Voce di uno che grida nel deserto #IN-ASCOLTO 1


 

Rubrica a cura di Laura Giulian

 

Posso urlare?

 

Sono stata costretta da una delle ragazze adolescenti con cui stavo parlando ad andare a vedermi quanti soldi avessero previsto di stanziare per le politiche giovanili con il Recovery Fund. Mi ha comunicato con una tale enfasi quest’informazione perché era andata volutamente a cercarsela. Voleva e doveva assolutamente sapere quanto fossero visti e considerati gli adolescenti, quanto stessero a cuore al Governo. “Laura, ti rendi conto? Valiamo solo l’1%? Praticamente noi non esistiamo”.

 

Ci sono emozioni che se soppresse a lungo, alla fine devono scoppiare fuori. La rabbia, la delusione, la frustrazione, il senso di soffocamento, il nervosismo, il non sentirsi visti. Il nostro “Io” ha bisogno di farle uscire con forza. “Posso urlare?” È questo il grido di aiuto ed esasperazione che esce dalle loro narrazioni.

 

Dopo un anno di pandemia si sentono così somiglianti a quel popolo deportato e prigioniero in terra straniera, affaticati e sofferenti. Il lockdown, il ballo dei colori delle varie zone, il coprifuoco, la DAD e ora l’ennesima zona rossa, hanno riacutizzato la disperazione. Una serie di situazioni che rendono le loro giornate una montagna russa: accettazione per tutto ciò che accade che può essere solo subìto, tristezza per ciò che manca, per chi manca, disperazione per una situazione che torna a ripetersi a distanza di un anno. Un déjà-vu travestito da incubo, proprio come in quel film in cui il protagonista ogni mattina si sveglia e la giornata si ripete identica alle precedenti. Si sentono promettere soluzioni certe, schematiche e logiche per questioni che di certo, schematico o logico hanno ben poco. È una pellicola senza apparenti titoli di coda. “Posso urlare? Qualcuno ascolterà?”

 

I nostri ragazzi vivono molteplici emozioni, tutte da gestire da soli, nella propria stanza, con la famiglia onnipresente. Un carcere nel carcere per molti. Vivono la consapevolezza che gli sia stata tolta la libertà, non solo di muoversi, di relazione, di scambio, ma anche quella di crescita. Abortite tante possibilità per fare esperienza di vita concreta: luoghi da visitare, persone da conoscere, corsi da seguire, prime volte da vivere, studi all’estero, percorsi con un gruppo, lo sport. Oltre a quella immensa palestra di vita che sono la scuola, la strada e la mascherata leggerezza del quotidiano. L’hanno definita tremenda questa prova, come se gli stesse sfuggendo tra le mani il contatto umano. “Sapremo ancora guardarci negli occhi, abbracciarci, baciarci, accarezzarci, senza paura e senza riserve?”. Vivono la delusione di aver ascoltato le continue false promesse di noi adulti. Non si sono sentiti coinvolti, visti, ascoltati. Dalla scuola in primis. La scuola per molti è una doppia quarantena. Alcuni di loro hanno perso la voglia, hanno mollato la presa. Un anno dietro ad uno schermo sentendosi solo un contenitore vuoto da riempire. “E mi chiedi quanto soffro / in testa ho il mar rosso / nel cuore il mar morto” compongono.

 

Molti di loro riconoscono che il problema non è il virus in sé, ma ciò che ha smascherato: fragilità interiore e del mondo che li circonda. Ha scoperchiato il dramma della scuola vissuta in totale solitudine a casa e torchiati in presenza in aula, il dramma di accorgersi che attorno a loro pezzi di società stanno crollando: il sistema sanitario, politico ed economico, e il dramma relazionale. Manca loro il contatto: vedersi, toccarsi, annusarsi, trovarsi, riconoscersi, sbagliare e ridere, divertirsi e sfogarsi. La più naturale palestra di vita da sempre. Ma il grido più penetrante e al contempo lucido, è il riconoscere il pericolo per la propria e altrui sanità mentale. Condividono che molti loro coetanei si stanno facendo aiutare da qualche adulto esperto per poter attraversare questo deserto e rendendosi conto che l’equilibrio mentale, già così instabile e in divenire alla loro età, diventa più importante della salute fisica stessa.

 

Nel loro essere vulcanici e lunatici, incostanti, entusiasti e da stanare, sono riusciti a dare una lettura diagnostica puntuale, precisa e veritiera della loro condizione. Sorprendenti per come sono riusciti a raccontarsi nei loro chiaro scuri, con l’immediatezza che li contraddistingue e incuranti di ciò che penseremo.

 

È nella notte, nella solitudine, che si urla. L’urlo se ne frega degli altri, serve a chi gli dà voce per sgombrare i pesi dal cuore. È la speranza folle che ci possa essere anche solo una persona pronta ad ascoltare e a tendere la mano. E allora fatelo: urlate. Nessun grido è mai andato perduto.

 

“Durante quel tempo, che fu lungo, il re d'Egitto morì. I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abramo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d'Israele e ne ebbe compassione.” (Es 2, 23-25)