San Giovanni Bosco

BIOGRAFIE EDIFICANTI

Domenico Savio, Michele Magone e Francesco

Besucco

Vita di Domenico Savio (1859/1880)

G. BOSCO, Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di S. Franc. di

Sales, Torino, Tipografia e Libreria Salesiana, 61880.

Giovani Carissimi,

Voi mi avete più volte dimandato, Giovani carissimi, di scrivervi qualche cosa intorno

al vostro compagno Savio Domenico; ed io ho fatto quello che ho potuto per appagare

questo vostro pio desiderio. Eccovi la vita di lui descritta con quella brevità e semplicità

che so tornare a voi di gradimento.

Due difficoltà si opponevano alla pubblicazione di questo lavoro; la prima è la critica a

cui per lo più va soggetto chi scrive cose delle quali avvi moltitudine di testimonii viventi.

Questa difficoltà credo di aver superato col farmi uno studio di narrare unicamente le

cose che da voi o da me furono vedute, e che quasi tutte conservo scritte e segnate di

vostra mano medesima.

Altro ostacolo era il dovere più volte par-| p. 4 |-lare di me, perciocché essendo

questo giovane vissuto circa tre anni in questa casa, mi tocca sovente di riferire cose, a

cui ho preso parte. Questo ostacolo credo pure di aver superato tenendomi al dovere

dello storico, che è di scrivere la verità dei fatti, senza badare alle persone. Tuttavia se

troverete qualche fatto, ove io parli di me con qualche compiacenza, attribuitela al

grande affetto che io portava all’amico defunto e che porto a tutti voi; il quale affetto mi

fa aprire a voi l'intimo del mio cuore, come farebbe un padre, che parla a' suoi amati

figli.

Taluno di voi dimanderà, perché io abbia scritto la vita di Savio Domenico e non

quella di altri giovani che vissero tra noi con fama di specchiata virtù. È vero, miei cari,

la Divina Provvidenza si degnò di mandarci parecchi modelli di virtù; tali furono Fascio

Gabriele, Rua Luigi, Gavio Camillo, Massaglia Giovanni, ed altri: ma le azioni

di costoro non sono state ugualmente note e speciose come quelle del Savio, il cui

tenor di vita fu notoriamente maraviglioso. Per altro, se Dio mi darà sanità e grazia, ho

in animo di raccogliere le azioni di questi vostri compagni, per essere in grado di

appagare i. vostri ed i miei desiderii col darvele a leggere e ad imitare in quello che è

compatibile col vostro stato.

| p. 5 |

In questa quinta edizione poi, ho aggiunto varie notizie che spero la renderanno

interessante anche a coloro che hanno già letto quanto si è nelle antecedenti edizioni

stampato.

Intanto cominciate a trar profitto da quanto vi verrò descrivendo; e dite in cuor vostro

quanto diceva s. Agostino: Si ille, cur non ego? Se un mio compagno, della stessa mia

età, nel medesimo luogo, esposto ai medesimi e forse maggiori pericoli, tuttavia trovò

tempo e modo di mantenersi fedele seguace di Gesù Cristo, perché non posso anch'io

fare lo stesso? Ricordatevi però bene che la religione vera non consiste in sole parole;

bisogna venire alle opere. Quindi, trovando qualche cosa degna d'ammirazione, non

contentatevi di dire questo è bello, questo mi piace. Dite piuttosto: voglio adoperarmi

per far quelle cose che lette di altri, mi eccitano alla maraviglia.

Dio doni a voi e a tutti i lettori di questo libretto sanità e grazia per trar profitto di

quanto ivi leggeranno; e la Vergine Santissima, di cui il giovane Savio era fervoroso

divoto, ci ottenga di poter fare un cuor solo ed un'anima sola per amare il nostro

Creatore, che è il solo degno di essere amato sopra ogni cosa, e fedelmente servito in

tutti i giorni di nostra vita.

| p. 6 |

| p. 7 |

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CAPO I

 Patria - Indole di questo giovine - Suoi primi atti di virtù

I genitori del giovinetto, di cui intraprendiamo a scrivere la vita, furono Savio Carlo e

Brigida di lui consorte, poveri, ma onesti concittadini di Castelnuovo d'Asti(1), | p. 8 |

paese distante dieci miglia da Torino. L'anno 1841, trovandosi i buoni conjugi in gravi

strettezze e privi di lavoro, andarono a dimorare in Riva(2), paese distante due miglia da

Chieri, ove il marito si diede a fare il fabbro-ferraio, mestiere a cui erasi nella sua

giovinezza esercitato. Mentre dimoravano in questo paese, Dio benedisse il loro

matrimonio concedendo un figliuolo, che doveva esser la loro consolazione. La nascita di

lui avvenne il 2 di aprile 1842. Quando lo portarono ad esser rigenerato nelle acque

battesimali, gl'imposero il nome di Domenico, la qual cosa, sebben per sé sia indifferente,

tuttavia fu soggetto di alta considerazione pel nostro fanciullo, siccome vedremo.

Compieva Domenico il secondo anno di sua età, quando per alcune convenienze di

famiglia, i suoi genitori deliberarono di ritornare in patria, e andarono a fissare la loro

dimora in Murialdo, borgata di Castelnuovo d’Asti.

Le sollecitudini de’ buoni genitori erano tutte rivolte a dare una cristiana educazione |

p. 9 | al loro fanciullo, che fin d’allora formava l’oggetto delle loro compiacenze. Egli

aveva sortito dalla natura un’indole buona, un cuore propriamente nato per la pietà. Apprese

con maravigliosa facilità le preghiere del mattino e della sera, ed all’età di soli

quattro anni già recitavale da sé. Anche in quella età di naturale divagazione egli dipendeva

in tutto e per tutto dalla sua genitrice; e se qualche volta da lei si allontanava

era solamente per mettersi in qualche cantuccio della casa e fare con maggior libertà

preghiere lungo il giorno.

«Fin dalla più tenera età, affermano i suoi genitori, nella quale per mancanza di

riflessione i fanciulli sono un disturbo e cruccio continuo per le madri; età in cui tutto

vogliono vedere, toccare e per lo più guastare, il nostro Domenico non ci diede mai il

minimo dispiacere. Non solo era ubbidiente, pronto a qualsiasi nostro comando, ma si

studiava di prevenire le cose, che egli scorgeva tornare a noi di gradimento. »

Erano poi curiose e nel tempo stesso piacevoli le accoglienze che faceva al padre

quando lo vedeva giungere a casa, dopo i suoi ordinari lavori. Correva ad incontrarlo e

presolo per mano e talor saltandogli al collo, caro papà, gli diceva, quanto siete stanco!

non è vero? voi lavorate tanto per me ed io non sono buono ad altro che a darvi fastidio;

io pregherò il buon Dio che doni a voi la sanità, e che mi faccia buono. Così dicendo lo

accompagnava in casa, gli | p. 10 | presentava la sedia o lo scanno perché vi si sedesse;

gli teneva compagnia e gli faceva mille carezze. Questo, dice il padre, era per me un

dolce conforto nelle mie fatiche, ed io era come impaziente di giungere a casa per

1 Anticamente appellavasi Castelnuovo di Rivalba, perché dipendeva dai conti Biandrate signori di questo

paese. Circa l'anno 1300 essendo stato conquistato dagli astigiani, fu di poi detto Castelnuovo d’Asti. - In quel

tempo era molto popolato di gente industriosa ed applicatissima al commercio, che andavano ad esercitare in

varie città d'Europa. Fu patria di molti uomini celebri. Il famoso Argentero Giovanni, detto il gran medico di

quel secolo, nacque in Castelnuovo d’Asti nel 1513 - scrisse molte opere di vasta erudizione. Egli era molto pio

ed assai divoto della gran madre di Dio, ed eresse in di Lei onore la cappella della B. V. del popolo nella chiesa

parochiale di s. Agostino in Torino. - Il suo corpo fu sepolto nella chiesa metropolitana con una onorevole

iscrizione, che tuttora si osserva - Molti altri personaggi illustrarono questo paese. Ultima mente fu il sacerdote

Giuseppe Caffasso, uomo commendevolissimo per pietà, scienza teologica e carità verso gli ammalati,

carcerati, condannati al patibolo ed infelici di ogni genere. Nacque nel 1811 e morì nel 1860. (V. Casalis. diz.)

2 Dicesi Riva di Chieri per distinguersi da altri paesi di questo nome. È distante quattro chilometri da Chieri.

L’imperator Federico con diploma del 1164 investì il conte Biandrate del dominio di Riva di Chieri. Di poi venne

ceduto agli astigiani. Nel secolo decimo sesto passò sotto al dominio di Casa Savoja - Monsignor Agostino della

Chiesa, e Bonino nella biografia medica parlano a lungo di molti celebri personaggi che ivi ebbero i loro

natali.

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imprimere un tenero bacio al mio Domenico, che possedeva tutti gli affetti del mio

cuore.

La sua divozione cresceva più dell’età, ed a soli quattro anni non occorreva più di

avvisarlo di recitare le preghiere del mattino e della sera, prima e dopo il cibo,

dell’angelus; che anzi egli medesimo invitava gli altri di casa a recitarle qualora se ne

fossero dimenticati.

Avvenne che un giorno i suoi parenti distratti da alcuni schiamazzi si posero senz’altro

a desinare. O papà, disse l’attento Domenico, non abbiamo ancora invocato la benedizione

del Signore sopra i nostri cibi. Ciò detto cominciò egli stesso a fare il segno

della santa croce e a recitare la solita preghiera.

Altra volta un forestiere accolto in casa sua si pose parimenti a mangiare senza fare

alcun atto di religione. Domenico non osando avvisarlo si ritirò afflitto in un angolo della

casa. Interrogato di poi da' suoi parenti intorno a tale novità rispose: io non ho osato

pormi a tavola con uno che si mette a mangiare come fanno le bestie.

| p. 11 |

CAPO II

 Morale condotta tenuta in Murialdo - Bei tratti di virtù - Sua frequenza alla scuola di quella

borgata

Qui ci sono cose che appena si crederebbero, se chi le asserisce non escludesse i nostri

dubbi. Io mi attengo alla relazione che il Cappellano di quella borgata(3) ebbe la

cortesia dì farmi intorno a quel suo caro alunno.

«Nei primi giorni, egli dice, che io sono venuto a questa borgata di Murialdo, vedeva

spesse volte un fanciullo di forse cinque anni venire alla chiesa in compagnia di sua madre.

La serenità del suo sembiante, la compostezza della persona, il suo atteggiamento

divoto, trassero sopra di lui gli sguardi miei e gli sguardi degli atri. Che se giunto alla

chiesa l’avesse trovata chiusa, allor succedeva un ameno spettacolo. Ben lungi dallo

scorrazzare o schiamazzare da sé o con altri, come sogliono fare i ragazzi di tale età,

egli recavasi sul limitare della porta, si metteva in ginocchio e col capolino chinato e

colle innocenti manine giunte dinanzi al petto fervorosamente pregava finché venisse

aperta ha chiesa. Si noti che talvolta il terreno era coperto di fango, oppure cadeva neve

o piog-| p. 12 |-gia; ma egli a nulla badava e vi si metteva egualmente ginocchioni a

pregare. Maravigliato e mosso da pia curiosità ho voluto sapere chi fosse quel fanciullo,

che era divenuto l’oggetto della mia ammirazione, e seppi essere il figliuolo del ferraio

Carlo Savio.

«Quando poi m'incontrava per la strada cominciava di lontano a dar segni di compiacenza,

e con un’aria veramente angelica preveniva rispettosamente il mio saluto. Cominciò

egli pure a venire alla scuola, e poiché era fornito d’ingegno ed assai diligente

nell’adempimento de’ suoi doveri, fece in breve tempo notevole progresso nello studio.

Egli era costretto a conversare con giovani discoli e divagati, ma non mi è mai accaduto

di vederlo in contesa. Se poi fosse avvenuto qualche alterco, egli, sopportando con

pazienza gl’insulti dei compagni, tosto da loro si allontanava. Né mi ricordo di averlo

veduto a prendere parte a divertimenti pericolosi, a dare il minimo disturbo nella scuola.

Anzi molti compagni lo invitavano ad andare seco loro a fare delle burle a persone d’età

avanzata, a scagliar sassi, a rubar frutta altrui o a cagionar guasti nelle campagne; ma

egli destramente sapeva disapprovare la loro condotta e rifiutavasi dal prendervi parte.

«La pietà già dimostrata pregando sul limitare della chiesa non venne meno col crescere

dell’età. Di cinque anni egli aveva già imparato a servire la santa Messa e la serviva

divotissimamente. Ogni giorno vi an-| p. 13 |-dava, e se altri voleva servirla, egli la

ascoltava, altrimenti vi si prestava con un contegno il più edificante. Siccome era

3 Cappellano di questa Borgata era allora il sac. Zucca Giovanni di Moriondo; ora domiciliato patria sua.

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giovane d'età e piccolo di statura, non poteva trasportare il messale; ed era cosa curiosa

il vederlo avvicinarsi ansioso all’altare, levarsi sulla punta dei piedi, tendere quanto

poteva le braccia, fare ogni sforzo per toccare il leggío. Se il sacerdote od altri avesse

voluto fargli la cosa più cara al mondo, doveva, non già trasportare il messale, ma

avvicinargli il leggío tanto che lo potesse raggiugnere; ed allora egli con gioia lo portava

all’altro lato dell’altare.

«Si confessava con frequenza, e come fu capace di distinguere il pane celeste dal

pane terreno, venne ammesso alla santa comunione, che egli riceveva con una divozione

veramente ammirabile. Alla vista di que’ belli lavori, che la grazia Divina compieva in

quell’anima innocente, ho più volte detto tra me: Ecco un giovinetto di ottime speranze.

Dio voglia che gli si apra una strada per condurre a maturità frutti così preziosi.» Fin qui

il Cappellano di Murialdo.

CAPO III

 È ammesso alla prima Comunione Apparecchio - Raccoglimento e ricordi di quel giorno

Nulla mancava a Domenico per essere ammesso alla prima comunione. Sapeva a memoria

tutto il piccolo catechismo; aveva | p. 14 | chiara cognizione di questo augusto

Sacramento, e ardeva del desiderio di accostarvisi. Soltanto l’età se gli opponeva, perciocché

ne’ villaggi ordinariamente non si ammettono i fanciulli a fare la prima comunione

se non agli undici o dodici anni compiuti. Il Savio correva soltanto il settimo

anno di sua età. Oltre la fanciullesca sembianza aveva un corpicciuolo che lo faceva

parer ancor più giovane; sicché il Cappellano esitava a promuoverlo. Ne dimandò anche

consiglio ad altri sacerdoti, i quali ponderata bene la cognizione precoce, l’istruzione ed i

vivi desiderii di Domenico, lasciarono da parte tutte le difficoltà, e lo ammisero a partecipare

per la prima volta al cibo degli Angeli.

È assai difficile esprimere gli affetti di santa gioia, di cui gli riempi il cuore un tale

annunzio. Corse a casa e lo disse con trasporto alla madre; ora pregava, ora leggeva;

passava molto tempo in chiesa prima e dopo la messa, e pareva che l’anima sua

abitasse già cogli angeli del Cielo. La vigilia del giorno fissato per la comunione chiamò

la sua genitrice: Mamma, le disse, domani vo a fare la mia comunione; perdonatemi

tutti i dispiaceri che vi diedi pel passato: per l'avvenire vi prometto di essere molto più

buono; sarò attento alla scuola, ubbidiente, docile, rispettoso a quanto sarete per

comandarmi. Ciò detto fu commosso e si mise a piangere. La madre, che da lui non

aveva ricevuto altro che consolazioni, ne fu ella pure commossa e rattenendo a stento le

lacrime lo | p. 15 | consolò dicendogli: Va pure tranquillo, caro Domenico, tutto è

perdonato: prega Iddio che ti conservi sempre buono, pregalo anche per me e per tuo

padre.

Al mattino di quel memorando giorno si levò per tempo e, vestitosi de’ suoi abiti più

belli, andò alla chiesa, che trovò ancor chiusa. S’inginocchiò, come già aveva fatto altre

volte, sul limitare di quella e pregò finché giungendo altri fanciulli ne fu aperta la porta.

Tra le confessioni, preparazione e ringraziamento della comunione la funzione durò cinque

ore. Domenico entrò il primo in chiesa e ne usci l’ultimo. In tutto quel tempo egli

non sapeva più se fosse in cielo o in terra.

Quel giorno fu per lui sempre memorabile e si può chiamare vero principio o piuttosto

continuazione di una vita, che può servire di modello a qualsiasi fedel cristiano. Parecchi

anni dopo facendolo parlare della sua prima comunione, gli si vedeva ancora traspirare

la più viva gioia sul volto. Oh! quello, soleva dire, fu per me il più bel giorno ed un gran

giorno. Si scrisse alcuni ricordi che conservava gelosamente in un libro di divozione e

che spesso leggeva. Io ho potuto averli tra le mani e li inserisco qui nella loro originale

semplicità. Erano di questo tenore: «Ricordi fatti da me Savio Domenico l'anno 1849

quando ho fatta la prima comunione essendo di 7 anni. -

7

1° Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore mi

darà licenza.-

| p. 16 |

2° Voglio santificare i giorni festivi. –

3° I miei amici saranno Gesù e Maria. –

4° La morte, ma non peccati.» -

Questi ricordi, che spesso andava ripetendo, furono come la guida delle sue azioni

sino alla fine della vita.

Se tra quelli che leggeranno questo libretto vi fosse mai chi avesse ancora da fare la

prima comunione, io vorrei caldamente raccomandargli di farsi modello il giovane Savio.

Ma raccomando poi quanto so e posso ai padri, alle madri di famiglia e a tutti quelli che

esercitano qualche autorità sulla gioventù, di dare la più grande importanza a questo

atto religioso. Siate persuasi che la prima comunione ben fatta pone un solido

fondamento morale per tutta la vita; e sarà cosa strana che si trovi alcuno che abbia

compiuto bene quel solenne dovere, e non ne sia succeduta una vita buona e virtuosa.

Al contrario si contano a migliaia i giovani discoli, che sono la desolazione dei genitori e

di chi si occupa di loro; ma se si va alla radice del male si conosce, che la loro condotta

cominciò ad apparire tale nella poca o nessuna preparazione alla prima comunione. È

meglio differirla, anzi è meglio non farla, che farla male.

| p. 17 |

CAPO IV

 Scuola di Castelnuovo d’Asti - Episodio edificante - Savia risposta ad un cattivo consiglio

Compiute le prime scuole, Domenico avrebbe già dovuto molto prima essere inviato

altrove per proseguire i suoi studi, il che non poteva fare in una cappellania di

campagna. Ciò desiderava Domenico, ciò eziandio stava molto a cuore a’ genitori di lui.

Ma come effettuarlo mancando affatto i mezzi pecuniari? Iddio, padrone supremo di

tutte le cose, provvederà i mezzi necessari affinché questo fanciullo possa camminare

per quella carriera a cui lo chiama.

Se io fossi un uccello, diceva talvolta Domenico, vorrei volare mattina e sera a Castelnuovo

e così continuare le mie scuole.

Il suo vivo desiderio di studiare gli fece superare ogni difficoltà e risolse di recarsi alla

scuola municipale del paese, sebbene vi fosse la distanza di quasi due miglia. Ed ecco un

fanciullo appena di dieci anni intraprendere un cammino di sei miglia al dì tra andata e

ritorno dalla scuola. Talvolta vi è un vento molesto, un sole che cuoce, un fango, una

pioggia che opprimono. Non importa, si tollerano tutti i disagi e si superano tutte le

difficoltà; egli vi trova l’ubbidienza a’ suoi genitori, un mezzo per imparare la scienza

della salute, e questo basta per fargli tollerare con piacere ogni inco-| p. 18 | modo. Una

persona alquanto attempata vedendo un giorno Domenico solo andare a scuola alle due

pomeridiane mentre sferzava un cocente sole, quasi per sollevarlo gli si avvicino e gli

tenne questo discorso:

- Caro mio, non hai timore a camminare tutto solo per queste strade?

- Io non sono solo, ho l’angelo custode che mi accompagna in tutti i passi.

- Almeno ti sarà penosa la strada per questo caldo, dovendola fare quattro volte al

giorno!

- Niente è penoso, niente è fatica quando si lavora per un padrone che paga molto

bene.

- Chi è questo padrone?

- È Dio creatore che paga un bicchiere d’acqua dato per amor suo.

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Quella medesima persona raccontò questo episodio ad alcuni suoi amici, e finiva

sempre il suo discorso dicendo: un giovinetto di così tenera età, che già nutrisce tali

pensieri, farà certamente parlare di sé in quella carriera che sarà per intraprendere.

Nell’andare e venire da scuola egli corse un grave pericolo per l’anima a motivo di

alcuni compagni.

Sogliono molti giovanetti nei caldi estivi andarsi a bagnare ora nei fossi, ora nei ruscelli,

ora negli stagni e simili. Il trovarsi più fanciulli insieme, svestiti e talvolta in luoghi

pubblici a bagnarsi, riesce cosa pericolosa pel corpo, a segno che noi dobbiamo

purtroppo spesse volte lamentare annegamenti di ragazzi e di altre persone, che | p. 19

| terminano la loro vita affogati nell’acqua; ma il pericolo è assai maggiore per l’anima.

Quanti giovanetti deplorano la perdita della loro innocenza ripetendone la cagione dall’essere

andati a bagnarsi con que’ compagni in que’ luoghi malaugurati!

Parecchi condiscepoli del Savio avevano l’abitudine di andarvi. Non paghi di andarvi

eglino stessi, volevano condurre seco loro anch' esso, ed erano riusciti a sedurlo una

volta. Ma essendo stato avvertito che tal cosa era male, si mostrò profondamente addolorato;

né fu mai possibile indurvelo di nuovo, anzi deplorò e pianse più volte il pericolo

in cui si era messo riguardo all’anima e riguardo al corpo. Tuttavia due compagni

dei più disinvolti e ciarlieri gli diedero un nuovo assalto parlando così:

- Domenico, vuoi venire con noi a fare una partita?

- Che partita?

- Una partita a nuotare.

- Oh no! io non ci vado, non sono pratico, temo di morire nell’acqua.

- Vieni, fa molto piacere. Quelli che vanno a nuotare non sentono più il caldo, hanno

molto buon appetito, ed acquistano molta sanità.

- Ma io temo di morire nell’acqua.

Oibò, non temere, noi t’insegneremo quanto è necessario; comincierai a vedere come

facciamo noi, e poi farai tu altrettanto. Tu ci vedrai a camminare nell’acqua come pesci,

e faremo salti da gigante.

| p. 20 |

- Ma non è peccato l’andare in quei luoghi dove sono tanti pericoli?

- Niente affatto; anzi ci vanno tutti.

- L’andarvi tutti non dimostra che non sia peccato.

- Se non vuoi tuffarti nell’acqua, comincerai a vedere gli altri.

- Basta; io sono imbrogliato, e non so che dire.

- Vieni, vieni: sta sulla nostra parola; non c’è male, e noi ti libereremo da ogni

pericolo.

- Prima di fare quanto mi dite voglio dimandare licenza a mia madre: se ella mi dice

di sì; ci andrò; altrimenti non ci vado.

- Sta zitto, minchione; guardati bene dal dirlo a tua madre; essa non ti lascerà

certamente venire, anzi lo dirà ai nostri genitori e ci faranno passare il caldo con buoni

colpi di bacchetta.

- Oh! se mia madre non mi lascia andare, è segno che è cosa malfatta; perciò non ci

vado; se poi volete che vi parli schiettamente, vi dirò che fui ingannato e vi andai una

volta sola, ma non ci andrò mai più per l’avvenire; perché in tali luoghi avvi sempre

pericolo o di morire nell’acqua, o di offendere altrimenti il Signore. Né statemi più a

parlare di nuoto; se tal cosa dispiace ai vostri genitori, voi non dovreste più farla; perché

il Signore castiga quei figliuoli che fanno cose contrarie ai voleri del padre e della madre.

Così il nostro Domenico, dando una savia | p. 21 |risposta a quei cattivi consiglieri,

evitava un grave pericolo, in cui se si fosse precipitato, avrebbe forse perduto

l’inestimabile tesoro dell’innocenza a cui tengono dietro mille triste conseguenze.

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CAPO V

 Sua condotta nella scuola di Castelnuovo d’Asti. - Parole del suo maestro

Nel frequentare questa scuola, egli cominciò ad imparare il modo di regolarsi co’ suoi

compagni. Se egli vedeva un compagno attento alla scuola, docile, rispettoso, che

sapesse bene le lezioni, che facesse i suoi lavori, e che fosse lodato dal maestro, questi

diveniva tosto l’amico di Domenico. Eravi un discolo, un insolente, che trascurasse i suoi

doveri, parlasse male o bestemmiasse? Domenico lo fuggiva come la peste. Quelli poi

che erano un po’ indolenti ei li salutava, loro rendeva qualche servizio, qualora ne fosse

caso, ma non contraeva seco loro alcuna famigliarità.

La condotta da lui tenuta nella scuola di Castelnuovo d’Asti può servire di modello a

qualsiasi giovane studente, che desideri progredire nella scienza e nella pietà. Su tal

proposito io trascrivo la giudiziosa relazione scritta dal suo maestro D. Allora sac. Alessandro,

tuttora maestro comunale di questo capoluogo di mandamento. - Eccone il tenore:

-

| p. 22 |

«Molto mi compiaccio di esporre il mio giudicio intorno al giovinetto Savio Domenico

che in breve tempo seppe acquistarsi tutta la mia benevolenza, sicché io l’ho amato colla

tenerezza di padre. Aderisco di buon grado a questo invito, perché conservo ancora viva,

distinta e piena memoria del suo studio, della sua condotta e delle sue virtù.

«Non posso dire molte cose della sua condotta religiosa, perché dimorando assai

distante dal paese era dispensato dalla congregazione, a cui se fosse intervenuto avrebbe

certamente fatto risplendere la sua pietà e divozione.

«Compiuti gli studi di 1a

elementare in Murialdo, questo buon fanciullo chiese ed

ottenne distintamente l’ammissione alla mia scuola di 2a elementare, propriamente il 21

giugno 1852; giorno dagli scolari dedicato a s. Luigi protettore della gioventù. Egli era di

una complessione alquanto debole e gracile, di aspetto grave misto al dolce con un non

so che di grave e piacevole. Era d’indole mitissima e dolcissima, di un umore sempre

uguale. Aveva costantemente tale contegno nella scuola e fuori, in chiesa ed ovunque,

che quando l’occhio, il pensiero od il parlare del maestro volgevasi a lui, vi lasciava la

più bella e gioconda impressione. La qual cosa per un maestro si può chiamare uno de’

cari compensi delle dure fatiche, che spesso gli tocca di sostenere indarno nella coltura

di aridi e mal disposti animi di certi allievi. Laonde posso dire che | p. 23 | egli fu Savio

di nome e tale pur sempre si mostrò col fatto, vale a dire nello studio, nella pietà, nel

conversare co’ suoi compagni ed in ogni sua azione. Dal primo giorno che entrò nella

mia scuola sino al fine di quell’anno scolastico e ne’ quattro mesi dell’anno successivo ei

progredì nello studio in modo straordinario. Egli si meritò costantemente il primo posto

di suo periodo, e le altre onorificenze della scuola e quasi sempre tutti i voti di ciascuna

materia, che di mano in mano si andava insegnando. Tal felice risultato nella scienza

non è solo da attribuirsi all’ingegno non comune, di cui egli era fornito, ma eziandio al

grandissimo suo amore allo studio ed alla sua virtù.

«E poi degna di speciale ammirazione la diligenza con cui procurava di adempiere i

più minuti doveri di scolaro cristiano e segnatamente l’assiduità e la costanza mirabile

nella frequenza della scuola. Di modo che, debole quale egli fu sempre di salute,

percorreva ogni giorno oltre 4 chilometri di strada, il che ripeteva pur quattro fiate tra

l’andata ed il ritorno. E ciò faceva con maravigliosa tranquillità d’animo e serenità di

aspetto anche sotto l’intemperie della stagione invernale, per crudo freddo, per pioggia o

neve, cosa che non poteva a meno di essere riconosciuta dal proprio maestro per prova

ed esempio di raro merito. Ammalando frattanto sì degno alunno nel corso dello stesso

anno 1852-53, ed i parenti di lui mutando successivamente domicilio, fu cagione che con

| p. 24 | mio vero rincrescimento non ho più potuto continuare l’insegnamento ad un sì

caro allievo, le cui grandi e bellissime speranze andavano scemando col crescere de’

timori, ch’io aveva che non potesse più proseguire gli studi per mancanza di salute o di

mezzi di fortuna.

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«Mi riuscì poi di grande consolazione quando seppi che egli era stato accolto fra i

giovani dell' Oratorio di S. Francesco di Sales, essendogli tosi aperta la via alla coltura

del raro suo ingegno e della sua luminosa pietà.» (Fin qui il maestro di scuola).

CAPO VI

 Scuola di Mondonio4  - Sopporta una grave calunnia

Pare che la divina provvidenza abbia voluto far vedere a questo giovanetto che

codesto mondo è un vero esiglio ove andiamo di luogo in luogo pellegrinando; o meglio

abbia voluto che egli andasse a farsi conoscere in diversi paesi e tosi mostrarsi in più

luoghi esimio specchio di virtù.

| p. 25 | Sul finire dell’anno 1852 i genitori di Domenico da Murialdo andarono a fissar

la loro dimora in Mondonio, che è un piccolo paese confinante con Castelnuovo. Egli

continuò colà nel tenor di vita praticato in Murialdo ed a Castelnuovo; perciò dovrei

ripetere le cose che di lui scrissero gli antecedenti suoi maestri; giacché il signor D.

Cugliero(5): che l’ebbe a scolaro, fa una relazione quasi simile. Io trascelgo da essa

solamente alcuni fatti speciali, ommettendo il rimanente per non tare ripetizioni.

«Io posso dire, egli scrive, che in venti anni da che attendo ad istruire i ragazzi non

ne ebbi mai alcuno che abbia pareggiato il Savio nella pietà. Egli era giovane di età, ma

assennato al pari di un uomo perfetto. La sua diligenza, assiduità allo studio, e l’affabilità

si cattivavano l’affetto del maestro e lo rendevano la delizia dei compagni. Quando lo

rimirava in chiesa, io era compreso da alta meraviglia nel vedere tanto raccoglimento in

un giovanetto di così tenera età. Più volte ho detto tra me stesso: Ecco un’anima

innocente, cui si aprono le delizie del paradiso, e che co’ suoi affetti va ad abitare cogli

angeli del cielo.»

Tra i fatti speciali il suo maestro annovera il seguente:

| p. 26 |

«Un giorno fu fatta una mancanza tra i miei allievi, e la cosa era tale che il colpevole

meritava l’espulsione dalla scuola. I delinquenti prevengono il colpo, e portandosi dal

maestro si accordano di gettare tutta la colpa sopra il buon Domenico. Io non poteva

crederlo capace di simile disordine; ma gli accusatori seppero dare tale colore dì verità

alla calunnia, che dovetti crederla. Entro adunque nella scuola giustamente sdegnato pel

disordine avvenuto: parlo al colpevole in genere: poi mi volgo al Savio, e questo fallo, gli

dico, bisognava che fosse commesso da te? non meriteresti dì essere sull’istante

cacciato dalla scuola? Buon per te che è la prima che mi fai di questo genere,

altrimenti...., fa che sia pur l’ultima. Domenico avrebbe potuto dire una sola parola in

discolpa, e la sua innocenza sarebbe stata conosciuta. Ma egli si tacque: chinò il capo, e

a guisa di chi è con ragione rimproverato, più non alzò gli occhi.

«Ma Dio protegge gl’innocenti, e il dì seguente furono scoperti i veri colpevoli e tosi

palesata l’innocenza di Domenico. Pieno di rincrescimento pei rimproveri fatti al supposto

colpevole, il presi da parte, e, Domenico, gli dissi, perché non mi hai subito detto che

tu eri innocente? Domenico rispose: perché quel tale essendo già colpevole di altri falli

sarebbe forse stato cacciato di scuola; dal canto mio sperava di essere perdonato,

essendo la prima mancanza di cui era accusato nella scuola; d’altronde pensava | p. 27 |

anche al nostro Divin Salvatore, il quale fu ingiustamente calunniato.

4 Mondonio, o Mondomio, oppure Mondone è un piccolo paese di circa 400 abitanti; distante due miglia da

Castelnuovo d’Asti, con cui ha facile relazione per mezzo di una strada che ultimamente fu praticata mediante

il traforo di una collina - Vi sono memorie di questo paese che rimontano al 1034. Passò al dominio di Casa

Savoia col trattato di Cherasco del 1631. (V. Casalis, diz.).

5 Il Sac. Cugliero Giuseppe, dopo aver passato alcuni anni in qualità di Cappellano beneficiato a Pino di

Chieri, dopo una vita esemplare riposava nel Signore in quello stesso paese.

11

«Tacqui allora, ma tutti ammirarono la pazienza del Savio, che aveva saputo render

bene per male, disposto a tollerare anche un grave castigo a favore del medesimo calunniatore.

» (Così D. Cugliero).

CAPO VII

 Prima conoscenza fatta di lui - Curiosi episodi in questa congiuntura

Le cose che sono per raccontare posso esporle con maggior corredo di circostanze,

perché sono quasi tutte avvenute sotto gli occhi miei, e per lo più alla presenza di una

moltitudine di giovani che tutti vanno d' accordo nell’asserirle. Correva l’anno 1854

quando il nominato D. Cugliero venne a parlarmi di un suo allievo per ingegno e per

pietà degno di particolare riguardo. Qui in sua casa, egli diceva, può avere giovani

uguali, ma difficilmente avrà chi lo superi in talento e virtù. Ne faccia la prova e troverà

un s. Luigi. Fummo intesi che me lo avrebbe mandato a Murialdo all’occasione che sono

solito di trovarmi colà coi giovani di questa casa per far loro godere un po’ di campagna,

e nel tempo stesso fare la novena e celebrare la solennità del Rosario di Maria

Santissima.

Era il primo lunedì d’ottobre di buon mattino, alloraché vedo un fanciullo accompagnato

da suo padre che si avvicina per | p. 28 | parlarmi. - Il volto suo ilare, l’aria

ridente, ma rispettosa, trassero verso di lui i miei sguardi.

Chi sei, gli dissi, onde vieni?

Io sono, rispose, Savio Domenico, di cui le ha parlato D. Cugliero mio maestro, e veniamo

da Mondonio.

Allora lo chiamai da parte, e messici a ragionare dello studio fatto, del tenor di vita

fino allora praticato, siamo tosto entrati in piena confidenza egli con me, io con lui.

Conobbi in quel giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore e rimasi non

poco stupito considerando i lavori che la grazia divina aveva già operato in cosi tenera

età.

Dopo un ragionamento alquanto prolungato, prima che io chiamassi il padre, mi disse

queste precise parole: ebbene che gliene pare? mi condurrà a Torino per istudiare? - Eh!

mi pare che ci sia buona stoffa.

- A che può servire questa, stoffa?

- A fare un bell' abito da regalare al Signore.

- Dunque io sono la stoffa; ella ne sia il sarto; dunque mi prenda con lei e farà un

bell’abito pel Signore.

- Io temo che la tua gracilità non regga per lo studio.

- Non tema questo; quel Signore che mi ha dato finora sanità e grazia, mi aiuterà

anche per l’avvenire.

- Ma quando tu abbia terminato lo studio del latino, che cosa vorrai fare?

- Se il Signore mi concederà tanta gra-| p. 29 |-zia, desidero ardentemente di

abbracciare lo stato ecclesiastico.

- Bene: ora voglio provare se hai bastante capacità per lo studio: prendi questo

libretto (era un fascicolo delle Letture Cattoliche), di quest’oggi studia questa pagina,

domani ritornerai per recitarmela.

Ciò detto lo lasciai in libertà d’andarsi a trastullare con altri giovani, indi mi posi a

parlare col padre. Passarono non più di otto minuti, quando ridendo si avanza Domenico

e mi dice: se vuole, recito adesso la mia pagina. Presi il libro e con mia sorpresa conobbi

che non solo aveva letteralmente studiato la pagina assegnata, ma che comprendeva

benissimo il senso delle cose in essa contenute.

12

Bravo, gli dissi, tu hai anticipato lo studio della tua lezione ed io anticipo la risposta.

Sì; ti condurrò a Torino e fin d’ora sei annoverato tra i miei cari figliuoli, comincia anche

tu fin d’ora a pregare Iddio, affinché aiuti me e te a fare la sua santa volontà.

Non sapendo egli come esprimere meglio la sua contentezza e la sua gratitudine, mi

prese la mano, la strinse, la baciò più volte e infine disse: spero di regolarmi in modo

che non abbia mai a lamentarsi della mia condotta.

CAPO VIII

 Viene all’Oratorio di S. Francesco di Sales – Suo primo tenore di vita

Egli è proprio dell’età volubile della gioventù di cangiar sovente proposito intorno a

quello che si vuole; perciò non di rado avviane che oggi si delibera una cosa, dimani

un’altra; oggi una virtù praticata in grado eminente, domani l’opposto; e qui se non avvi

chi vegli attento, spesso va a terminare con mal esito un’educazione che forse poteva

riuscire delle più fortunate. Del nostro Domenico non fu così. Tutte quelle virtù, che noi

abbiamo veduto a nascere e crescere ne’ vari stadi di sua vita, crebbero ognora

maravigliosamente e crebbero insieme senza che una fosse di nocumento all’altra.

Venuto nella casa dell’Oratorio, si recò in mia camera per darsi, come egli diceva,

intieramente nelle mani de’ suoi superiori. Il suo sguardo si portò subito su di un

cartello, sopra cui a grossi caratteri sono scritte le seguenti parole che soleva ripetere s.

Francesco di Sales: Da mihi animas, coetera tolle. Fecesi a leggerle attentamente, ed io

desiderava che ne capisse il significato. Perciò l’invitai, anzi l’aiutai a tradurle e cavar

questo senso: O Signore, datemi anime, e prendetevi tutte le altre cose. Egli pensò un

momento e poi soggiunse: ho capito; qui non avvi negozio di danaro, ma negozio di | p.

31 | anime, ho capito; spero che l’anima mia farà anche parte di questo commercio.

Il suo tenor di vita per qualche tempo fu tutto ordinario; né altro in esso ammiravasi

che un’esatta osservanza delle regole della casa. Si applicò con impegno allo studio. Attendeva

con ardore a tutti i suoi doveri. Ascoltava con delizia le prediche. Aveva radicato

nel cuore che la parola di Dio è la guida dell'uomo per la strada del cielo; quindi ogni

massima udita in una predica era per lui un ricordo invariabile che più non dimenticava.

Ogni discorso morale, ogni catechismo, ogni predica quantunque prolungata era sempre

per lui una delizia. Udendo qualche cosa che non avesse ben inteso, tosto facevasi a

dimandarne la spiegazione. Di qui ebbe cominciamento quell’esemplare tenore di vita,

quel continuo progredire di virtù in virtù, quella esattezza nell'adempimento de’ suoi

doveri, oltre cui difficilmente si può andare.

Per essere ammaestrato intorno alle regole e disciplina della casa, egli con bel garbo

procurava di avvicinarsi a qualcheduno dei suoi superiori; lo interrogava, gli dimandava

lumi e consigli, supplicando di volerlo con bontà avvisare ogni volta lo vedessero trasgredire

i suoi doveri. - Né era meno commendevole il contegno che egli serbava coi

suoi compagni. Vedeva egli taluno dissipato, negligente ne’ proprii doveri, o trascurato

nella pietà? Domenico lo fuggiva. - Eravi un compagno esemplare, studioso, diligente |

p. 32 | lodato dal maestro ? Costui diveniva tosto amico e famigliare di Domenico.

Avvicinandosi la festa dell’Immacolata Concezione di Maria, il Direttore diceva tutte le

sere qualche parola d' incoraggiamento ai giovani della casa, affinché ciascuno si desse

sollecitudine a celebrarla in modo degno della gran madre di Dio, ma insistette specialmente

a voler chiedere a questa celeste protettrice quelle grazie di cui ciascuno avesse

conosciuto maggiore bisogno.

Correva l’anno 1854 in cui i cristiani di tutto il mondo erano in una specie di spirituale

agitazione perché trattavasi a Roma della definizione dogmatica dell’Immacolato

Concepimento di Maria. Anche tra di noi si faceva quanto la nostra condizione comportava

per celebrare quella solennità con decoro e con frutto spirituale de’ nostri giovani.

13

Il Savio era uno di quelli che sentivansi ardere dal desiderio di celebrarla santamente.

Scrisse egli nove fioretti, ovvero nove atti di virtù da praticarsi, estraendone a sorte uno

per giorno. Si preparò e fece con piacere dell’animo suo la confessione generale, e si

accostò ai santi Sacramenti col massimo raccoglimento.

La sera di quel giorno, 8 dicembre, compiute le sacre funzioni di chiesa, col consiglio

del Confessore, Domenico andò avanti l'altare di Maria, rinnovò le promesse fatte nella

prima comunione, di poi disse più e più volte queste precise parole: Maria, vi | p. 33 |

dono il mio cuore; fate che sia sempre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici

miei! ma per pietà, fatemi morir piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un

solo peccato.

Presa così Maria per sostegno della sua divozione, la morale di lui condotta apparve

così edificante e congiunta a tali atti di virtù, che ho cominciato fin d’allora a notarli per

non dimenticarmene.

Giunto a questo punto a descrivere le azioni del giovane Savio, io mi veggo davanti

un complesso di fatti e di virtù che meritano speciale attenzione e in chi scrive ed in chi

legge. Onde per maggior chiarezza giudico bene di esporre le cose non secondo l’ordine

dei tempi, ma secondo l’analogia dei fatti che hanno tra di loro special relazione od

hanno rapporto colla medesima materia. Dividerò pertanto le cose in altrettanti capitoli,

cominciando dallo studio del latino, che fu motivo principale per cui venne e fu accolto in

questa casa di Valdocco.

