Affettività come vocazione (3/4)

di Giuseppe Mari


La centralità della vocazione nell’antropologia cristiana

All’interno della riappropriazione dell'affettività all'educazione, secondo un’ottica coerente con la nostra professione di fede, è essenziale la dimensione vocazionale e a me ha fatto molto piacere che il Sinodo la tematizzi esplicitamente: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, mettendo in forte enfasi il discernimento vocazionale come descrittore di fondo. In proposito, occorre evitare derive di tipo “sociologistico”. Certamente, allo scopo di far dialogare la Chiesa e i giovani, può essere utile domandare che cosa questi si aspettano da quella o viceversa, ma, se le parole hanno un senso, la vera questione è che cosa Dio si attendere dalla Chiesa e dai giovani. Infatti, se il descrittore di fondo è il discernimento vocazionale, vuol dire che anche quello che i giovani chiedono alla Chiesa è secondario, rispetto ad una ricomprensione dell’identità giovanile alla luce della storia della salvezza. Sottolineo il riferimento alla vocazione perché la mia impressione è che, negli ultimi decenni, sia stato – talvolta almeno – equivocato con quello alla progettualità. Certamente, se il riferimento alla progettualità significa evitare l’improvvisazione, va bene; ma se significasse cadere nell’equivoco (moderno) della pianificazione, sarebbe quanto di più incoerente rispetto alla logica vocazionale che, configurandosi come l’incontro tra le libertà di Dio e dell’uomo, non è pianificabile. 


Sappiamo come, alle origini della civiltà occidentale, ci sia il riconoscimento nella meraviglia della sorgente della conoscenza umana (Platone e Aristotele). Meraviglia perché? Per il fatto che le domande possono trovare risposta rivelando che il mondo non è opaco alla nostra investigazione. Siamo talmente abituati al fatto che il mondo sia esplorabile che non ci rendiamo conto dell'enormità implicata in questo. Il mondo potrebbe anche essere completamente opaco rispetto alle nostre esplorazioni di esso. Questo fatto è sorprendente, esattamente come altri che rischiamo invece di trascurare. Pensiamo, ad esempio, al fatto che siamo qui oggi, che cosa significa? Tra le altre cose, che siamo stati accolti da qualcuno. Il fatto che la nostra vita abbia un valore intrinseco è attestato anzitutto da questo: qualcuno ci ha raccolto ai suoi inizi, ecco perché siamo qui oggi. La nostra esistenza ha una intrinseca valenza responsiva: noi esistiamo in risposta a chi ci ha anzitutto voluto (Dio), quindi rispetto a chi ci ha accolti e introdotti nella vita.  Il fatto che noi siamo stati accolti da qualcuno è enorme perché da questo fatto passa la differenza tra l'esserci e il niente, che è gigantesca. Se noi cogliamo questo, ci rendiamo conto di cosa vuol dire che la vita è un bene. Non significa che la vita è bella, perché talvolta può anche non esserlo, ma che esprime l'enormità dell'esserci rispetto al niente. Questa enormità è tale perché apre ad una grande possibilità che qualcuno deve aiutare a riconoscere, ecco la forza dell'educatore come guida. La possibilità consiste nel fare in modo che il nostro passaggio su questa terra lasci segni di bene coerenti con il bene che rappresenta la nostra vita.


A questo punto, se noi focalizziamo l'attenzione sull'affettività come potenza attiva, dobbiamo tentare di riconoscere che significato ha questa dinamica, andando oltre il piano descrittivo, facendo leva sul fatto che poniamo domande e troviamo risposte con la nostra vita di sapiens sapiens. Qual è la risposta proveniente dall'affettività umana? L'essere umano non basta a sé stesso: questa è la risposta. Si tratta – anche qui – di un’enormità perché penso che, se ci fosse un contatore che contasse quante volte nell'arco di una giornata noi diciamo io o lo sottintendiamo, ad un certo punto il contatore finirebbe in tilt. Il fatto è che, nonostante siamo così costantemente richiamati dal nostro io, tutti cogliamo di essere felici solo quando siamo capaci di dire noi. L'essere umano esprime una incredibile assertività, talmente incredibile che lo può condurre alla prepotenza; eppure sa riconoscere di non bastare a sé e noi questa cosa la riconduciamo al fatto che siamo immagine e somiglianza di un Dio trinitario che è mistero di comunione.


