SCRITTI SPIRITUALI SUL SENSO DELLA VITA - INTRODUZIONE

da L'autore

del 01 gennaio 2002

Nel giugno 1979, Giovanni Paolo II si recò in pellegrinaggio nella sua patria polacca. Ad Auschwitz, ricordò in particolare coloro che, come Edith Stein e Massimiliano Kolbe, furono vittime di uno spietato odio razziale. L’ebrea Edith Stein, i cui antenati erano immigrati in Polonia, e il sacerdote polacco Kolbe dimostrarono, in quanto cristiani, che anche di fronte all’orrore dello sterminio si può irradiare luce ed amore fraterno.

«Vengo per pregare con voi», ha detto il Papa ad Auschwitz, «con tutta la Polonia e tutta l’Europa» Vengo «ad inginocchiarmi su questo Golgota del mondo contemporaneo, su queste tombe, in gran parte senza nome. Questo è un luogo in cui vogliamo considerare fratelli ogni popolo ed ogni uomo. E se c’è stata amarezza nelle mie parole, cari fratelli e sorelle, esse sono state pronunciate non per accusare, ma per ricordare. Parlo infatti pensando a coloro che sono morti - ai quattro milioni di vittime cadute su questo campo enorme -, parlo a nome di tutti coloro i cui diritti vengono ignorati e violati. Parlo perché mi obbliga, ci obbliga a farlo, la verità» (Oss. Rom., 7 giugno 1979).

La seguente scelta di testi, tratti da scritti e lettere della filosofa e carmelitana Edith Stein, vuole mostrare a quali grandezze è chiamato l’uomo. Edith Stein proveniva da una famiglia ebraica. La religiosità della madre fu rispettata, ma non imitata dai figli, fin dal tempo degli studi, la ricerca della verità fu decisiva per Edith Stein. Verità non solo come conoscenza teoretica, ma come radicale atteggiamento di fondo, che informa tutta la vita. Fino a 21 anni, Edith Stein credette dì poter trovare la verità al di fuori della religione. Ricorderà il momento a partire dal quale decise consapevolmente di non pregare più. Cercò la verità nella psicologia e nella filosofia. Da studentessa, si impegnò per la parità della donna e si interessò di politica. Presto però riconobbe che il sapere porta alla responsabilità, che le regole morali devono plasmare la vita individuale per divenire fondamento costitutivo di un popolo e della sua struttura statale.

Edith Stein era una persona spiritualmente vivace e sensibile, pronta ad aiutare con generosità chi le chiedesse aiuto. Nella cerchia dei parenti e degli amici, era considerata già negli anni di studio particolarmente degna di fiducia per il suo carattere saldo e discreto. L’incontro con i filosofi Edmund Husserl, Max Scheler, Adolf Reinach, Hedwig ConradMartius le fece conoscere il mondo cristiano. Husserl era evangelico, Scheler si converti al cattolicesimo, Reinach e Conrad-Martius al credo evangelico. Edith Stein conobbe la fede cristiana dapprima attraverso il contatto con le persone e solo in seguito attraverso le letture e

lo studio. Esperienza travolgente fu per lei scoprire che la fede in Gesù Cristo crea vincoli di familiarità e di amicizia tra persone prima estranee e dona ai credenti una forza di amare e una conoscenza di sé che Edith Stein non aveva mai sperimentato.

Nel corso della sua ricerca della verità, dal 1916 cominciò in Edith Stein un travaglio inferiore che la portò poco per volta ad accettare la croce di Cristo. La morte di un suo caro amico le aveva fatto provare con improvvisa consapevolezza la forza della croce. Ma sarebbe stato necessario un lungo conflitto interiore per poter accettare l’esistenza di un Dio personale che ama. Leggendo i suoi studi di fenomenologia negli annali husserliani, troviamo indizi del fatto che Edith’ Stein intendesse il suo cammino verso Cristo come un itinerario «mistico». Ella analizza infatti come nella profonda disperazione esistenziale un uomo sia incapace di prendere delle decisioni, e descrive l’esperienza risanatrice e consolante di «una pace trascendentale che si spande nell’anima», e che si può identificare solo con Dio. La lettura dell’autobiografia della spagnola Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa, fu per lei una conferma della propria esperienza personale.

