Volto di Cristo, volto di un appassionato per il regno di Dio (2° tappa)

da Teologo Borèl

del 01 gennaio 2002

Un’avvertenza previa

Possiamo paragonare la nostra esplorazione alla ricerca di un volto amato in un albo di fotografie familiari. Gli occhi si vanno fermando sulle diverse fotografie che si susseguono, scoprendo in esse le mille sfaccettature del volto ricercato.

Su quale albo cercare il volto di Gesù Cristo? La risposta è tassativa e non può lasciare spazio al dubbio per chi si dice cristiano: sui vangeli. Essi, infatti, sono la testimonianza della prima fede, della fede di coloro che sono vissuti accanto a lui, che l’hanno visto agire, reagire, pregare, guarire i malati, risuscitare i morti... morire ignominiosamente sulla croce, e poi “hanno mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione” (At 10,41).

Nell’interpretarli però, come raccomanda il Vaticano II nella costituzione Dei Verbum (n.12), occorre tener conto della loro natura letteraria. Non sono, infatti, una biografia di Gesù nel senso moderno della parola, ma piuttosto una confessione di fede in lui fatta a modo di racconto. Inoltre, sono stati scritti dopo la Pasqua, e quindi attestano quella fede che sgorgò nei cuori e nella loro mente dei suoi primi discepoli con la Pasqua.

Ne segue che essi sono stati scritti con una grande libertà nei confronti delle parole e dei fatti di Gesù, dei quali evidenziano più il senso che hanno per la fede che la loro materialità oggettiva.

I vangeli sono per noi il fulcro della fede, e tutto il resto va confrontato con essi e in qualche modo filtrato attraverso di essi. Ma proprio per questo vanno letti in modo adeguato. Tra l’altro, non vanno letti in maniera “fondamentalista”, ossia fissandosi sulla loro lettera, né in maniera “dogmatista”, filtrandoli cioè attraverso i dogmi e le dottrine che la fede della chiesa andò elaborando nei tempi posteriori. Vanno letti invece utilizzando, nella misura del possibile, gli accorgimenti che forniscono coloro che, da studiosi seri e coscienziosi, hanno elaborato come strumenti d’interpretazione di tali testi.

Sarà così che potrà emergere da essi la figura fresca, originale e affascinante di Colui sul cui volto vogliamo tenere posto fissamente lo sguardo.

Primo dato della “fotografia” originale del volto di Gesù

A una lettura sufficientemente attenta dei vangeli Gesù appare subito come un uomo intensamente unificato attorno ad un punto agglutinante. In lui tutto – le energie corporali, psichiche, intellettuali, volitive... – appare come concentrato attorno a qualcosa che attira verso di sé tutto ciò che egli ha, e tutto ciò che egli è. Il Gesù dei vangeli non appare, quindi, come un uomo-farfalla, che si muove costantemente da un fiore all’altro, ma come un uomo-roccia, solidamente ancorato a un punto di radicamento.

Inoltre, si coglie dai vangeli che questo qualcosa, questo punto unificante attorno al quale si concentra tutta la sua persona è un grande sogno, un progetto di vasto respiro, ciò che si potrebbe chiamare una causa. Punto unificante che è diventato il suo tesoro.

Una delle parabole da lui raccontate, quella dell’uomo che mentre sta arando un campo trova un tesoro e vende tutto ciò che ha per impadronirsi del tesoro scoperto (Mt 13,33), descrive molto bene la sua condizione personale: davvero quel sogno deve avergli rapito in qualche momento della sua vita il cuore perché, come egli stesso disse, “dove è il tuo tesoro ivi è il tuo cuore” (Mt 6,21). Con un’altra metafora utilizzata diversi secoli prima dal profeta Geremia (Ger 20,7) si potrebbe dire che egli è stato sedotto da quel grande sogno, che ne è rimasto come affascinato. Una seduzione e un fascino che ebbero come effetto una profonda unificazione di tutto il suo essere.

Tralasciare questo primo dato che salta subito alla vista nella lettura dei vangeli sarebbe falsare in partenza il suo volto.

Un secondo dato

I vangeli ci forniscono un secondo dato distintivo della figura di Gesù: egli vive con autentica passione la sua dedizione al sogno che si porta nel cuore. La sua non è un’esistenza vissuta nel qualunquismo o nell’indolenza, è invece un’esistenza vissuta con intensità e slancio incontenibile, irrefrenabile. Naturalmente, ci sono anche in essa dei momenti di allentamento, in cui l’intensità del suo entusiasmo conosce degli abbassamenti di tono. Basta pensare al momento che precede la sua morte, la notte cioè passata nell’Orto degli Ulivi, nella quale, secondo la testimonianza del vangelo di Marco, egli sente paura e arriva a sperimentare nausea di tutto (Mc 14,33). Ma nell’insieme l’attestazione dei vangeli ci permette di cogliere la sua come una vita piena di slancio e di dinamismo.

