Testi Salesiani

7. LA VITA NELL'ORATORIO


7. LA VITA NELL'ORATORIO

 

Si moltiplicano le ostie

Il giorno della Natività di Maria Santissima del 1847, circa 650 giovani erano stati confessati ed erano pronti per la Comunione.

Don Bosco incominciò la Messa e la continuò, credendo che nel tabernacolo vi fossero le Ostie consacrate. La pisside invece era quasi vuota, ed il sacrestano si era dimenticato di mettere sull'altare l'altra pisside da consacrare.

Giunto alla Comunione, don Bosco s'accorse della dimenticanza del sacrista; ma come fare? Non c'era rimedio! Alzò gli occhi al cielo, trasse un gran sospiro, poi cominciò e continuò la Comunione a tutti, come se nulla fosse; e le particole si moltiplicarono nelle sue mani, in modo che poté comunicare tutti, senza spezzare neppure una particola.

Interrogato poi dai suoi giovani come avesse fatto, tranquillamente rispose:

- Oh bella! Per la dimenticanza del sacrestano, aveva forse da restarne disgustato Gesù, che desiderava tanto venire nei vostri cuori?

 

,. e le castagne

La domenica dopo la festa dei Santi del 1849, si era fatto nell'Oratorio l'esercizio della buona morte, ossia la confessione e la comunione da tutti i giovani interni ed esterni. E alla sera, don Bosco li condusse a visitare il camposanto, con la promessa di regalare loro le castagne quando fossero ritornati.

Mamma Margherita ne aveva comperati tre sacchi; ma poi, pensando che mezzo sacco sarebbe bastato per far divertire quei giovani, si limitò a far cuocere quelle.

Ritornati i giovani, e schieratisi come soldati in attesa, don Bosco si accinse alla distribuzione, riempiendo ad ognuno il berretto.

- Che fai! - gli gridò allora la madre. - Non ne abbiamo abbastanza!

- Ma sì!... - soggiunse don Bosco; - ne abbiamo tre sacchi!

- Ma le altre non sono cotte!

- O cotte o non cotte, continuiamo come abbiamo cominciato!

E continuò realmente a dare ad ognuno pieno il berretto. Intanto il cesto si vuotava; non ve ne erano più che poche manate, e i giovani erano ancora molti.

Alle grida di gioia, successe a poco a poco un silenzio d'ansietà: tutti temevano di restar senza.

Ma don Bosco, che non si sgomentava mai, li incoraggiava dicendo:

- Le migliori stanno in fondo. Niente paura!

E rimboccatesi le maniche, continuò a cacciare le mani nella cesta e riempire i berretti. Per quante ne cavasse, non diminuivano mai; di modo che tutti furono serviti, e quando si portò il cesto in cucina, ne rimaneva ancora la porzione di don Bosco e quella della mamma.

In quella sera, nel cortile e sulle vie, fu un grido solo: - Don Bosco ha moltiplicato le castagne.

In memoria di questo fatto, in tutte le case di don Bosco, si distribuiscono, la sera dei Santi, le castagne lessate.

 

Placido sonno

Era la vigilia di una solennità, don Bosco era sempre pronto ad ascoltare, con ammirabile pazienza, quanti giovani gli si presentassero per confessarsi, aprirgli il loro cuore, o togliersi qualche inquietudine dall'animo. Quella sera confessava nella sacrestia, e quantunque s'appressasse la mezzanotte, molti dei suoi ragazzi aspettavano ancora il loro turno.

Affaticato per il duro lavoro della giornata e spossato per la veglia della notte antecedente, fu a poco a poco vinto dal sonno, e la sua testa venne piano piano a posarsi sulla spalla del piccolo penitente che si stava confessando.

Il fanciullo fu dapprima meravigliato; ma poi, contento di fare come da sostegno a un tanto padre, si guardò bene dal fare il più piccolo movimento, e anzi, prese a dormire anche lui placidamente.

Gli altri giovani schierati intorno, vedendo prolungarsi soverchiamente l'attesa, s'addormentarono a loro volta: e così, confessore e penitenti facevano, senza saperlo, a chi dormiva meglio.

Sono le due del mattino ed il povero don Bosco si risveglia di soprassalto. Con stupore, misto a meraviglia ed umiliazione, guarda di intorno... Il piccolo penitente ha il capo reclinato sull'inginocchiatoio e riposa saporitamente. Don Bosco si alza leggero leggero e va a dare uno sguardo al posto dove attendevano gli altri. Sono ancora là, ma anche loro dormono. Che fare? Rientra in confessionale. Sveglia il piccolo penitente e lo manda a dormire. Ripete la stessa cosa ad uno ad uno e li manda a letto, rimettendo le confessioni a giorno fatto.