CAPO IX

 Studio di latinità - Curiosi incidenti - Contegno nella scuola - Impedisce una rissa - Evita un

pericolo

Egli aveva studiato i principii di latinità, a Mondonio; e perciò colla sua grande assiduità

nello studio e colla non ordinaria sua capacità ottenne in breve di essere classificato

nella quarta, o come diciamo oggidì, | p. 34 | nella seconda grammatica latina.

Fece egli questo corso presso il pio e caritatevole professore Bonzanino Giuseppe;

imperciocché allora non erano ancora stabilite le scuole ginnasiali nella casa

dell’Oratorio, come sono presentemente. lo dovrei anche qui esprimere il suo contegno,

profitto e la sua esemplarità colle stesse parole degl’antecedenti suoi maestri. Laonde

esporrò solamente alcune cose che in quest’anno di latinità e ne’ due susseguenti furono

notate con particolare ammirazione di coloro che lo conobbero. Il professore Bonzanino

ebbe più volte a dire che non ricordavasi di aver avuto alcuno più attento, più docile, più

rispettoso, quale era il giovane Savio. Egli compariva modello in tutte le cose. Nel vestito

e nella capigliatura non era punto ricercato; ma in quella modestia di abiti e nella umile

sua condizione egli appariva pulito, ben educato, cortese, in guisa che i suoi compagni di

civile ed anche di nobile condizione, i quali in buon numero intervenivano alla detta

scuola, godevano assai di potersi trattenere con Domenico non solo per la sua scienza e

pietà, ma anche per le sue civili e piacevoli maniere di trattare. Se poi fosse avvenuto al

professore di ravvisare qualche scolaro un po’ ciarliero, mettevagli Domenico a’ fianchi,

ed egli con destrezza studiavasi di indurlo al silenzio, allo studio, all'adempimento de’

suoi doveri.

Egli è nel decorso di quest’anno, che la, vita di Domenico ci somministra un fatto | p.

35 | che ha dell’eroismo, e che è appena credibile in quella giovanile sua età. Esso riguarda

a due suoi compagni di scuola che vennero tra di loro ad una rissa pericolosa. Il

litigio cominciò da alcune parole dettesi scambievolmente in dispregio della loro famiglia.

Dopo alcuni insulti si dissero villanie e si sfidarono a far valere le loro ragioni a colpi di

pietra. Domenico giunse a scoprire quella discordia; ma come impedirla, essendo i due

rivali maggiori di forze e di età? Si provò di persuaderli a desistere da quel progetto

facendo ad ambidue osservare che la vendetta è contraria alla ragione ed alla santa

14

legge di Dio; scrisse lettere all’uno e all’altro; li minacciò di riferire la cosa al professore

ed anche ai loro parenti; ma tutto invano, i loro animi erano cosi inaspriti, che tornava

inutile ogni parola. Oltre il pericolo di farsi grave male nella persona, commettevasi

grande offesa contro Dio. Domenico era oltre modo crucciato, desiderava di opporsi e

non sapeva come. Dio lo inspirò di fare così. Li attese dopo la scuola, e come potò

parlare ad ambidue da parte, disse: Poiché persistete nel bestiale vostro divisamento, vi

prego almeno di voler accettare una condizione. L'accettiamo, risposero, purché non

impedisca la nostra sfida. Egli è un birbante, replicò tosto un di loro: ed io non sarò in

pace con lui, soggiungeva l’altro, finché egli od io non abbiamo rotta la testa. Savio

tremava a quel brutale diverbio, tuttavia nel desiderio d'impedire maggior male | p. 36 |

si frenò e disse: La condizione che sono per mettervi non impedisce la sfida.

Comp. Qual è questa condizione?

Sav. Vorrei soltanto dirvela al luogo dove volete misurarvi a sassate.

Comp. Tu ci minchioni, o studierai di metterci qualche incaglio.

Sav. Sarò con voi, e non vi minchionerò: state tranquilli.

Comp. Forse tu vorrai andare a chiamare qualcheduno.

Sav. Dovrei farlo, ma nol farò; andiamo, io sarò con voi. Mantenetemi soltanto la parola.

Glielo promisero. Andarono nei così detti prati della Cittadella fuori di Porta Susa.(6)

Tanto era l’odio dei due contendenti che a stento il Savio poté impedire che non venissero

alle mani nel breve tratto di strada che era a farsi.

Giunti al luogo stabilito, il Savio fece una cosa che certamente niuno sarebbesi immaginato.

Lasciò che si ponessero in una certa distanza; già avevano le pietre in mano, cinque

cadono, quando Domenico parlò così: prima di effettuare la vostra sfida voglio che

adempiate la condizione accettata. Ciò dicendo trasse fuori il piccolo Crocifisso, che

aveva al collo, e tenendolo alto in una mano, voglio, disse, che ciascheduno fissi lo

sguardo | p. 37 | in questo Crocifisso, di poi, gettando una pietra contro di me, pronunzi

a chiara voce queste parole: Gesù Cristo innocente morì perdonando a’ suoi crocifissori,

io peccatore voglio offenderlo e far una solenne vendetta.

Ciò detto andò ad inginocchiarsi davanti a colui che mostravasi più infuriato dicendo:

Fa il primo colpo sopra di me: tira una forte sassata sul mio capo. Costui, che non si aspettava

simile proposta, cominciò a tremare. No, disse, e mai no. Io non ho alcuna cosa

contro di te e vorrei difenderti, se qualcuno ti volesse oltraggiare.

Domenico, ciò udito, corse dall’altro dicendo le stesse parole. Egli pure ne fu sconcertato

e tremando diceva, che essendo egli suo amico, non gli avrebbe mai fatto alcun

male.

Allora Domenico si rizzò in piedi, e prendendo un aspetto severo e commosso: come,

loro disse, voi siete ambidue disposti ad affrontare anche un grave pericolo per difendere

me, che sono una miserabile creatura, e non siete capaci di perdonarvi un insulto ed una

derisione fattavi nella scuola per salvare l’anima vostra, che costò il sangue del

Salvatore, e che voi andate a perdere con questo peccato? Ciò detto si tacque, tenendo

sempre il Crocifisso alto colla mano.

A tale spettacolo di carità e di coraggio i compagni furono vinti. «In quel momento,

asserisce uno di loro, io fui intenerito; un freddo mi corse per le membra, e mi sentii

pieno di vergogna per aver costretto un a-| p. 38 |-mico sì buono, come era Savio, ad

usare misure estreme per impedire l’empio nostro divisamento. Volendogli almeno dare

un segno di compiacenza perdonai di cuore a chi mi aveva offeso, e pregai Domenico di

suggerirmi qualche paziente e caritatevole Sacerdote per andarmi a confessare. Egli mi

appagò; ed alcuni giorni dopo andai col mio rivale a fare la confessione. In questa guisa

6 Quei prati ora sono tutti coperti di edifizi ed il sito di quell’alterco corrisponde all’ara sopra cui giace la

chiesa parochiale di S. Barbara.

15

dopo di essermi novellamente fatto suo amico fui riconciliato col Signore, che coll’odio e

col desiderio di vendetta aveva di certo gravemente offeso.»

Esempio è questo ben degno di essere imitato da ogni giovane cristiano qualora gli

avvenga di vedere il suo simile in atto di far vendetta. od essere da altri in qualche maniera

offeso, oppure ingiuriato.

Quello poi che in questo fatto onora singolarmente la condotta e la carità del Savio si

è il silenzio in cui seppe tenere quanto era accaduto. Ed ogni cosa sarebbe stata totalmente

ignorata se coloro stessi, che vi ebbero parte, non l’avessero ripetutamente

raccontata.

L’andata poi ed il ritorno da scuola, che è tanto pericoloso pei giovanetti che dai villaggi

vengono nelle grandi città, pel nostro Domenico fu un vero esercizio di virtù. Costante

nell’eseguire gli ordini dei suoi superiori, andava a scuola, ritornava a casa senza

neppur dare un’occhiata, o porre ascolto a cosa che ad un giovane cristiano non

convenisse. Se avesse veduto alcuno a | p. 39 | fermarsi, correre, saltellare, tirar pietre,

o andar a passare in luoghi non permessi, egli tosto da costui si allontanava. Che anzi un

giorno fu invitato ad andare a far una passeggiata senza permesso; un’altra volta venne

consigliato ad ommettere la scuola per andarsi a divertire, ma egli seppe sempre rispondere

con un rifiuto. Il mio divertimento più bello, loro rispondeva, è l’adempimento

de’ miei doveri: e se voi siete veri amici, dovete consigliarmi ad adempirli con esattezza

e non mai a trasgredirli. Nulladimeno ebbe la sventura di aver alcuni compagni che lo

molestarono a segno, che il Savio si trovò sul punto di cadere nei loro lacci. E già risolvevasi

di andare con loro e così per quel giorno tralasciare la scuola. Ma fatto breve

tratto di cammino si accorse che seguiva un cattivo consiglio, ne provò gran rimorso,

chiamò i tristi consiglieri, e loro disse: Miei cari, il dovere m’impone di andare a scuola

ed io vi voglio andare: noi facciamo cosa che dispiace a Dio ed ai nostri superiori. Sono

pentito di quello che ho fatto; se mi darete altra volta somiglianti consigli, voi cesserete

di essere miei amici.

Quei giovani accolsero l’avviso del loro amico; andarono seco lui a scuola, e per

l’avvenire non cercarono più di distoglierlo da’ suoi doveri. Nel fine dell’anno, mediante

la sua buona condotta o la sua costante sollecitudine allo studio, meritò di essere

promosso fra gli ottimi alla classe superiore. Ma sul principio del terzo anno di gramma-|

p. 40 |-tica la sanità di Domenico apparendo alquanto deteriorata, si giudicò bene di

lasciargli fare il corso privato qui nella casa dell'Oratorio, a fine di potergli usare i dovuti

riguardi nel riposo, nello studio e nella ricreazione.

L'anno di umanità o di 1a retorica sembrando meglio in salute, fu mandato dai

benemerito signor professore D. Picco Matteo. Esso aveva già più volte udito a parlare

delle belle doti che adornavano il Savio, sicché di buon grado l’accolse gratuitamente

nella sua scuola che passava fra le migliori approvate in questa nostra città.

Molte sono le cose edificanti o dette o fatte dal Savio nell' anno di terza, gramatica e

di prima retorica; e noi le andremo esponendo di mano in mano che racconteremo i fatti

che con quelle sono collegati.

CAPO X

 Sua deliberazione di farsi santo

Dato così un cenno sullo studio fatto nelle classi di latinità, parleremo ora della

grande sua deliberazione di farsi santo.

Erano sei mesi da che il Savio dimorava all’Oratorio, quando fu ivi fatta una predica

sul modo facile di farsi santo. Il predicatore si fermò specialmente a sviluppare tre

pensieri che fecero profonda impressione sull’animo di Domenico, vale a dire: è volontà

di Dio che ci facciamo tutti santi: è assai facile di riuscirvi: è un gran premio | p. 41 |

preparato in cielo a chi si fa santo. Quella predica per Domenico fu come una scintilla

che gl’infiammò tutto il cuore d’amor di Dio. Per qualche giorno disse nulla, ma era

16

meno allegro del solito, sicché se ne accorsero i compagni e me ne accorsi anch’io.

Giudicando che ciò provenisse da novello incomodo di sanità, gli chiesi se pativa qualche

male. Anzi, mi rispose, patisco qualche bene. - Che vorresti dire? Voglio dire che mi

sento un desiderio ed un bisogno di farmi santo: io non pensava di potermi far santo con

tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, io voglio

assolutamente, ed ho assolutamente bisogno di farmi santo. Mi dica adunque come

debbo regolarmi per incominciare tale impresa.

Io lodai il proposito, ma lo esortai a non inquietarsi, perché nelle commozioni

dell’animo non si conosce la voce del Signore; che anzi io voleva per prima cosa una costante

e moderata allegria: e consigliandolo ad essere perseverante nell’adempimento

dei suoi doveri di pietà e di studio, gli raccomandai che non mancasse di prendere

sempre parte alla ricreazione coi suoi compagni.

Un giorno gli dissi di volergli fare un regalo di suo gusto; ma esser mio volere che la

scelta fosse fatta da lui. Il regalo che domando, prontamente egli soggiunse, è che mi

faccia santo. Io mi voglio dare tutto al Signore, per sempre al Signore e sento un

bisogno di farmi santo, e se non mi fo santo | p. 42 | io fo niente. Iddio mi vuole santo,

ed io debbo farmi tale.

In una congiuntura il direttore voleva dare un segno di speciale affetto ai giovani della

casa e fece loro facoltà di chiedere con un biglietto qualunque cosa fosse a lui possibile,

promettendo che l’avrebbe concessa. Quivi può ognuno facilmente immaginarsi le

ridicole e le stravaganti dimande fatte dagli uni e darli altri. Il Savio, preso un pezzetto

di carta, scrisse queste sole parole: Dimando che mi salvi l’anima e mi faccia santo.

Un giorno si andavano spiegando alcune parole secondo la etimologia. E Domenico,

egli disse, che cosa vuol dire? Fu risposto Domenico vuol dire del Signore. Veda, tosto

soggiunse, se non ho ragione di chiederle che mi faccia santo: fino il nome dice che io

sono del Signore. Dunque io debbo e voglio essere tutto del Signore e voglio farmi santo

e sarò infelice finché non sarò santo.

La smania che egli dimostrava di volersi fare santo non derivava dal non tenere una

vita veramente da santo, ma ciò diceva, perché egli voleva far rigide penitenze, passar

lunghe ore nella preghiera, le quali cose erangli dal direttore proibite, perché non

compatibili colla sua età e sanità e colle sue occupazioni.

| p. 43 |

CAPO XI

 Suo zelo per la salute delle anime

La prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo fu di adoperarsi per guadagnar

anime a Dio; perciocché non avvi cosa più santa al mondo che cooperare al bene delle

anime, per la cui salvezza Gesù Cristo sparse fin l’ultima goccia del prezioso suo sangue.

Conobbe Domenico l’importanza di tale pratica, e fu più volte udito a dire: Se io potessi

guadagnare a Dio tutti i miei compagni, quanto sarei felice! Intanto non lasciava sfuggire

alcuna occasione per dare buoni consigli, avvisar chi avesse detto o fatto cosa contraria

alla santa legge di Dio.

La cosa che gli cagionava grande orrore e che recava non piccolo danno alla sua

sanità, era la bestemmia, o l’udir nominare il santo nome di Dio invano. Se mai nelle vie

della città o altrove gli fosse accaduto di udire alcuna di somiglianti parole, egli tosto

abbassava dolente il capo, e diceva con cuor divoto: sia lodato Gesù Cristo.

Passando un giorno per mezzo ad una piazza della città, un compagno lo vide a

togliersi il cappello e proferire sotto voce alcune parole, Che fai? gli disse, che dici? Non

hai udito? Domenico rispose: quel carrettiere nominò il santo nome di Dio invano. Se

avessi creduto utile sarei corso ad avvisarlo di non farlo mai più: ma temendo di fargli

dire cose peggiori, mi limito a to-| p. 44 |-gliermi il cappello e dire: sia lodato Gesù

Cristo. E questo con animo di riparare qualche poco l’ingiuria fatta al santo nome del

Signore. -

17

Il compagno ammirò la condotta ed il coraggio di Domenico, e va tuttora con piacere

raccontando tale episodio ad onore dell’amico e ad edificazione dei compagni.

Nel ritornare dalla scuola una volta udì un cotale di età alquanto avanzata che proferì

un’orribile bestemmia. Il nostro Domenico tremò all’udirla; lodò Dio in cuor suo, dipoi

fece una cosa certamente ammirabile. Con aria la più rispettosa corse verso l’incauto

bestemmiatore e gli dimandò se sapeva indicargli la casa dell’Oratorio di S. Francesco di

Sales. A quell’aria di paradiso l’altro depose quella specie di ferocia, e non so, caro

ragazzino, mi rincresce.

Oh! se non sapete questo, voi potreste farmi un altro piacere.

Dimmelo pure volentieri. –

Domenico gli si avvicinò quanto poté all’orecchio, e piano che altri non capisse, voi,

soggiunse, mi farete un gran piacere se nella vostra collera direte altre parole senza

bestemmiare il santo nome di Dio. -

Bravo, disse l’altro, pieno di stupore e di ammirazione; bene, hai ragione: è questo

un vizio maledetto che voglio vincere a qualunque costo.

Un giorno avvenne che un fanciullo di forse nove anni si pose, ad altercare con un

compagno in vicinanza della porta della | p. 45 | casa, e nella rissa proferì l’adorabile

nome di Gesù Cristo. Domenico a tale parola, sebbene sentisse un giusto sdegno in cuor

suo, tuttavia con animo pacato s’intromise tra i due contendenti e li acquetò; poi disse a

chi aveva nominato il nome di Dio invano: vieni meco e sarai contento. I suoi bei modi

indussero il fanciullo ad accondiscendere. Lo prese per mano, lo condusse in chiesa

avanti all’altare, di poi lo fece inginocchiare vicino a lui dicendogli: dimanda al Signore

perdono dell’offesa che gli hai fatta col nominarlo invano. E poiché il ragazzo non sapeva

l’atto di contrizione, lo recitò egli seco lui. Dopo soggiunse: Dì con me queste parole per

riparare l'ingiuria fatta a Gesù Cristo: Sia lodato Gesù Cristo, e il suo santo e adorabile

nome sia sempre lodato.

Leggeva di preferenza la vita di quei santi che avevano lavorato in modo speciale per

la salute delle anime. Parlava volentieri dei missionari, che faticano tanto in lontani paesi

pel bene delle anime, e non potendo mandar loro soccorsi materiali, offeriva ogni giorno

al Signore qualche preghiera, e almeno una volta alla settimana faceva per loro la santa

comunione.

Più volte l’ho udito esclamare: Quante anime aspettano il nostro ajuto nell’Inghilterra;

oh se avessi forza e virtù vorrei andarvi sul momento, e colle prediche e col buon

esempio vorrei guadagnarle tutte al Signore. Si lagnava spesso con se mede-| p. 46 |-

simo, e spesso ne parlava ai compagni del poco zelo che molti hanno per istruire i

fanciulli nelle verità della fede. Appena sarà chierico, diceva, voglio andare a Mondonio,

e voglio radunare tutti i fanciulli sotto di una tettoia e voglio far loro il catechismo,

raccontare tanti esempi e farli tutti santi. Quanti poveri fanciulli forse andranno alla

perdizione per. mancanza di chi li istruisca nella fede! Ciò che diceva con parole lo

confermava coi fatti, poiché per quanto comportava la sua età ed istruzione faceva con

piacere il catechismo nella chiesa dell’Oratorio, e se qualcheduno ne avesse avuto

bisogno, gli faceva scuola e lo ammaestrava nel catechismo a qualunque ora del giorno

ed in qualunque giorno della settimana, ad unico scopo di poter parlare di cose spirituali

e far loro conoscere l’importanza di salvar l’anima.

Un giorno un compagno indiscreto voleva interromperlo mentre raccontava un esempio

in tempo di ricreazione. Che te ne fa di queste cose? gli disse. Che me ne fa?

rispose; me ne fa perché l’anima de’ miei compagni è redenta col sangue di Gesù Cristo;

me ne fa perché siamo tutti fratelli, e come tali dobbiamo amare vicendevolmente

l’anima nostra; me ne fa perché Iddio raccomanda di aiutarci l’un l’altro a salvarci; me

ne fa perché se riesco a salvare un’anima, metterò anche in sicuro la salvezza della mia.

Né questa sollecitudine pel bene delle | p. 47 | anime in Domenico si rallentava nel

breve tempo di vacanza, che passava nella casa paterna. Ogni immagine, medaglia,

crocifisso, libretto od altro oggetto che egli si fosse guadagnato nella scuola o nel catechismo

mettevalo da parte per servirsene quando fosse in vacanza. Anzi prima di partire

18

dall'Oratorio soleva fare speciale dimanda a’ suoi superiori, che gli volessero dare simili

oggetti per far stare allegri, cime egli diceva, i suoi amici di ricreazione.

Giunto appena in patria, vedevasi tosto circondato da fanciulli suoi pari, più piccoli, ed

anche più grandi, che provavano un vero piacere trattenendosi con lui. Egli poi

distribuendo i suoi regali a tempo opportuno, eccitavali a star attenti alle dimande, che

loro faceva ora sul catechismo, ora sui loro doveri.

Con questi bei modi riusciva a condurne parecchi con lui al catechismo, alla preghiera,

alla messa e ad altre pratiche di pietà.

Sono assicurato che egli impiegò non poco tempo per istruire un compagno. Se giungerai,

dicevagli, a far bene il segno della santa croce, ti fo dono d’una medaglia, di poi ti

raccomanderò ad un prete che ti doni un bel libro. Ma vorrei che fosse ben fatto, e che

dicendo le parole colla bocca, la, mano destra partisse dalla fronte, si portasse al petto,

indi andasse a toccar bene la spalla sinistra, poscia la destra e termi-| p. 48 |-nasse col

giungere veramente le mani dicendo: Così sia. Egli desiderava ardentemente che questo

segno di nostra redenzione fosse ben fatto, ed egli stesso facevalo più volte alla loro

presenza, invitando gli altri a fare altrettanto.

Oltre l’esattezza nell’adempimento d’ogni più minuto suo dovere, egli prendevasi poi

cura, di due fratellini, cui insegnava a leggere, scrivere, recitare il catechismo e li

assisteva nella preghiera del mattino e della sera. Li conduceva in chiesa, porgeva loro

l’acqua benedetta, mostrava loro il vero modo di far il segno della santa croce. Il

medesimo tempo che avrebbe passato qua e là trastullandosi, egli lo passava raccontando

esempi ai parenti, o ad altri compagni che l'avessero voluto ascoltare. Anche in

patria era solito a fare ogni giorno una visita al Santissimo Sacramento; ed era per lui

un vero guadagno quando poteva indurre qualche compagno ad andargli a tenere

compagnia. Onde si pub dire che non presentavasi a lui occasione di far opera buona, di

dare un buon consiglio, che tendesse al bene dell' anima, che egli la lasciasse sfuggire.

CAPO XII

 Episodii e belle maniere di conversare coi compagni

Il pensiero di guadagnare anime a Dio lo accompagnava ovunque. In tempo libero era

l’animo della ricreazione; ma quanto diceva | p. 49 | o faceva tendeva sempre al bene

morale o di sé o di altri. Aveva ognor presente que’ bei principii di educazione, di non

interrompere gli altri quando parlano. Se per altro i compagni facevano silenzio, egli

tosto metteva fuori questioni di scuola, di storia, di aritmetica, ed aveva sempre alla

mano mille storielle, che rendevano amabile la sua compagnia. Se mai taluno avesse

rivolto il discorso intorno a cose che fossero mormorazioni o simili, egli lo interrompeva

e metteva fuori qualche facezia od anche una favola o altra cosa per far ridere, e intanto

distoglieva il discorso dalla mormorazione ed impediva l’offesa di Dio tra’ suoi compagni.

La sua aria allegra, l’indole vivace lo rendevano caro anche ai compagni meno amanti

della pietà, per modo che ognuno godeva di potersi trattenere con lui, e prendevano in

buona parte quegli avvisi che di quando in quando suggeriva.

Un giorno un suo compagno desiderava andarsi a mascherare, ed egli non voleva.

Saresti contento, gli diceva, di divenir realmente quale vuoi vestirti, con due corna sulla

fronte, con un naso lungo un palmo, con un abito da ciarlatano? Mai no, rispose l’altro.

Dunque, soggiunse Domenico, se non desideri avere questo sembiante, perché vuoi

comparir tale e deturpare le belle fattezze che Dio ti ha donato?

Una volta in tempo di ricreazione accadde che un uomo si avanzò in mezzo ai giovani

che si divertivano; e voltosi ad uno di loro | p. 50 | si mise a discorrere, ma con voce

alta che tutti i circostanti potevano udire. L’astuto, onde trarli vicino a sé, da principio si

diede a raccontare cose strane per far ridere. I giovani tratti dalla curiosità in breve gli

furono attorno affollati, e attenti pendevano dal suo labbro nell'udire quelle stranezze.

Appena si vide così circondato, fece cadere il discorso su cose di religione, e, come suol

19

fare tal sorta di gente, gettava giù degli strafalcioni da far inorridire, mettendo in burla

le cose più sante e screditando tutte quante le persone ecclesiastiche. Alcuni degli

astanti, non potendo soffrire tali empietà e non osando opporsegli, si contentarono di

ritirarsi. Un buon numero incautamente continuava ad ascoltarlo. Intanto per caso

sopraggiunse il Savio. Appena poté conoscere di che genere fosse quel, discorso, rotto

ogni rispetto umano, subito si rivolse ai compagni: Andiamocene, disse, lasciamo solo

quest’infelice; egli ci vuol rubare l’anima. I giovani ubbidienti alla voce di un sì amabile e

virtuoso compagno, tutti quanti si allontanarono prontamente da quell’inviato del

demonio. Questi, vedutosi così da tutti abbandonato, se ne partì senza più lasciarsi

vedere.

Altra volta alcuni volevano andarsi a bagnare, la qual cosa, se è altrove pericolosa, lo

è assai più nel circondario di Torino, ove, senza parlare dei pericoli d’immoralità,

trovansi acque sì profonde ed impetuose, che spesso i giovani restano vittima | p. 51 |

infelice del nuoto. Se ne accorse Domenico, e cercava di trattenersi con loro raccontando

or questa, or quell’altra novità. Ma quando li vide decisi di volersene assolutamente

andare, allora si pose a parlare risoluto: No, disse, io non voglio che andiate.

- Noi non facciamo alcun male.

- Voi disubbidite ai vostri superiori, voi vi esponete al pericolo di dare o ricevere

scandalo, o di rimaner morti nell’acqua, e questo non è male?

- Ma, noi abbiamo un caldo che non ne possiamo più.

- Se non potete più tollerare il caldo dì questo mondo, potrete poi tollerare il caldo

terribile dell’inferno, che voi vi andate a meritare?

Mossi da queste parole cangiarono divisamento e si posero seco lui a fare ricreazione,

e all’ora dovuta andarono in chiesa per assistere alle sacre funzioni.

Alcuni altri giovani dell’Oratorio amanti del bene de’ loro compagni si unirono in una

specie di società per darsi alla conversione dei discoli. Savio vi apparteneva ed era dei

più zelanti. Se avesse avuto un confetto, un frutto, una croce, una medaglia, un’immagine

o simili, le riserbava per questo scopo. Chi lo vuole, chi lo vuole, andava

dicendo. Io, io, da tutti si gridava correndo verso di lui. Adagio, egli diceva, voglio darlo

a chi meglio mi risponderà ad una domanda di catechismo. Intanto egli interrogava solo

i più discoli, ed appena essi | p. 52 | davano risposta alquanto soddisfacente faceva loro

quel piccolo regalo.

Altri poi erano guadagnati in altre maniere: li prendeva, li invitava a passeggiare con

lui, li faceva discorrere, se occorreva, giuocava con loro. Fu talvolta veduto con un

grosso bastone sulle spalle che sembrava Ercole colla clava, giuocare alla rana, volgarmente

cirimella, e mostrarsi perdutamente affezionato a quel giuoco. Ma ad un tratto

sospendeva la partita e diceva al compagno

Vuoi che sabato ci andiamo a confessare? L’altro per la distanza del tempo e per

ripigliare presto la partita e anche per compiacerlo rispondeva di sì. Domenico ne aveva

abbastanza e continuava il giuoco. Ma nol perdeva più di vista: ogni giorno o per un

motivo o per l’altro gli richiamava sempre quel si alla memoria, e gli andava insinuando

il modo di confessarsi bene. Venuto il sabato, qual cacciatore che ha colto buona preda,

l'accompagnava in chiesa, lo precedeva nel confessarsi, per lo più ne preveniva il confessore,

si tratteneva seco dopo a fare il ringraziamento. Questi fatti, che pur erano

frequenti, tornavano a lui della più grande consolazione e di grande vantaggio ai

compagni; perciocché spesso avveniva che taluno non riportasse alcun frutto da una

predica udita in chiesa, mentre arrendevasi alle pie insinuazioni di Domenico.

Avveniva qualche volta che taluno il lusingava tutta la settimana e poi al sabato non

lasciavasi più vedere per l’ora di con-| p. 53 |-fessarsi. Come poi lo vedeva di nuovo,

quasi scherzando gli diceva; eh! biricchino! me l’hai fatta. Ma vedi, dicea l’altro, non era

disposto, non mi sentiva... Poverino, soggiungeva Domenico, hai ceduto al demonio che

era assai ben disposto a riceverti; ma ora ancor più sei indisposto, anzi ti vedo tutto di

mal umore. Orsù fa la prova di andarti a confessare, fa uno sforzo e procura di

confessarti bene e vedrai di quanta gioia sarà ripieno il tuo cuore. Per lo più dopo che

quel tale erasi confessato andava tosto da Domenico col cuore pieno di contentezza: È

20

vero, diceva, sono veramente contento; per l’avvenire voglio andarmi a confessare più

sovente.

Nelle comunità di giovani sogliono esservene alcuni che o per essere alquanto rozzi,

ignoranti, meno educati o cruciati da qualche dispiacere, sono per lo più lasciati da parte

dai loro compagni. Costoro soffrono il peso dell’abbandono, quando avrebbero maggior

bisogno del conforto di un amico.

Questi erano gli amici di Domenico. Loro si avvicinava, li ricreava con qualche buon

discorso, loro dava buoni consigli; quindi spesso è avvenuto che giovani, decisi di darsi

in preda al disordine, animati dalle caritatevoli parole del Savio ritornavano a buoni

sentimenti.

Per questo motivo tutti quelli che avevano qualche incomodo di salute dimandavano

Domenico per infermiere, e quelli che avevano delle pene provavano conforto espo-| p.

54 |-nendole a lui. In questa guisa egli aveva la strada aperta ad esercitare

continuamente la carità verso il prossimo ed accrescersi merito davanti a Dio.

CAPO XIII

 Suo spirito di preghiera - Divozione verso la Madre di Dio - Il mese di Maria

Fra i doni, di cui Dio lo arricchì, era eminente quello del fervore nella preghiera. Il suo

spirito era così abituato a conversare con Dio, che in qualsiasi luogo, anche in mezzo ai

più clamorosi trambusti, raccoglieva i suoi pensieri e con pii affetti sollevava il cuore a

Dio.

Quando poi si metteva a pregare in comune pareva veramente un angioletto: immobile

e composto a divozione in tutta la persona, senza appoggiarsi altrove, fuorché

sopra le ginocchia, colla faccia ridente, col capo alquanto chino, cogli occhi bassi avresti

detto un altro S. Luigi.

Bastava vederlo per esserne edificati. L’anno 1854 fu eletto il signor conte Cays priore

della compagnia di S. Luigi, eretta in quest’Oratorio. La prima volta che prese parte alle

nostre funzioni vide egli un giovanetto che pregava con atteggiamento così divoto, che

ne fu pieno di stupore. Terminate le sacre funzioni volle informarsi e sapere chi fosse

quel fanciullo che era stato il soggetto della sua ammirazione: quel fanciullo era

Domenico Savio.

| p. 55 | La stessa sua ricreazione era quasi sempre dimezzata; una parte per lo più

era passata in pia lettura, oppur in qualche preghiera che egli andava a fare in chiesa

con alcuni compagni in suffragio delle anime del purgatorio o in onore di Maria Santissima.

La divozione verso la Madre di Dio in Domenico era grande assai. In onore di lei

faceva ogni giorno qualche mortificazione. Non rimirava mai in faccia persone di sesso

diverso; andando a scuola non alzava mai gli occhi. Talvolta passava vicino a pubblici

spettacoli, che dai compagni rimiravansi con tale ansietà da non saper più dove si

fossero. Interrogato il Savio se quelli spettacoli gli fossero piaciuti rispondeva, che nulla

aveva veduto. Di che quasi incollerito una volta un compagno lo rimproverò dicendo:

Che vuoi dunque fare degli occhi, se, non te ne servi a rimirare queste cose? Io voglio

servirmene, rispondeva, per rimirare la faccia della nostra celeste Madre Maria, quando,

se coll’aiuto di Dio ne sarò degno, andrò a trovarla in paradiso.

Aveva una speciale divozione all’immacolato cuore di Maria. Tutte le volte che

recavasi in chiesa andava avanti all’altare di lei per pregarla ad ottenergli la grazia di

conservare il suo cuore sempre lontano da ogni affetto impuro. Maria, diceva, io voglio

essere sempre vostro figliuolo: ottenetemi di morire prima che io commetta | p. 56 | un

peccato contrario alla virtù della modestia.

21

Ogni venerdì poi sceglieva un tempo di ricreazione, si portava in chiesa con altri

compagni per recitare la corona de’ sette dolori di Maria, o almeno le litanie di Maria

addolorata.

Non solo era egli divoto di Maria SS., ma godeva assai quando poteva condurre

qualcheduno a prestarle pratiche dì pietà. Un giorno di sabato aveva invitato un compagno

a recarsi con lui in chiesa a recitare il vespro della B. Vergine. Questi si arrendeva

di malavoglia, adducendo aver freddo alle mani. Domenico si levò i guanti dalle mani e

glieli diede, e così andarono ambidue in chiesa. Altra volta si tolse il mantelletto dalle

proprie spalle, per imprestarlo ad un altro, affinché andasse volentieri con lui in chiesa a

pregare. Chi non sentesi compreso d'ammirazione a tali atti di generosa pietà?

In nessun tempo Domenico appariva maggiormente infervorato verso la celeste

nostra protettrice Maria quanto nel mese di maggio. Si accordava con altri per fare ogni

giorno di quel mese qualche pratica particolare oltre a quanto aveva luogo nella pubblica

chiesa. Preparavasi una serie di esempi edificanti, che egli andava con gran piacere

raccontando per animare altri ad essere divoti di Maria. Ne parlava spesso in

ricreazione: animava tutti a confessarsi e frequentare la santa comunione special-| p. 57

|-mente in quel mese. Egli ne dava l’esempio accostandosi ogni giorno alla mensa eucaristica

con tale raccoglimento, che maggiore non si può desiderare.

Un curioso episodio fa vedere la tenerezza del suo cuore per la divozione di Maria. Gli

alunni della camera, ove egli dormiva, deliberarono di fare a spese proprie un elegante

altarino, che servisse a solennizzare la chiusura del mese di Maria. Domenico era tutto in

faccende per questo affare; ma venendosi alla quota che ciascuno avrebbe dovuto

sborsare: ohimè! esclamò, sì che stiamo bene! per questi affari ci vogliono danari; ed io

non ho un quattrino in tasca. Pure voglio fare qualche cosa a qualunque costo. Andò,

prese un libro, che eragli stato donato in premio, e chiestone il permesso dal superiore,

ritornò pieno di gioia dicendo: Compagni, eccomi in grado di concorrere anch’io per

onorar Maria prendete questo libro, cavatene quell’utilità che potete; questa è la mia

oblazione.

Alla vista di quell’atto spontaneo e così generoso s’intenerirono i compagni, e vollero

essi pure offerir libri ed altri oggetti. Con essi fu fatta una piccola lotteria, il cui prodotto

fu abbondante per sopperire alle spese che occorrevano.

Terminato l’altare, i giovani desideravano di celebrare la loro festa colla massima

sontuosità. Ognuno se ne dava grande sollecitudine, ma non essendosi potuto totalmente

terminare l’apparato, era mestiere | p. 58 | lavorare la notte precedente alla

festa. Io, disse il Savio, io passerò volentieri la notte lavorando. Ma i suoi compagni,

perché aveva poco prima fatto una malattia, l’obbligarono di andarsi a coricare. Non voleva

arrendersi, e solo andò a letto per ubbidienza. Almeno, disse ad uno dei compagni,

appena sia tutto terminato, vienmi tosto a risvegliare, affinché io possa essere de’ primi

a rimirare l’altare addobbato in onore della nostra cara madre.

CAPO XIV

 Sua frequenza ai santi Sacramenti della confessione e comunione

Egli è comprovato dall’esperienza che i più validi sostegni della gioventù sono il

sacramento della confessione e della comunione. Datemi un giovanetto, che frequenti

questi Sacramenti, voi lo vedrete crescere nella giovanile, giungere alla virile età e

arrivare, se cosi piace a Dio, fino alla più tarda vecchiaia con una condotta, che è

l’esempio di tutti quelli che lo conoscono. Questa massima la comprendano i giovanetti

per praticarla; la comprendano tutti quelli che si occupano dell'educazione dei medesimi

per insinuarla.

Prima che il Savio venisse a dimorare all’Oratorio frequentava questi due Sacramenti

una volta al mese secondo l’uso delle scuole. Di poi li frequentò con assai mag-| p. 59 |-

giore assiduità. Un giorno udì dal pulpito questa massima: Giovani, se volete perse22

verare nella via del cielo, vi si raccomandano tre cose: accostatevi spesso al sacramento

della confessione, frequentate la santa comunione, sceglietevi un confessore cui osiate

aprire il vostro cuore, ma non cangiatelo senza necessità. Comprese Domenico

l’importanza di questi consigli.

Cominciò egli a scegliersi un confessore, che tenne regolarmente tutto il tempo che

dimorò tra noi. Affinché questi potesse poi formarsi un giusto giudicio di sua coscienza,

volle, come si disse, fare la confessione generale. Cominciò a confessarsi ogni quindici

giorni, poi ogni otto giorni, comunicandosi colla medesima frequenza. Il confessore

osservando il grande profitto che faceva nelle cose di spirito, lo consigliò a comunicarsi

tre volte per settimana e nel termine di un anno gli permise anche la comunione

quotidiana.

Fu qualche tempo dominato dagli scrupoli; perciò voleva confessarsi ogni quattro

giorni ed anche più spesso; ma il suo direttore spirituale nol permise e lo tenne all’obbedienza,

della confessione settimanale.

Aveva con lui una confidenza illimitata. Anzi parlava col medesimo con tutta semplicità

delle cose di coscienza anche fuori di confessione. Qualcheduno lo aveva consigliato

a cangiar qualche volta confessore, ma egli non volle mai arrendersi. Il confessore,

diceva, è il medico dell’anima, né | p. 60 | mai si suole cangiar medico se non

per mancanza di fiducia in lui, o perché il male e quasi disperato. Io non mi trovo in questi

casi. Ho piena fiducia nel confessore che con paterna bontà e sollecitudine si adopera

pel bene dell’anima mia; né io vedo in me alcun male che egli non possa guarire.

Tuttavia il direttore ordinario lo consigliò a cangiar qualche volta confessore,

specialmente in occasione degli spirituali esercizi; ed egli senza opporre difficoltà prontamente

ubbidiva.

Il Savio godeva di se medesimo. Se ho qualche pena in cuore, egli diceva, vo dal

confessore, che mi consiglia secondo la volontà di Dio; giacché Gesù Cristo ha detto che

la voce del confessore per noi è come la voce di Dio. Se poi voglio qualche cosa di

grande, vo a ricevere l’Ostia santa in cui trovasi corpus quod pro nobis traditum est, cioè

quello stesso corpo, sangue, anima e divinità, che Gesù Cristo offerse al suo Eterno

Padre per noi sopra la croce. Che cosa mi manca per essere felice? nulla in questo

mondo: mi manca solo di poter godere svelato in cielo colui, che ora con occhio di fede

miro e adoro sull'altare.

Con questi pensieri Domenico traeva i suoi giorni veramente felici. Di qui nasceva

quella ilarità, quella gioia celeste che traspariva in tutte le sue azioni. Né pensiamoci che

egli non comprendesse l'importanza di quanto faceva, e non avesse un tenor di vita

cristiana, quale si conviene a | p. 61 | chi desidera di far la comunione frequente.

Perciocché la sua condotta era per ogni lato irreprensibile. Io ho invitato i suoi compagni

a dirmi se ne’ tre anni, che dimorò fra noi, avessero notato nel Savio qualche difetto da

correggere o qualche virtù da suggerire; ma tutti asserirono d’accordo che in lui non

trovarono mai cosa che meritasse correzione; né avrebbero saputo quale virtù

aggiungere in lui.

Il suo apparecchio a ricevere la santa eucarestia era il più edificante. La sera che

precedeva la comunione, prima di coricarsi faceva una preghiera a questo scopo e conchiudeva

sempre così: Sia lodato e ringraziato ogni momento il santissimo e divinissimo

Sacramento. Al mattino poi premetteva una sufficiente preparazione; ma il ringraziamento

era senza limite. Per lo più, se non era chiamato, dimenticava la colezione, la

ricreazione e talvolta fino la scuola, standosi in orazione; o meglio in contemplazione

della divina bontà che in modo ineffabile comunica agli uomini i tesori della sua infinita

misericordia.

Era per lui una vera delizia il poter passare qualche ora dinanzi a Gesù sacramentato.

Almeno una volta al giorno andava invariabilmente a fargli visita, invitando altri ad

andarvi in sua compagnia. La preghiera a lui prediletta era una coroncina(7) | p. 62 | al

7 Questa coroncina trovasi stampata in molti libri e fra gli altri nel Giovane Provveduto.

23

sacro cuore di Gesù per compensare le ingiurie che riceve dagli eretici, dagli infedeli e

dai cattivi cristiani.

Affinché le sue comunioni fossero più fruttuose e nel tempo stesso in ciascun giorno

gli dessero novello eccitamento a farle con fervore egli si era prefisso ogni dì un fine

speciale.

Ecco come distribuiva le comunioni lungo la settimana.

Domenica. In onore della santissima Trinità.

Lunedì. Pe’ miei benefattori spirituali e temporali.

Martedì. In onore di S. Domenico e del mio Angelo custode.

Mercoledì. A Maria addolorata per la conversione dei peccatori.

Giovedì. In suffragio delle anime del purgatorio.

Venerdì. In onore della passione di Gesù Cristo.

Sabato. Ad onore di Maria SS. per ottenere la sua protezione in vita ed in Morte.

Prendeva parte con trasporto di gioia a tutte le pratiche, le quali riguardassero al

Santissimo Sacramento. Se gli fosse capitato d’incontrare il Viatico quando veniva

portato a qualche infermo, egli si inginocchiava tosto ovunque fosse; e, se il tempo glielo

permetteva, l’accompagnava finché fosse terminata la funzione.

Un giorno passavagli vicino il Viatico mentre pioveva e le strade erano fangose. | p.

