Testi Salesiani

2. RE CARLO ALBERTO SALVA L'ORATORIO


2. RE CARLO ALBERTO SALVA L'ORATORIO

 

« Mi sembrò l'inizio del giudizio universale » 

Nell'Oratorio c'erano ordine, disciplina, tranquillità. Tuttavia il Marchese Cavour, Vicario di città, voleva mettere fine alle nostre riunioni, che egli riteneva pericolose. Era stato informato che io ero sempre andato avanti con l'appoggio dell'Arcivescovo. Ora, poiché l'Arcivescovo non poteva recarsi da lui essendo ammalato, egli convocò la Ragioneria nel palazzo arcivescovile. La Ragioneria era l'insieme dei più autorevoli consiglieri municipali. Nelle mani di questi consiglieri si concentravano tutti i poteri cittadini. Il capo della Ragioneria (che in quel momento era il Marchese Cavour) aveva un potere superiore a quello del Sindaco, e veniva chiamato Vicario di città, Maestro di Ragione o anche Primo Decurione. 

Mi disse poi l'Arcivescovo: 

- Quando vidi tutti quegli uomini potenti nella mia sala, mi sembrò l'inizio del giudizio universale. 

Si discusse molto sul bene e sul male dell'Oratorio. Alla fine si decise che quelle riunioni dovevano essere assolutamente vietate e disperse, poiché compromettevano la tranquillità pubblica. 

 

L'intervento del Re 

Faceva però parte della Ragioneria il conte Giuseppe Provana di Collegno, insigne benefattore dell'Oratorio. In quel tempo il re Carlo Alberto gli aveva affidato la carica di «Ministro al Controllo generale», cioè di Ministro delle Finanze. Più volte il Conte mi aveva portato aiuti in denaro a nome del Re e a nome suo personale. Carlo Alberto ascoltava con piacere notizie dell'Oratorio. Quando celebravamo qualche festa, leggeva volentieri la relazione scritta che gli mandavo, o il racconto che gli faceva il Conte Provana. Mi fece più volte dire che egli aveva grande stima del nostro ministero tra i giovani del popolo, perché assomigliava a quello dei missionari in terra straniera. Egli sperava che opere come la nostra si diffondessero in tutte le città e paesi del suo Stato. Ad ogni capodanno ci man-dava gli auguri accompagnandoli con 300 lire destinate «ai monelli di don Bosco». 

Quando venne a sapere che la Ragioneria stava per discutere la chiusura del nostro Oratorio, chiamò il conte Provana e gli ordinò di comunicare la sua volontà con queste parole: 

- Il Re vuole che queste riunioni festive siano aiutate e protette. Se c'è pericolo di qualche disordine, si cerchi il modo di prevenirlo e di impedirlo.

Il conte Provana assistette in silenzio a tutta la vivace discussione. Quando vide che si era arrivati alla decisione di chiudere l'Oratorio e di sciogliere le sue riunioni, chiese la parola. Si alzò e comunicò la volontà del Re. Carlo Alberto prendeva sotto la sua protezione la nostra opera microscopica. Davanti alla volontà del Re, il Vicario e la Ragioneria an-nullarono ogni decisione. 

 

Le guardie all'Oratorio 

Con urgenza, il Vicario di città mi mandò nuovamente a chiamare. Usò ancora il tono minaccioso, mi chiamò ostinato. Ma alla fine passò a parole meno pesanti: 

- Io non voglio il male di nessuno. Lei lavora con buona intenzione, ma ciò che fa è pieno di pericoli. L'obbligo di proteggere la pubblica tranquillità è tutto sulle mie spalle, quindi manderò le guardie a sorvegliare lei e le sue adunanze. Alla minima irregolarità, farà disperdere i suoi monelli, e lei me ne renderà conto. 

Sarà stata l'agitazione di quei giorni, sarà stata qualche malattia che già lo tormentava, fatto sta che quella fu l'ultima volta che il Marchese Cavour si recò a Palazzo municipale. Assalito dalla podagra, soffrì molto, e nello spazio di pochi mesi morí. Nei sei mesi che visse ancora, ogni domenica mandava alcune guardie civiche a passare con noi tutta la giornata. Vigilavano su tutto ciò che dicevamo e facevamo in chiesa e fuori chiesa. Un giorno domandò a una di queste guardie: 

- In conclusione, che cosa avete visto e udito tra quella marmaglia? 

- Signor Marchese, abbiamo visto un esercito di ragazzi divertirsi in cento maniere diverse. E in chiesa abbiamo sentito delle prediche che mettono paura. Don Bosco racconta tante cose sull'inferno e sul diavolo, che ha fatto voglia anche a me di andarmi a confessare. 

- E di politica? 

- Di politica non si parla mai. Quei ragazzi non ne capirebbero niente. Si parlasse di pagnotte, allora si che ognuno potrebbe dire la sua. 

Da quando mori il Marchese Cavour, il Municipio non ci creò più ostacoli, anzi, fino al 1877 ci aiutò sempre.

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