Luca fa della Pasqua e prelude all'ultima Pasqua di Gesù). Possiamo dire che la vita di Gesù è inquadrata tra questa Pasqua vissuta da bambino e l'ultima, quella della morte. Per la comunità primitiva che ascoltava e ripeteva il racconto dell'evangelista, sapere Gesù a Gerusalemme per la festa di Pasqua equivaleva a cogliere tutta la potenzialità del mistero pasquale che si stava per manifestare. La festa è lo sfondo dell'episodio e certamente Gesù l'ha vissuta con una profonda e intensa commozione, misteriosamente presagendo che era il prodromo del suo «passaggio» al Padre, passaggio che avrebbe riassunto e portato a compimento i segni di questa sua Pasqua da fanciullo.

«Trascorsi i giorni della festa... il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero». Il verbo «rimase» è, in greco, «upémeine», che vuol dire «perseverare», continuare una azione che può essere difficile eppure importante. Da qui viene il sostantivo: «pazienza», «upomoné», e la radice del verbo è: «dimorare», «méno». Il rapporto sottile, filologico col Vangelo di Giovanni ci fa riflettere. «Dimorare» è un verbo tipico giovanneo ed esprime la dimora del Padre nel Figlio, dell'uomo nel Figlio, dell'uomo nella Parola. In questo rimanere di Gesù al tempio c'è dunque un «dimorare»: fa dimora a Gerusalemme perché è il suo luogo, ha a che fare con lui, è il suo ambiente naturale (e, infatti, dopo dirà il perché). Qui viene accennato già il misterioso rapporto di affinità e di permanenza tra Gesù e il tempio.

L'irresistibile attrattiva di Gesù per il tempio fa da contrasto alla non comprensione dei genitori: «Senza che se ne accorgessero», in greco: «uk égnosan», non lo conobbero, non lo seppero. Siamo di fronte a un grande mistero. Non è poco quello che è accaduto a Maria: normalmente le mamme conoscono da che cosa i loro bambini sono attratti e sanno dove possono essere andati allorché, sfuggendo alla sorveglianza, sono scappati. È vero che un dodicenne, soprattutto nel mondo orientale, aveva una qualche autonomia, ma era, come sembra, la prima volta che andava a Gerusalemme e i genitori avrebbero dovuto essere attenti. Si direbbe - e provo una certa fatica nel dirlo - che Giuseppe e Maria abbiano perso il colpo d'occhio, l'insieme della situazione, si siano fatti sfuggire l'essenziale. Possibile - ci chiediamo - che non avessero compreso la forza di attrazione che il tempio esercitava su Gesù? Possibile che non abbiano colto l'irresistibile fascino che avrebbe come inchiodato Gesù nel tempio?

 

ALLA RICERCA DI DIO

«Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti». Il verbo «credendolo» sembra rafforzare l'idea che i genitori non pensavano affatto alla possibilità che Gesù sarebbe rimasto a Gerusalemme. E la traduzione «poi si misero a cercarlo» fa presumere che Giuseppe e Maria abbiano passato una giornata spensierata senza preoccuparsi del bambino e che solo alla sera si siano domandati dove fosse. Il testo greco però ci presenta il fatto un po' diversamente: i genitori vedono che non c'è, si chiedono dove Gesù possa essere, ma è chiaro che intanto la carovana deve continuare il viaggio. Lo cercano quindi mentre la carovana va e quando hanno constatato l'assenza del ragazzo, è già arrivata la sera. D'altra parte resta per noi strano che Giuseppe e Maria abbiano cercato soluzioni che non ci sono evidenti, perché non riusciamo ad immaginare che Gesù potesse andare chiacchierando a destra e a sinistra!