63 | Non avendo miglior sito, si pose ginocchioni in mezzo alla fanghiglia. Un compagno

ne lo rimproverò di poi, osservandogli non essere necessario imbrattarsi così g,li abiti, né

il Signore comandare tal cosa. Egli rispose semplicemente: ginocchia e calzoni è tutto

del Signore, perciò tutto deve servire a rendergli onore e gloria. Quando passo vicino a

lui non solo mi getterei nel fango per onorarlo, sibbene mi precipiterei in una fornace,

perché cosi sarei tutto partecipe di quel fuoco di carità infinita che lo spinse ad istituire

questo gran Sacramento.

In simile congiuntura vide un giorno un militare che se ne stava in piedi nel momento

appunto che passava vicino il Santissimo Sacramento. Non osando invitarlo ad

inginocchiarsi, trasse di saccoccia il piccolo suo moccichino, lo stese sul terreno

insudiciato, poi fe’ cenno al militare a volersene servire. Il soldato si mostrò da prima

confuso, poi lasciando a parte il moccichino, si inginocchiò in mezzo della medesima

strada.

Alla festa del Corpus Domini fu con altri compagni vestito da chierico, e mandato alla

processione della parochia. Egli vi andò con sommo piacere, ed ebbe tal cosa come

prezioso regalo, che maggiore niuno gli avrebbe potuto fare.

| p. 64 |

CAPO XV

 Sue penitenze

La sua età, la sanità cagionevole, l’innocenza di sua vita l’avrebbero certamente

dispensato da ogni sorta di penitenza; ma egli sapeva che difficilmente un giovane può

conservare l’innocenza senza la penitenza, e questo pensiero faceva si che la via dei

patimenti per lui sembrava coperta di rose. Per penitenza non parlo del sopportare

pazientemente le ingiurie e i dispiaceri, non parlo della continua mortificazione e

compostezza di tutti i suoi sensi nel pregare, nella scuola, nello studio, nella ricreazione.

Queste penitenze in lui erano continue.

Io parlo solamente delle penitenze afflittive del corpo. Nel suo fervore avea stabilito di

digiunare ogni sabato a pane ed acqua in onore della Beata Vergine, ma il confessore

glielo proibì; voleva digiunare la quaresima, ma dopo una settimana la cosa venne a

notizia del Direttore della casa, e tosto gli fu vietata. Voleva almeno lasciare la

colezione, ed anche tal cosa gli venne proibita. La ragione per cui non gli si

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permettevano quelle penitenze era per impedire che la sua cagionevole sanità non

venisse rovinata intieramente. Che fare adunque ? Proibito di fare astinenza nel cibo,

prese ad affiggere il corpo in altre maniere. Cominciò a mettersi schegge di | p. 65 |

legno e pezzi di mattone in letto per rendersi molesto il medesimo riposo; voleva portare

una specie di cilicio; le quali cose gli vennero eziandio tutte proibite. Egli si appigliò ad

un novello mezzo. In tempo d’autunno e d’inverno lasciò inoltrare la stagione senza

accrescere coperte al letto, sicché eravamo a gennaio, ed egli era tuttora coperto da

estate. Un mattino rimasto a letto per qualche incomodo, il Direttore l’andò a visitare. Al

vederlo tutto aggomitolato gli si avvicinò, e si accorse che non aveva altro addosso che

una sottile copertura. Perché hai fatto questo, gli disse? Vuoi morire di freddo? No,

rispose, non morrò di freddo. Gesù nella capanna di Betlemme, e quando pendeva in

croce, era meno coperto di me.

Allora gli fu assolutamente proibito di intraprendere penitenze di qualsiasi genere,

senza prima dimandarne espressa licenza; al quale comando, sebben con pena, si

sottomise. Una volta lo incontrai tutto afflitto, che andava esclamando: povero me! io

sono veramente imbrogliato. Il Salvatore dice, che se non fo penitenza, non andrò in

paradiso; ed a me è proibito di farne: quale adunque sarà il mio paradiso?

- La penitenza, che il Signore vuole da te, gli dissi, è l’ubbidienza. Ubbidisci, e a te

basta.

- Non potrebbe permettermi qualche altra penitenza ?

- Sì: ti si permettono le penitenze di | p. 66 | sopportare pazientemente le ingiurie

qualora te ne venissero fatte; tollerare con rassegnazione il caldo, il freddo, il vento, la

pioggia, la stanchezza e tutti gli incomodi di salute che a Dio piacerà di mandarti.

- Ma questo si soffre per necessità.

- Ciò che dovresti soffrire per necessità offrilo a Dio, e diventa virtù e merito per

l'anima tua.

Contento e rassegnato a questi consigli, se ne andò tranquillo.

CAPO XVI

 Mortificazioni in tutti i sensi esterni

Chi mirava il Savio nella sua compostezza esteriore ci trovava tanta naturalezza che

avrebbe facilmente detto essere stato così creato dal Signore. Ma quelli che lo

conobbero da vicino, od ebbero cura della sua educazione, possono assicurare che vi era

grande sforzo umano coadiuvato dalla grazia di Dio.

I suoi occhi erano vivacissimi, ed egli doveva farsi non piccola violenza per tenerli

raccolti. Da prima, egli ripeté più volte con un amico, quando mi son fatto una legge di

voler assolutamente dominare gli occhi miei, incontrai non poca fatica: e talvolta ebbi a

patire grave male di capo. La riservatezza de’ suoi sguardi fu tale che di tutti quelli che

lo conobbero niuno si | p. 67 | ricorda di averlo veduto a dare una sola occhiata, la quale

eccedesse i limiti della più rigorosa modestia. Gli occhi, egli soleva dire, sono due

finestre. Per le finestre passa ciò che si fa passare. E noi per queste finestre possiamo

far passare un angelo, oppure il demonio colle sue corna e condurre l’uno e l’altro ad

essere padroni del nostro cuore.

Un giorno avvenne che un giovanetto estraneo alla casa inconsideratamente portò

seco un giornale sopra cui erano figure sconce ed irreligiose. Una turba di ragazzi lo

circonda per vedere le maraviglie di quelle figure, che avrebbero fatto ribrezzo ai turchi

ed ai pagani medesimi. Corre pure il Savio, pensandosi di lontano, che colà si facesse

vedere qualche immagine divota.

Ma quando ne fu vicino fece atto di sorpresa, poi quasi ridendo prese il foglio, e lo

fece in minuti pezzi. Rimasero i suoi compagni pieni di stupore, sicché l'uno guardava

l'altro senza parlare.

25

Egli allora parlò così: poveri noi! il Signore ci ha dato gli occhi per contemplare la

bellezza delle cose da lui create, e voi ve ne servite per mirare tali sconcezze inventate

dalla malizia degli uomini a danno dell’anima nostra? Avete forse dimenticato quello che

tante volte fu predicato? Il Salvatore ci dice, che dando un solo sguardo cattivo

macchiamo di colpa l’anima nostra; e voi pascete i vostri occhi sopra oggetti di questa

fatta?

| p. 68 | Noi, rispose uno, andavamo osservando quelle figure per ridere.

Si, sì, per ridere, intanto vi preparate per andare all’inferno ridendo.... ma riderete

ancora se aveste la sventura di cadervi?

Ma noi, ripigliò un altro, non ci vediamo tanto male in quelle figure.

Peggio ancora; il non vedere tanto male in guardar simili sconcezze è segno che i

vostri occhi sono già abituati a rimirarle; e queste abitudini non vi scusano dal male, ma

vi rendono più colpevoli.

O Giobbe, o Giobbe ! tu eri vecchio, tu eri un santo, tu eri oppresso da una malattia

per cui giacevi sdraiato sopra un letamaio; nulladimeno facesti un patto co’ tuoi occhi di

non dar loro la minima libertà intorno alle cose invereconde!

A quelle parole tutti si tacquero e niuno più osò di fargli alcun rimprovero, neppure

altra osservazione.

Alla modestia degli occhi era congiunta una grande riservatezza nel parlare.

O per torto o per ragione quando alcuno parlava, egli taceva e più volte troncava la

propria parola per dar campo ad altri di parlare. I suoi maestri e gli altri suoi superiori

vanno tutti d’accordo nell’asserire, che non ebbero mai alcun motivo di soltanto

avvisarlo d’aver detto anche una sola parola fuori di proposito nello studio, nella scuola,

nella chiesa o mentre aveva luogo l’adempimento di qualche dovere di | p. 69 | studio o

di pietà. Anzi in quelle stesse occasioni che riceveva qualche oltraggio, sapeva moderare

la lingua e la bile.

Un giorno egli aveva avvisato un compagno di una cattiva abitudine. Costui invece di

accogliere con gratitudine la fatta ammonizione si lasciò trasportare a brutali eccessi. Lo

copri di villanie, di poi lo percosse con pugni e calci. Il Savio avrebbe potuto far valere la

sua ragione coi fatti, poiché era maggiore di età e di forza. Egli per altro non fece altra

vendetta se non quella dei cristiani. Divenne bensì tutto rosso nella faccia, ma frenando

l’impeto della collera si limitò a queste parole: Io ti perdono; hai fatto male; non trattar

con altri in simile guisa.

Che diremo poi della mortificazione degli altri sensi del corpo? Mi restringo ad accennare

soltanto alcuni fatti.

In tempo d’inverno egli pativa i geloni alle mani. Ma comunque ne sentisse dolore,

non fu mai udito a fare parola o dar segno di lamento. Piuttosto pareva che ne avesse

piacere. Più sono grossi i geloni, egli diceva, e più faranno bene alla sanità, volendo

indicare la sanità dell’anima. Molti suoi compagni asseriscono, che nei crudi freddi

invernali egli soleva andare a scuola a passo lento e ciò pel desiderio di patire e fare

penitenza in ogni cosa che gliene porgesse occasione. Più volte il vidi, depone un suo

compagno, nel più rigido inverno squarciarsi la pelle ed anche la carne | p. 70 | con aghi

e con punte di penna, affinché tali lacerazioni convertendosi in piaghe lo rendessero più

simile al suo Divin Maestro.

Nella comunità di giovani se ne incontrano di quelli che non sono mai contenti di

nulla. Ora si lamentano della funzioni religiose, ora della disciplina, ora del riposo, o

degli apprestamenti di tavola; in tutto trovano di che dsapprovare.

Costoro sono una vera croce pei superiori; perché il malcontento di uno solo si

comunica agli altri compagni, talvolta con non piccolo danno della comunità. La condotta

del Savio era totalmente opposta a costoro.

Non mai il suo labbro proferiva voce di lamento né pel caldo dell’estate, né pel freddo

dell’inverno. Facesse bello o cattivo tempo egli era sempre ugualmente allegro. Checché

gli si fosse apprestato a mensa mostravasi in tutto soddisfatto. Anzi, con un’arte

ammirabile trovava ivi un mezzo onde mortificarsi. Quando una cosa era censurata da

26

altri, perché troppo cotta o troppo cruda, meno o molto salata, egli all’opposto

mostravasi contento, dicendo essere quello appunto il suo gusto.

Era sua pratica ordinaria trattenersi in refettorio dopo i suoi compagni, raccogliere i

minuzzoli di pane lasciati sopra la tavola o dispersi sul pavimento, e quindi mangiarseli

come cosa saporita. Ad alcuni che ne facevano le maraviglie egli copriva il suo spirito di

penitenza dicendo: le pagnotte non si mangiano intere e se sono ridotte | p. 71 | in

bricciole è già un lavoro fatto pei denti.

Ogni rimasuglio di minestra, di pietanza, o di altra qualità di cibo era da lui colto e

mangiato. Né ciò faceva per ghiottoneria, perciocché spesso egli donava la medesima

sua porzione agli altri compagni.

Interrogato perché si desse tanta sollecitudine per raccogliere quegli avanzi che

avrebbero mosso taluno a schifo, egli rispondeva: Quanto abbiamo nel mondo, tutto è

dono prezioso fattoci da Dio: ma di tutti i doni, dopo la sua santa grazia; il più grande è

l’alimento con cui ci conserva la vita. Perciò la più piccola parte di questo dono merita la

nostra gratitudine, ed è veramente degno di essere custodito colla più scrupolosa

diligenza.

Il pulire le scarpe, spazzolare abiti ai compagni, prestare agli infermi i più bassi uffizi,

scopare e fare altri simili lavori era per lui un gradito passatempo. Ciascuno faccia quel

che può, soleva dire: Io non sono capace di far cose grandi, ma quello che posso, voglio

farlo a maggior gloria di Dio; e spero che Iddio nella sua infinita bontà vorrà gradire

queste miserabili mie offerte.

Mangiar cose contrarie al suo gusto, evitare quelle che gli sarebbero piaciute: domare

gli sguardi anche nelle cose indifferenti; trattenersi ove sentisse ingrato odore;

rinnegare la sua volontà; sopportare con perfetta rassegnazione ogni cosa che avesse

prodotto afflizione al suo corpo od al suo | p. 72 | spirito sono atti di virtù che da

Domenico esercitavansi ogni giorno, e possiamo anche dire ogni momento di sua vita.

Taccio pertanto moltissimi altri fatti di questo genere che tutti concorrono a dimostrare

quanto in Domenico fosse grande lo spirito di penitenza, di carità e di mortificazione

in tutti i sensi della persona, e nel tempo stesso quanto fosse industriosa la sua

virtù nel saper approfittare delle grandi e piccole occasioni, anzi delle stesse cose

indifferenti per santificarsi ed accrescersi il merito davanti al Signore.

CAPO XVII

 La compagnia dell’Immacolata Concezione

Tutta la vita di Domenico si può dire essere un esercizio di divozione verso Maria

Santissima. Né lasciavasi sfuggire occasione alcuna a fine di tributarle qualche omaggio.

L’anno 1854 il supremo Gerarca della Chiesa definiva dogma di fede l’immacolato

concepimento di Maria. Il Savio desiderava ardentemente di rendere tra di noi vivo e

durevole il pensiero di questo augusto titolo dalla Chiesa dato alla Regina del cielo. Io

desidererei, soleva dire, di fare qualche cosa in onore di Maria, ma di farlo presto,

perché temo che mi manchi il tempo.

Guidato egli adunque, dalla solita industriosa sua carità, scelse alcuni de’ suoi fidi

compagni e li invitò ad unirsi insieme | p. 73 | con lui per formare una compagnia detta

dell’Immacolata Concezione.

Lo scopo era di assicurarsi la protezione della gran Madre di Dio in vita e specialmente

in punto di morte. Due mezzi proponeva il Savio a questo fine: esercitare e promuovere

pratiche di pietà in onore di Maria Immacolata, e la frequente comunione. D’accordo co’

suoi amici compilò un regolamento e dopo molte sollecitudini nel giorno 8 di giugno

1856, nove mesi prima di sua morte, leggevalo con loro dinanzi all'altare di Maria SS. Io

lo trascrivo di buon grado, nel pensiero che possa servire ad altri di norma a fare

altrettanto. Eccone adunque il tenore.

27

«Noi Savio Domenico, ecc. (segue il nome di altri compagni) per assicurarci in vita ed

in morte il patrocinio della Beatissima Vergine Immacolata e per dedicarci intieramente

al suo santo servizio, nel giorno 8 del mese di giugno, muniti tutti dei SS. Sacramenti

della confessione e comunione, e risoluti di professar verso la Madre nostra una filiale e

costante divozione, protestiamo davanti all'altare di Lei e col consenso del nostro

spiritual Direttore, di voler imitare per quanto lo permetteranno le nostre forze, çuigi

Comollo(8). Onde ci obblighiamo:

| p. 74 |

1° Di osservare rigorosamente le regole della casa.

2° Di edificare i compagni ammonendoli caritatevolmente ed eccitandoli al bene colle

parole, ma molto più col buon esempio.

3° Di occupare esattamente il tempo. A fine poi dì assicurarci della perseveranza nel

tenor di vita, cui intendiamo di obbligarci, sottomettiamo il seguente regolamento al

nostro Direttore.

N. 1. A regola primaria adotteremo una, rigorosa obbedienza ai nostri superiori, cui ci

sottomettiamo con una illimitata confidenza.

N. 2. L’adempimento dei proprii doveri sarà nostra prima, e speciale occupazione.

N. 3. Carità reciproca unirà i nostri animi, ci farà amare indistintamente i nostri

fratelli, i quali con dolcezza ammoniremo, quando apparisce utile una correzione.

N. 4. Si sceglierà una mezz’ora nella settimana per convocarci, e dopo l’invocazione

del S. Spirito, fatta breve lettura spirituale, si tratteranno i progressi della Compagnia

nella divozione e nella virtù.

N. 5. Separatamente per altro ci ammoniremo di quei difetti, di cui dobbiamo emendarci.

N. 6. Procureremo di evitare fra noi qualunque minimo dispiacere, sopportando con

pazienza i compagni e le altre persone moleste.

N. 7. Non è fissata alcuna preghiera | p. 75 | giacché il tempo, che rimane dopo compiuto

il dover nostro, sarà consacrato a quello scopo che parrà, più utile all' anima

nostra.

N. 8. Ammettiamo tuttavia queste poche pratiche:

§ 1° La frequenza ai SS. Sacramenti, quanto più sovente ci verrà permesso.

§ 2° Ci accosteremo alla mensa Eucaristica tutte le domeniche, le feste di precetto,

tutte le novene e solennità di Maria SS. e dei Ss. Protettori dell’Oratorio.

§ 3° Nella settimana procureremo di accostarvici al giovedì, eccetto che ne siamo

distolti da qualche grave occupazione.

N. 9. Ogni giorno, specialmente nella recita del Rosario, raccomanderemo a Maria la

nostra società, pregandola di ottenerci la grazia della perseveranza.

N. 10. Procureremo di consacrare ogni sabato in onor di Maria qualche pratica

speciale od atto di cristiana pietà in onor dell’immacolato suo concepimento.

N. 11. Useremo quindi un contegno viemaggiormente edificante nella preghiera, nelle

divote letture, durante i divini uffizi, nello studio e nella scuola.

N. 12. Custodiremo colla massima gelosia la santa parola di Dio e ne rianderemo le

verità ascoltate.

N. 13. Eviteremo qualunque perdita di tempo per assicurare l'animo nostro dalle

tentazioni che sogliono fortemente assalirci nell’ozio; perciò:

| p. 76 |

8 LUIGI COMOLLO nacque in Cinzano l’anno 1818 e moriva l'anno 1839 in concetto di singolar virtù nel

Seminario di Chieri in età d’anni 22. La vita di questo modello della gioventù fu la seconda volta stampata

nell’anno I delle Letture Cattoliche.

28

N. 14. Dopo aver soddisfatto agli obblighi che appartengono a ciascun di noi, consacreremo

le ore rimaste libere in utili occupazioni, come in divote ed istruttive letture o

nella preghiera.

N. 15. La ricreazione è voluta o almeno permessa dopo il cibo, dopo la scuola e dopo

lo studio.

N. 16. Procureremo di manifestare ai nostri superiori qualunque cosa possa giovare

alla nostra morale condotta.

N. 17. Procureremo eziandio di fare gran risparmio di quei permessi, che ci vengono

largiti dalla bontà dei nostri superiori, imperciocché una delle nostre mire speciali è

certamente un’esatta osservanza delle regole della casa, troppo spesso offese dall’abuso

di codesti permessi.

N. 18. Accetteremo dai nostri superiori quello che verrà destinato a nostro alimento

senza mai movere lamento intorno agli apprestamenti di tavola e distoglieremo anche gli

altri dal farlo.

N. 19. Chi bramerà far parte di questa società, dovrà anzi tutto purgarsi la coscienza

col Sacramento della Confessione e cibarsi alla mensa Eucaristica, dar quindi saggio di

sua condotta con una settimana di prova, leggere attentamente queste regole e

prometterne esatta osservanza a Dio ed a Maria SS. Immacolata.

N. 20. Nel giorno di sua ammessione i fratelli si accosteranno alla santa Comunione

pregando Sua Divina Maestà di accordare | p. 77 | al compagno le virtù della

perseveranza, dell’ubbidienza, il vero amor di Dio.

N. 21. La società è posta sotto gli auspizi dell’Immacolata Concezione, di cui avremo il

titolo e porteremo una divota medaglia. Una sincera, figliale, illimitata fiducia in Maria,

una tenerezza singolare verso di Lei, una divozione costante ci renderanno superiori ad

ogni ostacolo, tenaci nelle risoluzioni, rigidi verso di noi, amorevoli col nostro prossimo,

ed esatti in tutto.

Consigliamo inoltre i fratelli a scrivere i SS. nomi di Gesù e di Maria prima nel cuore e

nella mente, poi sui libri e sopra gli oggetti che ci possono cadere sott’occhio.

Il nostro Direttore è pregato di esaminare queste regole e di manifestarci intorno ad

esse il suo giudizio, assicurandolo che noi tutti intieramente dipendiamo dalla sua

volontà. Egli potrà far subire a questo regolamento quelle modificazioni, che gli parranno

convenienti.

E Maria? Benedica essa i nostri sforzi, giacché l’ispirazione di dar vita a questa pia

società fu tutta sua. Ella arrida alle nostre speranze, esaudisca i nostri voti, e noi coperti

dal suo manto, forti del suo patrocinio, sfideremo le procelle di questo mare infido,

supereremo gli assalti del nemico infernale. In simil guisa da lei confortati speriamo di

essere l'edificazione dei compagni, la consolazione dei superiori, diletti figliuoli di Lei. E

se Dio ci concederà grazia e vita di poterlo servire nel sacer-| p. 78 |-dotal Ministero, noi

ci adopreremo con tutte le nostre forze, per farlo col massimo zelo, e diffidando delle

nostre forze, illimitatamente fidando del divino soccorso, potremo sperare che dopo

questa valle di pianto, consolati dalla presenza di Maria, raggiungeremo sicuri in

quell’ultima ora quel guiderdone eterno, che Iddio tien serbato a chi lo serve in ispirito e

verità.

Il Direttore dell’Oratorio lesse di fatto il sopra esposto regolamento di vita, e dopo di

averlo attentamente esaminato, lo approvò colle seguenti condizioni

1. Le mentovate promesse non hanno forza di voto.

2. Nemmeno obbligano sotto pena di colpa alcuna.

3. Nelle conferenze si stabilisca, qualche opera di carità esterna, come la nettezza

della Chiesa, l'assistenza od il catechismo di qualche fanciullo più ignorante.

4. Si dividano i giorni della settimana in modo che in ciascun giorno vi siano alcune

comunioni.

5. Non si aggiunga alcuna pratica religiosa senza speciale permesso dei superiori.

29

6. Si proponga per iscopo fondamentale di promuovere la divozione verso Maria SS.

Immacolata, e verso il SS. Sacramento.

7. Prima di accettare qualcheduno, gli si faccia leggere la vita di Luigi Comollo(9).

| p. 79 |

CAPO XVIII

 Sue amicizie particolari - Sue relazioni col giovane Gavio Camillo

Ognuno era amico con Domenico: chi non lo amava, lo rispettava per le sue virtù. Egli

sapeva poi passarsela bene con tutti. Era | p. 80 | così rassodato nella virtù che fu

consigliato di trattenersi anche con alcuni giovani alquanto discoli per far prova di

guadagnarli | p. 81 | al Signore. Ed egli approfittava della ricreazione, dei trastulli, dei

discorsi anche indifferenti per tirarne vantaggio spirituale. Tuttavia quelli che erano

inscritti nella società dell’Immacolata Concezione erano i suoi amici particolari, coi quali,

come si è detto, si radunava ora in conferenze spirituali, ora per compiere esercizi di

cristiana pietà. Queste conferenze tenevansi con licenza dei superiori; ma erano assistite

e regolate dagli stessi giovani. In esse trattavano del modo di celebrare le novene delle

9 Uno fra quelli che più efficacemente aiutarono Savio Domenico nell’istituire la Compagnia dell’Immacolata

Concezione e compilarne il regolamento fu Bongioanni Giuseppe. Questi, rimasto orfano di padre e di madre,

era stato raccomandato da una zia al Direttore dell'Oratorio, che caritatevolmente lo accolse nel Novembre del

1854. Trovavasi allora. all’età di 17 anni, e a malincuore forzato dalle circostanze egli venne, ma ancora colla

mente piena delle vanità del mondo e con varii pregiudizi in fatto di religione. Si vide però in lui chiaramente

l’operazione della divina grazia, giacché in breve si affezionò grandemente alla casa, alle regole e ai Superiori;

rettificò insensibilmente le sue idee e diedesi con tutto ardore all’acquisto della virtù ed alla pratiche di pietà.

Dotato com’era d’ingegno molto perspicace e di grande facilità ad imparare venne applicato allo studio. Con

mirabile rapidità compié gli studi classici, facendovi eccellente riuscita. Fornito di fervida immaginazione spiegò

una grande abilità nel poetare sia nell’italiana favella, sia in dialetto; e mentre nelle famigliari conversazioni

serviva di diletto agli amici coll’improvvisare su argomenti scherzevoli, scriveva al tavolino bellissime poesie di

cui molte furon pubblicate, come quella ad onore di Maria Ausiliatrice che comincia: Salve, Salve, pietosa

Regina ecc. che trovasi nel Giovane provveduto. Avviatosi alla carriera ecclesiastica sempre si segnalò durante

il chericato per la sua pietà e fedele osservanza delle regole e zelo pel bene de’ suoi compagni. Fatto sacerdote

nel 1863, non è a dire con qual ardore siasi dato all’esercizio del sacro ministero. Sebbene poco fosse favorito

nella voce, riusciva tuttavia di tanto gradimento nella predicazione per la bellezza della materia e per l’unzione

nell’ esposizione, che era ascoltato molto volentieri e ne riportava copiosi frutti. Dopo aver aiutato Savio

Domenico, con cui era unito in santa amicizia, ad istituire la Compagnia dell’Immacolata, essendo allora

solamente cherico, fondò col permesso del Superiore un’altra compagnia ad onore del SS. Sacramento che

aveva per iscopo di promuoverne il culto fra la gioventù e di addestrare gli allievi più noti in virtù al servizio

delle sacre funzioni, formando così un piccolo clero ad accrescerne la maestà e la grazia. Tale compagnia

continuò a coltivare con maggior attività e con ottimi risultati quando fu sacerdote. E ben si può dire che se la

Congregazione di S. Francesco di Sales poté già dare alla Chiesa un bel numero di ministri degli altari, in gran

parte si deve alle sante premure del Sac. Bongiovanni intorno al Piccolo Clero. Nel 1868 avvicinandosi l’epoca

della consacrazione della Chiesa eretta in Valdocco ad onore di Maria Ausiliatrice, D. Bongiovanni s’adoperò

con tutto l’impegno per disporre le cose necessarie a tale funzione e specialmente nel preparare il Piccolo Clero

a fare con edificazione la parte sua nel giorno della festa e nell’ottava successiva, che dovevasi pur

solennizzare in modo straordinario. Trasportato da ardente amore verso Maria SS. nulla risparmiò di sollecitudini,

di fatiche e sudori, particolarmente nella vigilia che fu agli 8 di Giugno di tale anno. La Vergine

Ausiliatrice aggradendo la sua fervorosa divozione ed ossequio, gliene ottenne ben presto il premio. Prima però

lo volle assoggettare ad una prova che sopportata con rassegnazione riuscì certamente al buon sacerdote di

gran merito. Egli che tanto erasi adoperato per la buona riuscita delle feste, ai 9 Giugno, giorno della

consacrazione trovossi infermo, in modo da non poter alzarsi dal letto. Pei giorni seguenti la malattia

continuava. Esso desideroso di poter almeno una volta celebrare i divini misteri nella nuova chiesa, supplicò la

SS. Vergine con calde istanze ad ottenergliene la grazia. Fu esaudito. Nella domenica fra l’ottava sentissi tale

miglioramento ed aumento di forze, che poté colla debita preparazione accostarsi all’altare e celebrare la santa

Messa con immensa consolazione dal suo cuore. Dopo la messa disse a qualcuno de’ suoi amici che era tanto

contento che ben poteva intonare il Nunc dimittis. E così fu: giacché sentendosi venir meno le forze ritornò a

letto, né più si rialzò. Al mercoledì successivo, essendo finita l’ottava, si fece un servizio funebre pei

benefattori defunti; e nel pomeriggio, compiuta ogni funzione e solennità, i giovani allievi de’ vari collegi che

eran venuti a prendere parte alla festa, partirono per la loro destinazione. Un’ora dopo il Sac. Bongioanni

Giuseppe munito dei conforti della religione, assistito dall’amato suo Direttore, circondato da una corona de’

suoi più cari amici e confratelli rese la sua bell’anima al Signore, andando, come fermamente si spera, a

vedere come si festeggia in Cielo Colei, che formava l'oggetto della sua più tenera divozione.

30

maggiori solennità, si ripartivano le comunioni, che ciascuno avrebbe avuto cura di fare

in giorni determinati della settimana, si assegnavano a vicenda quei giovani che | p. 82 |

avevano maggior bisogno di assistenza morale e ciascuno lo faceva suo cliente, ovvero

protetto, e adoperavano tutti i mezzi che suggerisce la carità cristiana per avviarlo alla

virtù.

Il Savio era dei più animati, e si può dire che in queste conferenze la faceva da

dottore. Si potrebbero accennare parecchi compagni del Savio che prendevano parte a

queste conferenze e che trattarono molto con lui, ma essendo ancor essi tra’ vivi, pare

prudenza non parlarne. Ne accennerò solamente due, che sono già stati da Dio chiamati

alla patria celeste. Questi sono Gavio Camillo di Tortona, e Massaglia Giovanni di Marmorito.

Il Gavio dimorò solamente due mesi tra noi, e questo tempo bastò per lasciare

santa rimembranza di sé presso i compagni.

La sua luminosa pietà e il suo gran genio per la pittura e scoltura avevano risolto il

municipio di quella città ad aiutarlo affinché potesse venire a Torino a proseguir gli studii

per l'arte sua. Egli aveva fatto una grave malattia in patria; e come venne all'Oratorio

sia per essere convalescente, sia per trovarsi lontano dalla patria e dai parenti, sia anche

per la compagnia dei giovanetti tutti sconosciuti, se ne stava osservando gli altri a

trastullarsi, ma assorto in gravi pensieri. Lo vide il Savio, e tosto si avvicino per confortarlo,

e tenne secolui questo preciso discorso.

Il Savio cominciò: Ebbene, mio caro, non conosci ancora alcuno, non è vero?

| p. 83 |

Gavio È vero, - ma mi ricreo rimirando gli altri a trastullarsi.

- Come ti chiami?

- Gavio Camillo di Tortona.

- Quanti anni hai ?

- Ne ho quindici compiuti.

- Da che deriva quella malinconia che ti trasparisce in volto; sei forse stato ammalato?

- Sì, sono stato veramente ammalato; ho fatto una malattia di palpitazione, che mi

portò sull’orlo della tomba, ed ora non ne sono ancora ben guarito.

- Desideri di guarire, non è vero?

- Non tanto, desidero di far la volontà di Dio.

Queste ultime parole fecero conoscere il Gavio per un giovane di non ordinaria pietà e

cagionarono nel cuor del Savio una vera consolazione: sicché con tutta confidenza

continuò: chi desidera di fare la volontà di Dio, desidera di santificare se stesso; hai

dunque volontà di farti santo?

- Questa volontà in me è grande.

- Bene: accresceremo il numero dei nostri amici, tu sarai uno di quelli che prenderanno

parte a quanto facciamo noi per farci santi.

- È bello quanto mi dici; ma io non so che cosa debba fare!

- Te lo dirò io in poche parole; sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello

star molto allegri. Noi procureremo soltanto di evitar il peccato, come un gran | p. 84 |

nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore, procureremo di adempiere

esattamente i nostri doveri, e frequentare le cose di pietà. Comincia fin d’oggi a scriverti

per ricordo: Servite Domino in laetitia, serviamo il Signore in santa allegria.

Questo discorso fu come un balsamo alle afflizioni del Gavio, che ne provò un vero

conforto. Che anzi da quel giorno in poi egli divenne fido amico del Savio e costante seguace

delle sue virtù. Ma la malattia che lo aveva portato sull’orlo della tomba, e che

non era stata sradicata, in capo a due mesi ricomparve, e malgrado le sollecitudini dei

medici e degli amici non le si poté più trovare rimedio. Dopo alcuni giorni di peggioramento,

dopo di aver con grande edificazione ricevuti gli ultimi Sacramenti, mandava

l’anima al Creatore il 30 dicembre 1856.

31

Domenico andò più volte a visitarlo nel corso della malattia e si offriva di passare le

notti vegliando presso lui, sebbene non gli venisse permesso. Quando seppe che era

spirato, volle andarlo a vedere per l’ultima volta, e mirandolo estinto, commosso gli

diceva: Addio, o Gavio, io sono intimamente persuaso che tu sei volato al cielo; perciò

prepara anche un posto per me. Io ti sarò sempre amico, ma finché il Signore mi

lascierà in vita, pregherò pel riposo dell’anima tua.

Dopo andò con altri compagni a recitare l’uffizio dei morti nella camera del defunto, si

fecero altre preghiere lungo il giorno; | p. 85 | quindi invitò alcuni dei più buoni

condiscepoli a fare la santa comunione, ed egli steso la fece più volte in suffragio

dell’amico defunto.

Tra le altre cose egli disse a’ suoi amici Miei cari, non dimentichiamo l’anima del

nostro amico. Io spero che a quest’ora egli goda già la gloria del cielo; tuttavia non

cessiamo di pregare pel riposo dell’anima di lui. Tutto quello che ora facciamo per lui,

Dio disporrà che altri lo faccia un giorno per noi.

CAPO XIX

 Sue relazioni col giovane Massaglia Giovanni

Più lunghe e più intime furono le relazioni del Savio con Massaglia di Marmorito,

paese poco distante da Mondonio.

Vennero amendue contemporaneamente nella casa dell’Oratorio; erano confinanti di

patria; avevano amendue la stessa volontà di abbracciare lo stato ecclesiastico, con vero

desiderio di farsi santi.

- Non basta, un giorno Domenico diceva al suo amico, non basta il dire che vogliamo

farci ecclesiastici, ma bisogna, che ci adoperiamo per acquistare le virtù che a questo

stato sono necessarie.

- È vero, rispondeva l’amico, ma se facciamo quello che possiamo dal canto nostro,

Dio non mancherà di darci grazia e | p. 86 | forza per meritarci un favore così grande

quale si è diventar ministri di Gesù Cristo. Venuto il tempo pasquale fecero cogli altri

giovani gli spirituali esercizi con molta esemplarità. Terminati gli esercizi, Domenico

disse al compagno: Voglio che noi siamo veri amici; veri amici per le cose dell’anima;

perciò desidero che d’ora in avanti siamo l’uno monitore dell’altro in tutto ciò che può

contribuire al bene spirituale. Quindi se tu scorgerai in me qualche difetto, dimmelo

tosto, affinché me ne possa emendare: oppure se scorgerai qualche cosa di bene che io

possa fare, non mancar di suggerirmelo.

- Lo farò volentieri per te, sebbene non ne abbisogni, ma tu lo devi fare assai più

verso di me, che, come ben sai, per età studio e scuola mi trovo esposto a maggiori

pericoli.

- Lasciamo i complimenti da parte ed aiutiamoci vicendevolmente a farci del bene per

l’anima.

Da quel tempo il Savio ed il Massaglia divennero veri amici, e la loro amicizia fu

durevole, perché fondata sulla virtù; giacché andavano a gara coll’esempio e coi consigli

per aiutarsi a fuggire il male e praticare il bene.

Alla fine dell’anno scolastico, subiti gli esami, fu a ciascun giovane della casa data

licenza di andar a passare le vacanze o coi genitori o con qualche altro parente.

Alcuni, mossi dal desiderio di progre-| p. 87 |-dire nello studio ed attendere meglio

agli esercizi di pietà preferirono di rimanere all’Oratorio, e tra questi furono Savio e

Massaglia. Sapendo io quanto fossero ansiosamente aspettati dai parenti, e quanto essi

medesimi avessero bisogno di ristorare la loro stanchezza, dissi ad ambidue: Perché non

andate a passare qualche giorno in vacanza? Essi invece di rispondere si misero a ridere.

- Che cosa volete dirmi con questo ridere?

32

Domenico rispose: Noi sappiamo che i nostri parenti ci attendono con piacere; noi

eziandio li amiamo e ci andremmo volentieri; ma sappiamo che l’uccello finché trovasi in

gabbia non gode libertà, è vero; è per altro sicuro dal falcone. Al contrario se è fuori di

gabbia, vola dove vuole, ma da un momento all’altro può cadere negli artigli del falcone

infernale.

Ciò non ostante ho giudicato bene di mandarli qualche tempo a casa pel bene della

loro sanità, e si arresero alla mia volontà soltanto per ubbidienza, restandovi quei soli

giorni che erano stati strettamente loro comandati.

Se volessi scrivere i bei tratti di virtù del giovane Massaglia, dovrei ripetere in gran

parte le cose dette del Savio, di cui fu fedele seguace finché visse. Egli godeva buona

salute, e dava ottima speranza di sé nella carriera degli studii. Compiuto il corso di

rettorica, subì con esito felice l’esame per la vestizione clericale. Ma questo | p. 88 |

abito, da lui tanto amato e tanto rispettato poté soltanto portarlo alcuni mesi. Colpito da

una costipazione, che aveva aspetto di semplice raffreddore, non voleva nemmeno

interrompere i suoi studi. Pel desiderio di fargli fare una cura radicale, e per toglierlo

dall’occasione di studiare, i genitori lo condussero a casa. Fu nel tempo di questa sua

dimora in patria che scrisse al suo amico una lettera del seguente tenore:

Caro amico,

Mi pensava di. dover passare solamente alcuni giorni a casa e poi ritornare all’Oratorio,

perciò ho lasciato tutti i miei arnesi di scuola costì. Ora per altro mi avveggo che le

cose vanno a lungo e l’esito di mia malattia rendesi ognor più incerto. Il medico mi dice

che va meglio. A me sembra che vada peggio. Vedremo chi ha ragione. Caro Domenico,

io provo grande afflizione lungi da te e dall'Oratorio, perché qui non ho comodità di

attendere agli esercizi di divozione. Solo mi conforto rammentando quei giorni che noi

fissavamo per prepararci ed accostarci insieme alla santa comunione.

Spero nulladimeno che, sebbene separati di corpo, nol saremo di spirito.

Intanto io ti prego di andare nello studio e di fare una visita da questore al mio cancello.

Ivi troverai alcune carte manoscritte, là vicino havvi ìl mio amico, il Kempis, ossia.

De imitatione Christi. Farai di tutto un pacco | p. 89 | solo e me lo invierai. Bada bene

che tal libro è latino; perché sebbene mi piaccia la traduzione, tuttavia è sempre una

traduzione, ove non trovo il gusto che provo nell’originale latino. Mi sento stanco dal fare

niente; tuttavia il medico mi proibisce studiare. Fo molte passeggiate per la mia camera,

e spesso vado dicendo: Guarirò da questa malattia? Ritornerò a vedere i miei compagni?

Sarà questa per me l’ultima malattia? Che che ne sia per essere di tutte queste cose,

Dio solo il sa. Parmi di essere pronto a fare in tutti e tre i casi la santa ed amabile

volontà di Dio.

Se hai qualche buon consiglio, procura di scrivermelo. Dimmi come va la tua sanità;

ricordati di me nelle tue preghiere e specialmente quando fai la santa comunione.

Coraggio, amami di tutto cuore nel Signore; che se non potremo trattenerci insieme

lungo tempo nella vita presente, spero che potremo un giorno vivere felici in dolce

compagnia nella beata, eternità.

Saluta i nostri amici e specialmente i confratelli della compagnia dell’Immacolata

Concezione. Il Signore sia con te e credimi sempre il tuo affezionatissimo

Massaglia Giovanni

Domenico esegui la commissione dell’amico, e, nel mandargli quanto gli chiedeva,

univa la seguente lettera:

| p. 90 |

Mio caro Massaglia,

La tua lettera mi ha fatto piacere, perché con essa fui assicurato che tu vivi ancora,

perciocché dopo la tua partenza noi non avevamo più avuto notizie di te e non sapeva se

dovessi dirti il Gloria Patri o il De profundis. Riceverai gli oggetti che mi hai richiesto.

33

Debbo soltanto notarti che il Kempis è un buon amico, ma egli è morto, né mai si muove

di posto. Bisogna adunque che tu lo cerchi, lo scuota, lo legga, adoperandoti per mettere

in pratica quanto ivi andrai leggendo.

Tu sospiri la comodità che abbiamo qui per gli esercizi di pietà, ed hai ragione.

Quando sono a Mondonio ho il medesimo fastidio. Io studiava di supplire con fare ogni

giorno una visita al SS. Sacramento, procurando di condur meco quanti compagni

poteva. Oltre al Kempis leggeva il Tesoro nascosto nella santa messa del beato

Leonardo. Se ti par bene fa anche tu altrettanto. Mi dici di non sapere se ritornerai

all’Oratorio a farci visita; la mia carcassa appariste anche assai logora, e tutto mi fa

presagire che mi avvicino a gran passi al termine de’ miei studi e della mia vita. Ad ogni

modo facciamo così preghiamo l’uno per l’altro, perché ambidue possiamo fare una

buona morte. Colui che sarà il primo di noi ad andarsene al Paradiso prepari un posto

all’amico, e | p. 91 | quando lo andrà a trovare, gli porga la mano per introdurlo

nell’abitazione del Cielo. Dio ci conservi sempre in grazia sua, e ci assista a farci santi,

ma presto santi, perché temo che ci manchi il tempo. Tutti i nostri amici sospirano il tuo

ritorno all’Oratorio e ti salutano caramente nel Signore.

Io poi con fraterno amore ed affetto mi dichiaro sempre

Affezionatissimo amico

Savio Domenico.

La malattia del giovane Massaglia dapprima sembrava leggiera; più volte parve

perfettamente vinta, più volte ricadde, finché quasi inaspettatamente venne all’estremo

della vita.