 

Ho perduto i peccati

Un giorno fu condotto dinanzi a don Bosco un suo giovanetto tutto piangente.

Costui, desideroso di fare la sua confessione generale con la maggior precisione possibile, aveva scritto i suoi peccati e ne aveva riempito un quadernetto. Ma, non si sa come, aveva perduto il volumetto delle ingloriose sue -gesta, e per quanto frugasse in ogni tasca, il manoscritto più non lo trovava, ed a nessuno voleva palesare il motivo della sua desolazione.

Don Bosco, fattolo appressare a sé, prese ad interrogarlo:

- Che hai, caro Giacomino? Ti senti male? Hai dispiaceri?... Ti hanno picchiato?...

Il ragazzo, preso un po' di coraggio, rispose:

- Ho perduto i peccati!

A queste parole, i compagni, ed anche don Bosco, diedero in uno scroscio di risa; ma poi il Santo soggiunse:

- Te felice, se hai perduto i peccati! e felicissimo se non li troverai mai più, perché, senza peccati, andrai sicuro in Paradiso!

Giacomino, credendo di non essere stato inteso, alza gli occhi rigonfi a guardare il buon padre, e grida:

- Ho smarrito il quaderno dove li avevo scritti! Allora don Bosco che aveva trovato il quadernetto, trattolo di tasca, esclama:

- Sta' tranquillo, mio caro; i tuoi peccati sono caduti in buone mani. Eccoli qui!

A quella vista il poveretto si rasserenò, e sorridendo concluse:

- Se avessi saputo che li aveva trovati lei, invece di piangere, mi sarei messo a ridere; e questa sera, venendo a confessarmi, avrei detto: «Padre, io mi accuso di tutti i peccati che lei ha trovato e che tiene in tasca».

 

Battaglia nell'orto

Si era al tempo delle prime guerre dell'Indipendenza Italiana (1848-49), ed anche nei giovani si era infuso un fermento bellico da non dirsi.

Don Bosco, che sapeva servirsi di tutto per attirare maggiormente i fanciulli, permetteva che si facessero anche nell'Oratorio delle guerricciole innocenti con bastoni, fucili e sciabole di legno.

Un giorno, essendo molti ragazzi schierati in ordine di guerra, datosi l'ordine dell'attacco, l'impeto fu così veemente che la mischia si spinse, senz'avvedersene, fin oltre il cortile, giù giù nell'orto di mamma Margherita.

Smantellata la siepe, tutti pesti i seminati e sciupati i raccolti, quell'orto divenne una desolazione. Mamma Margherita, accorsa tutta affannata, ne faceva le lagnanze con quei guerrieri in erba, senza potersi dar pace di tanto sciupio. E don Bosco a lei:

-- O madre, che volete farci; sono giovani!

Chiamato poi il generale, il quale se ne stava tutto confuso in tanta gloria, gli fece animo con le più dolci parole, e tratto fuori un grosso cartoccio di caramelle glielo diede dicendogli:

- Prendi, distribuisci ai vincitori e ai vinti, ma non dite nulla alla mamma perché non mi bastoni.

 

E se morissi stanotte?

Da qualche tempo don Bosco usava le più delicate cure per un ragazzo dell'Oratorio che, a dispetto di tutto, si manteneva chiuso e si dimostrava ritroso ed ostinato.

Il Santo ricorse allora ad uno stratagemma. Preso un foglietto di carta, vi scrisse sopra queste parole: «E se morissi stanotte?», e andò a deporlo tra il lenzuolo e il guanciale di quel poveretto. Venuta la sera, tutti vanno a dormire, ed anche il nostro giovane si sveste e fa per mettersi a letto. Ma gli salta agli occhi quel foglio.

- Oh! Che sarà mai?

Lo prende, lo legge e lo rilegge: «E se morissi stanotte? Don Bosco».

- Ma don Bosco è un Santo... conosce l'avvenire... chissà che non debba essere così?! E se morissi davvero?!... Ma io non voglio morire... no!...

Intanto si corica, si copre per bene, e tenta di addormentarsi. Ma che!... addormentarsi in quello stato? Con quelle parole che lo pungono come acuta spina? E impossibile!