Una sua frase riportata dal vangelo di Luca esprime bene ciò che stiamo evidenziando: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). L’immagine del fuoco è molto espressiva, e dice dell’ardore con cui egli persegue la causa che ha abbracciato. E le parole “come vorrei che fosse già acceso” traducono l’incontenibile desiderio della sua realizzazione. È questo fuoco il motore di tutta la sua instancabile attività, attestata dai racconti evangelici. È da questo fuoco che scaturiscono il suo modo di comportarsi, le sue azioni e i suoi discorsi.

Non solo, ma va aggiunto ancora che è per l’attuazione del grande disegno che lo appassiona che egli affronta anche la morte senza indietreggiare.

Un terzo dato decisivo

Quale è il centro unificante dell’esistenza personale e dell’attività di Gesù? La risposta a questa domanda è il terzo dato, di estrema importanza, che ci forniscono i vangeli.

Attualmente c’è una grande convergenza nel riconoscere che tale centro lo costituisca ciò che, con un’espressione tipica del suo tempo, egli stesso chiama il regno di Dio. Tanto gli studiosi della Bibbia quanto i teologi lo sostengono, e papa Giovanni Paolo II si fece eco di tale convergenza nella sua Enciclica Redemptoris Missio.

Gesù l’ha come “stampato” sul suo volto: egli è “l’uomo del regno di Dio”, vive polarizzato attorno ad esso, totalmente conquistato dal progetto divino che esso rappresenta. Appunto per ciò è così importante capire come l’abbia inteso.

Dal fatto che egli fosse un giudeo possiamo dedurre con fondamento che la sua attenzione al regno di Dio o, forse in parole più chiare, alla venuta di Dio stesso a regnare in Israele e nel mondo intero, fu in parte in lui un’eredità della lunga esperienza di fede e di speranza del suo popolo. Ne deve aver individuato l’annuncio soprattutto negli scritti dei profeti che egli, come ogni ragazzo ebreo, imparò a leggere da piccolo. Brani come quelli dIs 2,2-4, nel quale il Profeta sogna una situazione in cui tutti i popoli “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”, o quello di Is 11,1-9, in cui Isaia immagina poeticamente un nuovo mondo in cui “il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente”, devono aver attirato vigorosamente la sua attenzione. Non è azzardato pensare che di brani come questi, o di altri simili, si siano nutriti particolarmente la sua mente e il suo cuore.

D’altronde, e proprio come effetto di tali annunzi profetici, ai suoi giorni esisteva in Israele una viva attesa di tale venuta nei diversi gruppi allora esistenti: farisei, partigiani, esseni, sadducei, tutti erano protesi verso quella venuta, ognuno naturalmente a modo suo. Anche Giovanni Battista diede origine ad un movimento di conversione all’insegna dell’imminente avvento del regno di Dio (Mt 3,2). Ma forse chi con più ansia aspirava a tale venuta di Dio era il popolo semplice, alle prese con le tante difficoltà della vita. Quella povera gente, che soffriva e gemeva sotto il peso della povertà ed emarginazione, agognava ardentemente un intervento dall’alto che cambiasse la propria sorte. Una lunga tradizione la portava a pensare che Dio, tramite un suo inviato, discendente di Davide, avrebbe spazzato via “con scettro di ferro, come vasi di argilla” (Sal 2,9) i suoi nemici, stabilendo così definitivamente il suo regno di pace e di giustizia.

Ma il modo in cui Gesù intese il regno di Dio non coincideva pienamente con nessuna delle attese menzionate. Era singolare, proprio e sconvolgente. Aveva in parte qualcosa di tutto ciò che pensavano gli altri, ma in parte prendeva distanza da essi tutti.

Una strada che può portare a capire quel suo modo di pensare è quella di ripercorrere, nei vangeli, ciò che egli fa. Qualcuno l’ha chiamato “la sua prassi del regno”. Proprio perché si tratta di un semita, la cui cultura non è portata a esprimersi in maniera rigorosamente concettuale, come quella occidentale, ma piuttosto in maniera operativa. Dice ciò che pensa più facendo che definendo con rigore ciò che ha nella mente.

Ora, l’agire di Gesù si dispiega in due dimensioni complementari: quella che ha come destinatari o beneficiari dei singoli individui, e quella che prende di mira i rapporti sociali. Tutte e due sono importanti per capire ciò che egli pensa sul regno di Dio che lo appassiona.

Le guarigioni corporali, gli esorcismi e il perdono accordato a dei singoli peccatori sono gli interventi più frequentemente attestati nei racconti evangelici. Egli non solo li compie, ma ingiunge anche ai suoi discepoli di farli (Mt 9,35-36; 10,1.7-8).

Spesso tali eventi, certamente straordinari fino al punto di suscitare lo stupore delle folle (Mt 9,33; 15,31; Mc 5,42; ecc.), sono stati interpretati teologicamente come miracoli mirati a certificare la sua condizione divina o la sua missione messianica; per Gesù, invece, da quel che si può cogliere, essi sono piuttosto dei segni del regno di Dio che irrompe. Ne indicano la presenza e la direzione. Stanno a svelare il suo senso. Fanno toccare cioè con mano che lo stabilirsi della sovranità benevola di Dio implica una restituzione degli uomini alla loro integralità in tutte le dimensioni, a cominciare da quella corporale.

