SALVEZZA NELLA SOCIETÀ

da L'autore

del 01 gennaio 2002

Per l'uomo non c'è soltanto il rifugio della natura, c'è per lui anche un altro rifugio: la società. Sono da vedere quali sono le relazioni vere dell'uomo con la società, perché attraverso la verità di queste relazioni l'uomo troverà la libertà; sino a quando tiene in trono la falsità, resterà sempre schiavo.

Noi tante volte abbiamo pensato che l'uomo è legato alla società per le sue necessità: legandoci insieme ad un gruppo, noi riceviamo tanti vantaggi. Il re ci giudica, la polizia ci difende, il Comune spazza le strade, il sarto ci fa il vestito: per l'educazione ed altro riceviamo tante facilitazioni. La società umana può essere un'occasione a ciascun essere sociale, per soddisfare i propri interessi.

Per soddisfare a tutte le sue necessità l'uomo è legato alla società! Se questo fosse vero anche interiormente, allora dovremmo dire che la società sarebbe per il cuore umano una prigione. Dovremmo dire che la società sarebbe una immensa officina di macchine. Prepara il carbone della macchina la quale fa passare ciò che è necessario attraverso i canali della fame.

Non c'è dubbio: per l'infelice,che è così bisognoso da dover faticare per sempre, morire sarebbe un privilegio. Al vedere questa immagine di prigione nel mondo, l'uomo religioso si è ribellato. Egli dice: « Sotto la pressione della necessità morirò sbattendo la testa contro le pietre della prigione? Non sarà mai! lo sono molto più grande della necessità. Il sarto mi procura il vestito? È proprio necessario? Senza vestito io me ne posso andare nella foresta. La nave trasporta il cibo da un paese all'altro? Non è necessario, io nella foresta mi nutrirò di frutta ».

Ma quando nella foresta le necessità mi perseguitano in varie maniere, mi accorgerò che la mia arroganza non prende certo splendore nel mio volto.

Dove noi possiamo trovare la salvezza in mezzo al mondo? Nell' amore! Quando scopriamo che il necessario non ha le sue soluzioni nella società umana, ma il suo rifugio supremo e misterioso è l'amore, allora noi in un momento veniamo liberati da ogni legame. Allora grideremo: «Amore, sono salvo! Non posso dire altro, l'amore è la casa mia, che non mi preme dal di fuori per sottomettermi. Se l'amore è la dottrina della società umana è anche la mia dottrina. Perciò attraverso l'amore mi sono liberato in un attimo dalle cose necessarie del mondo e sono passato sopra i piaceri della terra ». Come se in un batter d'occhio il sogno fosse finito...

Ecco, è arrivata la libertà! E poi? E poi la sottomissione. Appena l'amore riceve la libertà, si preoccupa di far fruttificare la sua forza nel campo della libertà. Così il lavoro si moltiplica più di prima. Diventa un piccolo servitore della terra, come un umile schiavo e perplesso. È il destino della libertà.

Chi è libero non ha alcuna scusa: egli non può dire: « lo ho il mio padrone, ho il mio ufficio, da fuori vengono pressioni »! In pratica, quando arriva un richiamo, non ha possibilità di dire di no. La libertà è una grande responsabilità. Dove si trova una responsabilità più grande della gioia?

Se diciamo che l'uomo vuole la libertà, diciamo una bugia. L'uomo vuole qualche cosa più della libertà: l'uomo vuole essere dipendente. L'uomo piange per sottomettersi in una sottomissione che non ha fine. Dice: «O Amore Supremo, Tu che sei sottomesso a me, quand'è ch'io possa sottomettermi a Te? Quando ci sarà piena unione della sottomissione con la sottomissione? Dove io sono vanitoso, altezzoso, indipendente, io mi sento vano, malato. O Signore, quando mi salverai abbassandomi, facendomi dipendente? Per tutto il tempo che ho riconosciuto che l'io è io, che oltre a questo non c'è altro, io ho solo vagato invano. Quando il mio sogno finisce, posso capire che Tu sei il Supremo-Io: per questo il mio io è io. Allora in un momento sarò libero »! Ma questo non è solo un guadagno di libertà; dopo questo, la suprema sottomissione. Bisogna porre ai piedi del Supremo-Io tutto l'orgoglio dell'io. In questa sottomissione totale e completa troveremo la suprema felicità.

15 gennaio 1909.

Rabindranath Tagore

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