Si volta e rivolta, e chiude stretti gli occhi: tutto inutile. Sente più vivo il suono di quelle parole; gli par di vedere realmente lì, dinanzi a sé, la morte, il Divin Giudice, l'inferno. Un brivido l'assale, e, tutto in un sudore, esclama:

- Povero me! ma io non voglio andare all'inferno; voglio confessarmi.

Si raccomanda alla Madonna, si alza, si veste pian piano, discende le scale, attraversa i corridoi, sale alla stanza di don Bosco, e picchia.

Il Santo, che l'attendeva, apre e lo introduce dicendogli:

- Oh, se sapessi quanto di cuore ti ho atteso! Fatta la sua confessione dolorosa e sincera, se ne ritornò tranquillo e felice a letto.

 

Non gli ho firmato il passaporto

Uno dei migliori giovani dell'Oratorio era caduto gravemente ammalato.

Don Bosco era assente. Al suo arrivo, superiore e giovani gli vanno incontro, pregandolo di correre subito al letto del moribondo.

Don Bosco, per nulla allarmato a quella notizia, non s'affrettò punto. Anzi, disse sorridendo:

- Eh, no! Davico non muore: non gli ho ancora firmato il passaporto.

Giunto poi presso il malato che era in delirio, si chinò e gli disse una parola all'orecchio; poi fece inginocchiare i presenti perché pregassero Savio Domenico, di cui Davico portava il nome. Appena finita quella breve preghiera, il malato s'alza a sedere sul letto ed esclama:

- Sono guarito!... sono guarito!

- Ebbene, vieni a cena con me - soggiunse don Bosco fra le meraviglie di tutti.

Pareva una follia far alzare uno ed invitarlo a cena, mentre poco prima era moribondo...

Il giovane si alzò, andò a cena con lui, e quella sera vi fu grande allegria, perché tutti vedevano che Davico stava benissimo.

 

Risuscita un morto

Nel 1849 cadeva gravemente ammalato un giovane sui 15 anni di nome Carlo, che frequentava l'Oratorio come esterno.

Era figlio dell'albergatore di una vicina trattoria e, quando il medico lo diede spacciato, si pensò di chiamargli un sacerdote. Carlo voleva don Bosco, suo confessore solito, e don Bosco era fuori Torino. Nella notte il ragazzo morì, sempre chiamando don Bosco.

Quando questi giunse e seppe di Carlo si affrettò a quella casa. Quando vi giunse, il cameriere gli si fece incontro, singhiozzando.

- Troppo tardi, don Bosco, troppo tardi! Carlo è morto stanotte.

- Ma che?!... Egli dorme.

E siccome il cameriere lo guardava con aria ironica, soggiunse:

- Volete scommettere una pinta, che Carlo non è morto?

In quel mentre, sopraggiunsero gli altri di casa, che piangendo gridarono:

- Sì, sì! è proprio morto! Ah!... il povero Carlo non è più!

- Andiamo a vedere - continuò il Santo. E subito fu condotto nella camera dove il cadavere, già vestito dei suoi abiti, era ricoperto di un velo bianco.

Don Bosco si appressò, fece una fervida preghiera, poi disse ai presenti:

- Ritiratevi un momento; lasciatemi solo con lui. Dopo quella preghiera, in tono di comando lo chiamò:

- Carlo... Carlo... alzati!

A quella voce, il giovane si muove, e come svegliandosi da un profondo sonno, apre gli occhi, li volge attorno, e dice:

- Dove sono? Oh don Bosco!... è proprio lei?... Se sapesse quanto l'ho sospirato!... Ho bisogno di lei; ha fatto bene a svegliarmi.

Intanto la madre, che origliava, udita la voce del figlio, si precipitò nella stanza. Don Bosco gridò:

- Aspettate, non è ancora tempo. Andate a richiamare la famiglia; vi avvertirò io.

Rivolto di nuovo a Carlo, continuò:

- Sono qui per te; di' pure tutto quello che vuoi.

- Oh, don Bosco! Io dovevo essere all'inferno! L'ultima volta che mi confessai, non osai palesare un peccato. Ora, ho fatto un sogno spaventoso. Ho sognato di essere sull'orlo di un'immensa caverna... molti demoni mi spingevano, volevano precipitarmi dentro, quando ho sentito la sua voce. Voglio confessarmi!

E cominciò subito la sua confessione coi segni del più grande pentimento. Appena finito, ad un cenno di don Bosco, rientra la madre con tutti quei di casa, e Carlo, volgendosi a loro, grida:

- Don Bosco mi ha salvato! Mi ero confessato male. Don Bosco mi ha salvato dall'inferno!