A questo punto però dobbiamo ricordarci di quello che dicevamo prima. Se dentro il nucleo e il nodo dell’affettività c'è questo elemento di libertà, che quindi non rimanda soltanto al bisogno, allora ridurre l'affettività alla risposta ai bisogni è improprio. Si tratta quindi di operare affinché il bisogno diventi desiderio, acquisendo quell’intenzionalità che permette di procedere al giudizio, tale da distinguere tra il desiderio buono (che va assecondato) e quello cattivo (che va respinto). Capite perché prima me la sono presa con l’idea che l’educatore sia un “facilitatore”: si tratta di una concezione avalutativa. Invece l’educazione, avendo a che fare con la libertà, è sempre valutativa. Dobbiamo però mettere in conto che oggi tendenzialmente siamo diffidenti verso il giudizio. Me ne accorgo quando, presentando ai miei studenti la relazione d’aiuto in chiave pedagogica, dico loro che è valutativa, precisando che si valutano le parole e le azioni, non le persone. Ebbene, immancabilmente, quando all’esame pongo la domanda, mi viene risposto che la relazione d’aiuto non è valutativa, salvo poi precisare la distinzione che ho prima sottolineato.


Alla diffidenza verso la valutazione (o il giudizio) corrisponde quella verso l’autorità. Anche qui ne faccio continua esperienza con i miei studenti. Al quesito circa la condizione contraria all’autoritarismo immancabilmente mi rispondono che è l’autorevolezza, mentre si tratta dell’autorità. A quel punto faccio osservare che l’autorevolezza è l’autorità riconosciuta la quale non è detto che sia sempre tale. Chi ha a che fare con gli adolescenti, sa perfettamente che raramente riconoscono l’autorità ma questo non deve condurci a deporre il ruolo di guida che siamo chiamati a tenere! Se facciamo così fatica a confrontarci con il giudizio e con l’autorità, probabilmente è dovuto al fatto che veniamo da una stagione storica – il Novecento – che, avendo ospitato totalitarismi in abbondanza, ha ecceduto sia nella pratica dell’autorità (in realtà, dell’autoritarismo) sia nell’esercizio del giudizio. Ma oggi la situazione è molto cambiata e questi riferimenti – simbolicamente paterni – vanno rivisitati.


Del resto, vorrei osservare con voi una cosa. Torno sull’Ottocento, secolo pedagogico per eccellenza, come dicevo prima. È interessante notare che i grandi educatori ottocenteschi (tra cui don Bosco) hanno sempre coniugato libertà e disciplina. Come mai? L’Ottocento è il secolo della celebrazione della libertà perché è il secolo delle rivoluzioni e dei moti patriottici. Vi invito a pensare ad una figura rivoluzionaria. L’avete fatto? Ora rispondetemi: ha condotto una vita disciplinata o indisciplinata? I rivoluzionari indisciplinati non esistono perché le rivoluzioni e i moti sociali possono iniziare in maniera convulsa, ma certamente raggiungono i loro scopi solo se si disciplinano. Ecco perché l’Ottocento (a differenza di quanto è accaduto con la “Contestazione”) non ha contrapposto libertà e disciplina, ma le ha coniugate. L'idea che la libertà e la disciplina siano una il contrario dell'altra è una caricatura che ha l'unico effetto di rendere smidollati, ma la persona smidollata non è libera perché è succube dei suoi bisogni e come tale praticherà i suoi comportamenti in chiave compensativa e se c'è oggi una grande dinamitica compensativa è quella affettivo-sessuale.

Pensate ai nostri ragazzi. Mediamente presi hanno comportamenti affettivo-sessuali indisciplinati. Ma a voi sembrano trasgressivi? Secondo voi, gente che va in crisi quando viene mollata dalla ragazza o dal ragazzo, è trasgressiva? Al vero trasgressivo non importa nulla di questo. La mia impressione è che siamo di fronte a comportamenti apparentemente trasgressivi, in realtà compensativi. Ma è questa l’opportunità che abbiamo in chiave pedagogica, perché l'essere umano può anche adattarsi alla compensazione, ma è sempre profondamente avvilito da essa, perché la compensazione è l'esatto contrario dell'assertività, che invece ci “abita” come esigenza essendo noi liberi. Quindi, di fronte a un soggetto che vive dinamiche compensative, se noi abbiamo una proposta da fargli in chiave assertiva, certamente non gli risulta indifferente anche se non è detto che l’accolga. Ecco perché non dobbiamo assolutamente “svendere”, né in questa materia né in altre, ma dobbiamo rilanciare. 

 

continua...