Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?

del 02 novembre 2017

È la provocazione evangelica lasciata dal giovane morto nel 2011: Marco Gallo. Hanno scoperto nel suo computer molti scritti dai quali emerge la ricerca di una direzione, che vinca il senso di vuoto...

 

Che cosa accade con la morte di un figlio? Che cosa accade quando ti rendi conto che l’ultima cosa che hai sentito dire a tuo fratello è «ciao, Fra’. Ci vediamo!»?

«Ora una parte, biologica, di noi è in Paradiso», «Ora un pezzo del mio cuore è in Paradiso». Attorno a un tavolo, nella bella casa di Monza, la famiglia Gallo è riunita ancora una volta. Con un pezzo mancante, perché Marco è già partito, improvvisamente, a 17 anni, la mattina del 5 novembre 2011, quando è stato investito mentre si recava a scuola, a Carate.

Attorno al tavolo che sa di una quotidianità intensa e serena, Antonio e Paola con Francesca e Veronica, aprono con discrezione una porta che non dà sul nulla, ma sulla speranza. «La morte di un figlio può essere l’occasione per abbandonare la fede», racconta mamma Paola. «Avevo sempre avuto il terrore di una morte improvvisa. Non ero preparata… La morte di un figlio è come rimanere monchi, per sempre. So che una parte di noi è già in Paradiso. Ma il Mistero si è manifestato».

Nelle ore gravide di dolore dopo la notizia dell’incidente, Paola scopre una cosa sorprendente. Una scritta, sul muro della camera di Marco, accanto al crocefisso di San Damiano. Una scritta che la mattina precedente non c’era, vergata senza dubbio da Marco: «Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?». «Il Mistero si è manifestato con quella scritta e con il fatto che noi non siamo impazziti. Se è possibile per noi, è possibile per tutti», continua Paola.

Dopo questo lutto, la vita è cambiata; ed è cambiata l’esperienza di fede. «Quella del tempo che lenisce il dolore è una menzogna che il mondo racconta per non pensare», commenta Francesca, sorella maggiore di Marco. «Però il tempo accompagna, fa riflettere. La morte di Marco rimane incompresa. Ma è un’esperienza di grazia. Prima aderivo alla fede come a un insieme di valori ma, me ne sono resa conto dopo, non come se fosse il fondamento della vita. Ed è stato Marco a farcelo scoprire».

Lui, quel fratello curioso e appassionato che, continua Francesca, «ti faceva ogni giorno mille domande, che ti chiedeva: “Sei felice?”. Con l’incidente e la sua morte improvvisa la quotidianità è stata interrotta, ma da subito ho avuto la percezione che Dio era vicino. Gesù ha visto quanto ci aveva chiesto e ci ha fatto dono di sentirne la presenza. Avevamo due possibilità in quel momento: seguire la strada del mondo e sperare che con il tempo il dolore passasse, oppure seguire i segni che Marco ci aveva lasciato. Scoprendo ogni giorno come l’amore di Dio ti trasforma e ti cambia la vita».

 

ATTENTO VERSO TUTTI

 

Marco era un ragazzo vivace e dinamico, un vulcano di idee e di iniziative. «Aveva un’attenzione grande verso tutti», ricorda Veronica, minore tre anni di Marco. «Quando ti parlava, in quel momento, ti faceva sentire unico. Stava con tutti e voleva comunicare a tutti, alle persone di qualsiasi età, Dio». Esplicativo quanto Marco stesso aveva scritto a un’amica: «Le persone che ti son poste davanti ci sono per un motivo, perché è attraverso loro che sei destinata a conoscere di più il mistero di Gesù».

Questo adolescente, sportivo e attivo, aveva riflettuto profondamente sul senso della propria esistenza e la continua domanda sul perché impegnarsi ogni giorno era un segno chiaro di questo percorso. Un percorso di riflessione che aveva un aspetto pressoché sconosciuto ai familiari che hanno scoperto nel computer di Marco molti scritti, dai quali emerge la voglia di gustare ogni stilla della vita, ricercando una direzione, che vinca quel senso di vuoto nel quale molti ragazzi si perdono. «Il tempo è giusto per quello che è, perché ci è dato per incontrare il Mistero vivente nella realtà, Gesù», scriveva Marco.

«Che cosa abbiamo di più caro?», si domanda papà Antonio. «L’incontro con il dolore, con il dramma della morte di un figlio, mette a nudo il nostro desiderio di senso. Si tocca con mano che, al di fuori di Dio, c’è il nulla. Nella notte della morte di Marco, abbiamo percepito che il Signore era presente e che non saremmo mai più stati soli. Marco ci ha lasciato molte cose e, in modo misterioso, ci ha dato questa indicazione: “Non dovete essere disperati, perché Gesù è risorto e anche io sono con lui”».

«Marco aveva un’agenda sulla quale scriveva moltissimo. Si capiva che in quel periodo viveva un travaglio», riprende la mamma. «A settembre 2010 arrivò in cucina e con un coltello tagliò i fogli dell’agenda dicendo: “Basta pensieri!”. Perché aveva compreso che non è dalle analisi che si arriva a qualche cosa. Capivamo che viveva con il Signore, facendo le solite cose».

 

UN RICORDO SEMPRE VIVO

  

I genitori, le sorelle, i familiari e gli amici di Marco, hanno voluto lasciare un segno che una “cosa dell’altro mondo” è accaduta. Dopo essersi ritrovati ogni mese, per un anno, a celebrare la Messa, hanno infatti deciso di organizzare un pellegrinaggio al santuario di Montallegro, sopra Rapallo, luogo di origine della famiglia. «Partiamo al mattino presto, a piedi. In un grande silenzio, pieno di preghiera, che termina con la Messa e un momento conviviale. Camminiamo tra gli ulivi, con scorci sul mare. Non poteva che essere un gesto bello, perché comprendiamo qualcosa della vita solamente attraverso la bellezza. Quest’anno il pellegrinaggio si svolgerà il primo novembre. Di voce in voce, sempre più persone partecipano al pellegrinaggio. In fondo, si capisce di più il mistero della vita se camminiamo, se ci muoviamo».

 

IN UN LIBRO LA SUA TESTIMONIANZA

 

Marco Gallo nasce a Chiavari il 7 marzo 1994. Nel 1999 la famiglia si trasferisce in Lombardia, prima ad Arese, poi a Lecco e infine a Monza. Nel 2007 Marco incomincia a frequentare il liceo Don Gnocchi di Carate Brianza. A causa di un incidente, muore il 5 novembre 2011. Vivace, curioso, sportivo, cercava il senso di ogni cosa e cercava di vivere in ogni circostanza la fede. Sul muro della sua stanza, accanto al Crocifisso, aveva scritto la sera precedente: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». La figura e i pensieri del giovane emergono nel volume, curato dai familiari, Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare (edizioni Itaca). Dopo la sua morte, sul diario è stato trovato un foglietto sul quale Marco aveva scritto: «Senza il senso del proprio limite, non si giungerà mai alla verità di sé. Ma questa verità pretende una risposta personale. Deus mihi dixit. Nella propria condizione. “Cosa faresti se sapessi di morire? Continuerei a giocare a palla” (san Domenico Savio). L’unico modo per essere soddisfatti è continuamente ritenersi insoddisfatti  e desiderare di più».

 

 

Barbara Garavaglia

http://www.famigliacristiana.it

 

 

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