«Egli ebbe tempo, scriveva il teologo Valfré direttore spirituale nelle vacanze, di

ricevere colla massima esemplarità tutti i conforti di nostra santa cattolica religione;

moriva della morte del giusto che lascia il mondo per volare al cielo»(10)

| p. 92 |

Alla perdita di quell’amico il Savio fu profondamente addolorato, e sebbene rassegnato

ai divini voleri lo pianse per più giorni. Questa è la prima volta che vidi quel

volto angelico a rattristarsi e piangere di dolore. L’unico conforto fu di pregare e far

pregare per l’amico defunto. Fu udito talvolta ad esclamare: Caro Massaglia, tu sei

morto, e spero che sarai già in compagnia di Gavio in paradiso, ed io quando andrò a

raggiungervi nell' immensa felicità del cielo?

Per tutto il tempo che Domenico sopravvisse al suo amico l’ebbe ognor presente nelle

pratiche di pietà e soleva dire, che non poteva andar ad ascoltare la santa messa, od

assistere a qualche esercizio di-| p. 93 |-voto senza raccomandare a Dio l’anima di colui

che in vita erasi cotanto adoperato pel suo bene. Questa perdita fu assai dolorosa al

tenero cuor di Domenico, e la medesima sanità di lui fu notevolmente alterata.

10 Il sacerdote teologo Valfrè Carlo nacque in Villafranca di Piemonte il 23 luglio 1813. Con una condotta

veramente esemplare e con felice successo egli percorreva la carriera degli studi; secondando la sua vocazione

abbracciò lo stato ecclesiastico. Con zelo apostolico lavorò più anni nel sacro ministero, finché in un concorso

fu giudicato degno della parochia di Marmorito. Era indefesso nello adempimento de’ suoi doveri. L’istruzione ai

poveri ragazzi; l’assistenza agli infermi; sollevare i poverelli erano le doti caratteristiche del suo zelo. Per

bontà, carità e disinteresse poteva proporsi a modello di qualunque sacerdote che abbia cura di anime. Quando

le cure parochiali il comportavano, egli andava altrove a dettare esercizi spirituali, tridui, novene e simili. Il

Signore benediceva le sue fatiche, le quali erano sempre coronate da frutto copioso. Ma nel tempo che noi

avevamo maggior bisogno di lui, Iddio lo trovò maturo pel cielo. Dopo breve malattia, colla morte del giusto,

egli passava alla vita beata nella bella età d'anni 47, il 12 febbraio dell’anno 1861. Questa perdita privò la

Chiesa di un degno ministro, tolse a Marmorito un pastore che a buon diritto chiamavasi il padre del popolo;

ma siamo tutti non poco consolati nella speranza di aver acquistato un benefattore presso Dio in cielo.

34

CAPO XX

 Grazie speciali e fatti particolari

Finora ho raccontato cose che presentano nulla di straordinario, se non vogliamo

chiamare straordinaria una condotta costantemente buona, che si andò sempre perfezionando

coll’ innocenza della vita, con le opere di penitenza e coll’esercizio della pietà.

Potrebbesi pur chiamare cosa straordinaria la vivezza di sua fede, la ferma sua speranza

e l’infiammata sua carità e la perseveranza nel bene sino all' ultimo respiro. Qui per altro

io voglio esporre grazie speciali ed alcuni fatti non comuni, che forse andranno soggetti

a qualche critica. Per la qual cosa io stimo bene di notare al lettore, che quanto ivi

riferisco ha piena somiglianza coi fatti registrati nella Bibbia e nella vita dei Santi;

riferisco cose che ho vedute cogli occhi miei, assicuro che scrivo scrupolosamente la

verità, rimettendomi poi interamente ai riflessi del discreto lettore: eccone il racconto.

Più volte andando in chiesa, specialmente nel giorno che Domenico faceva la santa |

p. 94 | comunione oppure era esposto il Santissimo Sacramento, egli restava come

rapito dai sensi; talmente che lasciava passare del tempo anche troppo lungo, se non

era chiamato per compiere i suoi ordinari doveri. Accadde un giorno che mancò dalla

colezione, dalla scuola, e dal medesimo pranzo. e niuno sapeva dove fosse, nello studio

non c’era, a letto nemmeno. Riferita al Direttore tal cosa, gli nacque sospetto di quello

che era realmente, che fosse in Chiesa, siccome già altre volte era accaduto. Entra in

chiesa, va in coro e lo vede là fermo come un sasso. Egli teneva un piede sull’altro, una

mano appoggiata sul leggio dell'antifonario, l’altra sul petto colla faccia fissa e rivolta

verso il tabernacolo. Non moveva palpebra. Lo chiama, nulla risponde. Lo scuote, e

allora gli volge lo sguardo e dice: oh è già finita la messa? Vedi, soggiunse il Direttore,

mostrandogli l’orologio, sono le due. Egli dimandò umile perdono della trasgressione

delle regole di casa, ed il Direttore lo mandò a pranzo, dicendogli: Se taluno ti dirà:

onde vieni? Risponderai, che vieni dall’eseguire un mio comando. Fu detto questo per

evitare le dimande inopportune, che forse i compagni avrebbero fatte.

Un altro giorno, terminato l’ordinario ringraziamento della messa, io era per uscire

dalla sacrestia, quando sento in coro una voce come di una persona che disputava. Vado

a vedere e trovo il Savio che parlava | p. 95 | e poi si arrestava, come chi dà campo alla

risposta. Fra le altre cose intesi chiaramente queste parole: Sì, mio Dio, ve l’ho già detto

e ve lo dico di nuovo, io vi amo e vi voglio amare fino alla morte. Se voi vedete che io

sia per offendervi, mandatemi la morte: sì, prima la morte, ma non peccare.

Gli ho talvolta dimandato che cosa facesse in quei suoi ritardi, ed egli con tutta

semplicità rispondeva: Povero me, mi salta una distrazione, e in quel momento perdo il

filo delle mie preghiere, e parmi di vedere cose tanto belle, che le ore fuggono come un

momento.

Un giorno entrò nella mia camera dicendo: Presto, venga con me, c’è una bell’opera

da fare. Dove vuoi condurmi? gli chiesi. Faccia presto, soggiunse, faccia presto. Io

esitava tuttora, ma instando egli, ed avendo già provato altre volte l’importanza di

questi inviti, accondiscesi. Lo seguo. Esce di casa, passa per una via, poi un’altra, ed

un’altra ancora, ma non si arresta, né fa parola; prende infine un’altra via, io lo

accompagno di porta in porta, finché si ferma. Sale una scala, monta al terzo piano e

suona una forte scampanellata. È qua, che deve entrare, egli dice, e tosto se ne parte.

Mi si apre; oh presto, mi vien detto; presto, altrimenti non è più a tempo. Mio marito

ebbe la disgrazia di farsi protestante; adesso è in punto di morte e dimanda per pietà di

poter morire da buon cattolico.

| p. 96 | Io mi recai tosto al letto di quell’infermo, che mostrava viva ansietà di dar

sesto alle cose della sua coscienza. Aggiustate colla massima prestezza le cose di

quell’anima, giunge il Curato della parochia di s. Agostino, che già prima si era fatto

chiamare: Esso poté appena amministrargli il sacramento dell’Olio Santo con una sola

unzione, poiché l’ammalato divenne cadavere.

35

Un giorno ho voluto chiedere al Savio come egli avesse potuto sapere che colà eravi

un ammalato, ed egli mi guardò con aria di dolore, di poi si mise a piangere. Io non gli

ho più fatta ulteriore dimanda.

L’innocenza della vita, l’amor verso Dio, il desiderio delle cose celesti aveano portato

la mente di Domenico a tale stato che si poteva dire abitualmente assorto in Dio.

Talvolta sospendeva la ricreazione, voltava altrove lo sguardo e si metteva a passeggiare

da solo. Interrogato perché lasciasse così i compagni, rispondeva: Mi assalgono le

solite distrazioni e mi pare che il paradiso mi si apra sopra del capo, ed io debbo

allontanarmi dai compagni per non dir loro cose che forse essi metterebbero in ridicolo.

Un giorno in ricreazione parlavasi del gran premio da Dio preparato in cielo a coloro che

conservano la stola dell' innocenza. Fra le altre cose dicevasi: Gli innocenti sono in cielo i

più vicini alla persona del nostro divin Salvatore, e gli canteranno speciali inni di gloria in

eterno.

Questo bastò per sollevare il suo spirito | p. 97 | al Signore e, restando immobile, si

abbandonò come morto nelle braccia di uno degli astanti.

Questi rapimenti di spirito gli succedevano nello studio, e nell’andata e ritorno dalla

scuola e nella scuola medesima.

Parlava assai volentieri del Romano Pontefice, ed esprimeva il suo vivo desiderio di

poterlo vedere prima di morire, asserendo ripetutamente che aveva cosa di grande importanza

da dirgli.

Ripetendo spesso le medesime cose, volli chiedergli qual fosse quella gran cosa che

avrebbe voluto dire al Papa.

- Se potessi parlare al Papa, vorrei dirgli che `in mezzo alle tribolazioni che lo attendono

non cessi di occuparsi con particolare sollecitudine dell’Inghilterra; Iddio prepara

un gran trionfo al cattolicismo in quel regno.

- Sopra quali cose appoggi tu queste tue parole?

- Lo dico, ma non vorrei, che ne facesse parola con altri, per non espormi forse alle

burle. Se però andrà a Roma, lo dica a Pio IX. Ecco adunque. Un mattino mentre faceva

il ringraziamento della comunione fui sorpreso da una forte distrazione, e mi parve di

vedere una vastissima pianura piena di gente avvolta in densa nebbia. Camminavano,

ma come uomini che, smarrita la via, non vedono più ove mettono il piede. Questo

paese, mi disse uno che mi era vicino, è l’Inghilterra. Mentre voleva dimandare | p. 98 |

altre cose vedo il Sommo Pontefice Pio IX tale quale aveva veduto dipinto in alcuni

quadri. Egli maestosamente vestito, portando una luminosissima fiaccola tra le mani, si

avanzava verso quella turba immensa di gente. Di mano in mano che si avvicinava al

chiarore di quella fiaccola, scompariva la nebbia, e gli uomini restavano nella luce come

di mezzogiorno. Questa fiaccola, mi disse l’amico, è la religione cattolica che deve

illuminare gl’Inglesi.

L’anno 1858 essendo andato a Roma, ho voluto raccontare tale cosa al Sommo Pontefice,

che la udì con bontà e con piacere. Questo, disse il Papa, mi conferma nel mio

proposito di lavorare energicamente a favore dell’Inghilterra, a cui ho già rivolto le mie

più vive sollecitudini. Tal racconto, se non altro, mi è come consiglio di un’anima buona.

Ommetto molti altri fatti simiglianti, contento di scriverli, lasciando che altri li pubblichi,

quando si giudicherà che possano tornare a maggior gloria di Dio.

CAPO XXI

 Suoi pensieri sopra la morte, e sua preparazione a morir santamente

Chi ha letto quanto abbiamo finora scritto intorno al giovane Savio Domenico, conoscerà

di leggeri che la vita di lui fu una continua preparazione alla morte. Ma egli

reputava la compagnia dell’Immacolata Con-| p. 99 |-cezione come un mezzo efficace

per assicurarsi la protezione di Maria in punto di morte, che ognuno presagiva non

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essergli lontana. Io non so se egli abbia avuto da Dio rivelazione del giorno e delle

circostanze di sua morte, o ne avesse egli solo un pio presentimento. Ma è certo che ne

parlò molto tempo avanti che quella avvenisse; e ciò facea con tale chiarezza di

racconto, che meglio non avrebbe fatto chi ne avesse parlato dopo la medesima di lui

morte.

In vista del suo stato di salute gli si usavano tutti i riguardi per moderarlo nelle cose

di studio e di pietà; tuttavia e per la naturale gracilità, e per alcuni incomodi personali ed

anche per la continua tensione di spirito, gli si andavano ogni giorno diminuendo le

forze. Egli stesso se ne accorgeva, e talvolta andava dicendo: Bisogna che io corra,

altrimenti la notte mi sorprende per istrada. Volendo dire che gli restava poco tempo di

vita e che doveva essere sollecito in fare opere buone prima che giungesse la morte.

Avvi l’uso in questa casa che i nostri giovani facciano l’esercizio della buona morte

una volta al mese. Consiste questo esercizio nel prepararci a fare una confessione e

comunione come fosse l’ultima della vita. Il regnante Pio IX nella sua grande bontà

arricchì questo esercizio di pietà di varie indulgenze. Domenico lo faceva con un raccoglimento,

che non si può dire maggiore. In fine della sacra funzione si suole recitare un |

p. 100 | Pater ed Ave per colui che tra gli astanti sarà il primo a morire. Un giorno

scherzando egli disse: In luogo di dire per colui che sarà il primo a morire, dica così: un

Pater ed Ave per Savio Domenico che di noi sarà il primo a morire. Questo disse più

volte.

Sul finire di aprile del 1856 egli si presentò al Direttore e gli domandò come avrebbe

dovuto fare per celebrare santamente il mese di Maria.

- Lo celebrerai, rispose, coll’esatto adempimento de’ tuoi doveri, raccontando ogni dì

un esempio in onore di Maria, e procurando di regolarti in modo da poter fare in ciascun

giorno la santa comunione.

- Ciò procurerò di fare puntualmente; ma quale grazia dovrò dimandare?

- Dimanderai alla santa Vergine che ti ottenga da Dio sanità e grazia per farti santo.

- Che mi aiuti a farmi santo, che mi aiuti a fare una santa morte, e che negli ultimi

momenti di vita mi assista e mi conduca al cielo.

Di fatto egli dimostrò tale fervore nel decorso di quel mese, che sembrava un angelo

vestito di umane spoglie. Se scriveva parlava di Maria; se studiava, cantava, andava a

scuola, tutto era per onore di Lei. In ricreazione procurava di aver ogni giorno pronto un

esempio per raccontarlo ora a questi, ora a quegli altri compagni radunati.

Un compagno un giorno gli disse: Se fai tutto in quest’anno, che cosa vorrai fare un

altro anno?

| p. 101 |

Lascia far da me, rispose: in quest’anno voglio fare quel che posso; l’anno venturo, se

ci sarò ancora, ti dirò quello che sarò per fare.

Per usare tutti i mezzi atti a fargli riacquistare la sanità ho fatto fare; un consulto di

medici. Tutti ammirarono la giovialità, la prontezza, di spirito e l’assennatezza delle

risposte di Domenico. Il dottor Francesco Vallauri, di felice memoria, che era uno dei

benemeriti consulenti, pieno dì ammirazione: Che perla preziosa, disse, è mai questo

giovanetto!

- Qual è l’origine del malore che gli fa diminuire la sanità ogni giorno più? gli

dimandai.

- La sua gracile complessione, la cognizione precoce, la continua tensione di spirito,

sono come lime che gli rodono insensibilmente le forze vitali.

- Qual rimedio potrebbe tornargli maggiormente utile?

- Il rimedio più utile sarebbe lasciarlo andare al paradiso, per cui mi pare assai

preparato. L’unica cosa che potrebbe protrargli la vita si è l’allontanarlo intieramente

qualche tempo dallo studio, e trattenerlo in occupazioni materiali adattate alle sue forze.

| p. 102 |

37

CAPO XXII

 Sua sollecitudine per gli ammalati – Lascia l’Oratorio – Sue parole in tale occasione

Lo sfinimento di forze in cui si trovava non era tale da tenerlo continuamente a letto;

perciò talvolta andava a scuola, allo studio; oppure si occupava in affari domestici. Fra le

cose in cui si occupava con gran piacere era il servire i compagni infermi qualora ve ne

fossero stati nella casa.

Io non ho alcun merito avanti a Dio, diceva, nell’assistere o visitare gl’infermi, perché

lo fo con troppo gusto; anzi mi è un caro divertimento.

Mentre poi loro faceva de’ servizi temporali, era accortissimo nel suggerire sempre

qualche cosa di spirituale. Questa carcassa, diceva ad un compagno incomodato, non

vuol durare in eterno, non è vero? Bisogna lasciare che si logori poco per volta, finché

vada alla tomba; ma allora, caro mio, l’anima nostra sciolta dagli impacci del corpo

volerà gloriosa al cielo e godrà una sanità ed una felicità interminabile.

Avvenne che un compagno rifiutavasi di bere una medicina, perché amara. Caro mio,

dicevagli Domenico, noi dobbiamo prendere qualsiasi rimedio, perché così facendo obbediamo

a Dio, che ha stabilito medici e medicine, perché sono necessari a riacqui-| p.

103 |-stare la perduta sanità: che se proviamo qualche ripugnanza pel gusto, avremo

maggior merito per l’anima. Del resto credi che questa tua bevanda sia tanto amara ed

aspra quanto era amaro il fiele misto con aceto di cui fu abbeverato l’innocentissimo

Gesù sopra la croce? Queste parole dette colla maravigliosa sua schiettezza facevano sì

che niuno osava più opporre difficoltà.

Sebbene la sanità del Savio fosse divenuta assai cagionevole, tuttavia l’andare a casa

era cosa per lui la più disgustosa, perciocché gli rincresceva interrompere gli studi e le

solite sue pratiche di pietà. Alcuni mesi prima io ve l’aveva già mandato, ed egli vi

dimorò solo pochi giorni e tosto mel vidi ricomparire all’Oratorio. Io debbo dirlo; il

rincrescimento era reciproco: io l’avrei tenuto in questa casa a qualunque costo, il mio

affetto per lui era quello di un padre verso di un figliuolo il più degno di affezione. Pure il

consiglio de’ medici era tale, ed io voleva eseguirlo; tanto più che da alcuni giorni erasi

in lui manifestata una ostinata tosse.

Se ne avverte adunque il padre, e si stabilisce la partenza pel primo di Marzo 1857. Si

arrese Domenico a tale deliberazione, ma solo per farne un sacrificio a Dio. Perché, gli si

domandò, vai a casa così di mal animo; mentre dovresti andarvi con gioia per godervi la

compagnia de' tuoi amali genitori? Perché, rispose, desidero di terminare i miei giorni

all’Oratorio.

| p. 104 |

- Andrai a casa, e, dopo che ti sarai alquanto ristabilito in salute, ritornerai.

- Oh ! questo poi no, no, io me ne vo e non ritornerò più.

La sera precedente alla partenza non poteva levarmelo d’attorno; sempre aveva cose

da dimandare. Fra le altre diceva: Qual è la cosa migliore che possa fare un ammalato

per acquistar merito davanti a Dio?

- Offrire spesso a Dio quanto egli soffre.

- Quale altra cosa potrebbe ancor fare?

- Offrire la sua vita al Signore.

- Posso essere certo che i miei peccati mi siano stati perdonati?

- Ti assicuro a nome di Dio che i tuoi peccati ti sono stati tutti perdonati.

- Posso essere certo di essere salvo?

- Si, mediante la divina misericordia, la quale non ti manca, tu sei certo di salvarti.

- Se il demonio venisse a tentarmi che cosa gli dovrei rispondere?

- Gli risponderai che hai venduto l’anima a Gesù Cristo, e che egli l’ha comperata col

prezzo del suo Sangue; se il demonio ti facesse ancora altra difficoltà, gli chiederai qual

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cosa abbia egli fatto per l’anima tua. Al contrario Gesù Cristo ha sparso tutto il suo

Sangue per liberarla dall’inferno e condurla seco lui al paradiso.

- Dal paradiso potrò vedere i miei compagni dell’Oratorio, ed i miei genitori?

- Si, dal paradiso vedrai tutte le vicende dell’Oratorio, vedrai i tuoi genitori, le cose |

p. 105 | che li riguardano, ed altre cose mille volte ancor più belle.

- Potrò venire a fare loro qualche visita?

- Potrai venire, purché tal cosa torni a maggior gloria di Dio.

Queste e moltissime dimande andava facendo, e sembrava una persona che avesse

già un piede sulle porte del paradiso e che prima d’entrarvi volesse bene informarsi delle

cose che entro vi erano.

CAPO XXIII

 Dà l'addio a’ suoi compagni

Il mattino di sua partenza fece co’ suoi compagni l’esercizio della buona morte con

tale trasporto di divozione nel confessarsi e nel comunicarsi, che io, che ne fui testimonio,

non so come esprimerlo. Bisogna, egli diceva, che faccia bene questo esercizio,

perché spero che sarà per me veramente quello della mia buona morte. Ché se mi

accadesse di morire per la strada, sarei già comunicato. Il rimanente della mattinata lo

impiegò tutto per mettere in sesto le cose sue. Aggiustò il baule mettendo ogni oggetto

come se non dovesse toccarlo mai più. Dopo andava visitando un per uno i suoi

compagni, a chi dava un consiglio, avvisava questo ad emendarsi di un difetto,

incoraggiava quell’altro a perseverare nel bene. Ad uno cui doveva ri-| p. 106 |-mettere

due soldi, il chiamò e gli disse: Vien qua, aggiustiamo i nostri conti, altrimenti tal cosa

mi cagionerà imbrogli nell’aggiustamento de’ conti col Signore. Parlò ai confratelli della

Società dell’Immacolata Concezione, e colle più animate espressioni li incoraggiava ad

essere costanti nell’osservanza delle promesse fatte a Maria SS. ed a riporre in lei la più

viva confidenza. Al momento di partire mi chiamò e dissemi queste precise parole: Ella

adunque non vuole questa mia carcassa (carcame ovvero scheletro) ed io sono costretto

a portarla a Mondonio. Il disturbo sarebbe di pochi giorni,... poi sarebbe tutto finito;

tuttavia sia fatta la volontà di Dio. Se va a Roma, si ricordi della commissione

dell’Inghilterra presso il Papa; preghi affinché io possa fare una buona morte e a rivederci

in paradiso. Eravamo giunti alla porta che mette fuori dell’Oratorio, ed egli mi

teneva tuttora stretta la mano quando si volta ai compagni che lo intorniavano e disse:

Addio, amati compagni, addio tutti, pregate per me e a rivederci colà dove saremo

sempre col Signore. Era sulla porta del cortile, quando lo vedo tornare indietro e dirmi:

- Mi faccia un regalo da conservare per sua memoria.

- Dimmi che regalo ti aggrada e te lo farò sull’istante. Vuoi tu un libro?

- No: qualche cosa di meglio. - Vuoi danaro pel viaggio?

| p. 107 |

- Sì appunto: danaro pel viaggio dell’eternità. Ella ha detto che ha ottenuto dal Papa

alcune indulgenze plenarie in articolo di morte, metta anche me nel numero di quelli che

ne possono partecipare.

- Sì, mio figlio, tu puoi ancora essere compreso in quel numero e vo subito a scrivere

il tuo nome in quella carta.

Dopo di che egli lasciava l’Oratorio dove era stato circa tre anni con tanto piacere per

sé, con tanta edificazione de’ suoi compagni e de’ medesimi suoi superiori, e lo lasciava

per non ritornarvi mai più.

Noi eravamo tutti maravigliati di quei suoi insoliti saluti. Sapevamo che egli pativa

molti incomodi di salute, ma poiché si teneva quasi sempre fuori di letto, non facevamo

gran caso della sua malattia. Di più avendo un’aria costantemente allegra, niuno dal

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volto poteva scorgere, che egli patisse malori di corpo o di spirito. E sebbene quegli

insoliti saluti ci avessero posti in. afflizione, avevamo però la speranza di rivederlo

presto a ritornare fra noi. Ma non era così, egli era maturo pel cielo; nel breve corso di

vita erasi già guadagnata la mercede dei giusti, come se fosse vissuto a molto avanzata

età, ed il Signore lo voleva sul fiore degli anni chiamare a sé per liberarlo da’ pericoli in

cui spesso fanno naufragio anche le anime più buone.

| p. 108 |

CAPO XXIV

 Andamento di sua malattia - Ultima confessione, riceve il Viatico - Fatti edificanti

Partiva il nostro Domenico da Torino il primo marzo alle due pomeridiane in compagnia

di suo padre, e il suo viaggio fu buono: anzi pareva che la vettura, la varietà de’

paesi, la compagnia de’ parenti gli avessero fatto del bene. Onde giunto a casa, per

quattro giorni non si pose a letto. Ma veduto che gli si diminuivano le forze e l’appetito,

e che la tosse si mostrava ognor più forte, fu giudicato bene di mandarlo a farsi visitare

dal medico. Questi trovò il male assai più grave che non appariva. Comandò che

andasse a casa e si mettesse tosto a letto, e giudicando che fosse malattia

d’infiammazione fece uso dei salassi.

È proprio dell’età giovanile il provare grande apprensione pei salassi. Perciò il chirurgo

nell’atto di cominciare l’operazione esortava Domenico a voltare altrove la faccia, aver

pazienza e farsi coraggio. Egli si pose a ridere e disse: Che è mai una piccola puntura in

confronto dei chiodi piantati nelle mani e nei piedi dell’innocentissimo nostro Salvatore?

Quindi con tutta pacatezza d’animo, faceziando e senza dar segno del minimo

turbamento mirava il sangue ad uscire dalle vene in tutto il tempo dell’operazione. Fatti

alcuni salassi, la ma-| p. 109 |-lattia sembrava volgere in meglio; così assicurava il

medico, così credevano i parenti: ma Domenico giudicava altrimenti. Guidato dal

pensiero che è meglio prevenire i Sacramenti, che perdere i Sacramenti, chiamò suo

padre: Papà! gli disse, è bene che facciamo un consulto col medico celeste. Io desidero

di confessarmi e di ricevere la santa comunione.

I genitori che eziandio giudicavano la malattia in istato di miglioramento udirono con

pena tale proposta, e solo per compiacerlo fu mandato a chiamare il Prevosto, che lo

venisse a confessare. Venne questi prontamente per la confessione, poscia sempre per

compiacerlo gli portò il Santo Viatico. Ognuno può immaginarsi con quale divozione e

raccoglimento siasi comunicato. Tutte le volte che si accostava ai santi Sacramenti

sembrava sempre un san Luigi. Ora che egli giudicava essere veramente quella l’ultima

comunione della sua vita, chi potrebbe esprimere il fervore, gli slanci di teneri affetti che

da quell’innocente cuore uscirono verso l’amato suo Gesù?

Richiamò allora alla memoria le promesse fatte nella prima comunione. Disse più

volte: sì, sì, o Gesù, o Maria, voi sarete ora e sempre gli amici dell’anima mia. Ripeto e

lo dico mille volte: morire, ma non peccati. Terminato il ringraziamento, tutto tranquillo

disse: Ora sono contento; è vero che debbo fare il lungo viaggio del-| p. 110 |-l’eternità,

ma con Gesù in mia compagnia ho nulla a temere. Oh! dite pur sempre, ditelo a tutti:

chi ha Gesù per suo amico e compagno non teme più alcun male, nemmeno la

morte.

La sua pazienza fu esemplare in tutti gli incomodi sofferti nel corso della vita; ma in

questa ultima malattia apparve un vero modello di santità.

Non voleva che alcuno lo aiutasse negli ordinari bisogni. Finché potrò, diceva egli,

voglio diminuire il disturbo a’ miei cari genitori; essi hanno già tollerati tanti incomodi e

tante fatiche per me; potessi io almeno in qualche modo ricompensarli! Prendeva con

indifferenza i rimedi anche i più disgustosi; si sottomise a dieci salassi senza dimostrare

il minimo risentimento.

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Dopo quattro giorni di malattia, il medico si rallegrò coll’infermo, e disse ai parenti:

Ringraziamo la divina Provvidenza, siamo a buon punto, il male è vinto, abbiamo

soltanto bisogno di fare una giudiziosa convalescenza. Godevano di tali parole i buoni

genitori. Domenico però si pose a ridere e soggiunse: il mondo è vinto, ho soltanto

bisogno di fare una giudiziosa comparsa davanti a Dio. Partito il medico, senza lusingarsi

di quanto eragli stato detto, chiese che gli fosse amministrato il Sacramento dell’Olio

Santo. Anche quivi i parenti accondiscesero per compiacerlo, perciocché né essi, né il

prevosto scorgevano | p. 111 | in lui alcun pericolo prossimo di morte, anzi la serenità

del sembiante e la giovialità delle parole il facevano realmente giudicare in istato di

miglioramento. Ma egli o fosse mosso da sentimenti di devozione, oppure fosse così

inspirato da voce divina che gli parlasse al cuore, fatto sta che contava i giorni e le ore

di vita come si calcolano colle operazioni dell’aritmetica, ed ogni momento era da lui

impiegato a prepararsi a comparire dinanzi a Dio. Prima di ricevere l’Olio Santo fece

questa preghiera: Oh Signore, perdonate i miei peccati, io vi amo, vi voglio amare in

eterno! Questo Sacramento, che nella vostra infinita misericordia permettete che io

riceva, scancelli dall’anima mia tutti i peccati commessi coll’udito, colla vista, colla

bocca, colle mani e co’ piedi; sia il mio corpo e l’anima mia santificata dai meriti della

vostra passione: così sia.

Egli rispondeva a ciascuna occorrenza con tale chiarezza di voce e giustezza di concetti,

che noi l’avremmo detto in perfetto stato di salute.

Eravamo al 9 marzo, quarto di sua malattia, ultimo di sua vita. Gli erano già stati

praticati dieci salassi con altri rimedi e le sue forze erano intieramente prostrate, perciò

gli fu data la benedizione papale. Disse egli stesso il Confiteor, rispondeva a quanto

diceva il sacerdote. Quando intese a darsi che con quell’atto religioso il Papa gli

compartiva la benedizione apostolica col-| p. 112 |-l’indulgenza plenaria, provò la più

grande consolazione. Deo gratias, andava dicendo, et semper Deo gratias. Quindi si

volse al crocifisso e recitò questi versi che gli erano molto famigliari nel corso della vita:

Signor, la libertà tutta, vi dono,

Ecco le mie potenze, il corpo mio,

Tutto vi do, che tutto è vostro, o Dio,

E nel vostro voler io m'abbandono.

CAPO XXV

 Suoi ultimi momenti e sua preziosa morte

E verità di fede che l’uomo raccoglie in punto di morte il frutto delle opere sue. Quae

seminaverit homo, haec et metet. Se in vita sua ha seminato opere buone, egli raccoglierà

in quegli ultimi momenti frutti di consolazione; se ha seminato opere cattive,

allora raccoglierà desolazione sopra desolazione. Nulladimeno avviene talvolta che anime

buone dopo una santa vita provino terrore e spavento all’avvicinarsi l’ora della morte.

Questo accade secondo gli adorabili decreti di Dio, che vuole purgare quelle anime dalle

piccole macchie che forse hanno contratto in vita e così assicurare e rendere loro più

bella la corona di gloria in cielo. Del nostro Savio non fu tosi. Io credo che Iddio abbia

voluto dargli tutto quel centuplo che alle anime dei giusti egli fa precedere alla gloria del

paradiso. Difatto l’innocenza con-| p. 113 |-servata fino all’ultimo momento di vita, la

sua viva fede, e le continue preghiere, le lunghe sue penitenze e la vita tutta seminata

di tribolazioni gli meritarono certamente quel conforto in punto di morte.

Egli adunque vedeva appressarsi la morte colla tranquillità dell’anima innocente; anzi

sembrava che nemmeno il suo corpo provasse gli affanni e le oppressioni che sono

inseparabili dagli sforzi che naturalmente l’anima deve fare nel rompere i legami del

corpo. Insomma la morte del Savio si può chiamare piuttosto riposo, che morte.

41

Era la sera del 9 marzo 1857, egli aveva ricevuto tutti i conforti di nostra santa

cattolica religione. Chi l’udiva soltanto a parlare e ne rimirava la serenità del volto,

avrebbe in lui ravvisato chi giace a letto per riposo. L’aria allegra, gli sguardi tuttora

vivaci, piena cognizione di se stesso, erano cose che facevano tutti maravigliare e niuno

fuori di lui poteva persuadersi che egli si trovasse in punto di morte.

Un’ora e mezzo prima che tramandasse l’ultimo respiro il prevosto l’andò a visitare, e

al vederne la tranquillità lo stava con istupore ascoltando a raccomandarsi l’anima. Egli

faceva frequenti e prolungate giaculatorie, che tendevano tutte a manifestare il vivo di

lui desiderio di andare presto in cielo. Quale cosa suggerire per raccomandare l’anima ad

agonizzanti di questa fatta? disse il prevosto. Dopo aver recitato con lui alcune

preghiere, il paroco | p. 114 | era per uscire, quando Savio lo chiamò dicendo: signor

prevosto, prima di partire mi lasci qualche ricordo. - Per me, rispose, non saprei che

ricordo lasciarti. - Qualche ricordo, che mi conforti. - Non saprei dirti altro se non che ti

ricordi della passione del Signore. Deo gratias, rispose, la passione di nostro Signor

Gesù Cristo sia sempre nella mia, mente, nella mia bocca, nel mio cuore. Gesù,

Giuseppe e Maria, assistetemi in questa ultima agonia; Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in

pace con voi l’anima mia. Dopo tali parole si addormentò e prese mezz’ora di riposo.

Indi svegliatosi volse uno sguardo ai suoi parenti: papà, disse, ci siamo.

- Eccomi, figliuol mio, che ti abbisogna?

- Mio caro papà, è tempo; prendete il mio Giovane provveduto(11) e leggetemi le

preghiere della buona morte.

A queste parole la madre ruppe in pianto e si allontanò dalla camera dell'infermo. Al

padre scoppiava il cuore di dolore, e le lagrime gli soffocavano la voce; tuttavia si fece

coraggio e si mise a leggere quella preghiera. Egli ripeteva attentamente e distintamente

ogni parola; ma infine di ciascuna parte voleva dire da solo: Misericor-| p. 115 |-dioso

Gesù, abbiate pietà di me. Giunto alle parole: Quando finalmente l’anima mia comparirà

davanti a voi, e vedrà per la prima volta lo splendore immortale della vostra maestà,

non la rigettate dal vostro cospetto, ma degnatevi di ricevermi nel seno amoroso della

vostra misericordia, affinché io canti eternamente le vostri lodi; ebbene, soggiunse,

questo è appunto quello che io desidero. Oh caro papà, cantare eternamente le lodi del

Signore! Poscia parve prendere di nuovo un po’ di sonno a guisa di chi riflette

seriamente a cosa di grande importanza. Di lì a poco si risvegliò e con voce chiara e

ridente: Addio, caro papà, addio: il prevosto voleva ancora dirmi altro, ed io non posso

più ricordarmi... Oh! che bella cosa io vedo mai... Così dicendo e ridendo con aria di

paradiso spirò colle mani giunte innanzi al petto in forma di croce senza fare il minimo

movimento. Va pure, anima fedele al tuo Creatore, il cielo ti è aperto, gli angioli ed i

santi ti hanno preparata una gran festa; quel Gesù che tanto amasti t’invita e ti chiama

dicendo: Vieni, servo buono e fedele, vieni, tu hai combattuto, hai riportato vittoria, ora

vieni al possesso di un gaudio che non ti mancherà mai più: Intra in gaudium Domini

tui.

| p. 116 |

CAPO XXVI

 Annunzio di sua morte. Parole del prof. D. Picco ai suoi allievi

Quando il padre di Domenico il vide proferire parole nel modo che abbiamo riferito, e

poi piegare il capo come per riposare, pensavasi realmente che avesse di nuovo preso

sonno. Lo lasciò alcuni istanti in quella posizione, ma tosto volle chiamarlo, e si accorse

11 Con questo nome indicava un libro totalmente diretto alla gioventù che ha per titolo: il Giovane

Provveduto per la pratica de suoi doveri, degli esercizi di cristiana pietà, per la recita dell’uffizio della B.

Vergine, dei vespri di tutto l’anno e dell’uffizio dei morti ecc.

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che egli era già fatto cadavere. Lascio ad ognuno immaginare la desolazione dei genitori

per la perdita di un figliuolo che alla innocenza, alla pietà univa i modi più graziosi e più

atti a farsi amare!

Noi pure quivi nella casa dell’Oratorio eravamo ansiosi di avere notizie di questo

venerato amico e compagno; quando ricevo dal padre di lui una lettera che incominciava

così: «Colle lagrime agli occhi le annunzio la più trista novella: il mio caro figliuolo

Domenico, di lei discepolo, qual candido giglio, qual Luigi Gonzaga, rese l’anima al

Signore ieri sera 9 del corrente mese di marzo dopo di aver nel modo più consolante

ricevuto i santi Sacramenti e la benedizione papale».

Tale notizia pose, in costernazione i suoi compagni. Chi piangeva in lui la perdita di un

amico, di un. consigliere fedele; chi sospirava di aver perduto un modello di vera pietà.

Alcuni si radunarono a pregare | p. 117 | pel riposo dell’anima di lui. Ma il maggior

numero andavano dicendo: Egli era santo, ora è già in paradiso. Altri cominciarono a

raccomandarsi a lui come ad un protettore presso Dio. Tutti poi andarono a gara per

avere qualche oggetto che avesse appartenuto a lui.

Recata quella notizia al prof. D. Picco, ne fu profondamente addolorato. Come furono

radunati i suoi alunni, tutto commosso partecipava loro il tristo annunzio con queste

parole:

«Non è molto tempo, o giovani carissimi, parlandovi a caso della caducità della vita

umana, vi faceva osservare come la morte non risparmii talvolta anche la vostra florida

età, e per esempio vi adduceva, come or son due anni, in questi stessi giorni

frequentava questa medesima scuola, sedeva qui presente ad ascoltarmi un giovane

pieno di vita e di vigore, il quale, dopo l’assenza di pochi giorni, passava da questa vita,

dai parenti e dagli amici compianto(12). Quando io vi rammentava quel caso doloroso era

ben lungi dal pensare che il presente anno avesse ad essere funestato da un somigliante

duolo, e che tale esempio si avesse a rinnovare sì presto in uno di quelli stessi che mi

ascoltavano. Sì, miei cari, io debbo amareggiarvi con una dolorosa nuova. La falce della

morte | p. 118 | mieteva ieri l’altro la vita di uno tra i più virtuosi vostri compagni, del

buon giovinetto Domenico Savio. Voi forse vi ricorderete, come negli ultimi giorni, in cui

frequentò la scuola, si mostrasse tormentato da una tosse maligna, che già mi faceva

presagire una seria malattia, onde nissuno di noi si stupì quando udimmo che era stato

da quella obbligato ad assentarsi dalla scuola. Per meglio curare il suo morbo, e già prevedendo,

come replicatamente disse ad alcuni, il suo prossimo fine, egli secondò il

consiglio de’ medici e de’ suoi superiori, e andò in seno della famiglia. Quivi la violenza

del male si sviluppai oltre modo e dopo soli quattro giorni di malattia rese l’innocente

suo spirito al Creatore.

Io lessi ieri la lettera, con cui il desolato genitore dava la dolorosa nuova, e questa

nella sua semplicità faceva tale pittura della santa morte di quell’angelo, che mi

commosse fino alle lagrime. Egli non trova espressioni più acconcie a lodare l’amato suo

figliuolo che col chiamarlo un altro S. Luigi Gonza sì nella santità della vita come nella

beata rassegnazione alla morte. Io vi assicuro che assai mi duole, che egli abbia

frequentato sì poco la mia scuola, e che in questo breve tempo la sua poca sanità non

mi abbia permesso di conoscerlo o praticarlo più che si può fare in una scuola alquanto

numerosa. Perciò io lascio a’ suoi superiori il dirvi quale fosse la santità dei suoi

sentimenti, quale | p. 119 | il suo fervore nella divozione e nella pietà; lascio a’ suoi

compagni ed amici, che quotidianamente lo avevano seco, e con lui domesticamente

conversavano, il dirvi la modestia de’ suoi costumi e di ogni suo portamento, la severità

de’ suoi discorsi; lascio a’ suoi parenti il dirvi quale fosse la sua obbedienza, il suo

rispetto, la sua docilità. E che potrò io ricordarvi che a tutti voi non sia già noto? Io altro

non dirò se non che sempre si rese commendevole pel suo contegno e per la sua tranquillità

nella scuola, per la sua diligenza ed esattezza nell’adempimento di ogni suo

12 Leone Cocchis studente di 2a Retorica, giovanetto di belle speranze, morto il 25 marzo 1855 in età di 15

anni.

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dovere, e per la sua continua attenzione a’ miei insegnamenti, e che io sarei beato se

ognuno di voi si proponesse di seguirne il santo esempio.

Prima ancor che l’età e gli studi gli permettessero di frequentare la nostra scuola,

essendo egli da tre anni annoverato tra quelli che hanno ricetto ed istruzione presso

l’Oratorio di S. Francesco di Sales, io ne aveva più volte udito a fare parola dal direttore

di quell’Oratorio, e lo aveva udito ad encomiare come uno tra i più studiosi e virtuosi

giovani di quella casa. Tale era il suo ardore nello studio, tale il rapido progresso che

aveva fatto nelle prime scuole di latinità; che sommo era il mio desiderio di porlo nel

numero de’ miei allievi e grande era l’aspettazione che io aveva della felicità del suo

ingegno. E prima di averlo in iscuola già l’aveva annunciato ad alcuno | p. 120 | de’ miei

allievi come un emulo, con cui bello sarebbe stato il gareggiare non meno nello studio

che nella virtù. E nelle frequenti mie visite all’Oratorio scorgendo in lui una fisionomia sì

dolce, quale voi sapete essere stata la sua, scorgendo quel suo sguardo sì innocente,

mai nol vedeva che non mi sentissi tratto ad amarlo e ad ammirarlo. Alle belle speranze,

che io ne aveva concepite, certamente egli non venne meno allorché nel presente anno

scolastico prese a frequentare la mia scuola. A voi mi appello, giovani dilettissimi, che

siete stati testimoni del suo raccoglimento e della sua applicazione non solamente nel

tempo che il dovere lo chiamava ad ascoltarmi, ma in quello eziandio, il quale per lo più

non si fanno scrupolo di perdere molti giovanetti, i quali non sono privi di docilità e

diligenza. A voi domando, che gli eravate compagni non solo nella scuola, ma pur anche

negli usi domestici della vita, se mai lo avete veduto a far cosa che lo mostrasse

dimentico di alcuno dei suoi doveri.