Stette circa due ore, pienamente padrone della sua mente, rispondendo a tutte le interrogazioni. Ma intanto, per quanto si muovesse e parlasse, il suo corpo era sempre freddo, la sua faccia cerea, i suoi occhi smorti e smarriti.

Finalmente, don Bosco gli disse:

- Ora sei in grazia di Dio. Il Paradiso è aperto per te... vuoi andare lassù, o rimanere con noi?

E Carlo rispose risoluto e festante:

- Desidero andare in Paradiso! Arrivederci in Paradiso!!!

E si lasciò cadere sul guanciale, immobile, riaddormentato nel Signore.

La fama di questo fatto durò viva per molti anni; tutti ne parlavano, e da tutti si conosceva il posto, l'insegna di quella locanda, il nome e il cognome del giovane e della famiglia.

 

Guai a Torino!...

Tra i giovani dell'Oratorio v'era un certo Gabriele Fassio tredicenne, di illibati costumi e di grande pietà. Don Bosco ne aveva grande stima, e spesso esclamava:

- Oh quanto è buono!... Ma presto morrà! E fu profeta.

Caduto ammalato e ridotto agli estremi, dopo aver ricevuto tutti i conforti religiosi, come ispirato dall'alto, si pose a gridare:

- Guai a Torino!... Guai a Torino!

Ai compagni che l'assistevano e che domandarono il perché di quel guai, rispose:

- Un orribile terremoto!

- Quando sarà?

- Il 26 aprile... Guai a Torino!

- Che cosa dobbiamo fare?

- Pregare san Luigi che protegga l'Oratorio e quelli che lo abitano.

Poco dopo moriva santamente, e i giovani dell'Oratorio presero ad aggiungere alle orazioni del mattino e della sera un Pater, Ave, Gloria ad onore di san Luigi, con la invocazione: «Ab omni malo libera nos, Domine».

Venne il 26 aprile 1852. Sul mezzogiorno, un rombo tremendo, udito a quindici miglia all'intorno, faceva traballare la città, sgangherando usci e porte e finestre, e non lasciando un vetro intatto.

Era scoppiata la polveriera, e poco mancò che riducesse Torino in un cumulo di rovine.

La casa dell'Oratorio, che distava appena 500 metri dalla polveriera, restò intatta, ed i giovani, fuggiti nelle vie e nei prati vicini, furono tutti salvi. Don Bosco fece stampare un'immagine ricordo, nel cui sfondo si vedevano la città di Torino e la polveriera in fiamme, in alto la Vergine della Consolata, e sul davanti giovani inginocchiati, rivolti a Maria. Sotto, si leggeva questa strofa:

Noi dalle accese polveri

Per tua mercé scampati

Ai piedi tuoi, gran Vergine,

Grazie rendiam prostrati.

Il Santo e i suoi giovani, cantando sovente questa lode, finivano con un grido di Evviva alla Vergine Ausiliatrice che li aveva scampati da un tanto pericolo.

 

Il colera del 1854

Sul principio dell'agosto 1854 scoppiò in Torino il colera. Don Bosco l'aveva preannunziato, e già fin dal mese di maggio aveva detto ai suoi giovani:

- Quest'anno ci sarà il colera a Torino, e vi farà grande strage; ma se voi farete ciò che vi dico, sarete salvi.

- E che cosa dobbiamo fare?

- Prima di tutto, vivere in grazia di Dio; poi, portare al collo una medaglia che io benedirò e darò a tutti, e recitare un Pater, Ave e Gloria ad onore di San Luigi.

I casi di colera salirono ben presto a cinquanta al giorno. In tre giorni superarono i 1400. La regione più afflitta fu quella di Valdocco, ove si trovava appunto l'Oratorio; e mentre molte famiglie furono interamente distrutte, dei giovani e del personale dell'Oratorio nessuno fu menomamente toccato, quantunque una gran parte si fossero offerti di andare ad assistere i colerosi nelle case e nei lazzaretti.

Don Bosco, che loro andava ripetendo: «Se non farete peccati, io vi assicuro che nessuno sarà toccato», fu veramente profeta.

 

Berta in sacco

Un giovane di nome Pietro, che era stato parecchi anni con don Bosco all'Oratorio, finì con cadere nelle reti dei Valdesi e ascriversi alla loro setta.

