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A che serve parlare di Dio?

Si diventa grandi lo stesso senza parlare o credere in Dio. Almeno così sembra, osservando la vita dei nostri ragazzi e giovani, che nel periodo estivo disertano le Messe festive, che pure durante l'anno frequentano. Così non sembra se guardiamo all'interesse che suscitano avvenimenti religiosi, e le varie «fiction» televisive, che tuttavia i giovani non seguono affatto. In TV abbiamo visto tante storie sui santi, su Giovanni Paolo II, su Benedetto XVI ma si è evitata la riflessione su una domanda ancora essenziale a quarant'anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II: a che serve parlare di Dio, a che serve la religione?


A che serve parlare di Dio?

da L'autore

del 19 gennaio 2008

Si diventa grandi lo stesso senza parlare o credere in Dio. Almeno così sembra, osservando la vita dei nostri ragazzi e giovani, che nel periodo estivo disertano le Messe festive, che pure durante l’anno frequentano. Così non sembra se guardiamo all’interesse che suscitano avvenimenti religiosi, e le varie «fiction» televisive, che tuttavia i giovani non seguono affatto.

In TV abbiamo visto tante storie sui santi, su Giovanni Paolo II, su Benedetto XVI ma si è evitata la riflessione su una domanda ancora essenziale a quarant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II: a che serve parlare di Dio, a che serve la religione? Quale religione poi? La nostra cristiana o le religioni che si affacciano in modo prepotente alla ribalta italiana, provocando più conversioni dal cattolicesimo alle nuove religioni, che da esse al cattolicesimo?

Tra i giovani emerge ancora «l’ateo», forse più per cattiva educazione o ignoranza che rifiuto di Dio. Parecchi di loro rimangono male quando la religione è ridotta a spettacolo folcloristico o degenera nell’emotivo o peggio ancora nella superstizione e provano dispiacere se viene usata a scopi politici, per conservare o favorire situazioni di potere a scapito delle persone, dello sviluppo delle genti, in particolare dei poveri.

Una simile religione non serve a nulla, tanto meno rende giustizia al Dio della Bibbia, del Vangelo. È la stessa che rifiutano i profeti del nostro tempo, Mazzolari, Turoldo, Madre Teresa, per citare alcuni nomi conosciuti, ma anche i nostri pastori da Paolo VI ai papi che l’hanno seguito, ai nostri vescovi come Martini e Ratzinger, oggi successore del grande Giovanni Paolo II.

Per rispondere alla domanda, senza entrare nei meandri delle alte discussioni dei filosofi e dei pensatori, l’invito a leggere nella storia quanto i credenti hanno operato per il bene dell’umanità. È un bilancio in attivo, nonostante la colonna del «passivo», che ha fatto piangere i santi ma non ha annullato quella del Bene fatto nel mondo.

Leggere la vita dei santi, narrarla ai giovani, raccontarla ai ragazzini è un modo per ridare respiro alla loro vita, rispondere concretamente al loro bisogno di senso, alla loro voglia di novità. La religione cristiana è sempre nuova perché nasce e si radica nella Carità, il modo migliore per vincere ogni forma di ateismo o di superstizione. La forza della religione non si fonda sulla difesa della sua dottrina ma sull’amore, dove le parole vengono bruciate dai fatti e la dottrina soddisfatta dall’azione.

Dobbiamo mettere i nostri giovani a contatto con testimoni credibili della carità, che suscitano domande che li portano a confrontarsi con Dio. Chi glielo fa fare? Nessuna motivazione puramente umana ma l’amore di Dio, che incontrano nel volto dei poveri, a volte senza saperlo.

È la parabola del Samaritano che si ferma a sollevare il ferito, la storia di Kerido clown, che è stato a Kabul con il famoso medico clown Patch Addam’s. I ragazzi di fronte alla sua testimonianza e alle immagini drammatiche di una guerra lontana, gli hanno chiesto perché ha sciupato tanto tempo e denaro per gente che non conosceva. «In un primo tempo – rispose – perché commosso dal volto di bambini, feriti, violentati dalla guerra, poi, perché in loro avevo visto il povero Cristo, l’innocente Figlio di Dio che ha pagato il prezzo duro del male nel mondo».

Se il parlare di Dio servisse solo ad alimentare il fuoco della carità, sarebbe già cosa grande anche per chi fatica a credere, l’uomo d’oggi ha bisogno della religione non solo per amare ma per dare respiro di eternità allo stesso amore.

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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