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Diario di prof - tutti in presenza almeno un po'

Essere tutti in presenza, almeno un po’, non può essere solo un fatto fisico, bensì richiede una “presenza di spirito” notevole, sia da parte degli studenti che dei docenti, tale che si viva la scuola in pienezza.


Diario di prof - tutti in presenza almeno un po'


 

di Marco Pappalardo

 

Ora che la scuola è ritornata per tutti in presenza, seppur con parte degli studenti in didattica integrata a distanza, come vivremo queste settimane di quasi normalità? C’è chi ha fatto sit-in davanti ai propri istituti, perché fosse così, ma anche chi nel frattempo ha promosso iniziative per continuare la DAD. Abbiamo letto e sentito “ci manca la scuola”, ma non è che ora più di uno rimpiangerà di averlo detto? In realtà, un anno fa come ora, se qualcuno tra gli studenti lo avesse espresso pubblicamente, sarebbe stato preso per secchione; se lo avesse dichiarato un docente, rischiava di essere chiamato crumiro. Onestamente, a quanti piaceva davvero la scuola precedente alla pandemia? Averne “provata” un’altra, probabilmente ha mostrato che la solita non era poi così male oppure sempre meglio il male minore, stringendo i denti sotto la mascherina. Forse, questo rientro nelle aule fisiche, seppur parziale per la secondaria di II grado, potrebbe diventare un’opportunità per impostare nuovi modelli formativi, puntando sul miglioramento della relazione educativa, su una didattica capace di liberarsi almeno un po’ dai programmi troppo vincolanti, sullo studio come “passione” e non come necessità, sullo sperimentare dinamiche che facciano della classe una piccola comunità. Essere tutti in presenza, almeno un po’, non può essere solo un fatto fisico, bensì richiede una “presenza di spirito” notevole, sia da parte degli studenti che dei docenti, tale che si viva la scuola in pienezza. Che tristezza sarebbe, superato il primo entusiasmo del trovarsi faccia a faccia, se si iniziasse a desiderare nuovamente la DAD! Questi giorni certamente hanno un senso per la parvenza di normalità restituita, sono un motivo ufficiale per mettere il piede fuori casa e pure un primo passo per poter poi uscire per altro di meno ufficiale; se ciò non è il primo pensiero di un insegnante, lo è giustamente degli alunni data l’età e il carico ancor più grave di una forzata clausura. Eppure un altro senso va trovato, cercato insieme, scavando dove necessario in queste giornate dentro le aule scolastiche: in una materia resa ancora più interessante del solito, in quegli argomenti strappati alla solita routine e resi vivi, in una discussione in cui la disciplina incontra la vita e viceversa, nel progettare qualcosa insieme a partire da quanto studiato, nell’osare una proposta di lavoro che prima non avremmo mai fatto, nell’ascoltarsi reciprocamente magari a partire dall’attualità, da una canzone significativa, dalla pagina di un libro, da una fotografia o da un video. Ci si chiede spesso se la pandemia ci ha resi migliori o peggiori; nel sistema scolastico non saranno i voti a dircelo ed è bene che le valutazioni tengano conto, non tanto delle probabili facilitazioni della DAD, quanto del peso a cui sono stati sottoposti gli studenti e di come hanno affrontato questo stress-test. Vale anche per i docenti - a ciascuno il proprio peso – e per questo c’è bisogno di portare una ventata di leggerezza nella didattica e nelle attività in generale. In questi ore, scandite di nuovo da un campanella, la scelta di essere migliori è nelle nostre mani: siamo noi il vaccino!

 

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