Troppe tristi "fini" per una legge

del 20 aprile 2017

La legge, così come concepita allo stato attuale, segna la «fine» di molte altre cose. Innanzitutto il rapporto curante - paziente...

 

L’imminente approvazione finale alla Camera del disegno di legge sul cosiddetto «fine vita» arriva dopo un percorso segnato da contrapposizioni, richiami a un dialogo più equilibrato, opinioni che si sono comunque congelate su fronti contrapposti. Peccato. Perché parlo di «'cosiddetto' fine vita»? Perché in realtà la legge, così come concepita allo stato attuale, segna la «fine» di molte altre cose. In primis, segna la fine del rapporto sul quale si è costruita nei secoli la Medicina: quello tra curante e paziente. Un rapporto che si concretizza in atti meditati, si sviluppa nel tempo sulla base di conoscenze tecniche, non può prescindere – e, in realtà, mai lo ha fatto – dalla reciprocità tra due persone. Una reciprocità basata sulla fiducia del paziente e sul senso del dovere e della trasparenza del curante.

Sul consenso informato, che pure dà il titolo alla legge in esame, si sono investiti anni di intenso lavoro culturale e antropologico per dare alla reciprocità medico-paziente un contesto formale e condiviso. Il disegno di legge scardina, di fatto, la dinamica medicopaziente e la riduce a una selezione programmata di atti terapeutici o della loro sospensione, decisa dal paziente anticipatamente, in un momento in cui non può avere una visione equilibrata e completa di quello che sarà il divenire della sua 'esperienza malattia'. Il testo di legge porta con sé un’interpretazione riduttiva del ruolo del medico.

Sembra che le Dat siano strumento protettivo e quindi essenziale per evitare accanimenti, misure terapeutiche inutili se non dolorose per il paziente e per i familiari. Si ignora, di fatto, che i medici e i giovani che oggi stiamo educando alla professione medica hanno ben presente che il rapporto curante-paziente si nutre in ogni circostanza del concetto di proporzionalità della cura. Il medico, nella sua formazione tecnica e relazionale, sa individuare molto bene il momento e gli strumenti più idonei, siano essi curativi o palliativi. Perché il concetto di proporzionalità porta con sé proprio il senso dell’equilibrio che è alla base della Medicina, anche quella supertecnologica di oggi. Non vi è bisogno di un atto simil-notarile che si sostituisca a questo concetto.

Un atto – si badi bene – che carica di eccessiva responsabilità lo stesso paziente, mettendolo nella condizione di programmare il proprio percorso ed espropriando il medico dalla sua naturale funzione di accompagnamento e sostegno. Il testo di legge carica di eccessive responsabilità anche la famiglia del paziente, che può vedersi coinvolta in decisioni premature e dolorose. Il testo segna anche la fine di una percezione equilibrata di ciò che veramente è la Medicina, una Scienza bellissima perché non esatta, ma in costante divenire, capace di fornire tra uno o due anni opzioni di cura che oggi non sono immaginabili.

L’Oncologia, l’Ematologia e tante altre discipline vivono costantemente di questi progressi apparentemente improvvisi, portatori di cura e qualità di vita. Le disposizioni anticipate di trattamento e, più in genere, il testo di legge che le accoglie, negano questa bellezza della Medicina. Il testo portato in Aula non esclude che il paziente o qualcuno dei suoi familiari possa rivedere strada facendo le disposizioni anticipate di trattamento, ma proprio questa possibilità, apparentemente aperturista, segna la contraddizione di fondo che si nasconde nella legge in discussione e lo spirito riduzionista che la anima nei confronti del paziente, del medico e della Scienza medica. Non ultimo, medici e istituzioni sono lasciati esposti a conflitti di coscienza dettati da orientamenti non necessariamente confessionali, ma più semplicemente e, profondamente, civici.

Le implicazioni civili e penali di eventuali posizioni diversificate sono tutte da interpretare. Rimane il fatto che la scelta se accettare o meno lo spirito di questa legge diventerà per molti medici la scelta se difendere o meno la propria visione della vita e della sua intangibile bellezza.

 

Giorgio Minotti

https://www.avvenire.it

 

 

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