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Ma i bambini si comprano?

MATERNITÀ SURROGATA: “Credevo che la maternità surrogata fosse un gesto di altruismo, invece…”: la storia di Elisa.


“Mi ero fatta l’idea che la maternità surrogata fosse un grande gesto di generosità, poi durante la gravidanza ho iniziato a cambiare idea ed è diventato un vero incubo dopo la fine della gravidanza. Ho cominciato a sentire che si formava un legame con la bambina che portavo dentro…”. La storia di Elisa e gli inganni dietro alla cosiddetta “gestazione per altri”.

Elisa decide di diventare madre surrogata per questioni economiche. Era sola, con dei figli, di cui una con problemi. Così, ha pensato che potesse essere una buona soluzione: avrebbe avuto una buona fonte di reddito e avrebbe potuto passar più tempo con i suoi figli.

Racconta: “Mi ero fatta l’idea che la maternità surrogata fosse un grande gesto di generosità, poi durante la gravidanza ho iniziato a cambiare idea ed è diventato un vero incubo dopo la fine della gravidanza. Ho cominciato a sentire che si formava un legame con la bambina che portavo dentro. Quando poi è nata, le mie paure si sono ingigantite.”

Oggi afferma: “È stato un vero e proprio percorso di dolore e di lutto”. “Dopo il parto, quando sono tornata a casa, ho cominciato a piangere incessantemente. Era un pianto inconsolabile… Capivo che c’era qualcosa che non andava. Lo stesso dolore lo provo ancora oggi, anche a distanza di anni.”

Se si chiede ad Elisa “Pensi di essere stata raggirata?”, lei risponde: “Assolutamente sì”.

Come spiega Emmanuele Di Leo, presidente della Steadfast NGO, “la maternità surrogata è l’evoluzione della prostituzione: una vera e propria schiavitù”. Sono milioni le persone che, attualmente, sono vittime di tratta. Tuttavia, quella dell’utero in affitto è una pratica che è destinata a crescere per il volume di affari che produce: “Se una prostituta rende al suo trafficante 57 mila euro all’anno, – dice Di Leo – la maternità surrogata gliene rende 120 mila… tirate voi le somme.”

È perlopiù un business clandestino che sfrutta la povertà e arricchisce i nuovi papponi. Le donne vengono affittate come si noleggiasse una bici e loro si prestano non per altruismo, ma per poter mangiare e sfamare i figli che già hanno.   

In America, di certo, è diverso. Il tutto avviene nella legalità (il che, forse è quasi peggio) e sponsorizzato in maniera molto fine. I motivi di fondo, però, sono gli stessi: economici. Come spiega Jennifer Lahl, biotecista statunitense, ci sono delle vere e proprie agenzie che si occupano del mercato dei bambini per coppie che non possono averne. Si mostrano in un catalogo le possibili mamme da selezionare, proprio come si fa da un concessionario. L’aspetto economico, nei siti, è messo in secondo piano, ma stiamo parlando di milioni di dollari all’anno. 

“Mostrano queste mamme felici con i loro figli in braccio, usano espressioni come ‘donare la vita a qualcuno’, ‘dare la vita a un angelo’. Tutto farebbe pensare che si tratti di un’esperienza meravigliosa”, spiega Lahl. Eppure, i problemi rimangono. 

C’è un libro, "Generato non creato. Mistica e filosofia della nascita. La maternità surrogata e il futuro dell’umanità", di Simone Tropea, giornalista scientifico, classe ‘93, specializzato in Storia del Pensiero Teologico e Filosofia Morale. Egli si sofferma sul legame madre-figlio, citando testi come Maternal Care and Mental Health, di J. Bowlby, medico che curò un documento per l’OMS sul tema della maternità e dell’attaccamento del neonato alla madre.

“Con Bowlby – spiega Tropea – attraverso un approccio scientifico integrato, la scienza contemporanea afferma definitivamente che l’esperienza psichica fondamentale, per ogni individuo umano, è la relazione con la madre. Una relazione pre-culturale, che può risultare ferita o negativamente compromessa, quando viene alterata da un contesto storico e sociale, o da un evento biografico, che produce uno strappo violento e innaturale tra genetrix e generatus, trasformandosi così nell’origine inconscia di molte patologie psichiche e fisiche”. “Se questa separazione non avvenisse in maniera graduale, in maniera tale che il soggetto sia progressivamente in grado di interiorizzarla, riconoscendo in modo positivo ciò che questa separazione significa per la costruzione della sua identità, ovvero l’unica condizione possibile per l’originalità, allora ecco che neppure si uscirebbe dal paradigma edipico”.

Perciò, ogni pratica con cui si neghi volontariamente il legame originario tra madre e figlio non è nell’interesse né della donna, né del bambino coinvolti, ma rivela piuttosto come siamo ancora intrisi di una mentalità tecno-maschilista, che vede la donna come una “macchina da figli”.

Spiega ancora Tropea che se un bambino resta senza famiglia è logico affidarlo a qualcuno che possa aver cura di lui. Si fanno gli interessi del piccolo, cercando qualcuno che prenda il posto dei genitori assenti.

Anche nella maternità surrogata qualcuno “prende il posto della madre”, ma sono totalmente diverse le premesse e i motivi.

Da un punto di vista giuridico, nel primo caso sono i diritti del più debole ad essere tutelati (il bambino), nel secondo caso il figlio diviene “l’oggetto” di un presunto diritto che non esiste. La separazione precoce da una madre è una violenza, come definirla “necessaria” se a causarla non è una fatalità, come morte improvvisa (per incidente o malattia, ad esempio), ma due persone che pretendono un figlio?

Tropea sa che regna il relativismo e che il relativismo porta con sé delle contraddizioni insanabili. Infatti, afferma: “la maggior parte delle persone non solo ritengono che non si possa dire nessuna verità praticamente su nulla, ma sono convinte che questa cosa sia assolutamente vera”.

Ne è certo: ci troviamo davanti ad una crisi del pensiero logico-razionale. 

Non tutti però, cadono nella trappola. “Non potremo generare biologicamente, ma potremo essere padri delle generazioni future continuando a dire loro la verità”. Ho impresse nella mente, stampate a lettere cubitali, queste parole lapidarie pronunciate da Giorgio Ponte, un insegnante e scrittore con tendenza omosessuale che ha scelto la via della castità, andando anche incontro a discriminazioni e offese da parte di molti che si battono per promuovere l’agenda Lgbt+. 

Ponte sa che, per via del suo orientamento sessuale, non potrà mai generare un figlio con una donna. Eppure, spiega che ci sono molti modi di essere padri. In primis, dicendo la verità ai nostri ragazzi.

E la verità è che l’utero in affitto non è un gesto di solidarietà: è un mercato di bambini.

La verità è che (nel rispetto di ogni singola persona nata in questo modo, che vale già tutto l’amore di un Dio che ha dato il suo sangue per averla con sé in Paradiso), un bambino merita di nascere dall’amore, non dalla stipula di un contratto.

La verità è che un figlio non ha prezzo. E il corpo di una donna nemmeno.

Ci si deve certamente occupare anche dei bambini nati in questo modo, che hanno i nostri stessi diritti, ma non si può permettere che questo traffico continui nel silenzio totale di buona parte della politica. E delle femministe.


Articolo di: Cecilia Galatolo

Tratto da: Puntofamiglia.net

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