Essendosi gravemente ammalato, questi si erano piazzati accanto al suo letto per impedirgli di chiamare il prete cattolico.

Don Bosco, saputolo, corse alla casa dell'infermo. Gli apre un pastore, che gli dice:

- Chi cerca, signor Abate?

- Cerco di parlare al povero ammalato.

- Non può ricevere nessuno; è rigorosamente proibito dal medico.

- Il medico, certamente, non intende di estendere a me la sua proibizione; mi lasci passare, farò una semplice commissione.

Così dicendo, si fa strada ed entra esclamando:

- O Pietro mio, come stai?! Ti ricordi ancora di me? Mi riconosci?!

- Sì... lei è don Bosco, l'antico amico della mia anima!

Il pastore a questo punto grida a don Bosco:

- Insomma la prego di ritirarsi. Lei non ha niente a che fare con questo giovane.

- Ho invece molto da fare e da dire con lui! E lei chi è, che comanda qui dentro?

- Io sono un ministro valdese.

- Ed io sono don Bosco, il direttore dell'Oratorio di Valdocco.

- Ebbene, che cosa vuole da questo ragazzo?

- Voglio aiutarlo a salvarsi l'anima, mentre lei lo vuole perdere.

- Ma egli non ha nulla a che fare con lei.

- E perché mai?

- Perché si è ascritto alla Chiesa Valdese.

- Io l'ho scritto prima di lei nel catalogo dei miei figli.

- Ma lei turba la coscienza di questo povero infermo, ed avrà a pentirsene.

- Quando si tratta di salvare un'anima, non temo conseguenze.

- Ripeto che lei deve andarsene subito di qui. Sappia, signor Abate, che io ho l'autorità!

- Ed io ripeto che rispetto tutti, ma non temo nessuno, perché sono sicuro che l'infermo è pentito di aver dato il nome alla vostra setta, e desidera morire cattolico.

- Questa è una seduzione, una menzogna! - grida più forte il ministro. E volgendosi al malato l'interroga:

- Non è vero, Pietro, che volete continuare nella chiesa evangelica?

- No! - rispose il giovane. - Io sono cattolico, e voglio vivere e morire da cattolico.

A questa aperta e franca confessione, il ministro se ne andò gridando:

- Ritornerò a tempo migliore!

- Il tempo migliore è appunto questo - soggiunse don Bosco accompagnandolo alla porta. Quindi rivolto al giovane, con aria sorridente e rassicurante, gli disse:

- Vedi, Pietro, che gli abbiamo fatto mettere Berta in sacco (che gli abbiamo chiuso la bocca)? Oh, quanto è buono il Signore!... Sappi essere fedele.

Lo confessò e gli ridiede la pace. Il giovane, guarito da quella malattia, rimase poi fedele alla sua fede.

 

Abito grande e porta stretta

Una signora dell'aristocrazia torinese, amante dei poveri e generosissima con loro, era solita recarsi ogni mese da don Bosco a fargli le sue offerte.

Un giorno si presentò vestita d'un'ampia veste con crinolina, come s'usava allora, e volendo entrare nella stanza di don Bosco, la cui invetriata era aperta solo per metà, si ruppero le laminette di acciaio che tenevano rigonfio l'abito.

La signora, mortificata e indispettita, protestò che non sarebbe mai più venuta all'Oratorio.

Il Santo, dispiacentissimo, le disse:

- Eccellenza, ella forse non ricordava che le porte di don Bosco non sono larghe come quelle del suo palazzo.

Queste parole non valsero a rabbonire la dama, la quale, fatta avvicinare la carrozza, se ne partì, ripetendo che non avrebbe mai più messo piede nell'Oratorio.

- Va bene, va bene; così mi obbligherà a venire io da lei - rispose don Bosco con tutta calma e sorridendo.

Difatti prese a recarsi ogni otto giorni dalla dama, la quale, alla terza volta, esclamò:

- Come va che siete ritornato così presto?

- Se vostra Eccellenza non viene più da me - rispose don Bosco - bisogna bene che io venga da lei; altrimenti, come potrò tirare avanti con i miei giovani che mancano di tutto?

La dama capì l'arguzia e l'umiltà del Santo, e riprese a recargli personalmente ogni mese le sue generose offerte.

 

Robiole... e peccati

Nell'aprile del 1876 si era ammalato un alunno della terza ginnasiale, che era la consolazione e anche la speranza dei Superiori per la sua ottima condotta e per l'eccellente riuscita negli studi.