Parmi ancora di vederlo, quando con quella modestia, che era tutta sua propria,

entrava nella scuola, prendeva il suo luogo e in tutto il tempo dell’ingresso, lungi dal

vano cicaleccio consueto dei giovani della sua età, ripeteva la sua lezione, scriveva

annotazioni, oppure si tratteneva in qualche utile lettura; e quindi cominciata la scuola

con quale applicazione io vedeva quel suo angelico volto pendere dalle mie | p. 121 |

parole! Perciò non fa maraviglia se non ostante la sua tenera età e la sua poca salute

fosse grandissimo il profitto che col suo ingegno dagli studi ricavava. E prova ne sia che

in un considerevole numero di giovani, la maggior parte di più che mediocre ingegno,

benché già covasse in seno la malattia, che alfine lo trasse alla tomba, e fosse perciò

obbligato a frequenti assenze, tuttavia egli tenne quasi sempre i primi posti della sua

classe. Ma una cosa destava in modo affatto particolare la mia attenzione, e traeva a sé

la mia ammirazione, ed era il vedere come quella giovanile sua mente si mostrasse unita

con Dio, ed affettuosa e fervida nelle preghiere. Ella è cosa consueta anche nei giovani

meno dissipati, che tratti dalla naturale vivacità e dalle distrazioni, a cui va soggetta

questa fervida vostra età, pochissima riflessione facciano al senso delle orazioni, cui

sono invitati a recitare e quasi con nessuno affetto del cuore le accompagnino. Onde

avviene che in gran parte di essi niente altro vi ha che le labbra e la voce. Ora se così

abituale è la distrazione della gioventù anche nelle preghiere che indirizzano al Signore

nel silenzio e nella tranquillità delle chiese, oppure nella solitudine delle proprie celle,

nelle quotidiane orazioni, voi, o giovani, lo sapete quanto questo avvenga più facilmente

in quelle brevissime preghiere che sogliono dirsi prima e dopo le lezioni della scuola. Ed

è appunto in queste che mi fu dato di | p. 122 | pietà, e l’unione dell’anima sua con Dio.

Quante volte io l’osservai con quel suo sguardo rivolto al cielo, al cielo che sì presto

doveva essere la sua dimora, raccogliere tutti i suoi sentimenti, e con quell’atto offrirli al

Signore ed alla Beatissima sua madre, con quella pienezza di affetti che appunto

richiedono le recitate preghiere! E questi sentimenti, o amatissimi giovani, erano poi

quelli, che animavano i suoi pensieri nel compiere ogni suo dovere, erano quelli, che

ogni suo atto, ogni sua parola santificavano, che tutta la stia vita interamente dirigevano

alla gloria di Dio. O beati quei giovani che a tali concetti s’inspirano! Faranno la loro

felicità in questa vita e nell’altra, e beati renderanno i parenti che li educano, i maestri

che li istruiscono, tutte le persone che si occupano del loro bene.

Dilettissimi giovani, la vita è un dono preziosissimo, che Iddio ci fece, per darci il

mezzo di acquistarci dei meriti pel cielo, e così sarà se tutto quello che noi facciamo è

tale che offerir si possa a quel supremo Donatore, come appunto faceva, il nostro

Domenico. Ma che direm noi di quel giovane, che passa tutta intera la vita dimentico

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affatto del fine a cui Dio lo ha destinato, che mai non trova un momento, in cui pensi a

dedicare i suoi affetti al Creatore, che nel suo cuore; non dà mai luogo ad alcuna

aspirazione che lo sollevi verso | p. 123 | il suo Dio? Inoltre che diremo di quel giovane

che fa quanto sta in lui per tenere da sé lontani simili sentimenti, o per combatterli o

soffocarli, se li sente vicini a penetrare nel suo cuore? Deh! riflettete alquanto sulla santa

vita e sul santo fine del carissimo vostro compagno, sulla invidiabile sorte, di cui

possiamo avere fiducia che goda; e quindi ritornando col pensiero su di voi stessi

esaminate che cosa, ancora vi manchi per somigliargli e quali voi essere vorreste, se al

par di lui vi trovaste sul punto di dovervi presentare a quel tribunale ove Dio chiederà a

tutti stretto conto di ogni più leggero mancamento. Quindi se a questo confronto voi

ritrovate che grande sia la differenza, proponetevelo per esempio, imitatene le cristiane

virtù, disponete l’anima vostra ad essere come la sua, pura e monda agli occhi di Dio,

acciocché all'improvvisa chiamata, la quale immancabilmente o tosto o tardi dovrà udirsi

da tutti noi, le possiamo rispondere coll’ilarità sul volto, col sorriso sulle labbra, come

fece l’angelico vostro condiscepolo. Ascoltate ancora un mio voto, con cui io conchiudo

queste mie parole. Se io m’accorgerò che i miei allievi diano luogo nella loro condotta ad

un notevole miglioramento, se li vedrò d’or innanzi più esatti nei loro doveri, e più

compresi nell’importanza di una vera pietà, lo crederò effetto del santo esempio del

nostro Domenico e lo riguarderò quale grazia di lassù impetrata dalle sue | p. 124 |

preghiere in premio di essergli stati per breve tempo voi compagni ed io maestro.»

Così il professore D. Picco esponeva ai suoi allievi la profonda e dolorosa sensazione

provata all’annunzio della morte del caro suo alunno Savio Domenico.

CAPO XXVII

 Emulazione per la virtù del Savio – Molti si raccomandano a lui per ottenere celesti favori, e ne

sono esauditi – Un ricordo per tutti

Chiunque ha letto le cose che abbiamo scritto intorno al giovanetto Savio Domenico,

non si maraviglierà che Dio siasi degnato di favorirlo di doni speciali, facendo risplendere

le virtù di lui in molte guise. Mentre egli ancor viveva, molti si davano sollecitudine per

seguirne i consigli, gli esempi ed imitarne le virtù; molti anche mossi dalla specchiata

condotta, dalla santità della vita, dall’innocenza de’ suoi costumi, si raccomandavano alle

sue preghiere. E si raccontano non poche grazie ottenete per le preghiere fatte a Dio dal

giovane Savio mentre egli era ancora nella vita mortale. Ma dopo morte crebbe assai

verso di lui la confidenza e la venerazione.

Appena giunse tra noi la notizia di sua morte, parecchi suoi compagni lo andavano

proclamando per santo. Si radunarono essi | p. 125 | per recitare le Litanie per un

defunto; ma invece di rispondere ora pro eo, cioè Santa Maria, pregate pel riposo

dell’anima di lui, non pochi rispondevano: ora pro nobis: Santa Maria, pregate per

noi. Perché, dicevano, a quest’ora Savio gode già la gloria del Paradiso e non ha più

bisogno delle nostre preghiere.

Altri poi soggiungevano: Se non è andato direttamente al Paradiso Domenico Savio,

che tenne una vita così pura e così santa, chi potrà, mai dirsi che ci possa andare?

Laonde fin d’allora diversi amici e compagni, che ammirarono le sue virtù in vita,

studiavano di farselo modello nel bene operare e cominciavano a raccomandarsi a lui

come a celeste protettore.

Quasi ogni giorno si raccontavano grazie ricevute ora pel corpo ora per l’anima. Io ho

veduto un giovane che pativa mal di dente che lo faceva smaniare. Raccomandatosi al

suo compagno Savio con breve preghiera, ebbe calma sull’istante, e finora non andò più

soggetto a questo desolante malore. Molti si raccomandarono per essere liberati dalle

febbri e ne furono esauditi. Io fui testimonio di uno che istantaneamente ottenne la

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grazia di essere liberato da gagliarda febbre(13). Ho sott’occhio molte relazioni di

persone che espongono celesti fa-| p. 126 |-vori da Dio ottenuti per intercessione del

Savio. Ma sebbene il carattere e l’autorità delle persone che depongono questi fatti siano

per ogni lato degne di fede, tuttavia essendo esse ancor viventi, stimo meglio di

ometterli per ora e contentarmi di riferire qui soltanto una grazia speciale ottenuta da

uno studente di filosofia, compagno di scuola di Domenico. L’anno 1858 questo giovane

incontrò gravi incomodi di salute. La sua sanità fu così alterata che dovette | p. 127 |

interrompere il corso di filosofia, assoggettarsi a molte cure e in fine dell’anno non gli fu

possibile di subire l’esame. Stavagli molto a cuore di potersi almeno preparare per

l’esame di Tutti i Santi, perciocché in tale guisa avrebbe impedito la perdita di un anno

di studio. Ma, aumentandosi i suoi incomodi, le sue speranze andavano ognor scemando.

Si recò a passare il tempo autunnale ora coi parenti in patria, ora con amici in

campagna, e già parevagli di avere alquanto migliorato nella sanità. Ma giunto a Torino

e postosi per poco tempo a studiare, egli ricadde peggio di prima. «Io era vicino agli

esami, egli depone, e la mia salute trovavasi in deplorevole stato. I malori di stomaco e

di capo mi toglievano ogni speranza di poter subire il desiderato esame, che per me era

cosa della massima importanza. Animato da quanto udiva raccontare del mio amato

compagno Domenico, volli anch’io a lui raccomandarmi facendo a Dio una novena in

onore di questo mio collega. Fra le preghiere che mi era prefisso di fare era questa: Caro

compagno, tu che a somma mia consolazione e fortuna mi fosti condiscepolo più di un

anno, tu che santamente meco gareggiavi per primeggiare nella nostra classe, tu sai

quanto io abbia bisogno di subire il mio esame. Impetrami adunque, ti prego, dal

Signore un po’ di salute, affinché io mi possa preparare.

Non era ancor compito il quinto giorno | p. 128 | della novena, quando la mia salute

cominciò a fare così notabile e rapido miglioramento, che tosto potei mettermi a

studiare, e con insolita facilità, imparare le materie prescritte e prendere benissimo

l’esame. La grazia poi non fu di un momento, imperciocché attualmente io mi trovo in

uno stato di regolare salute, che da oltre un anno non ho più goduto. Riconosco questa

grazia ottenuta da Dio per intercessione di questo mio compagno, mio famigliare in vita,

mio aiuto e conforto ora che gode la gloria del cielo. Sono oltre due mesi che tale grazia

fu ottenuta, e la mia sanità continua ad essere la medesima con grande mia consolazione

e vantaggio.»

Con questo fatto io pongo termine alla vita del giovine Savio, riservandomi a stampare

più sotto alcuni altri fatti in forma d’appendice, nel modo che sembrano tornare a

maggior gloria di Dio e vantaggio delle anime. Ora, o amico lettore, giacché fosti

benevolo di leggere quanto fu scritto di questo virtuoso giovanetto, vorrei che venissi

meco ad una conclusione che possa apportar vera utilità a me, a te e a tutti quelli cui

accadrà di leggere questo libretto; vorrei cioè che ci adoperassimo con animo risoluto ad

imitare il giovane Savio in quelle virtù che sono compatibili col nostro stato. Nella povera

sua condizione egli visse una vita la più lieta, virtuosa ed innocente, che fu coronata da

una santa morte. Imitiamolo nel modo di vivere ed avremo una doppia ca-| p. 129 |-

parra di essergli simili nella preziosa morte.

13 Tale venerazione e confidenza nel giovine Savio crebbe grandemente da che fu ivi fatto un curioso racconto

dal genitore di Domenico, che è pronto a confermare la sua asserzione in qualunque luogo e in presenza

di qualunque persona. Egli espose la cosa così: «La perdita di quel mio figliuolo, egli dice, mi fu causa di

profondissima afflizione, che si andava fomentando dal desiderio di sapere che si fosse avvenuto di lui nell’altra

vita. Dio mi ha voluto consolare. Circa un mese dopo la sua morte, una notte, dopo essere stato lungo tempo

senza poter prender sonno, mi parve di vedere spalancarsi il soffitto della camera in cui dormiva, ed ecco in

mezzo ad una grande luce comparirmi Domenico con volto ridente e giulivo, ma con aspetto maestoso ed

imponente. A quel sorprendente spettacolo io sono rimasto fuori di me. O Domenico! mi posi ad esclamare:

Domenico mio! come va? Dove sei? sei già in paradiso? Sì, padre, rispose, io sono veramente in paradiso. Deh!

io replicai, se Iddio ti ha fatto tanto favore di poter andar a godere le felicità del cielo, prega pei tuoi fratelli e

sorelle, affinché possano un giorno venir con te. Sì, sì, padre, rispose, pregherò Dio per loro affinché possano

un giorno venire con me a godere l’immensa felicità del cielo. Prega anche per me, replicai, prega per tua

madre, affinché possiamo tutti salvarci e trovarci un giorno insieme in Paradiso. Sì, sì, pregherò. Ciò detto disparve,

e la camera tornò nell’oscurità come prima.» Il padre assicura, che depone semplicemente la verità e

dice che né prima né dopo, né vegliando né dormendo, ebbe ad essere consolato da somigliante apparizione.

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Ma non manchiamo d’imitare il Savio nella frequenza del Sacramento della confessione,

che fu il suo sostegno nella pratica costante della virtù, e fu guida sicura che lo

condusse ad un termine di vita cotanto glorioso. Accostiamoci con frequenza, e con le

dovute disposizioni a questo bagno di salute nel corso della vita; ma tutte le volte che ci

accosteremo al medesimo non manchiamo di volgere un pensiero sulle confessioni

passate per assicurarci che siano state ben fatte, e se ne scorgiam il bisogno rimediamo

ai difetti che per avventura fossero occorsi. A me sembra che questo sia il mezzo più

sicuro per vivere giorni felici in mezzo alle afflizioni della vita, in fine della quale

vedremo anche noi con calma avvicinarsi il momento della morte. E allora colla ilarità sul

volto, colla pace nel cuore andremo incontro al nostro Signore Gesù Cristo, che benigno

ci accoglierà per giudicarci secondo la sua grande misericordia e condurci, siccome spero

per me e per te, o lettore, dalle tribolazioni della vita alla beata eternità, per lodarlo e

benedirlo per tutti i secoli. Così sia.

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Vita di Michele Magone (1861/1866)

G. BOSCO, Cenno biografico del giovanetto Magone Michele allievo dell’Oratorio di S.

Francesco di Sales, Torino, Tip. dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, 21866.

 Giovani Carissimi,

Tra quelli di voi, giovani carissimi, che ansiosi aspettavano la pubblicazione della vita

di Savio Domenico eravi il giovanetto Magone Michele. Esso in modo industrioso ora

dall'uno ora dall'altro raccoglieva i tratti speciali delle azioni, che di quel modello di vita

cristiana si raccontavano; adoperandosi poi con tutte le sue forze per imitarlo; ma

ardentemente desiderava che gli si porgessero insieme raccolte le virtù di colui che egli

voleva proporsi a maestro. Se non che appena poteva leggerne alcune pagine, che il

Signore ponendo fine alla sua vita mortale chiamavalo, come fondatamente si spera, a

godere la pace de' giusti in compagnia dell'amico di cui intendeva farsi imitatore.

La vita singolare o meglio romantica di questo vostro compagno eccitò in voi il pio

desiderio di vederla eziandio stampata; e me ne faceste ripetutamente dimanda. Laonde

mosso da queste dimande e dall'affetto che nutriva verso quel nostro comune amico,

mosso anche dal pensiero che questo tenue lavoro sarebbe tornato dilettevole e nel

tempo stesso utile alle anime vostre, mi sono determinato di appagarvi raccogliendo

quanto di lui avvenne sotto ai nostri occhi per darvelo stampato in un libretto.

Nella vita di Savio Domenico voi osservaste la virtù nata con lui, e coltivata fino

all'eroismo in tutto il corso della vita sua mortale.

In questa di Magone noi abbiamo un giovanetto che abbandonato a se stesso era in

pericolo di cominciar a battere il tristo sentiero del male; ma che il Signore invitò a

seguirlo. Ascoltò egli l'amorosa chiamata e costantemente corrispondendo alla grazia

divina giunse a trarre in ammirazione quanti lo conobbero, palesandosi così quanto siano

maravigliosi gli effetti della grazia di Dio verso di coloro che si adoperano per

corrispondervi.

Voi troverete qui parecchie azioni da ammirare, molte da imitare, anzi incontrerete

certi tratti di virtù, certi detti che sembrano anche superiori all'età di un giovanetto di

quattordici anni. Ma appunto perché sono cose non comuni mi parvero degne di essere

scritte. Ogni lettore per altro è sicuro della verità dei fatti; imperciocché io non feci altro

che disporre e collegare in forma storica quanto è avvenuto sotto agli occhi di una

moltitudine di viventi che ad ogni momento possono essere interrogati su quanto viene

ivi esposto.

In questa terza edizione aggiunsi parecchi fatti che non mi erano noti quando fu fatta

la prima; altri fatti poi meglio spiegati per le speciali circostanze che posteriormente da

fonti sicure ho potuto attingere intorno ai medesimi.

La divina Provvidenza che dà lezione all'uomo col chiamare quando vecchi cadenti,

quando giovanetti imberbi, ci conceda il grande favore di poterci trovare tutti preparati

in quell'ultimo momento da cui dipende la beata o la infelice eternità. La grazia di nostro

Signor Gesù Cristo sia il nostro aiuto nella vita, nella morte e ci assista nella via che

conduce al Cielo. Così sia.

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CAPO I

 Curioso incontro

Una sera di autunno ritornava da Sommariva del Bosco, e giunto a Carmagnola

dovetti attendere oltre un'ora il convoglio della ferrovia per Torino. Già suonavano le ore

sette, il tempo era nuvoloso, una densa nebbia risolvevasi in minuta pioggia. Queste

cose contribuivano a rendere le tenebre così dense, che a distanza di un passo non

sarebbesi più conosciuto uomo vivente. Il fosco lume della stazione lanciava un pallido

chiarore che a poca distanza dello scalo perdevasi nell'oscurità. Soltanto una turba di

giovanetti con trastulli e schiamazzi attraevano l'attenzione, o meglio assordavano le

orecchie degli spettatori. Le voci di aspetta, prendilo, corri, cogli questo, arresta

quell'altro servivano ad occupare il pensiero dei viaggiatori. Ma tra quelle grida

rendevasi notabile una voce che distinta alzavasi a dominare tutte le altre; era come la

voce di un capitano, che ripetevasi da compagni ed era da tutti seguita quale rigoroso

comando. Tosto nacque in me vivo desiderio di conoscere colui che con tanto ardire, e

tanta prontezza sapeva regolare il trastullo in mezzo a così svariato schiamazzo. Colgo il

destro che tutti sono radunati intorno a colui che la faceva da guida; di poi con due salti

mi lancio tra di loro. Tutti fuggirono come spaventati; un solo si arresta; si fa avanti e

appoggiando le mani sui fianchi con aria imperatoria comincia a parlare così:

- Chi siete voi, che qui venite tra i nostri giuochi?

- Io sono un tuo amico.

- Che cosa volete da noi?

- Voglio, se ne siete contenti, divertirmi e trastullarmi con te e coi tuoi compagni.

- Ma chi siete voi? Io non vi conosco.

- Te lo ripeto, io sono un tuo amico; desidero di fare un po' di ricreazione con te e coi

tuoi compagni. Ma tu chi sei?

- Io? Chi sono? Io sono, soggiunse con grave e sonora voce, Magone Michele generale

della ricreazione.

Mentre facevansi questi discorsi, gli altri ragazzi, che un panico timore aveva dispersi,

uno dopo l’altro ci si avvicinarono e si raccolsero intorno a noi. Dopo avere vagamente

indirizzato il discorso ora agli uni, ora agli altri volsi di nuovo la parola a Magone e

continuai così:

- Mio caro Magone, quanti anni hai?

- Ho tredici anni.

- Vai già a confessarli?

- Oh sì, rispose ridendo.

- Sei già promosso alla s. Comunione?

- Sì che sono già promosso, e ci sono già andato.

- Hai tu imparata qualche professione?

- Ho imparato la professione del far niente.

- Finora che cosa hai fatto?

- Sono andato a scuola.

- Che scuola hai fatto?

- Ho fatto la terza elementare.

- Hai ancora tuo padre?

- No, mio padre è già morto.

- Hai ancora la madre?

- Sì, mia madre è ancora viva e lavora a servizio altrui, e fa quanto può per dare del

pane a me ed a' miei fratelli che la facciamo continuamente disperare.

49

- Che cosa vuoi fare per l'avvenire?

- Bisogna che io faccia qualche cosa, ma non so quale.

Questa franchezza di espressioni unita ad una loquela ordinata e assennata fecemi

ravvisare un gran pericolo per quel giovane qualora fosse lasciato in quella guisa

abbandonato. D'altra parte sembravami che se quel brio, e quell'indole intraprendente

fossero coltivati, egli avrebbe fatto qualche buona riuscita: laonde ripigliai il discorso

così:

- Mio caro Magone, hai tu volontà di abbandonare questa vita da monello e metterti

ad apprendere qualche arte o mestiere, oppure continuare gli studi?

- Ma sì che ho volontà, rispose commosso, questa vita da dannato non mi piace più;

alcuni miei compagni sono già in prigione; io temo altrettanto per me; ma che cosa devo

fare? Mio padre è morto, mia madre è povera, chi mi aiuterà?

- Questa sera fa una preghiera fervorosa, al Padre nostro che è nei cieli; prega di

cuore, spera in lui, egli provvederà per me, per te e per tutti.

In quel momento la campanella della stazione dava gli ultimi tocchi, ed io doveva

partire senza dilazione. Prendi, gli dissi, prendi questa medaglia, domani va da D. Ariccio

tuo vice-paroco; digli che il prete il quale te l’ha donata desidera delle informazioni sulla

tua condotta.

Prese egli con rispetto la medaglia; ma quale è il vostro nome, di qual paese siete? D.

Ariccio vi conosce? Queste ed altre cose andava domandando il buon Magone, ma non

ho più potuto rispondere, perché essendo giunto il convoglio della ferrovia, dovetti

montare in vagone alla volta di Torino.

CAPO II

 Sua vita precedente e sua venuta all'Oratorio di s. Francesco di Sales

Il non avere potuto conoscere il prete, con cui aveva parlato, fece nascere in Magone

vivo desiderio di sapere chi egli fosse; quindi senza aspettare l'indomani si recò

immediatamente dal sig. Can. D. Ariccio raccontando con enfasi le cose udite. Il vice.

paroco comprese ogni cosa, e nel giorno seguente mi scrisse una lettera in cui dava

giusto ragguaglio delle maraviglie riguardanti alla vita del nostro generale.

«Il giovane Magone Michele, mi scriveva, è un povero ragazzo orfano di padre; la

madre dovendo pensar a dare pane alla famiglia non può assisterlo, perciò egli passa il

suo tempo nelle vie e nelle piazze coi monelli. Ha un ingegno non ordinario; ma la sua

volubilità e sbadataggine l'hanno fatto licenziare più volte dalla scuola; tuttavia egli ha

fatto abbastanza bene la terza elementare.

«In quanto alla moralità io lo credo buono di cuore e di semplici costumi; ma difficile

a domarsi. Nelle classi di scuola o di catechismo è il disturbatore universale; quando non

interviene tutto è in pace; e quando se ne va via fa un beneficio a tutti.

«L'età, la povertà, l'indole, l'ingegno lo rendono degno d'ogni caritatevole riguardo.

Egli è nato il 19 settembre nel 1845».

Dietro queste informazioni ho deciso di riceverlo tra i giovani di questa casa per

destinarlo allo studio o ad un'arte meccanica. Ricevuta la lettera di accettazione il nostro

candidato era impaziente di venire a Torino. Pensavasi egli di godere le delizie del

paradiso terrestre, e diventare padrone dei danari di tutta questa capitale.

Pochi giorni dopo me lo vedo comparire avanti. Eccomi, disse, correndomi incontro,

eccomi, io sono quel Magone Michele che avete incontrato alla stazione della ferrovia a

Carmagnola.

- So tutto, mio caro; sei venuto di buona volontà?

- Sì, sì, la buona volontà non mi manca.

50

- Se hai buona volontà, io ti raccomando di non mettermi sossopra tutta la casa.

- Oh state pure tranquillo, che non vi darò dispiacere. Pel passato mi sono regolato

male; per l’avvenire non voglio più che sia così. Due miei compagni sono già in prigione

ed io…

- Sta di buon animo; dimmi solo se ami meglio di studiare, o intraprendere un

mestiere?

- Sono disposto di fare come volete; se però mi lasciate la scelta, preferirei di

studiare.

- Posto che ti metta allo studio, che cosa ti sembra di aver in animo di fare terminate

le tue classi?

- Se un birbante... ciò disse e poi chinò il capo ridendo.

- Continua pure, che vuoi dire; se un birbante...

- Se un birbante potesse diventare abbastanza buono per ancora farsi prete, io mi

farei volentieri prete.

- Vedremo adunque che cosa saprà fare un birbante. Ti metterò allo studio; in quanto

poi al farti prete od altro, ciò dipenderà dal tuo progresso nello studio, dalla tua condotta

morale, e dai segni che darai di essere chiamato allo stato ecclesiastico.

- Se gli sforzi di una buona volontà potranno riuscire a qualche cosa, vi assicuro che

non avrete ad essere malcontento di me.

Per prima cosa gli venne assegnato un compagno, che a lui facesse da Angelo

custode. È consuetudine di questa casa che quando si riceva qualche giovanetto di

moralità sospetta o non abbastanza conosciuta si affidi ad un allievo dei più anziani

della casa, e di moralità assicurata, affinché lo assista, lo corregga secondo il bisogno

fino a tanto che si possa senza pericolo ammettere cogli altri compagni. Senza che

Magone il sapesse, nel modo più accorto e più caritatevole quel compagno non lo

perdeva mai di vista: lo accompagnava nella scuola, nello studio, nella ricreazione:

scherzava con lui, giuocava con lui. Ma ad ogni momento bisognava che gli dicesse: Non

fare questo discorso che è cattivo; non dire quella parola, non nominare il santo nome di

Dio invano. Ed egli, sebbene spesso gli apparisse l'impazienza sul volto, non altro diceva

che: bravo, hai fatto bene di avvisarmi; tu sei proprio un buon compagno. Se pel

passato avessi avuto te per compagno non avrei contratte queste pessime abitudini che

adesso non posso più abbandonare.

Nei primi giorni egli non provava gusto quasi in nessuna cosa dalla ricreazione in

fuori. Cantare, gridare, correre, saltare, schiamazzare erano gli oggetti che appagavamo

l'indole sua focosa e vivace. Quando però il compagno gli diceva: Magone, il campanello

ci invita allo studio, alla scuola, alla preghiera o simili, dava ancora un compassionevole

sguardo ai trastulli, di poi, senza opporre difficoltà andavasene ove il dovere lo

chiamava.

Ma un bel momento di vederlo era quando il campanello dava il segno del fine di

qualche dovere, cui teneva dietro la ricreazione! Sembrava che uscisse dalla bocca di un

cannone; volava in tutti gli angoli del cortile; ogni trastullo ove fosse stata impiegata

destrezza corporale formava la sua delizia. Il giuoco che noi diciamo barrarotta era a lui

prediletto e in esso era celeberrimo. Mescolando così la ricreazione agli altri doveri

scolastici egli trovava assai dolce il novello tenore di vita.

CAPO III

 Difficoltà e riforma morale

Il nostro Michele era da un mese nell'Oratorio e di ogni occupazione servivasi come di

mezzo a far passare il tempo; egli era felice purché avesse avuto campo a fare salti e

star allegro, senza riflettere che la vera contentezza deve partire dalla pace del cuore,

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dalla tranquillità di coscienza. Quando all'improvviso cominciò a scemare quell'ansietà di

trastullarsi! Appariva alquanto pensieroso, né più prendeva parte ai trastulli, se non

invitato. Il compagno che gli faceva da custode se ne accorse, e cogliendone l'occasione

un giorno gli parlò così:

- Mio caro Magone, da qualche giorno io non ravviso più nel tuo volto la solita

giovialità; sei forse male, in salute?

- Oibò, di salute sto benissimo.

- Da che adunque deriva questa malinconia?

- Questa malinconia deriva dal vedere i miei compagni a prendere parte alle pratiche

di pietà. Quel vederli allegri, pregare, accostarsi alla Confessione, alla Comunione mi

cagiona continua tristezza.

- Non capisco come la divozione degli altri possa esserti oggetto di malinconia.

- La cagione è facile a capirsi: i miei compagni che sono già buoni praticano la

religione e si fanno ancora più buoni; ed io che sono un birbante non posso prendervi

parte, e questo mi cagiona grave rimorso e grande inquietudine.

- Oh ragazzo che sei! Se ti cagiona invidia la felicità dei compagni, chi ti proibisce di

seguirne l'esempio? se hai rimorsi sulla coscienza non puoi forse levarteli?

- Levarteli... levarteli... presto detto! ma se tu fossi ne' miei panni, diresti eziandio

che…: ciò detto, crollando il capo in segno di rabbia e di commozione, fuggì in sacristia.

Il suo amico lo seguì, e come lo raggiunse: mio caro Magone, gli disse, perché mi

fuggi? Dimmi le tue pene; chissà che io non sappia suggerirti il modo di sollevarle?

- Tu hai ragione, ma io mi trovo in un pasticcio.

- Qualunque pasticcio tu abbia, avvi mezzo per aggiustarlo.

- Come mai potrò darmi pace se mi sembra di avere mille demonii in corpo?

- Non affannarti; va dal confessore, aprigli lo stato della tua coscienza; egli ti darà

tutti i consigli che ti saranno necessari. Quando noi abbiamo dei fastidi facciamo sempre

così; e perciò siamo sempre allegri.

- Questo va bene, ma... ma... intanto si mise a piangere. Passarono ancora alcuni

giorni, e la malinconia giungeva alla tristezza. Il trastullarsi tornavagli di peso; il riso non

appariva più sulle sue labbra; spesso mentre i compagni erano corpo ed anima in

ricreazione, egli si ritirava in qualche angolo a pensare, a riflettere e talvolta a piangere.

Io teneva dietro a quanto accadeva di lui, perciò un giorno lo mandai a chiamare e gli

parlai così:

- Caro Magone, io avrei bisogno che mi facessi un piacere; ma non vorrei un rifiuto.

- Dite pure, rispose arditamente, dite pure, sono disposto a fare qualunque cosa mi

comandiate.

- Io avrei bisogno che tu mi lasciassi un momento padrone del tuo cuore, e mi

manifestassi la cagione di quella malinconia che da alcuni giorni ti va travagliando.

- Si, è vero, quanto mi dite, ma... ma io sono disperato e non so come fare. Proferite

queste parole diede in un dirotto pianto. Lo lasciai disfogare alquanto; quindi a modo di

scherzo gli dissi: Come! tu sei quel generale Michele Magone capo di tutta la banda di

Carmagnola? Che generale tu sei! non sei più in grado di esprimere colle parole quanto

ti duolo nell'animo!

- Vorrei farlo, ma non so come cominciare; non so esprimermi.

- Dimmi una sola parola, il rimanente lo dirò io.

- Ho la coscienza imbrogliata.

- Questo mi basta; ho capito tutto. Aveva bisogno che tu dicessi questa parola

affinché io potessi dirti il resto. Non voglio per ora entrare in cose di coscienza; ti darò

solamente le norme per aggiustare ogni cosa. Ascolta adunque: se le cose di tua

coscienza sono aggiustate nel passato, preparati soltanto a fare una buona confessione,

esponendo quanto ti è accaduto di male dall'ultima volta che ti sei confessato. Che se

per timore o per altro motivo hai ommesso di confessare qualche cosa; oppure conosci

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qualche tua confessione mancante di alcuna delle condizioni necessarie, in questo caso

ripiglia la confessione da quel tempo in cui sei certo di averla fatta bene, e confessa

qualunque cosa ti possa dare pena sulla coscienza.

- Qui sta la mia difficoltà. Come mai potrò ricordarmi di quanto mi è avvenuto in più

anni addietro?

- Tu puoi aggiustare tutto colla massima facilità. Di' solo al confessore che hai

qualche cosa da rivedere nella tua vita passata, di poi egli prenderà il filo delle cose tue,

di maniera che a te non rimarrà più altro se non dire un sì o un no; quante volte questa

o quella cosa ti sia accaduta.

CAPO IV

 Fa la sua confessione e comincia a frequentare i Ss. Sacramenti

Magone passò quel giorno nel prepararsi a fare l'esame di coscienza; ma tanto gli

stava a cuore di aggiustare le partite dell'anima che la sera non volle andarsi a coricare

senza prima confessarsi. Il Signore, egli diceva, mi aspettò molto, questo è certo; che

poi mi voglia ancora aspettare fino a domani è incerto. Dunque se questa sera posso

confessarmi, non debbo più oltre differire; e poi è tempo di romperla col demonio. Fece

pertanto la sua confessione con grande commozione, e la interruppe più volte per dare

corso alle lagrime. Come l'ebbe terminata prima di partire dal confessore gli disse: Vi

sembra che i miei peccati mi siano tutti perdonati? se io morissi in questa notte sarei

salvo?

- Va pure tranquillo, gli fu risposto. Il Signore che nella sua grande misericordia ti

aspettò finora perché avessi tempo a fare una buona confessione, ti ha certamente

perdonati tutti i peccati; e se ne' suoi adorabili decreti egli volesse chiamarti in questa

notte all'eternità tu sarai salvo.

Tutto commosso, oh quanto mai io sono felice! soggiunse. Di poi rompendo di nuovo

in lagrime andò per prendere riposo. Questa fu per lui una notte d'agitazione, di

emozione. Egli più tardi espresse ai suoi amici le idee che in quello spazio di tempo gli

corsero per la mente.

«E difficile, soleva dire, di esprimere gli affetti che occuparono il mio povero cuore in

quella notte memoranda. La passai quasi intieramente senza prendere sonno. Rimaneva

qualche momento assopito, e tosto l'immaginazione facevami vedere l'inferno aperto

pieno di demoni. Cacciava tosto questa tetra immagine riflettendo che i miei peccati

erano stati tutti perdonati, e in quel momento sembravami di vedere una quantità di

angeli che mi facessero vedere il paradiso, e mi dicessero: Vedi che grande felicità ti è

riserbata, se sarai costante nei tuoi proponimenti!

«Giunto poi alla metà del tempo stabilito pel riposo, io era così pieno di contentezza,

di commozione e di affetti diversi, che per dare qualche sfogo all'animo mio mi alzai, mi

posi ginocchioni, e dissi più volte queste parole: Oh quanto mai sono disgraziati quelli

che cadono in peccato! ma quanto più sono infelici coloro che vivono nel peccato. Io

credo che se costoro gustassero anche un solo momento la grande consolazione che

provasi da chi si trova, in grazia di Dio, tutti andrebbero a confessarsi per placare l'ira di

Dio, dare tregua ai rimorsi della coscienza, e godere della pace del cuore. O peccato,

peccato! che terribile flagello sei tu a coloro che ti lasciano entrare nel loro cuore! Mio

Dio, per l'avvenire non voglio mai più offendervi; anzi vi voglio amare con tutte le forze

dell'anima mia; che se per mia disgrazia cadessi anche in un piccolo peccato andrò tosto

a confessarmi.

Così il nostro Magone esprimeva il suo rincrescimento di aver offeso Dio, e

prometteva di mantenersi costante nel santo divino servizio. Di fatto egli cominciò a

frequentare i Ss. sacramenti della Confessione e della Comunione; e quelle pratiche di

pietà che prima gli cagionavano ripugnanza, dopo le frequentava con grande trasporlo di

gioia. Anzi provava tanto piacere nel confessarsi, e vi andava con tanta frequenza, che il

53

confessore dovette moderarlo per impedire che non restasse dominato dagli scrupoli.

Questa malattia con grande facilità si fa strada nella mente dei giovanetti, quando

vogliono darsi davvero a servire il Signore. Il danno ne è grave, perciocché con questo

mezzo il demonio turba la mente, agita il cuore, rende gravosa la pratica della religione;

e spesso fa tornare a mala vita coloro che avevano già fatti molti passi nella virtù.

Il mezzo più facile per liberarci da tale sciagura si è l'abbandonarci all'obbedienza

illimitata del confessore. Quando esso dice che una cosa è cattiva, facciamo quanto

possiamo per non più commetterla. Dice in questa o in quell'altra azione non esservi

alcun male? Si segua il consiglio, e si vada avanti con pace ed allegria di cuore.

Insomma l'obbedienza al Confessore è il mezzo più efficace per liberarci dagli scrupoli e

perseverare nella grazia del Signore.

CAPO V

 Una parola alla gioventù

Le inquietudini e le angustie del giovane Magone da un canto, e dall'altra la maniera

franca e risoluta con cui egli aggiustò le cose de dell'anima sua, mi porge occasione di

suggerire a voi, giovani amatissimi, alcuni ricordi che credo molto utili per le anime

vostre.

Abbiateli come pegno di affetto di un amico che ardentemente desidera la vostra

eterna salvezza.

Per prima cosa vi raccomando di fare quanto potete per non cadere in peccato, ma se

per disgrazia vi accadesse di commetterne, non lasciatevi mai indurre dal demonio a

tacerlo in confessione. Pensate che il confessore ha da Dio il potere di rimettervi ogni

qualità, ogni numero di peccati. Più gravi saranno le colpe confessate, più egli godrà in

cuor suo, perché sa essere assai più grande la misericordia divina che per mezzo di lui vi

offre il perdono, ed applica i meriti infiniti del prezioso sangue di Gesù Cristo, con cui egli

può lavare tutte le macchie dell'anima vostra.

Giovani miei, ricordatevi che il confessore è un padre, il quale desidera ardentemente

di farvi tutto il bene possibile, e cerca di allontanare da voi ogni sorta di male. Non

temete di perdere la stima presso di lui confessandovi di cose gravi, oppure che egli

venga a svelarle ad altri. Perciocché il confessore non può servirsi di nessuna notizia

avuta in confessione per nessun guadagno o perdita del mondo. Dovesse anche perdere

la propria vita, non dice né può dire a chicchessia la minima cosa relativa a quanto ha

udito in confessione. Anzi posso assicurarvi che più sarete sinceri ed avrete confidenza

con lui, egli pure accrescerà la sua confidenza in voi e sarà sempre più in grado di darvi

quei consigli ed avvisi che gli sembreranno maggiormente necessari ed opportuni per le

anime vostre.

Ho voluto dirvi queste cose affinché non vi lasciate mai ingannare dal demonio

tacendo per vergogna qualche peccato in confessione. Io vi assicuro, o giovani cari, che

mentre scrivo mi trema la mano pensando al gran numero di cristiani che vanno

all'eterna perdizione, soltanto per aver taciuto o non aver esposto sinceramente certi

peccati in confessione! Se mai taluno di voi ripassando la vita trascorsa venisse a

scorgere qualche peccato volontariamente omesso, oppure avesse solo un dubbio

intorno alla validità di qualche confessione, vorrei tosto dire a costui: Amico, per amore

di Gesù Cristo, e pel sangue prezioso che egli sparse per salvare l'anima tua, ti prego di

aggiustare le cose di tua coscienza la prima volta che andrai a confessarti, esponendo

sinceramente quanto ti darebbe pena se ti trovassi in punto di morte. Se non sai come

esprimerti, di' solamente al confessore che hai qualche cosa che ti dà pena nella vita

passata.

Il confessore ne ha abbastanza; seconda solo quanto egli ti dice, e poi sta sicuro che

ogni cosa sarà aggiustata.

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Andate con frequenza a trovare il vostro confessore, pregate per lui, seguite i suoi

consigli. Quando poi avrete fatta la scelta di un confessore che conoscete adattato pei

bisogni dell'anima vostra, non cangiatelo più senza necessità. Finché voi non avete un

confessore stabile, in cui abbiate tuta la vostra confidenza, a voi mancherà sempre

l'amico dell'anima. Confidate anche nelle preghiere del confessore il quale nella santa

messa prega ogni giorno pe' suoi penitenti, affinché Dio loro conceda di fare buone

confessioni e possano perseverare nel bene; pregate anche voi per lui.

Potete però senza scrupolo cangiare confessore quando voi o il confessore cangiaste

dimora e vi riuscisse di grave incomodo il recarvi presso di lui, oppure fosse ammalato, o

in occasione di solennità ci fosse molto concorso preso il medesimo. Parimente se aveste

qualche cosa sulla coscienza che non osaste manifestare al confessore ordinario,

piuttosto di fare un sacrilegio cangiate non una ma mille volte il confessore.

Che se mai questo scritto fosse letto da chi è dalla divina provvidenza destinato ad

ascoltar le le confessioni della gioventù, vorrei, omettendo molte altre cose, umilmente

pregarlo a permettermi di dirgli rispettosamente:

1° Accogliete con amorevolezza ogni sorta di penitenti, ma specialmente i giovanetti.

Aiutateli ad esporre le cose di loro coscienza; insistete che vengano con frequenza a

confessarsi. È questo il mezzo più sicuro per tenerli lontani dal peccato. Usate ogni

vostra industria affinché mettano in pratica gli avvisi che loro suggerite per impedire le

ricadute. Correggeteli con bontà, ma non isgridateli mai; se voi li sgridate, essi non

vengono più a trovarvi, oppure tacciono quello per cui avete loro fatto aspro rimprovero.

2° Quando sarete loro entrato in confidenza, prudentemente fatevi strada ad indagare

se le confessioni della vita passata siano ben fatte. Perocché autori celebri in morale ed

in ascetica e di lunga esperienza, e specialmente un'autorevole persona che ha tutte le

garanzie della verità, tutti insieme convengono a dire che per lo più le prime confessioni

dei giovanetti se non sono nulle, almeno sono difettose per mancanza di istruzione, o

per ommissione volontaria di cose da confessarsi. Si inviti il giovinetto a ponderare bene

lo stato di sua coscienza particolarmente dai sette sino ai dieci, ai dodici anni. In tale età

si ha già cognizione di certe cose che sono grave male, ma di cui si fa poco conto,

oppure si ignora il modo di confessarle. Il confessore faccia uso di grande prudenza e di

grande riserbatezza, ma non ometta di fare qualche interrogazione intorno alle cose che

riguardano alla santa virtù della modestia.

Vorrei dire molte cose sul medesimo argomento, ma le taccio perché non voglio farmi

maestro in cose, di cui non sono che povero ed umile discepolo. Qui ho detto queste

poche parole che nel Signore mi sembrano utili alle anime della gioventù, al cui bene

intendo di consacrare tutto quel tempo che al Signore Dio piacerà lasciarmi vivere in

questo mondo. Ora fo ritorno al giovane Magone.