Che cosa dice a noi l'atteggiamento dei due genitori? Capita a tutti noi di perdere il punto della situazione senza nostra colpa, proprio perché non ci viene in mente. Non riusciamo sempre a valutare la totalità degli eventi e viene il momento in cui ci battiamo il petto perché ci è sfuggito qualcosa che, a rigor di logica, non avremmo dovuto tralasciare: avevamo molto da fare in quel giorno e non siamo stati attenti a quella persona mentre sarebbe stato ovvio prestarvi attenzione, ecc. Maria partecipa alla nostra fragilità perché è passata per questo momento di smarrimento nel senso globale della situazione. Forse sarebbe bastata da parte sua un po' di riflessione: era così immobile Gesù nel tempio, non riuscivamo a tirarlo via, sarà certamente rimasto là!

Se Maria ha vissuto un momento così duro di disagio, di umiliazione, di dolore, anche noi dobbiamo perdonarci, anche noi dobbiamo capire che la nostra natura povera non riesce spesso a cogliere, per quanto si sforzi, il vero centro della situazione. Maria ci dà la mano e ci insegna l'umiltà: l'umiltà e l'umiliazione che ci può venire dalla gente che critica il nostro sbaglio, la nostra scarsa capacità di intuizione, la nostra dimenticanza, la nostra non attenzione a quella persona in una circostanza importante. Forse la gente della carovana ha criticato Maria: «Ecco, è capitato anche a lei, non può andarle sempre bene...». Qui Maria è veramente nel suo popolo: vive, partecipa, soffre, è criticata, si sente smarrita, in qualche modo si mette in colpa: Ma come ho fatto? Come è stato possibile?

«Si misero a cercarlo tra parenti e conoscenti; non avendolo trovato tornarono in cerca di lui». «Si misero a cercarlo» è, in greco, un verbo all'imperfetto: «anezétun», una ricerca continua, che non si ferma. «In cerca di lui»: riprendo questo verbo mettendolo in relazione alla risposta che darà Gesù: «Perché mi cercavate?». La ricerca di Gesù è la ricerca di Dio ed implica tutto il cammino dell'uomo. Ricordiamo che il verbo è quello della prima domanda di Gesù ai due discepoli che gli si avvicinano: «Chi cercate?» (Gv 1, 38). Cercare è simbolo del cammino dell'uomo verso la verità e, nella ricerca di Maria e di Giuseppe, è contenuto l'affetto, l'amore, l'ansia. È insomma un «cercare» che ha tutte le valenze, le bellezze, le vibrazioni della ricerca.

Per questo è molto strano il rimprovero di Gesù «Perché mi cercavate?», e ci sconcerta. Per comprenderlo dobbiamo forse pensare ai vari significati di questo verbo nel Vangelo di Giovanni e ai diversi modi di cercare Gesù, soprattutto dopo la sua risurrezione quando, ad esempio, la Maddalena cercherà tra i morti Gesù, il Vivente. C'è un cercare Gesù che è sbagliato e che viene rimproverato perché equivale alla pretesa che Dio agisca secondo la nostra idea, non secondo il suo disegno. Viene qui adombrato il mistero della ricerca che, di per sé, è la tensione fondamentale dell'uomo verso il vero, ma che può girare a vuoto se il vero è ricercato al di là di dov'è, oppure se lo cerco in realizzazioni in cui non può manifestarsi.

Maria, che ha dovuto fare un discernimento sul senso della ricerca, può illuminarci in tante affannose ricerche che facciamo di Gesù, quando, ad esempio, ci adoperiamo per trovare la grazia, la consolazione, la chiarezza della nostra vita, l'assicurazione che siamo nella strada giusta, la soluzione dei nostri problemi; e tutte queste cose le abbiamo già! Oppure è possibile trovarle con evidenza e facilmente presso una decisione autoritativa o presso una realtà già manifestata, ma non volendola accettare continuiamo a cercarle adducendo la scusa che abbiamo bisogno di una maggiore luce del Signore. In altre parole è la fatica dell'uomo ad accogliere Dio nella storia concreta, perché è più facile accettarlo nella sua divina totalità, nella sua astrattezza che in una storia diversa da come noi la vorremmo.

