Testi Salesiani

14. IL PESO DELLA SOLITUDINE


14. IL PESO DELLA SOLITUDINE

 

« Anche i chierici se ne andarono » 

Ma io rimasi solo. Nei giorni di festa dovevo cominciare le confessioni al mattino presto. Alle 9 celebravo la Messa e facevo la predica. Poi scuola di canto e di italiano fino a mezzogiorno. All'una dopo pranzo c'era la ricreazione dei ragazzi, quindi il catechismo, il canto dei vespri, l'istruzione, la benedizione. Quindi giochi, canti e scuola fino a notte. Nei giorni feriali, lungo la giornata dovevo badare al lavoro dei piccoli artigiani e far scuola a una decina di studenti. Alla sera dovevo pensare alla scuola di francese, aritmetica, canto, musica, pianoforte e organo. Non so come abbia potuto reggere. Dio mi aiutò. 

Un grande conforto e un notevole aiuto lo ebbi in quei momenti da don Borel. Quel meraviglioso prete, sebbene carico di mille altre occupazioni, approfittava di ogni ritaglio di tempo per venirmi in aiuto. Sovente rubava le ore al sonno per venire a confessare i ragazzi, rinunciava a un poco di riposo per predicare. 

Questa posizione difficile durò finché non ebbi l'aiuto dei chierici Savio, Bellia e Vacchetta. Ma anch'essi mi abbandonarono presto: senza dirmi una parola, esortati da qualcuno, en-trarono tra gli Oblati di Maria. 

 

Rosmini fa catechismo ai ragazzi dell'Oratorio 

Una domenica ricevetti la visita di due sacerdoti. Era l'ora del catechismo, e tutti i giovani erano in movimento per dividersi nelle varie classi. I due preti, con grande cortesia, mi vennero vicino, si rallegrarono con me per quello che vedevano, e cominciarono a domandarmi notizie sull'origine e sul sistema dell'Oratorio. Riuscii solo a rispondere: 

- Abbiate la bontà di darmi una mano. Lei venga dietro l'altare: le affido la classe dei più grandi. A lei - dissi al più alto in statura - do il gruppo dove ci sono i più dissipati. 

Mi accorsi che facevano catechismo a meraviglia. Subito dopo pregai uno di dire una buona parola ai ragazzi, e l'altro di dare la benedizione col Santissimo. Tutti e due accettarono molto gentilmente. 

Il più alto in statura era il canonico De Gaudenzi, poi Vescovo di Vigevano. L'altro era l'Abate Antonio Rosmini, fondatore dell'Istituto della Carità. D'allora in poi entrambi furono amici e benefattori dell'Oratorio.

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