CAPO VI

 Sua esemplare sollecitudine per le pratiche di pietà

Alla frequenza dei sacramenti della Confessione e della Comunione egli unì uno spirito

di viva fede, un'esemplare sollecitudine, un contegno edificante in tutte le pratiche di

pietà. Nella ricreazione egli sembrava un cavallo sbrigliato; in chiesa poi non trovava

posto o modo che gli piacesse; ma poco per volta giunse a starvi con tale raccoglimento

che l'avreste messo a modello di qualunque fervoroso cristiano. Si preparava a dovere

per l'esame di confessione; al confessionale lasciava che altri passasse avanti prima di

lui; ed egli sempre raccolto e paziente attendeva che potesse comodamente appressarsi

al confessore. Fu talvolta veduto durarla quattro ed anche cinque ore raccolto, immobile

e ginocchioni sul nudo pavimento per attendere l’opportunità di confessarsi. Un

compagno volle far prova d’imitarlo; ma dopo due ore cadde di sfinimento, né mai più

cercò d’imitare il suo amico in quel genere di penitenza. Questo sembrerebbe quasi

incredibile in quella tenera età se chi scrive non ne fosse stato testimonio oculare.

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Ascoltava con grande piacere a parlare del modo edificante con cui Savio Domenico si

accostava ai sacramenti della Confessione e Comunione, ed egli si adoperava con tutte

le forze per imitarlo.

Quando venne in questa casa lo stare in chiesa era per lui fatica appena sopportabile;

alcuni mesi dopo provava grande consolazione per le funzioni religiose comunque

prolungate. Ciò che si fa in chiesa, egli diceva, si fa pel Signore, ciò che si fa pel Signore

non si perde più. Un giorno erasi già dato il segno delle sacre funzioni, ed un compagno

lo esortava a voler ancora condurre a termine la partita. Sì, rispose, mi fermo ancora, se

tu mi dai la paga che mi dà il Signore. A tali parole quegli si tacque, e andò con lui a

compiere quel religioso dovere.

Un altro compagno gli disse una volta: «Non ti senti annoiato delle funzioni quando

sono tanto lunghe?».

O ragazzo, ragazzo, tu sei come io era una volta, rispose; tu non conosci le cose utili.

Non sai che la chiesa è la casa del Signore? più staremo in casa sua in questo mondo,

maggiore speranza abbiamo di stare poi eternamente con lui nella chiesa trionfante del

paradiso. Anzi se coll'uso si acquista diritto nelle cose temporali, perché non si

acquisterà nelle spirituali? quindi stando noi nella casa materiale del Signore in questo

mondo, acquistiamo il diritto di andare un giorno con lui in cielo».

Dopo l'ordinario ringraziamento della confessione e comunione e dopo le sacre

funzioni egli si fermava accanto all'altare del SS. Sacramento, o davanti a quello della

Beata Vergine a fare speciali preghiere. Egli era talmente attento, raccolto e composto

nella persona che pareva insensibile ad ogni cosa esterna. Talvolta i compagni uscendo

di chiesa e passandogli vicino lo urtavano; spesso inciampavano ne' suoi piedi ed anche

glieli calpestavano. Ma egli come se nulla avvenisse proseguiva tranquillo la sua

preghiera o meditazione.

Aveva poi molta stima per tutte le cose di divozione. Una medaglia, una piccola croce,

una immagine erano per lui oggetti di grande venerazione. In qualunque momento

avesse inteso che si distribuisse la s. Comunione, si recitasse qualche preghiera, o si

cantasse qualche lode, fosse in chiesa, o fuori di chiesa, egli tosto interrompeva la

ricreazione, e si recava a prendere parte a quel canto, o a quella pratica di pietà.

Amava assai il canto e poiché aveva una voce argentina e gratissima si applicava

anche allo studio della musica. In poco tempo acquistò cognizioni da poter prendere

parte a pubbliche e solenni funzioni. Ma assicurava, e lo lasciò scritto, che egli non

avrebbe giammai voluto sciogliere il labbro a proferire una sola parola che non si

potesse indirizzare a maggior gloria di Dio. Pur troppo, egli diceva, questa mia lingua

non ha fatto pel passato quello che doveva fare; almeno per l'avvenire potessi rimediare

al passato! In un foglietto fra i suoi proponimenti eravi questo: O mio Dio, fate che

questa mia lingua resti secca in mezzo ai denti prima di proferire ancora una parola a voi

dispiacevole.

L'anno 1858 prendeva parte alle funzioni che nella novena del SS. Natale avevano

luogo in un ritiro di questa capitale. Una sera i compagni andavano decantando il buon

esito di una parte fatta da lui nel canto di quella giornata. Egli confuso si ritirò in

disparte pieno di malinconia. Interrogatone del motivo si mise a piangere dicendo: Ha

lavorato invano, poiché mi sono compiaciuto quando cantava ed ho perduto la metà del

merito; ora queste lodi mi fanno perdere l'altra metà; e per me nulla più rimane che la

stanchezza.

CAPO VII

 Puntualità ne' suoi doveri

La sua indole focosa, la sua fervida immaginazione, il suo cuore pieno di affetti lo

portavano naturalmente ad essere vivace e a primo aspetto dissipato. Per altro a tempo

debito egli sapeva contenersi e comandare a se stesso. La ricreazione, come si è detto,

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la faceva compiuta. Tutti i lati dell'ampio cortile di questa casa in pochi minuti erano

battuti dai piedi del nostro Magone. Né eravi trastullo in cui egli non primeggiasse. Ma

dato il segno dello studio, della scuola, del riposo, della mensa, della chiesa, egli

interrompeva ogni cosa e correva a compiere i suoi doveri. Era maraviglioso il vedere

colui che era l'anima della ricreazione e teneva tutti in movimento, come se fosse

portato da una macchina, trovarsi il primo in que' luoghi ove il dovere lo chiamava.

Riguardo ai doveri scolastici stimo bene di riferire qui, una parte della giudiziosa

dichiarazione del suo professore Sac. Francesia Giovanni che l'ebbe a scolaro nelle classi

di latinità. «Ben volentieri, egli scrive, rendo pubblica testimonianza alle virtù del mio

caro alunno Magone Michele. Egli stette sotto la mia disciplina tutto l'anno scolastico

1857 ed una parte del 58-59. Che io mi sappia nulla avvenne di straordinario nel suo

primo anno di latinità. Egli si regolava costantemente bene. Mediante la sua applicazione

e diligenza nella scuola fece in un solo anno due classi di latinità; perciò alla fine di

questo anno medesimo meritò di essere ammesso alla classe di terza grammatica latina.

Questa sola cosa basta a farci conoscere che il suo ingegno non era ordinario. Non mi

ricordo di averlo dovuto sgridare mai per la sua indisciplina; ma placidissimo era egli

nella scuola, malgrado la sua grande vivacità, di cui dava splendido saggio nel cortile in

tempo di ricreazione. Anzi so che stretto in amichevole relazione coi più buoni de'

condiscepoli procurava di imitarne gli esempi. Arrivato al secondo anno (58-59) mi

vedeva attorniato da una bella corona di giovani allegri, e tutti unanimi nel desiderio di

non perdere un piccolo ritaglio di tempo, ma di occuparlo tutto per avanzarsi negli studi.

Michele Magone era tra i primi di costoro. Ebbi per altro non poco a maravigliarmi del

suo totale cangiamento sì nel fisico che nel morale; ed una cotale insolita gravità mista

ad un'aria che lo faceva comparire nella fronte e nello sguardo piuttosto serio; la quale

cosa indicava che il cuore di lui era in grave pensiero. Credo che questo cangiamento

esterno derivasse dalla presa deliberazione di volersi dare tutto alla pietà; e poteva

veramente proporsi a modello di virtù. Mi pare ancora di vederti, o compianto allievo, in

quell'atteggiamento devoto ascoltar me tuo maestro, ma oscuro discepolo delle tue

virtù! pareva proprio che si fosse spogliato dell'antico Adamo. Nel contemplarlo così

attento a' suoi doveri, così alieno dalla divagazione, cosa tanto propria di quella età, chi

non avrebbe appropriato a lui il verso di Dante [Petrarca]: Sotto biondi capei canuta

mente?

«Ricordomi che una volta per tentare l'attenzione ed il profitto del sempre caro

discepolo l'invitai a scandere un distico che io aveva poco prima dettato. Son poco

capace, mi risponde modestamente Michele. Sentiamo adunque il poco, gli soggiunsi.

Ma che? il fece tanto bene che fu salutato da me e dai meravigliati compagni con

prolungati applausi. D'allora in poi il poco di Magone passava per proverbio nella scuola

per indicare un giovane segnalato nello studio e nell'attenzione». Così il suo professore.

Nell'adempimento degli altri suoi doveri era in ogni cosa esemplare. Il superiore della

casa aveva più volte detto che ogni momento di tempo è un tesoro. Dunque, egli andava

spesso ripetendo, chi perde un momento di tempo, perde un tesoro.

Mosso da questo pensiero non si lasciava sfuggire un istante senza fare quel tanto

che le sue forze comportavano. Io ho qui presenti i voti di diligenza e di condotta di

ciascuna settimana per tutto il tempo che fu tra noi. Nelle prime settimane la condotta

fu mediocre, di poi buona, quindi quasi ottima. Dopo tre mesi cominciò ad avere

ottimamente: e così fu in ogni cosa per tutto il tempo che visse in questa casa.

Nella Pasqua di quell'anno (1858) fece gli spirituali esercizi con grande esemplarità

pei compagni e con vera consolazione del suo cuore. Effettuò il vivo desiderio di fare la

confessione generale, scrivendosi di poi parecchi proponimenti da praticarsi in tutta la

sua vita. Fra gli altri voleva far voto di non mai perdere un momento di tempo. La qual

cosa non gli fu permessa. Almeno, egli disse, mi si conceda di promettere al Signore di

fare sempre ottimamente nella mia condotta. Fa pure, gli rispose il Direttore, purché

questa promessa non abbia forza di voto. Fu allora che egli formò un quadernetto sopra

cui preventivamente notava il voto che voleva assolutamente riportare in ciascun giorno

della settimana. Coll'aiuto di Dio, egli diceva, e colla protezione di Maria Santissima

voglio fare:

57

Domenica ottimamente

Lunedì ottimamente

Martedì ecc. ...

Ogni mattina poi era suo primo pensiero di portare lo sguardo sopra il piccolo

quadernetto, e più volte lungo il giorno il leggeva e rinnovava la promessa di volersi

regolare ottimamente. Qualora poi secondo lui vi fosse stata alcuna anche piccola

trasgressione, egli la puniva con penitenze volontarie, come sarebbe colla privazione di

qualche momento di ricreazione, coll'astinenza di qualche cosa che fosse stata di

speciale suo gusto, con qualche preghiera e simili.

Questo quadernetto fu trovato dai compagni dopo la morte di lui, e ne furono molto

edificati delle sante industrie usate dal loro condiscepolo per avanzarsi nella via della

virtù. Egli voleva che tutto fosse ottimamente; perciò dato il segno di fare qualche cosa,

tosto sospendeva la ricreazione, rompeva ogni discorso e spesso troncava la parola,

deponeva anche la penna a metà di linea per andare prontamente ove il dovere lo

chiamava. Talvolta egli diceva: È vero che terminando quanto ho tra mano fo cosa

buona; ma il mio cuore non prova più alcuna soddisfazione nel farla; anzi ne rimane

angustiato. Il mio cuore prova il più grande piacere nell'adempimento dei miei doveri di

mano in mano che mi sono indicati dalla voce dei superiori o dal suono del campanello.

L'esattezza ne' suoi doveri non lo impediva di prestarsi a quei tratti di cortesia che

sono dalla civiltà e dalla carità consigliati. Perciò egli offerivasi pronto a scrivere lettere

per chi ne avesse avuto bisogno. Il pulire abiti altrui, aiutare a portar acqua; aggiustare i

letti; scopare, servire a tavola; cedere i trastulli a chi li avesse desiderati; insegnare agli

altri il catechismo, il canto; spiegare difficoltà di scuola, erano cose cui egli prestavisi col

massimo gusto ogni qualvolta se ne fosse data occasione.

CAPO VIII

 Sua divozione verso la B. Vergine Maria

Bisogna dirlo, la divozione verso della Beata Vergine è il sostegno d'ogni fedele

cristiano. Ma lo è in modo particolare per la gioventù. Così a nome di lei parla lo Spirito

Santo. Si quis est parvulus, veniat ad me. Il nostro Magone conobbe questa importante

verità, ed ecco il modo provvidenziale con cui vi fu invitato. Un giorno gli fu regalata

un'immagine della B.V. nel cui fondo era scritto: Venite, filii, audite me, timorem Domini

docebo vos; cioè: Venite. o figliuoli, ascoltatemi, io vi insegnerò il santo timor di Dio.

Egli cominciò a pesare seriamente a questo invito; di poi scrisse una lettera al suo

direttore in cui diceva come la B.V. gli aveva fatta udire la sua, voce, lo chiamava a farsi

buono, e che ella stessa voleva insegnargli il modo di temere Iddio, di amarlo e servirlo.

Cominciò pertanto a farsi alcuni fioretti che costantemente praticava in onore di colei

che prese ad onorare sotto il titolo di Madre celeste, divina maestra, pietosa pastora.

Ecco dunque i principali tratti di sua filiale divozione che con fervore ognora crescente

andava esercitando verso Maria. Ogni domenica faceva la s. Comunione per quell'anima

dei Purgatorio che in terra era stata maggiormente divora di Maria Santissima.

Perdonava volentieri qualunque offesa in onore di Maria. Freddo, caldo, dispiaceri,

stanchezza, sete, sudore e simili incomodi delle stagioni erano altrettanti fioretti che egli

con gioia offriva a Dio per mano della pietosa sua madre celeste.

Prima di mettersi a studiare, a scrivere in camera o nella scuola, tirava fuori da un

libro un'immagine di Maria nel cui margine era scritto questo verso:

Virgo parens, studiis semper adesto meis.

«Vergine Madre, assistetemi sempre negli studi miei».

A lei sempre si raccomandava in principio di tutte le scolastiche sue occupazioni. Io,

soleva dire, se incontro difficoltà negli studi miei, ricorro alla mia divina Maestra, ed ella

mi spiega tutto. Un giorno un suo amico si rallegrava con lui del buon esito del suo tema

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di scuola. Non con me devi rallegrarti, rispose, ma con Maria che mi aiutò, e mi pose in

mente molte cose che da me non avrei saputo.

Per avere ognora presente qualche oggetto che gli ricordasse il patrocinio di Maria

nelle ordinarie sue occupazioni, scriveva ovunque potesse: Sedes Sapientiae, ora pro

me. «O Maria, sede dalla sapienza, pregate per me. Quindi sopra tutti i suoi libri, sulla

coperta dei quaderni, sul tavolo, sui banchi, sulla propria sedia, e sopra qualunque sito

avesse potuto scrivere colla penna o colla matita, leggevasi: Sedes Sapientiae, ora pro

me.

Nel mese di maggio di quell'anno 1858 si propose di fare quanto poteva per onorare

Maria. In quel mese la mortificazione degli occhi, della lingua, e degli altri sensi fu

compiuta. Voleva pure privarsi di una parte della ricreazione, digiunare, passare qualche

tempo della notte in preghiera; ma queste cose gli furono vietate, perché non

compatibili colla sua età.

Sul finire dello stesso mese egli si presentò al suo direttore e dissegli: Se voi siete

contento, voglio fare una bella cosa in onore della gran Madre di Dio. Io so che s. Luigi

Gonzaga piacque molto a Maria perché fin da fanciullo consacrò a lei la virtù della

castità. Io pure le vorrei fare questo dono, e perciò desidero di fare il voto di farmi prete

e di conservare perpetua castità.

Il direttore rispose che non era ancora all'età di fare voti di quella importanza. - Pure,

egli interruppe, io mi sento grande volontà di darmi tutto a Maria; e se a lei mi consacro,

certamente ella mi aiuterà a mantenere la promessa. - Fa così, soggiunse il direttore,

invece di un voto limitati a fare una semplice promessa di abbracciare lo stato

ecclesiastico, purché in fine delle classi di latinità appariscano chiari segni di essere al

medesimo chiamato. In luogo del voto di castità fa soltanto una promessa al Signore di

usare per l'avvenire sommo rigore per non mai fare, né dire parola, neppure una facezia

che per poco sia contraria a quella virtù. Ogni giorno invoca Maria con qualche speciale

preghiera affinché ti aiuti a mantenere questa promessa.

Egli fu contento di quella proposta e con animo allegro promise di fare quanto poteva

per metterla in esecuzione.

CAPO IX

 Sua sollecitudine e sue pratiche per conservare la virtù della purità

Oltre alle pratiche suddette aveva eziandio ricevuti alcuni ricordi, cui egli dava

massima importanza, e soleva nominarli padri, custodi, ed anche carabinieri della virtù

della purità. Noi abbiamo quei ricordi nella risposta da lui fatta ad una lettera scrittagli

da un suo compagno sul finire del mentovato mese di Maria. Scriveva quegli al nostro

Michele pregandolo di dirgli che cosa soleva praticare per assicurarsi la conservazione

della regina delle virtù, la purità.

Quel compagno mi trasmise la lettera da cui rilevo quanto segue: «Per darti una

compiuta risposta, sono parole di Magone, vorrei poterti parlare a voce e dirti più cose

che non sembrano convenienti a scriversi. Qui esporrò soltanto i principali avvisi datimi

dal mio direttore, mercé cui mi assicura la conservazione della più preziosa fra le virtù.

Un giorno mi diede un bigliettino dicendomi: Leggi e pratica. Lo aprii ed era di questo

tenore: Cinque ricordi che s. Filippo Neri dava ai giovani per conservare la virtù della

purità. Fuga delle cattive compagnie. Non nutrire delicatamente il corpo. Fuga dell'ozio.

Frequente orazione; Frequenza dei Sacramenti specialmente della confessione. Ciò che

qui è in breve me lo espose altre volte più diffusamente, ed io te lo dico siccome l'ho

ascoltato dalla sua bocca. Mi disse egli adunque:

«1° Mettiti con filiale fiducia sotto alla protezione di Maria; confida in lei, spera in lei.

Non si è mai udito al mondo che alcuno abbia con fiducia ricorso a Maria senza che ne

sia stato esaudito. Sarà essa tua difesa negli assalti che il demonio sarà per dare

all'anima tua.

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«2° Quando ti accorgi di essere tentato mettiti sull'istante a fare qualche cosa. Ozio e

modestia non possono vivere insieme. Perciò evitando l'ozio vincerai eziandio le

tentazioni contro a questa virtù.

«3° Bacia spesso la medaglia, oppure il Crocifisso, fa il segno della s. Croce con viva

fede dicendo: Gesù, Giuseppe, Maria aiutatemi a salvare l'anima mia. Questi sono i tre

nomi più terribili e più formidabili al demonio.

«4° Che se il pericolo continua, ricorri a Maria colla preghiera propostaci da santa

Chiesa; cioè: Santa Maria Madre di Dio, pregate per me peccatore.

«5° Oltre al non nutrire delicatamente il corpo, oltre alla custodia dei sensi,

specialmente degli occhi, guardati ancora da ogni sorta di cattive letture. Anzi qualora

cose indifferenti fossero a te di pericolo, cessa tosto da quella lettura; per opposto leggi

volentieri libri buoni, e tra questi preferisci quelli che parlano delle glorie di Maria e del

SS. Sacramento.

«6° Fuggi i cattivi compagni: al contrario la scelta di compagni buoni, cioè di quelli

che per la loro buona condotta odi a lodare da' tuoi superiori. Con essi parla volentieri,

fa ricreazione, ma procura di imitarli nel parlare, nell'adempimento dei doveri e

specialmente nelle pratiche di pietà.

«7° Confessione e Comunione con quella maggiore frequenza che giudicherà bene il

tuo confessore; e se le tue occupazioni il permettono, va sovente a fare visita a Gesù

Sacramentato».

Questi erano i sette consigli che Magone nella sua lettera chiama i sette carabinieri di

Maria destinati a fare la guardia alla santa virtù della purità. Per avere poi ogni giorno un

particolare eccitamento alta pietà, egli ne praticava specialmente uno per ciascun dì

della settimana, aggiungendovi qualche cosa in onore di Maria. Così il 4° consiglio era

congiunto colla considerazione della prima allegrezza che gode Maria in cielo, e questo

era per la domenica. IL 2° alla seconda allegrezza, ed era pel lunedì; e così del resto.

Compiuta la settimana in questa maniera, faceva la medesima alternazione in onore dei

sette dolori di Maria, di modo che il consiglio indicato col N° 1° lo praticava la domenica

in onore del 1° dolore di Maria, e così degli altri.

Forse taluno dirà che simili pratiche di pietà sono troppo triviali. Ma io osservo che

siccome lo splendore della virtù di cui parliamo può oscurarsi e perdersi ad ogni piccolo

soffio di tentazione, così qualunque più piccola cosa che contribuisca a conservarla, deve

tenersi in gran pregio. Per questo io consiglierei di caldamente invigilare che siano

proposte cose facili, che non ispaventino, e neppure stanchino il fedele cristiano,

massime poi la gioventù. I digiuni, le preghiere prolungate e simili rigide austerità per lo

più si omettono, o si praticano con pena e rilassatezza. Teniamoci alle cose facili, ma si

facciano con perseveranza. Questo fu il sentiero che condusse il nostro Michele ad un

maraviglioso grado di perfezione.

CAPO X

 Bei tratti di carità verso del prossimo

Allo spirito di viva fede, di fervore, di divozione verso della B.V. Maria, Magone univa

la più industriosa carità verso dei suoi compagni. Sapeva che l'esercizio di questa virtù è

il mezzo più efficace per accrescere in noi l'amore di Dio. Questa massima destramente

egli praticava in ogni più piccola occasione. Alla ricreazione prendeva parte con tale

entusiasmo che non sapeva più se fosse in cielo o in terra. Ma se gli avveniva di vedere

un compagno ansioso di trastullarsi, a lui tostamente cedeva i suoi trastulli, contento di

continuare altrimenti la sua ricreazione.

Più volte io l'ho veduto a desistere dal giuocare alle pallottole, ovvero bocce per

rimetterle ad un altro; più volte discendere dalla stampelle per lasciarvi montare un

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collega, che egli in bel modo assisteva e ammaestrava affinché il trastullo fosse più

ameno, e nel tempo stesso esente da pericolo.

Vedeva un compagno afflitto? se gli avvicinava, il prendeva per mano; lo

accarezzava; gli raccontava mille storielle. Se poi giungeva a conoscere la causa di

quell'afflizione procurava di confortarlo con qualche buon consiglio, e se era il caso

facevasi di lui mediatore presso ai superiori o presso di chi l'avesse potuto sollevare.

Quando poteva spiegare una difficoltà a qualcheduno; aiutarlo in qualche cosa;

servirlo di acqua; aggiustargli il letto, erano per lui occasioni di grande piacere. In tempo

d'inverno un condiscepolo, soffrendo i geloni, non poteva né ricrearsi, né adempiere i

suoi doveri come bramava. Magone scrivevagli volentieri il tema della scuola, ne faceva

copia sulla pagina da consegnare al maestro; di più lo aiutava a vestirsi, gli aggiustava il

letto, e infine gli diede i suoi medesimi guantini perché viemmeglio si potesse riparare

dal freddo. Che cosa poteva fare di più un giovanetto di quella età? Di carattere focoso

come era, non di rado lasciavasi trasportare ad involontari impeti di collera; ma bastava

il dirgli: Magone, che fai? È questa la vendetta del cristiano? Ciò bastava per calmarlo,

umiliarlo così, che andava egli stesso a domandare scusa al compagno pregandolo di

perdonarlo e non prendere scandalo dal suo villano trasporto.

Ma se nei primi mesi che venne all'Oratorio aveva spesso bisogno di essere corretto

nei collerici trasporti, colla sua buona volontà giunse in breve a vincere se stesso e

divenire pacificatore de' suoi compagni medesimi. Perciò nascendo risse di qualsiasi

genere, egli sebbene piccolo di persona, tosto lanciavasi tra i litiganti, e con parole, ed

anche colla forza procurava di calmarli. Noi siamo ragionevoli, soleva dire, dunque in noi

deve comandare la ragione e non la forza. Altra volta aggiungeva: Se il Signore appena

offeso usasse la forza, molti di noi saremmo sterminati sull'istante. Dunque se Dio

onnipotente che è offeso usa misericordia nel perdonare chi lo percuote col peccato,

perché noi miserabili vermi di terra non useremo la ragione tollerando un dispiacere ed

anche un insulto senza tosto farne vendetta? Diceva ancora ad altri: Noi siamo tutti

figliuoli di Dio, perciò tutti fratelli; chi fa vendetta contro al prossimo egli cessa d'essere

figlio di Dio, e per la sua collera diviene fratello di Satanasso.

Faceva di buon grado il catechismo; si prestava molto volentieri a servire malati, e

chiedeva con premura di passare anche le notti presso di loro, quando ne fosse stato

mestieri. Un compagno mosso dalle cure che in più occasioni gli aveva prodigate, gli

disse: Che cosa potrei fare per te, o caro Magone, per compensarti di tanti disturbi che ti

sei dato per mio riguardo? Niente altro, rispose, che offerire una volta il tuo male al

Signore in penitenza dei miei peccati.

Altro compagno assai divagato era più volte stato causa di dispiacere ai superiori.

Costui fu in modo particolare raccomandato a Magone, affinché studiasse modo di

condurlo a buoni sentimenti. Michele si accinge all'opera. Comincia per farselo amico; gli

si associa nella ricreazioni, gli fa dei regali, gli scrive avvisi in forma di bigliettini, e così

giunge a contrarre con lui intima relazione, senza però parlargli di religione.

Cogliendo poi il destro della festa di s. Michele, un giorno Magone gli parlò così: - Di

qui a tre giorni corre la festa di s. Michele; tu dovresti portarmi un bel regalo.

- Sì che te lo porto: soltanto mi rincresce che me ne abbi parlato, perché calcolava di

farti un'improvvisata.

- Ho voluto parlartene perché vorrei che questo regalo fosse anche di mio gusto.

- Sì, sì: Di' pure, sono pronto a fare quanto posso per compiacerti.

- Sei disposto?

- Sì.

- Se ti costasse qualche cosa un po' pesante, lo faresti egualmente?

- Te lo prometto, lo fo egualmente.

- Vorrei che pel giorno di s. Michele mi portassi per regalo una buona confessione, e

se ne sei preparato una buona comunione.

Attese le fatte e replicate promesse il compagno non osò opporsi a quell'amichevole

progetto; si arrese, ed i tre giorni precedenti a quella festa furono impiegati in pratiche

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particolari di pietà. Il Magone si adoperò in tutti modi per preparare l'amico a quel

festino spirituale, e nel giorno stabilito si accostarono ambidue a ricevere i Ss.

Sacramenti con vera soddisfazione dei superiori, e con buon esempio dei compagni.

Magone passò tutto quel giorno in onesta allegria col suo amico: giunta poi la sera gli

disse: Abbiamo fatto una bella festa, ne sono contento; mi hai fatto veramente piacere.

Ora dimmi: Sei tu pure contento di quanto abbiamo fatto quest'oggi?

- Sì, ne sono contentissimo; e lo sono specialmente perché mi ci sono ben preparato.

Ti ringrazio dell'invito che mi hai fatto; ora se hai qualche buon consiglio a darmi io lo

riceverò con vera gratitudine.

- Sì che avrei ancora un buon consiglio a darti; perciocché quanto abbiamo fatto è

soltanto la metà della festa; ed io vorrei che mi portassi l’altra metà del regalo. Da

qualche tempo, o mio caro amico, la tua condotta non è come dovrebbe essere. Il tuo

modo di vivere non piace ai tuoi superiori, affligge i tuoi parenti; inganna te stesso, ti

priva della pace del cuore e poi... un giorno dovrai rendere conto a Dio del tempo

perduto. Dunque d'ora in avanti fuggi l'ozio, sta allegro fin che vuoi, purché non trascuri

i tuoi doveri.

Il compagno già vinto per metà lo fu interamente. Divenne amico fedele di Magone,

prese ad imitarlo nell'esatto adempimento dei doveri del suo stato, e presentemente per

diligenza e moralità forma la consolazione di quanti hanno relazione con lui.

Ho voluto corredare questo fatto con più minute circostanze sia perché esso rende

sempre più luminosa la carità di Magone, sia perché si volle trascrivere nella sua

integrità quale me lo espose il compagno che vi ebbe parte.

CAPO XI

 Fatti e detti arguti di Magone

Quanto abbiamo detto fin qui sono cose facili e semplici che ognuno può di leggieri

imitare. Ora espongo alcuni fatti e detti arguti che sono piuttosto da ammirarsi per la

loro amenità e piacevolezza, di quello che siano da seguirsi. Servono tuttavia a far

sempre più rilevare la bontà di cuore e il coraggio religioso del nostro giovanetto. Eccone

alcuni fra molti di cui sono stato io medesimo testimonio.

Era un giorno in conversazione co' suoi compagni, quando alcuni introdussero discorsi

che un giovane cristiano e ben educato debbe evitare. Magone ascoltò poche parole;

quindi messe le dita in bocca fece un fischio così forte che squarciava a tutti il cervello.

Che fai, disse uno di loro, sei pazzo? Magone nulla dice e manda un'altra fischiata

maggiore della prima. Dov'è la civiltà, ripigliò un altro, è questo il modo di trattare?

Magone allora rispose: Se voi fate i pazzi parlando male, perché non posso farlo io per

impedire i vostri discorsi? se voi rompete le leggi della civiltà introducendo discorsi che

non convengono ad un cristiano, perché non potrò io violare le medesime leggi per

impedirli? Quelle parole assicura uno di quei compagni, furono per noi una potente

predica. Ci guardammo l'un l'altro; niuno più osò proseguire in quei discorsi, che erano

mormorazioni. D'allora in poi ogni volta che Magone trovavasi in nostra compagnia

ognuno misurava bene le parole che gli uscivano di bocca per tema di sentirsi stordire il

cervello con uno di quegli orribili fischi.

Accompagnando un giorno il suo superiore per la città di Torino giunse, in mezzo a

piazza Castello dove udì un monello a bestemmiare il santo nome di Dio. A quelle, parole

parve tratto fuori di senno; più non riflettendo né al luogo né al pericolo, con due salti

vola sul bestemmiatore, gli dà due sonori schiaffi dicendo: È questo il modo di trattare il

santo nome del Signore? Ma il monello che era più alto di lui, senza badare al riflesso

morale, irritato dalla baia dei compagni, dall'insulto pubblico, e dal sangue che in copia

gli colava dal naso, si avventa arrabbiato sopra Magone; e qui calci, pugni e schiaffi non

lasciavano tempo né all'uno né all'altro da respirare. Fortunatamente corse il superiore e

postosi paciere tra le parti belligeranti, riuscì, non senza difficoltà, a stabilire la pace con

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vicendevole soddisfazione. Quando Michele fu padrone di sé medesimo si accorse

dell'imprudenza fatta nel correggere in cotal guisa quello sconsiderato. Si pentì del

trasporto e assicurò che per l'avvenire avrebbe usato maggior cautela, limitandosi a

semplici amichevoli avvisi.

Altra volta alcuni giovani discorrevano sull'eternità delle pene dell'inferno, ed uno di

essi in tono di facezia disse: Procureremo di non andarci, e se ci andremo, pazienza.

Michele finse di non aver inteso; ma intanto si allontanò da quel crocchio, cercò un

zolfanello e come lo trovò, corse nella compagnia di prima. Accesolo di poi, destramente

lo pose sotto alla mano che il compagno mentovato tenevasi dietro. Al primo sentirsi a

scottare, che fai, disse tosto, sei matto? Non sono matto, rispose, ma voglio solamente

mettere alla prova la eroica tua pazienza! perciocché se ti senti di sopportare con

pazienza le pene dell'inferno per una eternità, non devi inquietarti per la fiammella di un

zolfanello che è cosa di un momento. Tutti si misero a ridere, ma, il compagno scottato

disse ad alta voce: si sta veramente male all'inferno.

Altri compagni volevano un mattino condurlo seco loro a confessarsi in luogo

determinato per avere un confessore sconosciuto, e gli adducevano mille pretesti. No,

loro rispondeva, io non voglio andare in niun luogo senza permesso de' miei superiori.

Altronde io non sono un bandito. I banditi temono ad ogni momento di essere conosciuti

dai carabinieri; per ciò vanno sempre in cerca di luoghi e di persone sconosciute per

timore di essere scoperti. No, io ho il mio confessore; a lui confesso e piccolo e grosso

senza timore alcuno. La smania di andarvi a confessare altrove dimostra o che voi non

amate il vostro confessore, o che avete cose gravi da confessare. Comunque sia, voi fate

male allontanandovi in tal modo dalla casa senza permesso. Che se avete qualche

ragione di cangiare confessore io vi consiglio di andare, come io andrei, da qualcheduno

di quelli che ogni sabbato e tutti i giorni festivi vengono ad ascoltare le confessioni dei

giovani dell'Oratorio.

In tutto il tempo che fu tra noi una volta sola andò a casa in tempo di vacanza, Di poi

anche a mia persuasione non volle più andarvi, sebbene sua madre ed altri parenti, cui

portava grande affetto, lo aspettassero. Gliene fu chiesta più volte la cagione, ed egli si

schermiva sempre ridendo. Finalmente un giorno svelò l'arcano ad un suo confidente. Io

sono andato una volta, disse, a fare alcuni giorni di vacanza a casa, ma in avvenire, se

non sarò costretto, non ci andrò più.

- Perché? gli chiese il compagno.

- Perché a casa vi sono i pericoli di prima. I luoghi, i divertimenti, i compagni mi

strascinano a vivere come faceva una volta, ed io non voglio più che sia così.

- Bisogna andare con buona volontà e mettere in pratica gli avvisi che ci danno i

nostri superiori prima di partire.

- La buona volontà è una nebbia che scomparisce di mano in mano che vivo lungi

dall'Oratorio; gli avvisi servono per alcuni giorni, di poi i compagni me li fanno

dimenticare.

- Dunque secondo te niuno dovrebbe più andare a casa a fare le vacanze, niuno a

vedere i propri parenti?

- Dunque secondo me vada pure in vacanza chi sentesi di vincere i pericoli; io non

sono abbastanza forte. Quello che credo certo si è che se i compagni potessero vedersi

nell'interno se ne scorgerebbero molti i quali vanno a casa colle ali da angeli, ed al loro

ritorno portano due corna sulla testa come altrettanti diavoletti.

Magone era di quando in quando visitato da un antico compagno che egli desiderava

di guadagnare alla virtù. Fra gli altri pretesti costui soleva un giorno opporgli come egli

conosceva un cotale che da molto tempo non frequentava cose di religione. Eppure,

diceva, egli è pingue, vegeto, e sta benissimo. Michele prese l'amico per mano, lo

condusse presso di un carrettiere che scaricava materiali da costruzione nel cortile, di

poi cominciò a parlargli così: Vedi tu quel mulo? anch'egli è pingue, grasso e grosso e

non si è mai confessato, neppure credo che sia mai andato in chiesa: vorresti anche tu

diventar simile a quest'animale che non ha né anima, né ragione; e che deve solo

lavorare pel suo padrone per servire un giorno ad ingrassare i campi dopo morte? Il

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compagno rimase mortificato, e per l'avvenire non osò più addurre i suoi frivoli motivi

per esimersi dalla pratica dei suoi doveri religiosi.

Ometto molti simili aneddoti; bastino questi per far sempre più conoscere la bontà del

suo cuore, e la grande avversione che egli aveva pel male, lasciandosi talvolta

trasportare ad eccessi di zelo per impedire l'offesa di Dio.

CAPO XII

 Vacanze di Castelnuovo d'Asti. Virtù praticate in quella occasione

Siccome il nostro Michele andava di mala voglia a fare le vacanze alla casa materna;

così a ristorarlo alquanto delle fatiche scolastiche ho deliberato di mandarlo a Morialdo,

borgo di Castelnuovo d'Asti, dove a più riprese vanno a godere un po' di campagna i

giovani di questa casa, specialmente quelli che non hanno luogo o parenti presso cui

recarsi nella stagione autunnale. Attesa poi la sua buona condotta, a titolo di premio,

volli fargli anticipare la gita, e con pochi altri farmelo compagno di viaggio. Durante il

cammino ebbi tempo a discorrere a lungo col buon giovinetto, e ravvisare in lui un grado

di virtù di gran lunga superiore alla mia aspettazione. Lascio da parte i belli ed edificanti

discorsi tenutimi in quella occasione e mi limito soltanto all'esposizione di alcuni fatti che

servono a fare conoscere altre virtù dell'animo suo, specialmente la gratitudine.

Per la strada fummo sorpresi dalla pioggia; e giungemmo a Chieri tutti inzuppati

nell'acqua. Ci recammo dal cav. Marco Gonella, il quale con bontà suole accogliere i

nostri giovani tutte le volte che sono di andata o di ritorno da Castelnuovo di Asti.

Egli ci somministrò quanto occorreva pegli abiti; di poi ci apprestò una refezione che

se da una parte era da signore dall'altra trovò un appetito corrispondente.

Dopo qualche ora di riposo ripigliammo il cammino. Percorso un tratto di strada

Magone rimase indietro dalla comitiva ed uno de' compagni pensandosi che fosse per

istanchezza gli si avvicinava, quando si accorse che bisbigliava sotto voce.

- Sei stanco, gli disse, caro Magone, non è vero? le tue gambe sentono il peso di

questo viaggio?

- Oibò: stanco niente affatto; andrei ancor sino a Milano.

- Che cosa dicevi ora che andavi sotto voce da solo parlando?

- Io recitava il rosario di Maria SS. per quel signore che ci ha accolto tanto bene; io

non posso altrimenti ricompensarlo, e perciò prego il Signore e la B. Vergine affinché

moltiplichino le benedizioni sopra di quella casa, e le doni cento volte tanto di quello che

ha dato a noi.

È bene di notare qui di passaggio come simile pensiero di gratitudine dimostrasse per

ogni piccolo favore. Ma verso i suoi benefattori era sensibilissimo. Se non temessi di

annoiare il lettore vorrei trascrivere alcune delle molte lettere e de' molti biglietti

scrittimi per esternare la sua riconoscenza per averlo accolto in questa casa. Dirò

soltanto che aveva per massima di andare ogni giorno a fare una visita a Gesù

sacramentato; dire al mattino tre Pater, Ave e Gloria per coloro che in qualche modo lo

avevano beneficato.

Non rare volte mi stringeva affettuosamente la mano e guardandomi cogli occhi

pregni di lagrime diceva: Io non so come esprimere la mia riconoscenza per la grande

carità che mi avete usato coll’accettarmi nell’Oratorio. Studierò di ricompensarvi colla

buona condotta e pregando ogni giorno il Signore affinché benedica voi e le vostre

fatiche. Parlava volentieri dei maestri, di quelli che lo avevano inviato presso di noi, o

che in qualche modo lo aiutavano; ma ne parlava sempre con rispetto, non mai

arrossendo di professare la sua povertà da una parte, e la sua riconoscenza dall'altra. Mi

rincresce, fu udito a dire più volte, che non ho mezzi per dimostrare, come vorrei, la mia

gratitudine, ma conosco il bene che mi fanno, né sarò per dimenticarmi de' miei

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benefattori, e fino a che vivrò, pregherò sempre il Signore che doni a tutti larga

ricompensa.

Questi sentimenti di gratitudine dimostrò pure allora che il prevosto di Castelnuovo

d'Asti invitò i nostri giovani a lieta mensa a casa sua. La sera di quel giorno mi disse: Se

siete contento domani io fo la comunione pel signor prevosto che ci ha fatti stare allegri

quest'oggi. La qual cosa non solo gli fu permessa, ma ad esempio di lui fu raccomandato

agli altri di fare altrettanto, siccome siamo soliti di fare in simili occasioni pei benefattori

della nostra casa.

Fu eziandio mentre era a Morialdo che ho notato un bell'atto di virtù che parmi degno

di essere riferito. Un giorno i nostri giovani erano andati a divertirsi nella vicina

boscaglia. Chi andava in cerca di funghi, altri di castagne, di noci; alcuni ammassavano

foglie e simili cose, che per essi formavano il più gradito passatempo. Erano tutti attenti

a ricrearsi quando Magone si allontana dai compagni e tacito, tacito va a casa. Uno lo

vede, e nel timore che avesse qualche male lo segue. Michele pensandosi di non essere

veduto da alcuno entra in casa, non cerca persona, non fa parola con chicchessia, ma va

direttamente in chiesa. Chi gli tien dietro giunge a trovarlo tutto solo ginocchioni accanto

all'altare del SS. Sacramento che con invidiabile raccoglimento pregava.

Interrogato di poi sullo scopo di quella partenza inaspettata da' suoi compagni per

andare a far visita al SS. Sacramento, schiettamente rispondeva: Io temo assai di

ricadere nell'offesa di Dio, perciò vado a supplicare Gesù nel SS. Sacramento affinché mi

doni aiuto e forza a perseverare nella sua santa grazia.

Altro curioso episodio succedette in quei medesimi giorni. Una sera mentre i nostri

giovani andavano tutti a riposo, odo uno a piangere e sospirare. Mi metto pian piano alla

finestra, e veggo Magone in un angolo dell'aia che mirava la luna e lacrimando

sospirava. Che hai, Magone, ti senti male? gli dissi.

Egli che pensava di essere solo, né essere da alcuno veduto, ne fu turbato, e non

sapeva che rispondere; ma replicando io la domanda, rispose con queste precise parole:

- Io piango nel rimirare la luna che da tanti secoli comparisce con regolarità a

rischiarare le tenebre della notte, senza mai disobbedire agli ordini del Creatore, mentre

io che sono tanto giovane, io che sono ragionevole, che avrei dovuto essere fedelissimo

alle leggi del mio Dio, io l'ho disobbedito tante volte, e l'ho in mille modi offeso. Ciò

detto si mise di nuovo a piangere. Io lo consolai con qualche parola, onde egli dando

calma alla commozione andò di nuovo a continuare il suo sonno.