Edith Stein si convertì al cattolicesimo nel 1922 con il desiderio di entrare nell’Ordine di Teresa d’Avila. La sua conversione non tardò a crearle difficoltà in famiglia, dove nessuno riusciva a capire la sua scelta; tutto ciò la indusse a vivere i successivi dieci anni della sua vita lavorando. Come insegnante e docente a Speyer, come conferenziera sui problemi di una moderna educazione femminile e come assistente universitaria a Mùnster, Edith Stein, cristiana impegnata professionalmente, cercò di unire in una fruttuosa sintesi il rapporto profondo con Dio e l’impegno gravoso che esigeva la sua attività. Aiutò molti a vedere in modo nuovo la propria vita e a vivere seguendo l’esempio di Cristo.

Fin da quando Hitler prese il potere, Edith Stein, allora a Mùnster, capì quale destino sarebbe stato riservato all’ebraismo europeo. Assistette agli assalti degli studenti aizzati contro gli ebrei dall’influsso del nazionalsocialismo. Queste esperienze acuirono in lei la coscienza di dover fare qualcosa per il suo popolo. Sperò in un’enciclica del Papa sulla questione ebraica. Non essendosi avverato questo suo desiderio, cercò ancora quale fosse il suo compito specifico, quello a cui si sentiva chiamata. L’improvviso esonero dall’incarico nella primavera del 1933, che dovette accettare insieme con molti suoi concittadini ebrei, le aprì ad un tratto una nuova strada. Rifiutò una proposta di lavoro in Sudamerica, come pure la possibilità di continuare tranquillamente il suo lavoro scientifico a Mùnster in attesa di tempi migliori. Il 4 ottobre 1933, entrò nel Carmelo di Colonia.

Come ebrea e come cristiana, Edith Stein si sentiva chiamata a rappresentare il suo popolo davanti a Dio, intercedendo per esso con la preghiera e il sacrificio. Pensava di poterlo fare nel modo migliore nel Carmelo. Entrare nel Carmelo significava per lei imparare a rinunciare a sé come Gesù, partecipare alla sua opera di redenzione. Vedeva la discriminazione di cui era vittima il suo popolo ebraico come una partecipazione alla croce-di Cristo. La persecuzione degli ebrei era per Edith Stein la persecuzione dell’umanità di Gesù. Seguendo l’esempio di Cristo, vedeva la possibilità di vincere il male con il bene. Vincere il male non significava per lei fuggire la sofferenza, ma prenderla su di sé nella forza della croce, in segno di solidarietà con gli altri e per gli altri.

L’incomprensione della sua famiglia ebrea, che vedeva la sua entrata in un monastero di clausura come fuga dalla realtà, come infedeltà nei confronti dei perseguitati, faceva parte dell’esperienza di dolore di Edith Stein. Ma non riuscì a distoglierla dalla sua strada. Dopo nove anni di vita religiosa nel Carmelo di Colonia e di Echt in Olanda, le fu chiesto ciò che fino a quel momento aveva vissuto segretamente: il sacrificio per i fratelli come testimonianza in nome di Gesù Cristo.

Il 2 agosto 1942, Edith Stein e sua sorella Rosa Stein furono arrestate ad Echt dalla Gestapo e condotte nel campo di concentramento di Amersfoort. Il 7 agosto 1942, fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz in Polonia con innumerevoli altri detenuti ebrei. In base a tutte le testimonianze finora raccolte, morì il 9 agosto 1942, uccisa nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau.

Ancora oggi sono valide le parole di Reinhold Schneider, morto nel 1958: «In Edith Stein è riposta una grande speranza, una promessa per il suo popolo - e per il nostro popolo: che questa figura impareggiabile entri veramente nella nostra vita, ci renda chiaro ciò che lei aveva compreso, e la grandezza e l’atrocità del suo sacrificio commuova entrambi i popoli»

Edith Stein

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