L'obbedienza a Dio è accettare che si riveli nella concretezza di questo Gesù crocifisso, umiliato, di questa Chiesa povera, debole, di questa comunità, di questa mia mente con le sue ottusità, di questo mio corpo con le sue malattie, di questa mia vita spirituale con le sue fatiche. Vorremmo sempre trovare Dio altrove e così perdiamo il punto della situazione storica reale. Soltanto quando ci rassegniamo al fatto che la nostra ricerca è affanno e non ricerca vera, ci accorgiamo che sostanzialmente abbiamo già ciò che cercavamo.

«Dopo tre giorni, lo trovarono». È di nuovo sottolineato che Maria e Giuseppe non hanno capito dove cercare. Forse saranno andati presso le famiglie che li avevano ospitati; in ogni caso non sono riusciti a rendersi ragione immediatamente del fatto, per cui continua, per così dire, il precedente «non conobbero».

Gesù ha permesso che i suoi genitori sperimentassero la nebbia dell'oscurità, il disagio dell'aridità, il crescente dolore di chi cerca il Signore e non lo trova. Gesù è quindi vicino a chi vive questa sofferenza e sperimenta il silenzio misterioso di Dio. Per tre giorni Maria e Giuseppe non sentirono più la sua voce a cui erano abituati da mattino a sera: la voce, la Parola tace. Tace mentre si affacciano le ipotesi più nere, più sconvolgenti, e l'ansia è dolorosissima, è una prova acutissima della fede.

A noi sarebbero certamente venuti alla mente pensieri che non sfiorano Maria: Dio mi ha abbandonato, non mi ha dato questa missione che aspettavo, forse non ho saputo rispondere, la mia vita è dunque fallita! E poi i pensieri si ingarbugliano e veniamo afferrati dalla paura. Tutto questo ci spinge a contemplare il silenzio umile di Maria, silenzio che non chiede «perché», così come non lo chiederà ai piedi della Croce. Il mistero del silenzio di Maria possiamo intuirlo nella preghiera e soltanto in essa. Maria non si domanda niente, non rimugina, non si ferma a pensare sugli eventuali sbagli commessi: se l'avesse fatto non avrebbe aggiunto un briciolo di efficacia alla sua ricerca, così come noi, con tutti i nostri pensieri, non aggiungiamo un briciolo di carica alla nostra azione. Tutt'al più togliamo più di un briciolo al nostro sonno.

Qui vediamo Maria molto diversa da noi e insieme incoraggiante. Sembra dirci: Fai ciò che stai facendo, age quod agis, scrivi se devi scrivere, rispondi al telefono se squilla, ricevi la persona che attende, non fare castelli in aria perché non serve a niente. Maria, credo, ci dà la preziosissima indicazione del rimanere attaccati all'azione presente senza fermarsi sul passato e senza evasive costruzioni sull'avvenire. È il modo più vero per vivere ed accettare il silenzio di Dio.

L'espressione «dopo tre giorni», oltre al significato psicologico che abbiamo cercato di cogliere, ha pure un valore teologico evidente alla prima comunità cristiana. Sono i tre giorni della passione e della morte. La Chiesa ha vissuto questa angoscia della passione e della morte: l'hanno vissuta gli apostoli. La Chiesa continua a riviverla nei giorni bui ed oscuri. E noi la viviamo nella nostra vita in unione al Venerdì Santo, alla passione dì Gesù che qui viene adombrata: «Verranno giorni in cui il sole si oscurerà, tacerà la voce del Figlio dell'uomo, ci sarà grande tenebra sulla terra». Il Venerdì Santo della storia si ripete e si ripeterà per noi, per la nostra comunità, per la nostra Chiesa: non serve mai chiedersi il perché, anche se può venire il momento della chiarificazione. Ci sono tempi in cui bisogna umilmente perseverare nel tenere in mano l'aratro e fare il solco, centimetro per centimetro, perché non si è in grado di fare altro.

«Lo trovarono nel tempio». È la parola decisiva che è al centro dì tutto l'episodio. Era implicita, in un certo senso; parlando di Gesù e della festa non si poteva non pensare al tempio. Ma emerge soltanto ora per sottolineare appunto che Dio permette la prova, permette momenti di luce diminuita.