Tornando poi all'Oratorio dopo essere stato in famiglia per un po' di convalescenza, salì da don Bosco e con accorato accento gli disse:

- Signor don Bosco, i miei genitori, trovandosi in gravi strettezze, non possono più pagare la pensione e neppure il debito già esistente. L'unica cosa che abbiamo potuto fare per compensarla in qualche modo, si fu di mandarle queste sei robiole.

Così dicendo trasse da un sacchetto sei piccole forme di cacio brianzolo.

Don Bosco, ammirando l'umile disinvoltura e tutta la grazia di quel suo caro figliolo, soggiunse:

- Ma dunque, i tuoi parenti non potrebbero fare proprio più nulla?

- Nulla! Nulla! Io però potrei darle ancora qualche cosa.

- E che?

- I miei peccati con una confessione generale. Rise il Santo di tanta ingenuità, e conchiuse:

- Bene, bene, le robiole le terrò per mandarle in cucina, e la confessione verrai a farla questa sera.

Quello stesso giorno, al pranzo dei Superiori fu servita una di quelle robiole, e don Bosco esilarò i commensali, raccontando il fatto.

 

La lezione di don Bosco

Cedendo all'insistenza di un buon parroco della diocesi di Alba, era andato a predicarvi nella circostanza dei fedeli defunti.

La sera del 2 novembre scendeva da quelle colline per andare alla stazione di Bra; ma avendo smarrita la via ed essendo l'ora tarda e la pioggia dirotta, si vide costretto a chiedere ospitalità al cappellano di una chiesetta che sorgeva a fianco della strada.

Fu accolto con un po' di malumore, ed esposto ad una specie d'interrogatorio:

- Chi è lei?

- Un povero prete di Torino: ho smarrito la via; chiedo un po' di ricovero.

- E quale officio esercita in Torino?

- Officio una chiesetta dalle parti di Valdocco.

- E avrà anche da cenare?,

- Se nella sua carità vuole darmi qualche cosa, accetterò volentieri.

- Mi rincresce di non aver niente in casa; posso offrire un po' di pane e formaggio.

- Ma sì, anche troppo: gliene sarò riconoscente.

- E forse, stasera, farebbe conto di fermarsi qui?

- Vede bene... con questo tempo... tanto più che il treno è già partito.

- Già... L'è che io non avrei letti disponibili...

- In quanto a questo, si rimedia subito: due sedie bastano.

- Se è così, si accomodi. Mi dispiace di doverla trattare in questo modo!

Mentre la perpetua metteva in tavola il pane e il formaggio, il padrone continuò:

- Dunque, lei viene da Torino!

- Sissignore.

- Conosce forse un certo don Giovanni Bosco?

- Sì, un poco.

- Io non mi sono mai incontrato con lui, ma vorrei pregarlo di un favore. È facile ad accordare favori a chi si rivolge a lui?

- Quando può è ben contento di essere utile al prossimo.

- Avevo pensato di scrivergli domani una lettera per far ricoverare un povero orfano nel suo Oratorio.

- Lo accetterà volentieri; glielo posso assicurare.

- Davvero? Ma lei è un amico con don Bosco?

- Sì... amicissimo fin dall'infanzia.

- Dunque, mi otterrà il favore.

- Il favore è bell'e ottenuto: vada per la carità che mi fa presentemente.

- Ma dunque... lei... lei... insomma chi è lei?!

- Son don Bosco in persona.

- Don Bosco?! Lei don Bosco! Se me lo avesse detto subito... Mi perdoni se non l'ho trattato bene. Chi l'avrebbe immaginato? Lasci, lasci quel formaggio. Mi ricordo che è rimasto qualche poco d'avanzo.

E tutto confuso, affannato, chiama la perpetua, fa porre in tavola una tovaglia, e ordina una minestrina e alcune uova al tegame; corre ad un armadio, trae fuori un mezzo pollo arrosto, e non sa darsi pace, mentre don Bosco sorride, vedendolo così affaccendato.

Finita la cena fu condotto a dormire in un soffice letto, e al mattino, il cappellano l'accompagnò alla stazione, ripetendo, tratto tratto, le più umili scuse.

Neil'accomiatarsi, don Bosco gli disse:

- Veda, signor Cappellano, prendiamo lezione da quello che accade. Se non abbiamo nulla, non diamo nulla; se abbiamo poco, diamo poco; e se abbiamo molto, diamo ciò che crediamo conveniente; ma lasciamoci sempre guidare dalla carità, la quale tornerà sempre a nostro vantaggio.

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