È certamente cosa degna di ammirazione che un giovanetto di appena quattordici

anni già possedesse tanta elevatezza di criterio, di raziocinio; pure è così, e potrei

addurre moltissimi altri fatti che tutti concorrono a far conoscere il giovane Magone

capace di riflessioni molto superiori alla sua età, specialmente nel ravvisare in ogni cosa

la mano del Signore, e il dovere di tutte le creature di obbedire al Creatore.

CAPO XIII

 Sua preparazione alla morte

Dopo le vacanze di Castelnuovo d'Asti il nostro Michele visse ancora circa tre mesi.

Egli era di corporatura piuttosto piccola, ma sano e robusto. D'ingegno svegliato e

sufficiente a percorrere con onore qualunque carriera avesse intrapresa. Amava molto lo

studio, e vi faceva non ordinario profitto. In quanto alla pietà egli era giunto ad un grado

che nella sua età io non avrei saputo quale cosa aggiungere o quale cosa togliere per

fare un modello alla gioventù. D'indole vivace, ma pio, buono, divoto, stimava molto le

piccole pratiche di religione. Egli le praticava con allegria, con disinvoltura, e senza

scrupoli: di modo che per pietà, studio e affabilità era amato e venerato da tutti; mentre

per vivacità e belle maniere era l'idolo della ricreazione.

65

Noi avremmo certamente desiderato che quel modello di vita cristiana fosse rimasto

nel mondo sino alla più tarda vecchiaia, perciocché sia nello stato sacerdotale, cui

mostravasi inclinato, sia nello stato laicale, avrebbe fatto molto bene alla patria ed alla

religione. Ma Iddio aveva altrimenti decretato, e voleva togliere questo fiore dal giardino

della Chiesa militante e chiamarlo a sé trapiantandolo nella Chiesa trionfante del

paradiso. Lo stesso Magone senza sapere che gli fosse cotanto vicina, si andava

preparando alla morte con un tenore di vita ognor più perfetto.

Fece la novena dell'Immacolata Concezione con particolare fervore. Noi abbiamo

scritte da lui medesimo le cose che si propose di praticare in quei giorni, e sono di

questo tenore:

Io Magone Michele voglio far bene questa novena e prometto di:

«l° Staccare il mio cuore da tutte le cose del mondo per darlo tutto a Maria.

2° Fare la mia confessione generale per avere poi la coscienza tranquilla in punto di

morte.

3° Ogni giorno lasciare la colezione in penitenza de' miei peccati, o recitare le sette

allegrezze di Maria a fine di meritarmi la sua assistenza nelle ultime ore di mia agonia.

4° Col consiglio del confessore fare ogni giorno la santa comunione.

5° Ogni giorno raccontare un esempio a' miei compagni in onore di Maria.

6° Porterò questo biglietto ai piedi dell'immagine di Maria e con questo atto intendo di

consacrarmi tutto a Lei, e per l'avvenire voglio essere tutto suo sino agli ultimi istanti

della mia vita».

Le cose sopra descritte gli furono concesse ad eccezione della confessione generale

che aveva fatto non molto tempo prima; invece poi di lasciare la colezione gli fu ordinato

di recitare ogni giorno un De profundis in suffragio delle anime del Purgatorio.

Cagionava certamente grande stupore la condotta di Magone in quei nove giorni della

novena di Maria Immacolata – Dimostrava straordinaria allegria; ma sempre

affaccendato nel raccontar esempi morali agli uni, invitar altri a raccontarne; raccoglier

quanti compagni poteva per andare a pregare dinanzi al SS. Sacramento o dinanzi alla

statua di Maria – Fu in questa novena che si privò ora di alcuni frutti, di confetti, di

commestibili; ora di libretti, di immagini devote, di medaglie, piccole croci e di altri

oggetti a lui donati, per regalarli ad alcuni compagni alquanto dissipati. Ciò faceva o per

premiarli della buona condotta tenuta in quella novena o per incoraggiarli a prendere

parte alle opere di pietà che egli loro proponeva.

Con eguale fervore e raccoglimento celebrò la novena e la festa del s. Natale. Voglio,

diceva sul principio di quella novena, voglio adoperarmi in tutti i modi per far bene

questa novena, e spero che Dio mi userà misericordia, e che Gesù Bambino verrà anche

a nascere nel mio cuore coll'abbondanza delle sue grazie.

Giunta intanto la sera dell'ultimo giorno dell'anno il superiore della casa

raccomandava a tutti i giovani della casa di ringraziare Dio pei benefizi ricevuti nel corso

dell'anno che era per terminare. Incoraggiava poi ognuno a farsi un santo impegno di

passare il nuovo anno nella grazia del Signore; perché, soggiungeva, forse per taluni di

noi sarà l'ultimo anno di vita. Mentre diceva queste cose teneva la mano sopra il capo di

colui che gli era più vicino, e il più vicino era Magone.

Ho capito, egli disse pieno di stupore, sono io che debbo farmi il fagotto per l'eternità;

bene mi ci terrò preparato. Coteste parole furono accolte con riso, ma i compagni se ne

ricordarono e lo stesso Magone andava spesso ripetendo quel fortunato incidente. Non

ostante questo pensiero non fu minimamente alterata la sua allegria e la sua giovialità;

onde continuò ad adempiere colla massima esemplarità i doveri del suo stato.

Avvicinandosi per altro ognora più l'ultimo giorno di sua vita, Dio volle dargliene più

chiaro avviso. La domenica del 16 gennaio i giovani della compagnia del SS.

Sacramento, di cui faceva parte Magone, si radunarono come sogliono tutti i giorni

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festivi14. Dopo le solite preghiere e la solita lettura, dati quei ricordi che sembravano più

adatti al bisogno, uno dei compagni prende il taschino dei fioretti ovvero dei bigliettini

sopra cui era scritta una massima da praticarsi lungo la settimana. Con essa fa il giro, e

ogni giovanetto ne estrae un a sorte. Magone tira fuori il suo e vede sopra di esso scritte

queste notabili parole: «Al giudizio sarò solo con Dio». Lo legge e con atto di maraviglia

lo comunica ai compagni dicendo: Credo che questa sia una citatoria mandatami dal

Signore per dirmi che mi tenga preparato. Dopo andò dal superiore e gli mostrò lo

stesso fioretto con molta ansietà, ripetendo che egli lo giudicava una chiamata del

Signore che lo citava a comparire davanti a lui. Il superiore lo esortò a vivere tranquillo

e tenersi preparato non in virtù di quel biglietto, ma in virtù delle replicate

raccomandazioni che Gesù Cristo fa a tutti nel S. Vangelo di tenerci preparati in ogni

momento dalla vita.

- Dunque, replicò Magone, ditemi quanto tempo dovrò ancor vivere?

- Noi vivremo finché Dio ci conserverà in vita.

- Ma io vivrò ancora tutto quest'anno? disse agitato ed alquanto commosso.

- Datti pace, non affannarti. La nostra vita è nelle mani del Signore che è un buon

padre; egli sa fino a quando ce la debba conservare. D'altronde il sapere il tempo della

morte non è necessario per andare in paradiso; ma bensì il prepararci con opere buone.

Allora tutto malinconico: se non volete dirmelo è segno che ci sono vicino.

- Nol credo, soggiunse il direttore, che ci sii tanto vicino, ma quando anche ciò fosse,

avresti forse a paventare di andare a fare una visita alla B. Vergine in Cielo?

- E vero, è vero. Presa quindi la ordinaria giovialità se ne andò a fare ricreazione.

Lunedì, martedì ed il mattino del mercoledì fu sempre allegro, né provò alterazione

alcuna nella sua sanità, e adempì con regolarità tutti i suoi doveri.

Solamente nel dopo pranzo del mercoledì lo vidi che stava sul balcone a rimirare, li

altri a trastullarsi, senza che discendesse a prendervi parte; cosa affatto insolita, e

indizio non dubbio che egli non era nello stato ordinario di sanità.

CAPO XIV

 Sua malattia e circostanze che l'accompagnano

La sera del mercoledì (19 gennaio 1859) gli ho domandato che cosa avesse, ed egli

rispose aver niente; sentirsi alquanto incomodato dai vermi, che era la sua solita

malattia. Per la qual cosa gli si diede qualche bibita secondo quel bisogno; di poi andò a

14 Ecco i principali articoli del regolamento di questa Compagnia.

1. Lo scopo principale di questa Compagnia si è di promuovere l'adorazione verso alla SS. Eucaristia, e

risarcire Gesù Cristo degli oltraggi che dagli infedeli e dagli eretici e dai cattivi cristiani riceve in questo

augustissimo Sacramento.

2. A questo fine i confratelli procureranno di ripartire le loro comunioni in modo, che vi possa essere ogni

giorno qualche comunione. Ciascun confratello col permesso del confessore avrà cura di comunicarsi ne’ giorni

festivi ed una volta lungo la settimana.

3. Si presterà con prontezza speciale a tutte le funzioni dirette al culto della SS. Eucaristia, come sarebbe

servire la santa Messa, assistere alla benedizione del Venerabile, accompagnare il Viatico quando è portato agli

infermi, visitare il SS. Sacramento quando è nascosto nel Santo Tabernacolo, ma specialmente quando sta

esposto nelle Quarant'ore.

4. Ognuno procuri d'imparare a servire bene la santa Messa facendo con esattezza tutte le cerimonie, e

proferendo divotamente e distintamente le parole che occorrono in questo sublime ministero.

5. Si terrà una conferenza, spirituale per settimana, cui ognuno si darà premura d'intervenire, e d'invitare

gli altri a venirvi pura con puntualità.

6. Nelle conferenze si tratteranno cose che riguardino il culto verso il SS. Sacramento come sarebbe

incoraggiare a comunicarsi col massimo raccoglimento, istruire ed assistere quelli che fanno la loro prima

comunione, aiutare a fare la preparazione ed il ringraziamento quelli che ne avessero bisogno; diffondere libri,

immagini, foglietti che tendano a questo scopo.

7. Dopo la conferenza si tirerà un fioretto spirituale da mettere in pratica nel corso della settimana

67

letto, e passò tranquillamente la notte. Al mattino seguente si levò all'ora ordinaria coi

suoi compagni, prese parte agli esercizi di pietà e fece con alcuni altri la s. Comunione

per gli agonizzanti, siccome soleva fare il giovedì di ogni settimana. Andato poscia per

prendere parte alla ricreazione non poté più, perché sentivasi molto stanco, ed i vermi

rendevangli alquanto penoso il respiro. Gli furono dati alcuni rimedi per somiglianti

incomodi, fu pure visitato dal medico che non ravvisò alcun sintomo di grave malattia, e

ordinò la continuazione degli stessi rimedi. Sua madre trovandosi allora in Torino venne

pure a vederlo, ed ella stessa asserì che suo figliuolo andava soggetto a quella malattia

fin da ragazzo, e che i rimedi somministrati erano i soliti già altre volte da lei usati.

Il venerdì mattina voleva levarsi pel desiderio di fare la s. Comunione, siccome egli

soleva fare in onore della Passione di Nostro Signor Gesù Cristo per ottenete la grazia di

fare una buona morte; ma ne fu impedito perché apparve dal male più aggravato.

Siccome aveva evacuato molti vermi, così fu ordinata la continuazione della cura

medesima con qualche specifico diretto ad alleggerirgli il respiro. Finora niun sintomo di

malattia pericolosa. Il pericolo cominciò a manifestarsi alle due dopo mezzodì allora che

andatolo a vedere mi accorsi che alla difficoltà del respiro erasi aggiunta la tosse, e che

lo sputo era tinto di sangue. Richiesto come sentivasi, rispose che non sentiva altro male

che l'oppressione di stomaco cagionata dai vermi. Ma io mi accorsi che la malattia aveva

cangiato aspetto ed era divenuta seria assai. Laonde per non camminare con incertezza

e forse sbagliare nella scelta dei rimedi, si mandò tosto pel medico. In quel momento la

madre, guidata da spirito cristiano, Michele, gli disse, intanto che si attende il medico

non giudicheresti bere di confessarti? Sì, cara madre; volentieri. Mi sono soltanto

confessato, ieri mattina, ed ho pure fatta la s. Comunione, tuttavia vedendo che la

malattia si fa grave desidero di fare la mia confessione.

Si preparò qualche minuto, fece la sua confessione; dopo con aria serena in presenza

mia e di sua madre disse ridendo: chi sa se questa mia confessione sia un esercizio della

buona morte, oppure non sia realmente per la mia morte!

- Che te ne sembra? gli risposi; desideri di guarire, o di andare in paradiso?

- Il Signore sa ciò che è meglio per me; io non desidero di fare altro se non quello che

piace a lui.

- Se il Signore ti facesse la scelta o di guarire o di andare in paradiso, che

sceglieresti?

- Chi sarebbe tanto matto da non scegliere il paradiso?

- Desideri tu di andare in paradiso?

- Se io desidero! lo desidero di tutto cuore, ed è quello che da qualche tempo

domando continuamente a Dio.

- Quando desidereresti di andarvi?

- lo vi andrei sull'istante, purché piaccia al Signore.

- Bene; diciamo tutti insieme: in ogni cosa e nella vita e nella morte facciasi la santa,

adorabile, volontà del Signore.

In quel momento giunse il medico che trovò la malattia cangiata affatto di aspetto.

«Siamo male, disse, un fatale corso di sangue si poro allo stomaco, e non so se ci

troveremo rimedio».

Si fece quanto l'arte può suggerire in simili occasioni. Salassi, vescicanti, bibite tutto

fu messo in pratica a fine di deviare il sangue che furioso tendeva a soffocargli il respiro.

Tutto invano.

Alle nove di quella sera (21 gennaio 1859) egli medesimo disse che desiderava di fare

ancora una volta la s. Comunione prima di morire, tanto più, egli diceva, che questa

mattina non l'ho potuta fare. Egli era impaziente di ricevere quel Gesù cui da molto

tempo si accostava con frequenza esemplare.

Nel cominciare la s. funzione dissemi in presenza di altri: Mi raccomandi alle

preghiere dei compagni; preghino affinché Gesù sacramentato sia veramente il mio

viatico, il mio compagno per la eternità. Ricevuta l'Ostia santa si pose a fare l'analogo

ringraziamento aiutato da un assistente.

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Passato un quarto d'ora cessò di ripetere le preghiere che gli si andavano

suggerendo. e non proferendo più alcuna parola noi ci pensavamo che fosse stato

sorpreso da repentino sfinimento di forze. Ma indi a pochi minuti con aria ilare, e quasi

in forma di scherzo fe' cenno di essere ascoltato e disse: Sul biglietto di domenica vi era

un errore. Là stava scritto: Al giudizio sarò solo con Dio, e non è vero, non sarò solo, ci

sarà anche la B. Vergine che mi assisterà; ora non ho più nulla a temere: andiamo pure

quando che sia. La Madonna SS. vuole, ella stessa accompagnarmi al giudizio.

CAPO XV

 Suoi ultimi momenti e sua preziosa morte

Erano le dieci di sera ed il male appariva ognor più minaccioso; perciò nel timore di

perderlo in quella notte medesima, avevamo stabilito che il sacerdote D. Zattini, un

chierico ed un giovane infermiere passassero la metà della notte; D. Alasonatti poi(15),

prefetto della casa, con altro chierico e con altro infermiere prestassero regolare

assistenza pel rimanente della notte sino a giorno. Dal mio canto non ravvisando alcun

prossimo pericolo, dissi all'infermo: Magone, procura di riposare un poco; io vado alcuni

momenti in mia camera e poi ritornerò.

- No, rispose tosto, non mi abbandonate.

- Vado soltanto a recitare una parte di breviario e poi sarò di nuovo accanto a te.

- Ritornate al più presto, possibile.

Partendo dava ordine che al minimo segno di peggioramento fossi tosto chiamato;

perciocché io amava teneramente quel caro allievo, e desiderava trovarmi presso di lui

soprattutto in caso di morte. Era appena in camera, quando mi sento a dire di fare

presto ritorno all'infermo perché pareva avvicinarsi all'agonia.

Era proprio così; il male precipitava terribilmente, quindi gli fu amministrato l'olio

santo dal sacerdote Zattini Agostino. L'infermo era in piena cognizione di se stesso.

Rispondeva alle varie parti dei riti e delle cerimonie stabilite per l'amministrazione di

questo augusto sacramento. Anzi ad ogni unzione voleva aggiungere qualche

giaculatoria. Mi ricordo che alla unzione della bocca disse: O mio Dio, se voi mi aveste

fatta seccare questa lingua la prima volta che la usai ad offendervi, quanto sarei

fortunato! quante offese di meno; mio Dio, perdonatemi tutti i peccati che ho fatti colla

bocca, io me ne pento con tutto il cuore.

All'unzione delle mani aggiunse: Quanti pugni ho dati a' miei compagni con queste

mani; mio Dio, perdonatemi questi peccati, ed aiutate i miei compagni ad essere più

buoni di me.

Compiuta la sacra funzione dell'Olio Santo, gli chiesi se desiderava che avessi

chiamata sua madre, che era andata a riposarsi alquanto in una camera vicina, persuasa

ella pure che il male non fosse cotanto grave.

No, rispose; è meglio non chiamarla; povera mia madre! ella mi ama tanto, e

vedendomi a morire proverebbe troppo dolore; cosa che potrebbe cagionarmi grande

affanno. Povera mia madre! che il Signore la benedica! quando sarò in Paradiso

pregherò molto Iddio per lei.

Fu esortato a stare alquanto tranquillo, e preparasi a ricevere la benedizione papale

colla indulgenza plenaria. Nel corso di sua vita faceva gran conto di tutte le pratiche

religiose cui erano annesse le sante indulgenze, e si adoperava quanto poteva per

15 Questo virtuoso sacerdote, dopo una vita consumata in modo il più esemplare nel sacro ministero ed in

opere varie di carità, dopo lunga malattia moriva in Lanzo il giorno 8 ottobre 1865. Ora si sta compilando una

biografia delle sue azioni, che speriamo tornerà di gradimento a’ suoi amici e a quanti si compiaceranno di

leggerla.

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approfittarne. Perciò accolse con vero piacere l'offerta della papale benedizione. Prese

parte a tutte le preghiere analoghe; volle egli stesso recitare il confiteor. Ma le sue

parole erano pronunciate con tanta unzione, con sentimenti di così viva fede, che tatti

ne fummo commossi fino alle lagrime.

Dopo sembrava voler prendere un momento di sonno e si lasciò alcuni istanti in pace:

ma tosto si risvegliò. Era cosa che riempiva di stupore chiunque lo rimirasse. I polsi

facevano conoscere che egli trovavasi all'estremo della vita, ma l'aria serena, la

giovialità, il riso, e l'uso di ragione manifestavano un uomo di perfetta salute. Non già

che egli non sentisse alcun male, imperciocché l'oppressione di respiro prodotta dalla

rottura di un viscere, cagiona un affanno, un patimento generale in tutte le facoltà

morali e corporali. Ma il nostro Michele aveva più volte domandato a Dio di fargli

compiere tutto il suo purgatorio in questa vita a fine di andare tosto dopo morte in

Paradiso. Questo pensiero era quello che gli faceva soffrire tutto con gioia; anzi quel

male, che per via ordinaria cagionerebbe affanni ed angustie, in lui produceva gioia e

piacere.

Quindi per grazia speciale di nostro Signor Gesù Cristo non solo pareva insensibile al

male, ma pareva sentire grande consolazione nei medesimi patimenti. Né occorreva

suggerirgli sentimenti religiosi, poiché egli stesso di quando in quando recitava edificanti

giaculatorie. Erano le dieci e tre quarti, quando mi chiamò per nome, e mi disse: ci

siamo, mi aiuti. Sta tranquillo, gli risposi, io non ti abbandonerò finché tu non sarai col

Signore in Paradiso. Ma poscia che mi dici d'essere per partire da questo mondo, non

vuoi almeno dare l'ultimo addio a tua madre.

- No, rispose, non voglio cagionarle tanto dolore.

- Non mi lasci almeno qualche commissione per lei?

- Sì, dite a mia madre, che mi perdoni tutti i dispiaceri che le ho dati nella mia vita. Io

ne sono pentito. Ditele che io la amo: che faccia coraggio a perseverare nel bene, che io

muoio volentieri: che io parto dal mondo con Gesù e con Maria e vado ad attenderla dal

Paradiso.

Queste parole cagionarono il pianto in tutti gli astanti. Tuttavia fattomi animo, e per

occupare in buoni pensieri quegli ultimi momenti, gli andava di quando in quando

facendo alcune domande.

- Che cosa mi lasci da dire a' tuoi compagni?

- Che procurino di fare sempre delle buone confessioni.

- Quale cosa in questo memento ti reca maggiore consolazione di quanto hai fatto

nella tua vita?

- La cosa che più di ogni altra mi consola in questo momento si è quel poco che ho

fatto ad onore di Maria. Si, questa è la più grande consolazione. O Maria, Maria, quanto

mai i vostri divoti sono felici in punto di morte!

Ma, ripigliò, ho una cosa che mi dà fastidio; quando l'anima mia sarà separata dal

corpo e sarò per entrare in Paradiso, che cosa dovrò dire? a chi dovrò indirizzarmi?

- Se Maria ti vuole ella stessa accompagnare al giudicio, lascia a lei ogni cura di te

stesso. Ma prima di lasciarti partire pel Paradiso vorrei incaricarti d'una commissione.

- Dite pure, io farò quanto potrò per obbedirvi.

- Quando sarai in Paradiso e avrai veduta la grande Vergine Maria, falle un umile e

rispettoso saluto da parte mia e da parte di quelli che sono in questa casa. Pregala che si

degni di darci la sua santa benedizione; che ci accolga tutti sotto la potente sua

protezione, e ci aiuti in modo che niuno di quelli che sono o che la divina Provvidenza

manderà in questa casa abbia a perdersi.

- Farò volentieri questa commissione; ed altre cose?

- Per ora niente altro, riposati un poco.

Sembrava di fatto che egli volesse prendere sonno. Ma sebbene conservasse la solita

sua calma e favella, ciò non ostante i polsi annunciavano imminente la sua morte. Per la

qual cosa si cominciò a leggere il proficiscere; alla metà di quella lettura egli come se si

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svegliasse da profondo sonno, colla ordinaria serenità di volto e col riso sulle labbra mi

disse: Di qui a pochi momenti farò la vostra commissione, procurerò di farla

esattamente; dite a' miei compagni che io li attendo tutti in Paradiso. Di poi strinse colle

mani il crocifisso, lo baciò tre volte, poscia proferì queste sue ultime parole: Gesù,

Giuseppe e Maria io metto nelle vostre mani l'anima mia. Quindi piegando le labbra

come se avesse voluto fare un sorriso, placidamente spirò.

Quell'anima fortunata abbandonava il mondo per volare, come piamente speriamo, in

seno a Dio alle ore undici di sera, il 21 gennaio 1859, in età appena di quattordici anni.

Non fece agonia di sorta: nemmeno dimostrò agitazione, pena, affanno od altro dolore

che naturalmente si prova nella terribile separazione dell'anima dal corpo. Io non saprei

qual nome dare alla morte di Magone se non dicendola un sonno di gioia che porta

l'anima dalle pene della vita alla beata eternità.

Gli astanti piangevano più commossi che addolorati; perciocché a tutti doleva la

perdita di un amico, ma ognuno ne invidiava la sorte. Il prelodato D. Zattini lasciando

liberi gli affetti, che più non capiva in cuore, profferì queste gravi parole: «O morte! tu

non sei un flagello per le anime innocenti; per costoro tu sei la grande benefattrice che

loro apri la porta al godimento de' beni che non si perderanno mai più. Oh perché io non

posso essere in tua vece, o amato Michele? In questo momento l'anima tua giudicata è

già condotta dalla Vergine Beata a deliziarsi nella immensa gloria del cielo. Caro

Magone, vivi felice in eterno; prega per noi; e noi ti renderemo un tributo di amicizia

facendo calde preci al sommo Iddio per assicurare sempre più il riposo dell'anima tua».

CAPO XVI

 Sue esequie - Ultime rimembranze - Conclusione

Fattosi giorno la buona genitrice di Michele voleva recarsi nella camera del figliuolo

per averne notizie; ma quale non fu il suo dolore quando fu prevenuta che egli era

morto! Quella donna cristiana stette un momento immobile senza proferire parola, né

dare un sospiro, quindi proruppe in questi accenti: Dio grande, voi siete padrone di tutte

le cose... Caro Michele, tu sei morto... io piangerò sempre in te la perdita di un figliuolo;

ma ringrazio Dio che ti abbia concesso di morire in questo luogo con tale assistenza; di

morire di una morte così preziosa agli occhi del Signore. Riposa con Dio in pace, prega

per tua madre, che tanto ti amò in questa vita mortale, e che ti ama ancora più ora che

ti crede coi giusti in cielo. Finché vivrò in questo mondo non cesserò mai di pregare pel

bene dell'anima tua, e spero di andare un giorno a raggiungerti nella patria dei beati.

Dette queste parole diede in dirottissimo pianto, di poi andò in chiesa a cercare conforto

nella preghiera.

La perdita di questo compagno fu altresì dolorosissima ai giovani della casa e a tutti

quelli che ebbero occasione di conoscerlo.

Egli era molto conosciuto per le sue morali e fisiche qualità, ed era molto stimato e

venerato per le rare virtù che fregiavano l'animo di lui.

Si può dire che il giorno seguente a quella morte i compagni lo passarono in esercizi

di pietà pel riposo dell'anima dell'amico. Essi non trovavano conforto se non nel recitare

il rosario, l'uffizio dei defunti, fare delle confessioni e delle comunioni. Tutti piangevano

in lui un amico, ma ciascuno provava in cuore un gran conforto dicendo: A questo

momento Magone è già con Savio Domenico in Cielo.

La sensazione provata da' suoi condiscepoli e dallo stesso suo professore sac.

Francesia venne da esso medesimo espressa colle seguenti parole:

«Al domani della morte di Magone io mi portai alla scuola. Era un giorno di sabato, e

si doveva dare un lavoro di prova. Ma il posto di Magone vacante mi annunziava che

aveva perduto uno scolaro e che forse il cielo aveva un cittadino di più. Io era

profondamente commosso; i giovani erano costernati, e nel silenzio generale non fu

possibile pronunziare altra parola che: È morto, e tutta la scuola ruppe in un dirottissimo

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pianto. Tutti l'amavano; e chi non avrebbe amato un fanciullo adorno di tante belle

virtù? La grande reputazione di pietà che egli si era acquistata presso i compagni si fece

conoscere dopo la sua morte. Le pagine di lui erano disputate una per una; ed un mio

degnissimo collega si stimò assai fortunato di avere un quadernetto del piccolo Michele,

e di attaccarvi il nome che si tagliò da una pagina d'esame dell'anno precedente. Io

stesso poi mosso dalle sue virtù praticate in vita con tanta perfezione, non esitai con

piena confidenza ad invocarlo né miei bisogni e ad onore del vero devo confessare che

non mi fallì mai la prova. Abbi, o angioletto; la più sentita mia riconoscenza, e ti piaccia

d'intercedere presso il trono di Gesù pel tuo maestro. Fa che si desti nel mio cuore una

scintilla della grande umiltà che tu avevi, o Michele! o caro, prega ancora per tutti i tuoi

compagni che furono molti e buoni, affinché tutti ci possiamo riabbracciare in paradiso».

Fin qui il suo maestro.

Per dare un segno esterno del grande affetto che da tutti portavasi all'amico defunto,

fu fatta una sepoltura solenne quanto era compatibile coll'umile nostra condizione.

Con ceri accesi, con cantici funebri, con musica istrumentale e vocale

accompagnarono la cara salma fino alla tomba, dove pregandogli riposo eterno gli

diedero l'ultimo addio nella dolce speranza di essergli un giorno compagni in una vita

migliore della presente.

Un mese dopo gli fu fatta una rimembranza funebre. Il sacerdote Zattini, celebre

oratore, espose in patetico e forbito discorso l'elogio del giovare Michele. Rincresce che

la brevità di questo libretto non comporti di inserirlo per intiero; voglio tuttavia metterne

gli ultimi periodi che serviranno anche di conclusione ai presenti cenni biografici.

Dopo di aver esposto in forma oratoria le principali virtù di cui era ricco l'animo del

defunto, invitava i dolenti e commossi compagni a non dimenticarlo; anzi a spesso

ricordarsi di lui, e per confortarlo colla preghiera, e per seguirlo nei begli esempi che ci

lasciò nella sua vita mortale. In fine conchiuse così:

«Questi esempi in vita e questo parole in morte ci porgeva il comune amico Michele

Magone da Carmagnola. Ora egli non è più, la morte ha vuotato il suo seggio qui in

chiesa, ove egli veniva a pregare, e la sua preghiera eragli così dolce, e la pace così

profonda. Egli non è più, e colla sua subita scomparsa ci prova che ogni astro si spegne

quaggiù, ogni tesoro si dissipa, ogni anima è richiamata. Trenta giorni or sono noi

abbiamo consegnate alla terra le sue care giovani spoglie. Se io fossi stato presente, ad

uso del popolo di Dio, avrei estirpato preso la tua fossa una manciata di erba e

gettandola dietro le spalla, avrei mormorato in mesto accento come il figlio di Giuda:

Fioriranno essi come l'erba dei campi; dalle tue ossa risorgano altri cari giovanetti che

risveglino tra noi la tua ricordanza, ne rinnovino gli esempi, e ne moltiplichino le virtù!

Addio dunque per l'ultima volta, o dolce, o caro, o fedele nostro compagno, o buono e

valoroso Michele! Addio! Tu crescevi trepida speranza dell'ottima tua madre, che sopra

di te pianse le lagrime della pietà più ancora che quelle della natura e del Sangue... Tu

crescevi bella speranza di quel padre adottivo che ti accoglieva nel nome del provvido

Iddio, che ti chiamava a questo dolce e benedetto asilo dove imparasti sì bene e sì

presto l'amore di Dio e lo studio della virtù... Tu amico a tuoi condiscepoli, rispettoso ai

superiori, ai maestri docile, a tutti benevolo!! Tu crescevi al sacerdozio... e forse in esso

saresti stato esempio e maestro della sapienza celeste!... Tu hai lasciato al nostro cuore

un vuoto... una ferita...! Ma tu ti sei involato, o piuttosto morte ti involò alla nostra

stima, al nostro affetto... ah dunque avevamo noi bisogno delle lezioni della morte? Sì,

ne avevano bisogno i fervidi, i men solleciti, i trascurati: bisogno il negligente, il

sonnolento, il pigro il debole, il tepido, il freddo. Deh! ti preghiamo, facci conoscere che

tu sei ora nel luogo della gioia, nella terra beata dei viventi: facci sentire che tu ti ritrovi

ora presso alla fonte, anzi al mare della grazia e che la tua musica voce interfusa a

quella dei cori celesti è possente, è gradita alle orecchie di Dio! Impetraci zelo, amore e

carità... impetraci di vivere buoni, casti divoti, virtuosi... di morire lieti, sereni, calmi,

fidenti nelle divine misericordie. Impetraci che la morte non ci tocchi coi suoi tormenti,

come rispettava te medesimo. Non tangat nos tormentum mortis! prega per noi cogli

angelici giovanetti pur di questa casa che ti precedettero nel seno di Dio, Gavio Camillo,

Fascio Gabriele, Rua Luigi, Savio Domenico, Massaglia Giovanni, e prega con essi

72

soprattutto pel tanto amato capo di questa casa. Noi ti rammenteremo sempre nelle

nostre preci, noi non ti oblieremo giammai, finché non ci sia dato di raggiungerti sulle

stelle. Oh benedetto sia Dio che ti formò, che ti nudrì, ti mantenne e ti tolse la vita.

Benedetto sia quegli che toglie la vita, e benedetto sia quegli che la rende!».

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La vita del giovane Besucco Francesco (1864/1878)

G. BOSCO, Il pastorello delle Alpi ovvero vita del giovane Besucco Francesco

d'Argentera, Torino, Tip. Dell'Oratorio di S. Franc. di Sales 21878.

[p. 3]

 Giovani carissimi,

Mentre aveva tra mano a scrivere la vita di un vostro compagno, la morte inaspettata

del giovane Besucco Francesco, mi fece sospendere quel lavoro per occuparmi di lui

medesimo. Egli è per appagare le vive istanze de' suoi compatrioti e de' suoi amici e per

secondare le vostre dimande, che ho divisato di mettermi a raccogliere le più

interessanti notizie di questo compianto vostro compagno, e di presentarvele ordinate in

un libretto, persuaso di farvi cosa utile e gradita.

[p. 4] Taluno di voi potrà chiedere a quali fonti io abbia attinte le notizie, per

accertarvi che le cose ivi esposte siano realmente avvenute.

Vi soddisferò con poche parole. Pel tempo che il giovane Besucco visse in patria, mi

sono tenuto alla relazione trasmessami dal suo Parroco, dal suo maestro di scuola e da'

suoi parenti ed amici. Si può dire, che io non ho fatto altro che ordinare e trascrivere le

memorie a questo uopo inviatemi. Pel tempo che visse tra noi ho procurato di

raccogliere accuratamente le cose avvenute in presenza di mille testimoni oculari: cose

tutte scritte e firmate da testimonii degni di fede.

È vero che ci sono dei fatti, i quali recano stupore a chi legge, ma questa è appunto la

ragione per cui li scrivo con premura particolare, poiché, se fossero soltanto [p. 5] cose

di poca importanza, non meriterebbero di essere nemmeno pubblicate. Quando poi

osserverete questo giovanetto a manifestare nei suoi discorsi un grado di scienza

ordinariamente superiore a questa età, dovete notare che la grande diligenza del

Besucco per imparare, la felice memoria nel ritenere le cose udite e lette e il modo

speciale con cui Iddio lo favori de' suoi lumi contribuirono potentemente ad arricchirlo di

cognizioni certamente superiori alla sua età.

Una cosa ancora vi prego di notare riguardo a me stesso. Forse troppa compiacenza

nello esporre le relazioni che passarono tra me e lui. Questo è vero e chiedo benevolo

compatimento: vogliate qui ravvisare in me un padre che parla di un figlio teneramente

amato; un padre, che dà campo ai paterni affetti, mentre [p. 6] parla a' suoi amati figli.

Egli loro apre tutto il suo cuore per appagarli, ed anche istruirli nella pratica della virtù,

di cui il Besucco si rese modello.

Leggete adunque, o giovani carissimi, e se nel leggere vi sentirete mossi a fuggire

qualche vizio, o a praticare qualche virtù, rendetene gloria a Dio, solo Datore di veri

beni.

Il Signore ci benedica tutti e ci conservi nella sua santa grazia qui in terra, affinché

possiamo giungere un giorno a benedirlo eternamente in Cielo.

[p. 7]

CAPO I

 Patria - Genitori - Prima educazione del giovane Besucco

Se mai ti accadesse, o lettore, di camminare da Cuneo alla volta delle alte giogaie

delle Alpi, dopo lungo, ripido e faticoso cammino tu giungeresti sull'alta vetta delle

medesime, ove in una specie di altipiano ti si presenta alla vista una delle più amene e

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pittoresche vedute. A notte tu vedi la cresta più elevata delle Alpi, che è il colle della

Maddalena, così detto per tradizione da que' popolani, che credono essere questa Santa

venuta di Marsiglia ad abitare sopra queste quasi inabitabili montagne. La sommità di

questo colle forma un largo piano ove giace un lago assai esteso da cui nasce il fiume

Stura. A sera il tuo sguardo si perde in [p. 8] una lunga, larga e profonda vallata detta

Valle delle basse Alpi, che già appartiene al territorio francese. A mattino il tuo occhio è

deliziato da una moltitudine di colli uno più basso dell'altro, che quasi gradinata

semicircolare vanno abbassandosi fino a Cuneo ed a Saluzzo. A giorno poi e

precisamente ottanta metri dai confini di Francia, ma sempre sul medesimo piano, giace

l'alpestre villaggio di Argentera, patria del pastorello Besucco Francesco, di cui

intraprendo a scrivere la vita.

Egli nacque in umile edificio di questo paese da poveri, ma onesti e religiosi genitori il

primo marzo 1850. Suo padre chiamavasi Matteo e sua madre Rosa. Attesa la loro

povera condizione si indirizzarono al Parroco, che ha titolo di Arciprete, affinché volesse

battezzarlo e guardarlo come figlioccio. In quel tempo governava già con zelo la

parrocchia dell'Argentera l'attuale Arciprete di nome D. Pepino Francesco che ben

volentieri si prestò al pietoso uffizio. Madrina fu la madre dello stesso Arciprete di nome

Anna, donna di vita esemplare, e che non mai si rifiutava ad opere di carità. Per ordine

espresso dei genitori gli fu imposto nel Battesimo il nome del padrino, cioè Francesco, A

quale volle l'Arciprete aggiun-[p. 9]-ger quello del Santo occorso nel giorno della sua

nascita, s. Albino. Appena il nostro giovinetto giunse all'età in cui potè essere ammesso

alla santa comunione, non lasciava mai in quel giorno, 1° di marzo, di accostarsi ai santi

Sacramenti, e per quanto gli era possibile passava tutta la giornata in opere di cristiana

pietà.

Conoscendo sua madre quanto importi il cominciar per tempo a dare buona

educazione alla figliuolanza non risparmiava sollecitudine per insinuare sodi principii di

pietà nel tenero cuore del caro figlioletto. I nomi di Gesù e di Maria furono le prime

parole, che ella studiò di fargli imparare. Non di rado fissandolo in volto e portando il

pensiero sulla vita futura di Francesco, tutta tremante pei gravi pericoli, cui sogliono

andare esposti i giovanetti, commossa esclamava: Caro Franceschino, io ti amo assai,

ma assai più del corpo amo l'anima tua. Vorrei prima vederti morto, che vederti

offendere Dio! Oh! potessi io essere consolata da te col vederti sempre in grazia di Dio!

Queste e simili espressioni erano il condimento quotidiano che animava lo spirito di

questo fanciullino, il quale contro ogni aspettazione cresceva robusto in età e nello

stesso [p. 10] tempo in grazia appresso di tutti. Allevato con questi sentimenti non è a

dire di quanta consolazione Francesco riuscisse a tutta la famiglia. Tanto i genitori di

Francesco quanto i suoi fratelli godono di poter attestare come il loro fratellino si

compiacesse, appena cominciò parlare, di nominare sovente i Ss. nomi di Gesù e di

Maria, che furono i primi nomi ben pronunciati da quella innocente lingua. Fin dalla più

tenera età manifestò gran gusto nell'imparare orazioni e canzoncine spirituali, che

compiacevasi canterellare in compagnia della sua famiglia. Era poi una delizia il vedere

con quanta gioia tutte le feste prima del vespro si unisse cogli altri fedeli a cantar le lodi

a Maria e a Gesù. Pareva allora nella pienezza delle sue consolazioni. L'amore alla

preghiera sembrò nato con lui. Dall'età di soli tre anni, secondo le attestazioni dei

genitori dei fratelli e delle sorelle, non diede mai occasione di esserne invitato, ed egli

stesso ne domandava l'insegnamento. La mattina e la sera all'ora consueta

s'inginocchiava e recitava da sé quelle brevi preghiere, che già aveva imparato, né

alzavasi finché non ne avesse imparato alcun che di più.

[p. 11]

75

CAPO II

 Morte della madrina - Affetto alle cose di chiesa - Amore alla preghiera

Il giovanetto Besucco portava grande affetto alla sua madrina, la quale sia pei piccoli

regali che gli faceva, sia pei segni speciali di benevolenza che gli usava, teneva come

una seconda madre. Correva egli solamente il quarto anno di sua età, quando Anna

Pepino cadde gravemente inferma. Il suo affezionato figlioccio dimandava spesso di

poterla visitare, pregava per lei, e le faceva mille carezze. Sembra che egli di lontano

abbia avuto segni straordinari della morte di lei, che spirava l'anima sua il 9 maggio

1853.

Non ostante così tenera età da quel giorno cominciò a recitare mattina e sera un

Pater per la defunta madrina, uso che ritenne sempre. Egli lo assicurò più volte dicendo:

Mi ricordo e prego tutti i giorni per la mia madrina, sebbene io abbia molta speranza che

ella goda già la gloria del Paradiso. Appunto in riconoscenza della pietà, che Francesco

dimostrava alla cara sua madre, l'Arciprete lo amò con [p. 12] predilezione e lo tenne

d'occhio per quanto gli fu possibile.

Qualora Francesco avesse veduto quelli di sua famiglia a far preghiere, tosto

mettevasi in atteggiamento divoto, alzando gli occhi e le innocenti sue manine al Cielo

quasi presago di quei grandi favori, che in seno versato gli avrebbe il misericordioso

Iddio.

La mattina, contro la consuetudine dei ragazzi, non voleva assaggiare cosa alcuna se

prima non avesse recitate le sue orazioni. Venendo fìn dall'età di tre anni condotto alla

chiesa, non mai successe il caso, in cui disturbasse i vicini, che anzi osservandone

perfino i movimenti divoti procurava d'imitarli. Cosicché accadeva sovente, che coloro i

quali l'osservavano con queste sorprendenti disposizioni dicessero: Sembra incredibile

tanta compostezza in un fanciullo di quella età.

Egli prestavasi volentieri a tutti gli uffizi di chiesa di qualunque genere, a segno che

pareva nato fatto per compiacer tutti, anche con grande suo incomodo. Infatti molte

volte d'inverno accadde che per la quantità della neve caduta non potesse intervenir

persona di sorta all'unica Messa del Parroco per servirla. Soltanto l'intrepido Francesco

affrontando coraggioso o-[p. 13]-gni pericolo facevasi strada colle mani e coi piedi in

mezzo alla neve, e giungeva solo alla chiesa. Al primo vederlo l'avresti creduto un

animale, che camminasse o meglio si avvoltolasse in mezzo alla neve, la cui altezza

superava di molto quella di Francesco. Matteo Valorso, testimonio oculare, depone, che

circa la metà del mese di gennaio 1863, chiamato dal parroco a servirgli Messa, al

momento di accendere le candele all'altare, con sua sorpresa vide entrare uno in chiesa

di cui a stento ravvisava le sembianze umane. Ma quale non fu la sua meraviglia,

quando scoprì in quel coraggioso il nostro giovinetto, che contento della felice riuscita

dei suoi sforzi esclamò: finalmente ci sono. Servì difatti la Messa, dopo la quale

sorridendo disse al Parroco: «Questa ne vale due, ed io l'ho ascoltata con doppia

attenzione, e ne sono tanto contento. Seguiterò a venirvi a qualunque costo». E chi non

avrebbe amato sì grazioso giovinetto?