Significativo al riguardo è il racconto evangelico della “crisi” di Giovanni Battista. Stando ormai in carcere, egli manda i suoi discepoli a chiedergli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”. Come a dire: davvero sta arrivando attraverso di te il regno di Dio che anch’io ho annunciato? Gesù risponde: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella...” (Mt 11,3-6). Sono i segni concreti attraverso i quali si rende visibile la venuta del regno. E sono tutti, come si vede, segni che riguardano gli uomini nella loro integralità.

La “prassi del regno” di Gesù ha però anche una dimensione sociale. Riguarda la convivenza interpersonale e collettiva. Un aspetto che forse non è stato sempre tenuto sufficientemente in conto dalla fede vissuta, data la minore sensibilità nei suoi confronti. Oggi ne siamo in genere molto più attenti. Essa ci permette di capire che per lui i rapporti tra le persone e i gruppi hanno un peso notevole nella loro esistenza.

Risulta particolarmente illuminante, per capire il suo modo di intendere il regno di Dio, vedere come egli reagisce davanti ai differenti conflitti che attraversavano la società del suo popolo. Tre ne spiccano tra tanti: quelli esistenti tra i cosiddetti giusti e i peccatori, tra i ricchi potenti e i poveri, tra gli uomini e le donne. Sono conflitti in cui un gruppo forte e in situazione di vantaggio emargina e perfino sfrutta un altro gruppo debole e svantaggiato. Fonte, quindi, di acuto malessere per i secondi, e di ingiustizia, almeno oggettiva, per gli altri. Sono situazioni relazionali che si cristallizzano e acquistano consistenza in strutture di diverso genere: economico, sociale, politico, e perfino religioso.

Il modo di reagire di Gesù nei loro confronti è sostanzialmente uniforme: li denuncia smascherandoli, e propone il loro superamento tenendo presenti soprattutto quelli o quelle che ne soffrono più pesantemente le conseguenze: i peccatori, i poveri, le donne. È da rilevare che la sua denuncia e la sua proposta non si esprimono principalmente mediante discorsi, che pure fa, ma mediante il suo modo di comportarsi: si mette sempre dalla parte dei perdenti.

Ne è un esempio lampante il modo di agire nei confronti del primo dei conflitti, quello tra i giusti e i peccatori. L’introduzione di Luca alle tre parabole della pecorella smarrita, della dracma perduta e del figlio cosiddetto prodigo, lo attestano con totale chiarezza: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui riceve i peccatori e mangia con loro’. Allora egli disse loro questa parabola” (in realtà, le tre menzionate) (Lc 15,1-3). Il motivo delle mormorazioni dei giusti (i farisei e gli scribi) era il suo ricevere (a casa sua, probabilmente) i peccatori e, cosa ancora peggiore, il suo sedere a mensa con essi. Significava far comunione con quelli che, secondo la loro mentalità, Dio stesso aveva escluso dal suo regno.

Anche questi suoi gesti “sociali” sono segni del regno di Dio. Anch’essi ne svelano il significato. Fanno sapere che lo stabilirsi della sovranità di Dio implica un rovesciamento di quei tipi di rapporti asimmetrici in cui alcuni stanno bene, escludendo, e perfino sfruttando, gli altri. Non è il tipo di convivenza che Dio ha pensato creando l’uomo, perché esso genera dolore, malessere e frustrazione. In una parola, morte.

In sintesi

Volendo ricavare una sintesi dalla rivisitazione fatta, possiamo dire quanto segue: il regno di Dio che Gesù annuncia con tanta passione consiste nella vittoria di Dio su ogni forma di male esistente nel mondo, su tutto ciò che tiene gli uomini e le donne in situazione inumana. A cominciare dai mali corporali, passando per tutti gli altri mali che li attanagliano personalmente e socialmente, fino al male del peccato come rottura del rapporto con Dio.

Lo si potrebbe dire ancora in un altro modo: è il mondo “rifatto” secondo il progetto originario di Dio, quel progetto che rivelano le prime pagine della Bibbia (Gen 1-2), in cui tutto è armonia, gioia, benessere e felicità totale; perciò, il mondo ricondotto alla sua totale conformità con il volere primigenio di Dio, un volere segnato indefettibilmente dalla bontà illimitata verso il mondo.

Il vangelo dei Giovanni ne dà una traduzione che è forse più vicina alla nostra sensibilità attuale. Lo fa riportando il discorso in cui Gesù si paragona al buon pastore. Riferendosi alla sua missione nel mondo, egli dice: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

Questa passione per la vita, e per la vita in abbondanza per tutti e ognuno, è indubbiamente il tratto decisivo che caratterizza il volto di Colui sul quale stiamo fissando il nostro sguardo.

Articolo tratto da: NOTE DI PASTORALE GIOVANILE. Proposte per la maturazione umana e cristiana dei ragazzi e dei giovani, a cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile - Roma.

Luis A. Gallo

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