Spiritualità e quotidiano

Dal rebus egiziano non si esce coi golpe!

Occorre una battaglia culturale, l'unica in grado di evitare il baratro della guerra civile.


del 10 luglio 2013

 

A differenza di quel che pensava Karl Marx, quando la storia si ripete non sempre si tratta di una farsa: può essere una tragedia più grande. Come due anni e mezzo fa l’Egitto riesplode e si divide sull’onda di una rivoluzione popolare che ottiene la caduta del rais per l’intervento decisivo dei militari. Anche allora ci furono repressioni e scontri di piazza con centinaia di morti. Ma nel febbraio del 2011 tutto questo avvenne prima dell’uscita di scena di Mubarak. Ora invece assistiamo a un’escalation di violenza e di sangue che ha preso il via all’indomani della destituzione di Morsi, con l’appello dei suoi sostenitori alla mobilitazione permanente contro i «militari golpisti», mentre nascono gruppi armati di fanatici islamisti che già hanno cominciato a prendere di mira i copti, mischiando lotta politica e odio anti–cristiano. Sia chiaro: il principale responsabile di questa catastrofe si chiama Mohammed Morsi, il primo presidente della storia egiziana eletto democraticamente che però, fin dall’inizio del suo mandato, si è rivelato tanto arrogante e autoritario quanto inetto e incompetente. La sua legittimità, cui si richiamano ostinatamente i Fratelli musulmani, era già andata in pezzi nel dicembre scorso quando si attribuì poteri speciali. Incapace d’affrontare la disastrosa crisi economica, Morsi ha rifiutato ogni dialogo con l’opposizione. La strada da percorrere per uscire dal vicolo cieco in cui aveva portato l’Egitto era quella delle elezioni presidenziali anticipate. Prima o poi Morsi sarebbe stato costretto a cedere, pressato da una campagna di disobbedienza civile di milioni di cittadini.

Scegliendo la scorciatoia della sua rimozione e del suo arresto, i militari non hanno certo dato prova di lungimiranza, sottovalutando la capacità di mobilitazione dei Fratelli musulmani. Se si sia trattato di un “golpe”, ancorché “popolare”, è una questione semantica che deve però fare i conti con la realtà. Chi ha seguito le vicende egiziane degli ultimi anni non può non rimanere stupito di fronte all’entusiasmo dei nuovi ribelli di Tamarod per l’intervento delle Forze armate.

 

«Esercito e popolo, mano nella mano», esultava la folla del Cairo all’indomani della caduta di Mubarak. Accolto inizialmente come salvatore della patria, il Consiglio supremo delle Forze armate presieduto dal generale Tantawi venne ben presto maledetto dai giovani di piazza Tahrir, che nel corso del 2011 a migliaia finirono davanti alla Corte militare per insubordinazione. Usando la tattica del continuo rinvio, la “giunta” prolungò lo stato d’emergenza, congelò ogni prospettiva di riforma e pensò soltanto a gestire la sua immensa rete di affari. E come dimenticare la strage compiuta il 9 ottobre del 2011 dai reparti speciali dell’esercito, che repressero nel sangue una manifestazione di cristiani copti davanti alla tv di Stato del Cairo? La speranza è che l’attuale uomo forte del Consiglio delle Forze Armate, il generale al– Sissi, non segua le orme del predecessore. Ma fare nascere una democrazia sotto la tutela dei militari è un parto difficile che rischia di finire con un aborto. “La seconda rivoluzione” egiziana, come è già stata definita quella nata il 30 giugno, non deve cadere negli stessi errori commessi dalla prima. Laici, liberali, cristiani, insieme con i tanti musulmani che rifiutano la violenza, non possono affidare all’esercito il compito di battere l’islamismo con mezzi puramente repressivi. Occorre una battaglia culturale, l’unica in grado di evitare il baratro della guerra civile. 

 


Di Luigi Geninazzi

Tratto da http://www.avvenire.it

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