Il tempio è inteso come luogo, manifestazione della presenza del Padre, segno della sovranità di Dio, dell'unico Signore, di Dio che è solo Dio, e deve essere Dio soltanto. Il tempio è segno dell'assolutezza che governa tutta la storia, che divide l'umanità e i cuori umani tra chi accoglie questa assolutezza e crede, e chi non l'accoglie e si danna.

 

IL MISTERO DI GES√ô

«Seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte». Mi è sempre suonato strano che mentre prima si dice di Gesù che «ascoltava e interrogava», poi si dica che «si stupivano delle sue risposte». Che cosa rivela questa scena? Gesù è sapienza che stupisce l'uomo; è lo stesso stupore del divino che proviamo di fronte ai miracoli, alle grandi manifestazioni di Dio. Gesù qui si manifesta nel tempio anticipando la manifestazione della sua sapienza nel tempio di cui ci parla l'evangelista Giovanni (capitoli 7 e 8). Sapienza che non è quella di chi ha studiato: «Come mai conosce le Scritture, senza aver studiato?» (Gv 7, 15), ma quella che gli viene dal Padre: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Gv 7,16). Gesù qui manifesta la sua sapienza, anticipando così la vita pubblica, il suo insegnamento, la parola che viene dall'alto e che stupisce per la sua novità.

Noi ci domandiamo: quali saranno state queste domande, questa intelligenza? I rabbini procedevano, come sappiamo, per casistica: penso che le domande di Gesù saranno state simili ad alcune di quelle che porrà nella sua vita e che hanno il pregio della semplicità, della chiarezza, la forza di rottura di cose ovvie. Gesù ha la «sónesis», la penetrazione del senso profondo delle cose. E’ interessante che cominci con l'ascolto: entra quindi in piena modestia e poi interroga cogliendo il punto debole delle risposte abituali, stantie. È il segreto del fascino della sua predicazione futura.

Noi corriamo un pericolo nella nostra cultura religiosa, spirituale, teologica attuale: ci sono troppi libri e pensiamo sempre meno! Ogni volta, anzi, si compone un libro a partire da un altro e da due o tre altri. Talora mi domando se non siano troppi persino i documenti che noi vescovi scriviamo, e dei quali poi bisogna sempre tener conto. Non si prova fatica nel dire qualcosa di nuovo, ma si prova fatica a dover tener conto dei documenti precedentemente pubblicati! Dal Vaticano II ad oggi si è edita una tale massa di volumi che rischia seriamente di soffocarci, impedendo la meditazione personale, la riflessione profonda sulla Parola. E giustamente i preti si lamentano spesso con me perché non sanno dove trovare il tempo per leggere le encicliche, le esortazioni apostoliche, le lettere pastorali, i documenti, i sussidi, ecc. In genere consiglio loro di fermarsi su ciò che serve di più alla crescita spirituale o al momento pastorale. Noi dobbiamo toglierci dalla schiavitù dei libri e invece, guardando Gesù crocifisso e contemplandolo dall'interno, evocare la nostra intelligenza spirituale, confortata da tutto ciò che può veramente aiutare e sollecitare. Con questo non intendo affatto scoraggiare coloro che producono sussidi e neppure esortare i vescovi a non scrivere lettere pastorali: voglio però ricordare che Gesù aveva l’intelligenza, che ascoltava e interrogava, a partire prima di tutto dalla propria conoscenza del Padre. Ecco il punto fondamentale! Se anche non riusciamo a citare tutti i libri che trattano di un argomento, il Signore senza dubbio ci darà la luce per trovare il senso profondo di ciò che dobbiamo dire.

«Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: "Figlio, perché ci hai fatto cosi? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo"». Non è un rimprovero, ma sono parole abbastanza dure, quasi a dire: non ti capiamo. E «angosciati» è parola durissima: in greco è «odunómenoi», e la troviamo ancora in Luca (16, 24) là dove si narra del ricco epulone che grida «Brucio» nelle fiamme. Indica uno stato interiore di sofferenza che consuma. È usata pure nel libro degli Atti quando Paolo, a Mileto, annuncia agli anziani di Efeso che sta per partire per Gerusalemme e che non li vedrà più, facendo intuire la sua morte: «Tutti allora scoppiarono in pianto... addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto» (20, 38). Addolorati, affranti, stretti in una morsa di dolore.

E la risposta di Gesù non risponde all'emotività della domanda e questo è un grosso mistero. Gesù avrebbe potuto rispondere: «Sì, vi capisco, mi dispiace, però io dovevo, avreste potuto pensarlo». Invece ha una parola forte: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Secondo il Feuillet, esegeta di grande valore, la versione migliore è un'altra: trovandosi nel tempio di Gerusalemme, simbolo della casa celeste del Padre e dunque simbolo della vera dimora del Figlio di Dio, Gesù dichiara a Maria e Giuseppe stupefatti: «Non sapete che bisogna che io stia con mio Padre a casa sua?». Non c'è da esitare: questo passo è stato capito così da tutti i padri greci senza eccezione, da Origene a san Giovanni Damasceno, dai padri latini fino al XII secolo. E queste parole misteriose di Gesù hanno una significazione doppia. La più ovvia è, come dice Lagrange, che «Gesù risponde sorridendo che bisognerebbe bene aspettarsi di trovarlo presso suo Padre». Ma si intuisce un senso più profondo, un'allusione velata a questo ritorno di Gesù nella casa del Padre di cui parla sovente il Vangelo di Giovanni. E questa formula «bisogna, devo, è necessario» che io sia nelle cose del Padre, è la formula-chiave del duplice mistero della passione e risurrezione per la quale Gesù tornerà al Padre. Questa parola è dunque indicativa innanzitutto del mistero ontologico di Gesù (io sono col Padre, io sono nel Padre, io devo stare nella casa del Padre). Prima di ora lui non l'aveva detto, e comunque, anche se era detto nell'annuncio dell'angelo a Maria, non era successo niente. Qui invece lo manifesta con una estrema forza. Noi avremmo preferito che Gesù preparasse i suoi genitori a ciò che sarebbe accaduto a Gerusalemme, perché ci è sempre difficile accettare il modo con cui Gesù, che è volontà libera e libera personalità, agisce con noi.

In secondo luogo la risposta di Gesù adombra il mistero redentivo: bisogna, è necessario. È la parola che, per designare il suo mistero pasquale, ritroveremo al termine del Vangelo di Luca: «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (24, 26).

«Ma essi non compresero le sue parole». Di fronte alla manifestazione così cruda del mistero e delle sue conseguenze, Maria e Giuseppe non comprendono, devono fare ancora del cammino. Quasi ci stupisce il candore di questa espressione dell'evangelista. «Essi non compresero» è la parola che Luca usa per l'incomprensione degli apostoli di fronte a Gesù che spiega loro come il Figlio dell'uomo dovrà soffrire: «Ma essi non compresero questo» (9, 45); «Ma non compresero nulla di tutto questo» (18, 34). Indica il nostro annaspare di fronte al mistero della morte e risurrezione di Gesù. Maria e Giuseppe, pur se in maniera sottomessa, umile, accogliente, hanno vissuto prima di noi questo brivido del non capire.

 

Maria, sono tante le volte in cui noi non comprendiamo. Fa' che l'umiltà e la sofferenza del tuo non capire sia di sostegno alla insofferenza, all'orgoglio e talora alla superbia del nostro non capire. Medica, con la tua dolcezza e perseveranza, col tuo silenzio paziente, la ribellione che spesso accompagna le nostre riflessioni sulla nostra vita, sulla vita delle comunità e della Chiesa. Donaci di partecipare al tuo «sì» che rimane tale nella più dolorosa oscurità, nella sofferta incomprensione, fino al momento della croce e della risurrezione.

 

 

Tratto da: C. M. Martini, Il Vangelo di Maria, Ancora, 43-62.

 

card. Carlo Maria Martini

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