Con queste disposizioni cresceva il fanciullino in età ed in grazia presso Dio e gli

uomini. All'età d'anni cinque sapeva già perfettamente le orazioni della mattina e della

sera, che recitava tutti i giorni insieme colla famiglia, il quale uso ritenne finché dimorò

nella casa paterna. [p. 14] Mentre mostravasi ansioso di pregare, mostravasi eziandio

assai premuroso nell'imparare preghiere o giaculatorie. Bastava che Francesco udisse

alcuno a recitare una preghiera, ancora a lui ignota, che non gli si toglieva dai panni se

non dopo che l'aveva imparata; quindi tutto allegro, come avesse scoperto un tesoro, la

insegnava a quei di sua casa. Ed allora giubilava molto osservando la nuova sua

preghiera entrata in consuetudine nella famiglia, o recitata da' suoi compagni. Le due

seguenti erano per così dire il suo Mattutino e la sua Compieta.

Appena svegliato, fatto il segno della s. Croce, balzava dal letto recitando forte, od

anche cantando la seguente orazione: «Anima mia, alzati su: guarda al Ciel, ama Gesù:

76

ama chi ti ama, lascia il mondo che t'inganna: pensa che hai da morir, tuo corpo ha da

marcir: e perché sii esaudito, di' a Maria tre volte l'Ave Maria».

Siccome nei primi anni non poteva comprendere il significato di questa orazione, cosi

importunava ora il padre, ora la madre, o qualche altro, che gliela spiegassero. Quando

poi era giunto a comprenderla diceva: Adesso la recito con maggior divozione. Col

tempo questa preghiera divenne la regola di sua condotta.

[p. 15] La sera poi incamminandosi al riposo, come la mattina recitava con

espressione assai viva la seguente: «A coricarmi io mi vo, non so se mi leverò: quattro

cose dimanderò: Confessione, Comunione, Olio Santo, Benedizione Papale. Nel nome del

Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo».

Compiacevasi in modo particolare di ragionare delle cose di religione, degli esempi di

virtù da altri praticati, che egli subito cercava di imitare. Se talvolta era alquanto

malinconico, e volevasi rallegrare, bastava parlargli di cose spirituali, o del profitto, che

poteva ricavare nel frequentare la scuola.

CAPO III

 Sua obbedienza - Un buon avviso - Lavora la campagna

La sua obbedienza agli ordini dei genitori, dice il Parroco, era così pronta che sovente

ne preveniva i desiderii in modo, che non ebbero mai ripulsa dal medesimo, e nemmeno

ravvisarono la più piccola indolenza nell'eseguire i loro comandi. Le sue sorelle ancora

affermano essere non rare volte accaduto, che per [p. 16] inavvertenza, o perché

occupate in altri lavori, avendo esse alquanto differita l'esecuzione degli ordini dei

genitori, ne furono sempre rimproverate dal loro fratellino. Atteggiandosi in tali

circostanze in atto supplichevole, «e che? - esclamava - è già una mezz'ora che nostra

madre vi comandò quella cosa, e voi aspettate ad eseguirla? Non è bene dar motivo di

disgusto a chi tanto ci ama».

Era poi tutto dolcezza ed amore verso i fratelli e le sorelle, non mai offendendosi

quantunque fosse dai medesimi rimproverato. Con loro compiacevasi d'ordinario

trattenersi a divertimento, perché egli giudicava non potere dai medesimi imparare altro

che bene. Confidava loro ogni pensiero, e perfino li pregava ad invigilare sopra de' suoi

difetti. «Qui mi rincresce - dice il Parroco - di non poter descrivere la buona armonia,

che regnava in questa famiglia composta in allora di otto persone le quali potevano dirsi

esemplari in tutta la loro condotta, sia per la ritiratezza in casa, sia per la loro frequenza

e divozione alle sacre funzioni».

Cinque anni fa essendo partito pel servizio militare il suo maggior fratello Gio-[p. 17]-

vanni, il nostro Francesco non cessava di dargli santi avvertimenti per sua norma,

affinché si mantenesse buono come era in casa. «Procura - conchiudeva - di essere vero

divoto di Maria SS. Essa certamente ti aiuterà. Io dal mio canto non mancherò di

pregare per te. Fra poco ti scriveremo delle lettere». Tutto ciò diceva in età appena di

anni nove. Quindi rivolto ai genitori, che in quei figlio perdevano il braccio più forte pei

lavori di campagna, «voi piangete - loro diceva - ma Iddio ci consolerà in altro modo col

conservarci la sanità, ed aiutarci nei nostri lavori. Io poi farò tutto il possibile per

aiutarvi». Che gran lavoratore di campagna! Eppure fu così; con grande stupore di tutti

attendeva in modo straordinario ai lavori che gli erano comandati, volendo anzi

intraprenderne molti altri, che i parenti credevano incompatibili colle sue forze. In mezzo

ai lavori di campagna manteneva sempre inalterata la sua giovialità, non ostante la

stanchezza, inseparabile dal suo ardore nei medesimi. Se qualche volta suo padre per

celia dicevagli: Francesco sembri assai stanco dal lavoro, egli ridendo rispondeva: «Ah!

mi sembra che questi lavori non siano fatti per me. Mio [p. 18] padrino mi dice sempre

che studii; chi sa che egli non mi aiuti». Né passava mai giorno senza parlare in famiglia

77

del suo desiderio di frequentare le scuole. Andava a scuola nell'invernale stagione, ma

non dispensavasi mai dai servigi domestici, come pur troppo si usa dai ragazzi, per

attendere ai divertimenti nelle ore libere dallo studio. Il tenore della sua vita pel tempo

in cui frequentò la scuola in Argentera fu il seguente.

CAPO IV

 Episodi e condotta di scuola

Sebbene i genitori di Francesco avessero molto bisogno del suo servizio, tuttavia

persuasi che la scientifica istruzione è un mezzo efficacissimo per imparare la religione,

lo avviarono per tempo a scuola. Ecco pertanto qual fu la sua condotta scolastica.

Alzavasi alla mattina di buon'ora recitando l'indicata orazione: Anima mia, alzati, su,

ecc., fermandosi ben sovente a meditarne il significato. Appena levato o solo o colla

famiglia recitava le lunghe sue orazioni, quindi attendeva allo studio fino al tempo della

scuola, dopo la [p. 19] quale con sollecitudine ritiravasi nella casa paterna per attendere

ad alcuni lavori di famiglia. A tanta diligenza corrispondeva il profitto che otteneva in

classe, e sebbene non dimostrasse grande ingegno, tuttavia supplendovi colla diligenza

nei doveri, e coll'esatta occupazione del tempo nel fare i temi e nello studiare le lezioni

vi fece notabilissimo progresso.

Il maestro aveva in generale proibito a' suoi allievi di andare girovagando nelle stalle

durante la invernale stagione. In ciò Besucco fu oggetto di ammirazione a tutti. Non solo

osservò scrupolosamente la ritiratezza, ma col suo esempio trasse molti compagni ad

imitarlo con grande vantaggio della scienza e della moralità, e con viva soddisfazione di

Valorso Antonio, maestro, dei genitori e degli allievi.

Raramente dopo il pranzo usciva di casa a divertimento, e se n'era quasi intieramente

dimenticato alcuni mesi prima che venisse all'Oratorio.

Esilarato alcuni istanti il suo giovanile temperamento ritornava allo studio finché

suonasse la scuola, nella quale per testimonianza del citato suo maestro dimostrò mai

sempre tutta la possibile diligenza ed attenzione a quanto insegnavasi, e rispetto

inalterabile. Esso procu-[p. 20]-rava di aiutare il maestro nell'insegnare a leggere ai

fanciulli principianti, e lo faceva con disinvoltura e con edificazione. In tutto il tempo che

frequentò la scuola comunale fu sempre riguardato dai compagni quale esempio di

morigeratezza e diligenza. Essi avevano concepito tanta stima pel nostro Francesco che

guardavansi fino di lasciar sfuggir parole meno dicevoli alla sua presenza. Erano certi

che le avrebbe disapprovate e fattene loro severe dimostranze, come accadde non poche

volte. Che se alcuno più giovane di lui lo richiedeva di istruzione fuori della scuola, era

sua passione il prestarsi di buon cuore, animandolo ancora a richiederlo ben sovente. Ma

nello stesso tempo non mancava mai di pascolarne lo spirito con avvisi salutari ed

animarlo alla divozione.

Dalla relazione fatta dallo zelante suo maestro raccolgo ancora alcuni fatti che qui

letteralmente trascrivo. «Ogni qual volta fossero sorte risse fra i suoi condiscepoli si

lanciava tosto in mezzo di loro per acquetarli. "Amici come siamo - loro diceva - non

conviene percuoterci, tanto meno per queste inezie che non hanno alcun nome:

vogliamoci bene, sappiamo compatirci gli uni gli altri come [p. 21] comanda Iddio".

Queste ed altre simili parole bastavano d'ordinario a mettere la pace tra i compagni

litiganti. Se osservava le sue parole non essere capaci di pacificarli, abbandonavali

all'istante.

Quando udiva darsi il segno della scuola o delle sacre funzioni egli invitava i suoi

compagni a desistere dai divertimenti. Giuocando un giorno alle bocce udì il suono della

campana che li chiamava al catechismo. Francesco disse tosto: "Compagni, andiamo al

catechismo, fìniremo la partita dopo la funzione parrocchiale". Ciò detto disparve dai loro

occhi. Terminata la funzione si restituì ai compagni, ai quali dolcemente rimproverò la

perdita di questa pratica di pietà e d'istruzione; intanto per renderseli vie più amici

comprò loro delle ciliegie. A questi segni di generosità e di cortesia quei compagni

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promisero che in avvenire non avrebbero mai più trascurate le cose di religione per

attendere ai divertimenti.

Se a caso avesse udito taluno a pronunziar parole indecenti mostravasi tosto in volto

mortificato; quindi lo abbandonava o facevagli severo rimprovero. Spesse volte fu udito

dire: "Cari compagni, non dite tali parole! con queste voi offendete Dio e date scandalo

ad altri". Attestano [p. 22] anche i medesimi compagni che Francesco li invitava ben

movente a far qualche visita al SS. Sacramento ed a Maria SS. e che mi prestava

volenteroso ogni qual volta poteva compiacere i medesimi in ciò che riguardava la

scuola.

Altre volte sentendo suonare l'Ave Maria: "Orsù, amici, - diceva - recitiamo l'Angelus

e poi seguiteremo il nostro divertimento".

Il medesimo invito ripeteva ai compagni nei giorni di vacanza per farli assistere alla

santa Messa.

Nella mia qualità di maestro comunale d'Argentera debbo, per maggior gloria di Dio,

dichiarare che il pio giovanetto Besucco, nei cinque anni in cui frequentò la mia scuola,

non fu mai secondo ad alcuno nella diligenza nel recarsi alla scuola. Se mai avesse

osservato compagni negligenti, sapeva così ben avvertirneli che quasi da volere a non

volere divenivano più diligenti. Nella scuola poi il suo contegno non poteva essere

migliore, sia nell'osservare il silenzio, sia nella costante attenzione a quanto insegnavasi.

Prestavasi inoltre con gran piacere a far leggere i più piccoli e ciò faceva con sì bel garbo

e con tanta amorevolezza che era da loro assaissimo amato e rispettato».

(Fin qui il maestro).

[p. 23]

CAPO V

 Vita di famiglia - Pensiero notturno

Ritornato appena dalla scuola correva ad abbracciare i suoi genitori, esibendosi

pronto ai loro cenni fino all'ora di prender cibo. Nella frugale mensa non trovava mai

alcun motivo di lamento o per la qualità o per la quantità dei cibi. In tutte le sue azioni

non dimostrava volontà. alcuna e scorgendo altri in famiglia non soddisfatti nei proprii

desideri loro diceva: «Quando sarete padroni farete poi a modo vostro, ma per ora

dobbiamo uniformarci alla volontà dei nostri cari genitori. Siamo poveri e non possiamo

vivere e comparire ricchi. A me non importa niente vedere i miei compagni ben vestiti,

mentre lo non posso avere bella vestimenta. La più bella veste che possiam desiderare è

la grazia di Dio». Egli aveva pe' suoi genitori rispetto sommo; li amava col più tenero

amor figliale, loro ubbidiva ciecamente, né cessava mai dal magnificare quanto essi

facevano per lui. Pel che era da loro tanto amato, che sembrava troppo molesto il tempo

in cui non l'avevano in loro com-[p. 24]-pagnia. Se qualche volta i fratelli e le sorelle o

per divertimento o per altro motivo gli dicevano: Tu, Francesco, hai ben ragione di

essere contento, perché sei il Beniamino di tutti. Sì, è vero - rispondeva - ma io

procurerò sempre di essere buono e meritarmi il loro e il vostro amore. La qual cosa era

tanto vera, che ricevendo qualche piccolo regaluzzo, o guadagnando qualche moneta per

servizi ad altri prestati, giunto a casa, o rimetteva il guadagno nelle mani dei genitori,

oppure ne faceva parte ai fratelli od alle sorelle dicendo: Vedete, quanto vi amo!

Vegliando la sera nella propria stalla, da cui usciva rarissimamente, per non associarsi

con altri compagni, impiegava il tempo divertendosi coi famigliari, studiava le sue

lezioni, oppure compieva qualche altro suo dovere scolastico. Di poi ad un'ora

determinata invitava tutti a recitare la terza parte del Rosario colle solite orazioni,

prolungandole pel vivo desiderio di trattenersi con Dio recitando molti Pater noster. Né

mai dimenticava di raccomandare speciale preghiera per ottenere da Dio sanità a suo

padre ed a' suoi fratelli che nell'inverno dimoravano fuori del paese a fine di guadagnare

col lavoro delle loro [p. 25] mani di che sostentare la famiglia. Chi sa, diceva sovente

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piangendo, quanto freddo soffrirà nostro padre per noi! oh quanto sarà mai stanco, e noi

stiam qui tranquilli mangiando il frutto de' suoi sudori! Ah! preghiamo almeno per lui.

Di suo padre assente discorreva ogni giorno, e, per dir così, lo accompagnava

ovunque col pensiero ne' suoi viaggi.

Soleva eziandio nelle veglie applicarsi alla lettura di libri divoti, che procurava farsi

provvedere dal padrino e dal maestro, che ben volentieri gliene somministravano. Più

volte nel giorno o lungo la sera, vedendo la stalla piena di gente, loro diceva: Oh!

ascoltate il bello esempio che ho trovato in questo libro; e lo leggeva ad alta e sonora

voce, a segno che pareva un predicatore. Che se gli cadeva tra le mani la vita di qualche

pio giovanetto, oh! allora questo era il suo caro libro, che diventava il soggetto de' suoi

discorsi e della sua imitazione. «Fosse vero che potessi anch'io diventar tanto buono,

quanto costui! sì che sarei fortunato, non è vero, mia cara madre?». «Due anni fa - dice

il Parroco - lesse la vita di s. Luigi Gonzaga, e da quel tempo ne divenne imitatore,

specialmente nell'occultare le buone azioni [p. 26] che faceva. Ma alcuni mesi dopo,

essendogli stata regalata la vita di Savio Domenico e di Michele Magone, specialmente

leggendo la vita di quest'ultimo diceva con gioia: "Ho trovato il vero ritratto delle mie

divagazioni; ma almeno Iddio mi concedesse di potermi emendare de' miei difetti, ed

imitare la buona condotta ed il santo fine del mio caro Magone", così lo chiamava. E qui

gli nacque - continua il Parroco - curiosità straordinaria di farsi spiegare il modo, con cui

doveva imitare quel giovanetto, e mi richiese se non sarebbe stato possibile di farlo

entrare nello stesso stabilimento, in cui parevagli, che avrebbe tanto profittato nella

virtù. È questo il frutto principale che il nostro Francesco ricavò dalla lettura dei libri

buoni. Dio volesse che tutti i miei fanciulli parrocchiani attendessero a queste buone

letture. Sarebbero al certo di grande consolazione ai loro genitori».

Siccome la mattina Francesco invitava l'anima sua innocente a sollevarsi al cielo, così

la sera la intratteneva nelle tenebre del sepolcro con qualche pio e devoto pensiero.

Interrogato più volte che facesse posto a letto, rispondeva: Mi figuro di mettermi nel

sepolcro, ed allora il primo pensiero che mi viene in mente [p. 27] è questo: Che sarà di

te, se cadrai nel sepolcro dell'inferno? Spaventato da questo riflesso, mi metto a pregare

ben di cuore Gesù, Maria, s. Giuseppe ed il mio Angelo Custode, e non finisco più di

pregare, finché non sia addormentato. Oh! quanti bei proponimenti faccio mai la sera

posto a letto per timore di dannarmi. Se mi sveglio la notte seguito a pregare, e mi

rincresce molto se il sonno nuovamente mi sorprende.

CAPO VI

 Besucco e il suo Parroco - Detti - Pratica della confessione

Sebbene il nostro Besucco sia stato fin da fanciullo prediletto dal Signore, tuttavia

dobbiam dire che la vigilanza dei genitori, la sua buona indole, la cura amorevole che di

lui si prese il proprio Parroco giovarono potentemente al felice risultato della morale sua

educazione. Fanciullino ancora era già da' suoi genitori condotto alla chiesa; gli

prendevano le mani, lo aiutavano a far bene il segno della Croce, gli additavano il [p.

28] modo ed il luogo, in cui doveva inginocchiarsi, e l'assistevano colla massima

amorevolezza. Appena ne fu capace era dai medesimi condotto a confessarsi. Ed egli

mosso dall'esempio, dai consigli, dagli incoraggiamenti dei parenti si affezionò per tempo

a questo Sacramento in modo che ben lungi dal provare l'ordinaria apprensione, o specie

di ripugnanza, che i ragazzi sogliono manifestare nel presentarsi a persona autorevole,

egli ne provava invece tutto il piacere. Ma la fortuna di questo giovanetto è in gran parte

dovuta al proprio Parroco D. Francesco Pepino. Questo esemplare sacerdote occupava

con zelo le sue forze, e le sue sostanze a bene de' suoi parrocchiani. Persuaso che non si

possono avere buoni parrocchiani, se la gioventù non è bene educata, niente

risparmiava, che potesse tornare a favore dei fanciulli. Faceva loro il catechismo in

qualsiasi stagione o tempo dell'anno; li ammaestrava intorno al modo ed alle cerimonie

stabilite per servire la s. Messa; faceva anche la scuola, e non di rado andava di loro in

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cerca alle proprie case, sui lavori, e negli stessi luoghi dei pascoli. Quando gli avveniva

di ravvisare qualche fanciullo che palesasse attitudine allo studio, alla pietà, ne formava

specia-[p. 29]-lissimo oggetto delle sue sollecitudini. Per la qual cosa appena si accorse

delle benedizioni che il Signore spandeva copiose sopra del nostro caro Besucco, nol

perdé più di vista, e volle egli stesso dargli le prime cognizioni del catechismo, e a suo

tempo prepararlo alla prima confessione. Con maniere amorevoli e proprie di un tenero

padre si guadagnò il cuore di lui per modo, che il giovanetto provava le sue delizie ogni

qualvolta poteva conversare coll'amato suo padrino, o udire da lui qualche parola di

conforto o di pietà.

Lo scelse per suo stabile confessore, e continuò a confessarsi da lui in tutto il tempo

che visse in Argentera. Il Parroco lo consigliò a cangiar qualche volta confessore, e

gliene porse ben anche occasione ma egli lo pregava di volerlo sempre confessare egli

stesso. Con lei, diceva, caro Padrino, ho tutta la confidenza. Ella conosce il mio cuore. Io

le manifesto sempre ogni segreto. lo l'amo molto, perché Ella molto ama l'anima mia.

Io credo, che la più grande fortuna per un giovanetto sia la scelta di un confessore

stabile, cui apra il suo cuore, confessore che si prenda cura dell'anima di lui, e che

coll'amorevolezza, e colla [p. 30] carità lo incoraggi alla frequenza di questo

Sacramento.

Non solamente il nostro Francesco dipendeva dal suo Parroco nelle cose di

confessione, ma eziandio in tutto ciò che avrebbe potuto contribuire al suo bene

spirituale e temporale. Un semplice consiglio od anche un solo desiderio esternato dal

suo Padrino era per lui un comando, che con gioia premurosamente eseguiva. È poi

sommamente amena ed edificante la maniera, che egli teneva nella frequenza di questo

Sacramento. Alcuni giorni prima parlava della sua prossima confessione, protestando coi

fratelli e colle sorelle di volerne quella volta ricavare profitto. Ad essi tanto più nei primi

anni raccomandavasi, affinché gli insegnassero a confessarsi bene, interrogavali, come

essi facevano a conoscere le mancanze commesse, e a ricordarsi dei peccati in sì lungo

spazio di tempo, che era circa un mese. Faceva poi grandi meraviglie che dopo la

confessione si potesse di nuovo offendere Iddio, al quale si è promessa fedeltà. Quanto

mai è buono, diceva, Dio a perdonarci i nostri peccati non ostante la nostra infedeltà ad

osservare i fatti proponimenti; ma quanto è più grande l'ingratitudine, che

continuamente usiamo ai tanti bene-[p. 31]-fizi, che ci fa! Ah! dovremmo tremare al

solo riflettere alle nostre infedeltà. lo per me sono disposto a fare e a soffrire ogni cosa

prima di offenderlo nuovamente. La sera precedente alla confessione interrogava suo

padre, se la mattina vegnente non aveva qualche lavoro pressante a fare. Richiesta la

ragione gli diceva, che aveva piacere di andarsi a confessare. Al che di buon animo

accondiscendeva sempre il genitore e Francesco passava quasi tutta quella notte nel

pregare o nell'esaminarsi per meglio disporsi, quantunque la sua vita fosse una continua

preparazione. La mattina poi senza più parlare con alcuno recavasi in chiesa, ove col

massimo raccoglimento preparavasi alla grande azione. Lasciava per altro sempre che si

confessassero quelle persone che dubitava aver poco tempo per fermarsi in chiesa.

Questa sua condiscendenza verso gli altri, specialmente nel rigore dell'inverno, mi

obbligò non poche volte, dice Il Parroco, a chiamarlo io stesso al confessionale,

vedendolo già tutto intirizzito dal freddo. Fu talvolta richiesto del suo lungo attendere

prima di confessarsi. Io posso aspettare, rispondeva, perché i miei genitori non mi

rimproverano del tempo passato in chiesa; ma forse gli altri potrebbero [p. 32]

annoiarsi, o ricevere qualche rimbrotto in casa, tanto più le donne che hanno ragazzi. I

fratelli e le sorelle alle volte per facezia gli dicevano: Tu vai sovente a confessarti per

ischivar la fatica. - Quando voi altri andrete a confessarvi, rispondeva egli, io vi supplirò

di buon grado in tutto ciò che posso. Oh! sì andate pur sovente, che io ne sono ben

contento! E qui qual maestro di spirito non rare volte loro diceva: Quella pigrizia che alle

volte si sente, quella incertezza per la confessione, quel differirla da un giorno all'altro

sono altrettante tentazioni del demonio. Sapendo esso quanto potente ed efficace

rimedio sia la frequente confessione per correggerci dei nostri difetti, fa ogni sforzo per

tenercene lontani. Oh! quando trattasi di fare il bene abbiam sempre paura del mondo;

alla fine dei conti non è il mondo che ci dovrà giudicare dopo la morte: è Dio che ci

dovrà giudicare, a lui solo e non ad altri dovremo dar conto delle nostre opere, e non al

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mondo: da lui solo dovremo aspettarci eterna ricompensa. Quando sono confessato,

diceva altre volte ai famigliari, provo tanta contentezza che desidererei fino di tosto

morire per liberarmi dal pericolo di offender di nuovo Iddio. Il giorno in cui si accostava

ai Ss. Sacramenti pri-[p. 33]-vavasi quasi sempre d'ogni divertimento. Interrogato dal

Parroco perché ciò facesse, rispondeva: Quest'oggi non debbo contentare il mio corpo,

perché il mio Gesù fece goder tante e sì dolci consolazioni all'anima mia. Quello che mi

rincresce si è di non esser capace di ringraziare il mio Gesù Sacramentato dei benefizi

continui che mi fa. Passava intanto quella giornata in un santo raccoglimento e per

quanto gli era possibile in chiesa.

Da sicure informazioni mi risulta che il buon Francesco per meglio disporsi a ricevere

degnamente i Ss. Sacramenti soleva dire: Questa confessione può essere l'ultima di mia

vita, ed io voglio farla come se realmente fosse l'ultima.

CAPO VII

 La santa Messa - Suo fervore - Conduce il gregge sulle montagne

Non è fuor di luogo il notare come i genitori di Francesco gli lasciassero piena libertà

di andar tutti i giorni a udire la s. Messa; anzi parendo talvolta dubbioso, se dovesse

andare o no ad ascoltarla per timore di trascurare qualche suo dovere, [p. 34] lo

mandavano eglino stessi. Della qual cosa molto contento soleva dire a' suoi genitori: Oh!

siate certi, che il tempo impiegato nell'udir la s. Messa si compenserà abbondantemente

nella giornata, perché Iddio è buon rimuneratore, ed io lavorerò più volentieri. Che se

avvenivagli qualche mattina di non potervi assistere, soleva recitare in compenso questa

popolare preghiera, che è molto divulgata in quel paese: l'avea imparata in età di

quattro anni. «La messa suona, s. Marco l'intuona, gli Angeli la cantano, e Gesù

Bambino porge l'acqua e il vino. Fatemi, o Gesù, un po' parte della Messa del corrente

mattino».

Il padre di Francesco soleva per facezia interrogarlo come avrebbe fatto a passare

quella giornata senza messa, ed egli colla massima semplicità rispondevagli: Iddio mi

aiuterà lo stesso, perché ho detta la mia orazione, e poi pregherò un poco di più questa

sera.

Credeva assai facilmente ai detti altrui, così che per divertimento i suoi compagni

talvolta gliene facevano credere delle grosse. Ma quando si accorgeva di essere burlato

si mostrava tutto contento. Non mai si vide dar segni di vanagloria per la stima, in cui

era tenuto dai genitori, [p. 35] conoscenti e dal Parroco. Buon per me, diceva alcuna

volta, che non mi conoscono, altrimenti non mi vorrebbero tanto bene. La sua attività

nello studio, che lo rendeva superiore a' suoi compagni, ben lungi dal farglieli

disprezzare, faceva loro usare ogni possibile indulgenza nella recita delle lezioni. Se

veniva alcuna fiata rimproverato di qualche ragazzata sia che fosse o non fosse

colpevole, tutto contrito rispondeva: Non la farò più, e mi farò più buono. Voi mi

rimproverate, ma so che mi compatite. E qui correva ad abbracciare ed accarezzare i

suoi genitori il più sovente colle lagrime agli occhi. Essi non ebbero mai occasione di

castigare questo loro figlio. Nella stagione estiva attendeva in compagnia della famiglia

ai lavori di campagna, nei quali godeva poter sollevare alcun poco i fratelli e le sorelle,

per quanto il comportavano le sue forze.

Nel tempo del riposo non volendo neppure stare ozioso iniziava alcuni discorsi di

religione, oppure interpellava suo padre su qualche dubbio, od oscurità in materia

spirituale.

Nella preghiera con piacere si tratteneva andando e venendo dalla campagna. Ben

sovente accadde a me, e ad altri, dice il Parroco, d'incontrarlo per via tanto as-[p. 36]-

sorto nella preghiera che neppure accorgevasi di averci vicini. Se fuor di casa

incontravasi in qualche pericolo od occasione di essere scandalizzato per le imprecazioni

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o bestemmie udite, o pei cattivi discorsi che non poteva non udire, tosto faceva il segno

della santa Croce, oppure diceva: Dio sia benedetto, benedetto il suo santo Nome. Se gli

riusciva incominciava egli stesso discorsi diversi. Avvertito qualche volta dai suoi parenti

a guardarsi dal seguir le massime di alcuni perversi compagni, loro rispondeva: Vorrei

che piuttosto mi seccasse la lingua in bocca a preferenza di servirmene a disgustare il

mio Dio.

Quando andava alla pastura delle pecore portava sempre seco qualche buon libro

divoto, o scientifico, che procurava di leggere in presenza di altri compagni quando essi

avevano piacere di ascoltarlo, altrimenti leggeva da sé, o si occupava nella preghiera

osservando a puntino il comando del Salvatore, di pregare senza intermissione.

Il padre di Francesco per provvedere alla famiglia il necessario sostentamento prese

la custodia del gregge comunale, al quale ufficio di quando in quando destinava eziandio

il figliuolo specialmente nei [p. 37] giorni festivi, affinché gli altri fratelli potessero

almeno in qualche festa intervenire alle funzioni parrocchiali. L'ubbidiente Francesco

accettava di buon grado quell'incarico dicendo: Se non posso in questo giorno

intervenire alle sacre funzioni, procurerò di santificare la festa in qualche altro modo. Tu

intanto, diceva al fratello, ricordati di me in chiesa. Giunta poi l'ora delle sacre funzioni,

egli soleva condurre il gregge in luogo sicuro, quindi formata una croce su qualunque

oggetto, davanti a quella s'inginocchiava per farvi preghiera o lettura. Talvolta andava a

nascondersi in un antro della montagna, dove prostrato innanzi a qualche sacra

immagine, che sempre conservava in un libro divoto, recitava le medesime preghiere,

come se fosse realmente presente alle funzioni di chiesa: poscia faceva la Via Crucis. La

sera cantava da solo il vespro, recitava la terza parte del rosario, ed era per lui grande

festa, quando poteva trovar compagni, che lo aiutassero a lodare Iddio. In questi

atteggiamenti fu dai medesimi compagni sorpreso ben sovente in preghiera e

meditazione così fervorosa, che il suo sembiante pareva quello di un angelo. Se gli

avveniva di trovar compagni indulgenti pregavali a dar d'occhio alle sue pecore dicendo

aver egli [p. 38] qualche cosa a fare, e così se ne allontanava per un certo tempo. Ma

conscii i compagni della sua consuetudine per lo più vi si prestavano volentieri.

Più tardi egli ricordava con gran piacere i pascoli del Roburento e del Dreco, che sono

le montagne, sopra cui Francesco soleva condurre il gregge al pascolo.

Quando mi trovava, soleva dire, nelle solitudini del Roburento io provava eziandio

colà le mie delizie. Io volgeva gli occhi in que' profondi dirupi, che conducevano il mio

sguardo in una specie d'oscura voragine; e questo mi ricordava gli oscuri abissi e le

eterne oscurità dell'inferno. Qualche uccello dal basso delle valli volava talvolta fin sopra

al mio capo; e questo mi faceva venire in pensiero, che noi dobbiamo dalla terra

sollevare gli affetti del cuore in alto verso Dio. Rimirando il sole a spuntar sul mattino

diceva in cuor mio: Ecco la nostra venuta nel mondo. Il tramonto poi della sera mi

annunziava la brevità e la fine della vita che viene senza che noi ci badiamo. Quando poi

mi metteva a rimirare le alte cime della Maddalena e di altri monti bianchi di neve,

facevami venir in mente l'innocenza della vita, che ci solleva fino a Dio e ci merita le sue

grazie, le sue benedizioni, il gran [p. 39] premio del paradiso. Dopo queste ed altre

considerazioni mi volgeva verso al seno di qualche monte e mi metteva a cantar lodi alla

Madonna. Quello era per me uno de' più cari momenti, imperciocché io cantava e l'eco

degli antri della montagna ripeteva la mia voce, ed io godeva come se gli angeli del

paradiso mi aiutassero a cantar le glorie della grande Madre di Dio.

Questi erano i pensieri che occupavano il cuore del pio pastorello, quando conduceva

le pecore sopra le montagne d'onde non poteva recarsi a prendere parte alle sacre

funzioni di chiesa.

Ma alla sera appena giunto a casa, si ristorava alquanto, di poi correva tosto alla

chiesa per compensare (sono sue parole) la mancanza di divozione di quel giorno. Oh!

quante scuse domandato avrà in quelle visite a Gesù Sacramentato!

Non mancava mai di farsi il segno della s. Croce e recitare qualche preghiera ogni

volta che passava avanti a qualche chiesa, e molto più se vi era il SS. Sacramento.

Che se custodiva solamente il gregge paterno, come in primavera ed in autunno,

allora di consenso coi genitori conduceva le sue pecore a casa, o le consegnava ad altri

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compagni per accorrere alle fun-[p. 40]-zioni parrocchiali della mattina e della sera. Oh!

perché non tutti imitano sì santa industria del nostro Francesco per non mancare né ai

doveri di religione, né agli affari di casa. Pur troppo si osserva che molti si dispensano

per futili motivi di frequentare le funzioni parrocchiali nei giorni festivi. L'esempio del

buon giovanetto aggiunge efficacia a le raccomandazioni dei sacerdoti, che predicano ed

inculcano la santificazione delle feste.

CAPO VIII

 Conversazioni - Contegno in chiesa - Visite al SS. Sacramento

Nelle conversazioni e ricreazioni coi compagni egli era gioviale quanto altri mai.

Sceglieva d'ordinario quei divertimenti, che addestrano il corpo alla fatica, solendo dire

ai compagni ed ai genitori: Dovendo poi partire pel militare servizio mi addestro per

tempo e potrò certamente riuscire un buon bersagliere. Fuggiva gli alterchi, e per evitarli

tollerava talvolta insulti ed anche maltrattamenti. Non di rado per non venire a contesa

abbandonava l'indiscreta compagnia e ritornavasi fret-[p. 41]-toloso a casa. Tale

prudenza usò mai sempre nel fuggire qualunque discorso, che potesse ridondare in

discredito di alcuno, cogliendo invece le frequenti occasioni di lodare le altrui virtù. Se

veniva corretto di qualche sua fanciullaggine non mai offendevasi, né tampoco

rispondeva bruscamente, ma chinando il capo ne dimostrava il suo pentimento, soleva

dire: Questa correzione è segno dell'amore che mi portano. Se nel tempo delle

ricreazioni udiva il segno della scuola, della messa, delle sacre funzioni, o la voce dei

genitori che il richiamavano a casa, non frapponeva indugio, dicendo: Quei richiami sono

altrettante voci di Dio, che richiedono da me pronta ubbidienza.

Fin da giovanetto, come si disse più sopra, cominciò Francesco a dimostrare alla

santa casa di Dio straordinario rispetto e venerazione. Appena giunto sul limitare della

medesima comparivagli sulla faccia quella gravità di portamento che si conviene al luogo

santo. Per desiderio di giugnere il primo in sacrestia a servire la s. Messa,

inconsideratamente gli avvenne talvolta di correre per la chiesa, ma una semplice

occhiata del parroco o di altra persona bastava a fargli comprendere l'inconsiderato suo

procedere: pel [p. 42] che imponevasi tosto qualche penitenza, o con fare una visita al

SS. Sacramento, o stando per tempo notabile in chiesa da solo a pregare in positura

incomoda, o colle braccia in forma di croce, o colle mani sotto le ginocchia. Quante gare,

dice il parroco, mi occorse di vedere nella sagrestia tra il nostro Francesco ed altri

giovanetti per essere trascelti al servizio dell'altare! Non di rado succedeva che io stesso

per mettere alla prova la sua virtù, e per evitare la taccia di parzialità, per essere mio

figlioccio, preferiva altri a lui quantunque venuti insieme in chiesa. Rimaneva, è vero,

alquanto confuso, ed anche lacrimante, ma ben lungi dal mostrarsi offeso lo rimirava

star con eguale divozione alla s. Messa. Ebbene io mi rifarò di questa mortificazione,

diceva ai compagni, dimani verrò io il primo, e lo era quasi sempre. Queste furono forse

le uniche contese co' suoi compagni. D'allora in poi animati essi dall'esempio di

Francesco seguono molti a dimostrare pel servizio della s. Messa quello zelo che loro

infuse. D'ordinario egli stava colle mani giunte, e cogli occhi fissi nel sacro ciborio, o nel

sacerdote celebrante, oppure leggendo qualche libro divoto. Inteneriva al solo vederlo

porgere le am-[p. 43]-polline. Le sue labbra erano in continuo movimento di preghiera

mentre le sue mani servivano all'altare. Tu il vedevi con ciglio dimesso, con sembiante

raccolto, passo grave attendere al suo ufficio di ministro, come se fosse già un chierico

perfettamente addottrinato nelle cerimonie della Chiesa. Non contento Francesco di

prestare a Gesù Sacramentato tutto quell'onore, che da sé poteva, procurava ancora

colle sue belle maniere di farlo onorare da' suoi compagni. Andava perciò tutte le feste in

sacrestia a richiedere libri di divozione appositamente provvisti per dispensarli egli

stesso a' suoi compagni, affinché udissero con divozione la s. Messa, e non si

divagassero al tempo dei vespro.

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Ma, mio caro, che hai che tanto piangi? il richiese non rare volte i1 Parroco. Ho ben

motivo di piangere, rispondeva, perché alcuni non vogliono accettare il libro, mentre so

che non l'hanno, ed io li vedo guardare qua e là senza pregare. Solamente allora

consolavasi quando venivano a lui richiesti i libri. Prestavasi volentieri a tutti gli uffici di

chiesa. Provvedeva il fuoco per la benedizione, l'acqua ed il vino per la s. Messa, prima

di cui aveva la sorprendente avvertenza d'invigilare, se niente vi mancasse pel decoro

delle [p. 44] funzioni. Egli insomma poteva dirsi trapiantato nella casa del Signore.

Era suo costume non solo d'intervenire ogni giorno per le funzioni parrocchiali, ma

bensì tutti i giorni faceva la visita al SS. Sacramento. Andava poi a prostrarsi innanzi

all'Altare consacrato a Maria SS. trattenendosi non di rado delle lunghe ore. Non

solamente il Parroco, ma molti eziandio de' suoi compatriotti, attestano di averlo veduto

in queste visite in atteggiamento tanto divoto da sembrare estatico. Recitava tutti i

giorni il Ricordatevi, o piissima Vergine Maria, ecc., con un'Ave Maria e l'invocazione

Sancta Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis. Di questa orazione facevasi

maestro a' suoi compagni, perché tutti l'imparassero, e la recitassero sovente. Nelle

feste poi, e sovente ancora nei giorni feriali, oltre la consueta visita amava recitare le

orazioni della sera in chiesa, e tutte le altre sue predilette preghiere, che per

dimenticanza o per impotenza avesse tralasciate nel decorso di quella settimana con

ammirazione di quanti osservavano tanta virtù in un giovanetto di sì tenera età.

[p. 45]

CAPO IX

 Il benedetto Crocifisso - La corona del Rosario - La presenza di Dio

Qui pare a proposito di accennare, come Francesco fosse molto divoto verso il

crocifisso miracoloso, che da tempo immemorabile si venera nella Confraternita dei

Disciplinanti d'Argentera, di Sambucco, Pietra Porzio, Ponte Bernardo, e Bersezio. A

questo crocifisso si fa ogni stagione dell'anno grande concorso di gente per ottenere la

fertilità della campagna in occasione di siccità, o di piogge troppo prolungate. È

rarissimo il caso, in cui venendo processionalmente ad intercedere favori non siano stati

esauditi. Non poteva ancora il pio ragazzo pronunziare distintamente queste due parole:

Benedetto Cristo (nome che si dà al crocifisso miracoloso), che richiedeva già dai

genitori un Pater al bep Crist. Nacque con lui questa divozione. Oltre a quelle frequenti

visite recitò nella stessa confraternita per tre anni (1861-62-63) nelle sere e-[p. 46]-

stive il Rosario. Per soddisfare a questo pio desiderio del Rosario e per udire la santa

messa tutti i giorni talora dimenticava il desinare o la cena, dicendo voler prima pensare

all'anima che al corpo. Questa sua mortificazione per attendere alle opere di pietà era

divenuta cosi abituale, che gli stessi parenti usavano molta attenzione per non darci

causa. Terminato il Rosario Francesco non usciva cogli altri di chiesa, ma fermavasi

ancora in essa notabile tempo a fine di appagare l'ardente suo desiderio di onorare Iddio

e la sua SS. Madre. Credevasi a ciò tenuto, perché vedevasi da Dio in modo particolare

favorito, come più volte lo attestò al suo Parroco, assicurando ancora, che sempre

sentiva d'essere realmente alla presenza di Dio.

Il pensiero della presenza di Dio gli diventò così famigliare negli ultimi anni di sua

vita, che potevasi dire in continua unione col medesimo. Ora che Francesco non è più fra

noi, scrive il Parroco, ci pare tuttavia di vederlo al suo luogo attorno ai sacri altari,

sentirlo dirigere le pubbliche preghiere, tanto ci eravamo abituati a contemplarlo in ogni

occasione di qualche esercizio di cristiana pietà. Nell'anno 1860 richiesto a voler

coadiuvare all'Opera pia della divozione a Ma-[p. 47]-ria SS. nel mese di maggio, egli vi

si prestò volenteroso. Tutte le sere del mese recitava pubblicamente la terza parte del

Rosario, oltre le ordinarie e particolari preghiere che a voce chiara da lui recitavansi e

che i fedeli accompagnavano. Grande era la frequenza e tutti ammiravano la

straordinaria divozione che spiccava nel nostro Francesco. Se il Parroco abbisognava di

particolari aiuti nel disimpegno del suo dovere, o per animare qualche infermo alla

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confessione o prepararlo a ricevere il Viatico, raccomandava ogni cosa alle preghiere di

Francesco ed era sicuro del favorevole risultato. Avvenne difatto un caso particolare di

un certo, conosciuto da tutti come trascurato nelle cose dell'anima, che nell'ultima sua

malattia non voleva riconciliarsi con Dio. Ma con grande ammirazione si arrese ben

presto, dopo che il Parroco lo aveva raccomandato alle preghiere di Francesco.

CAPO X

 Fa il Catechismo - Il giovane Valorso

Mancando il solito catechista ai fanciulli nei giorni festivi, per quattro anni Francesco

ne fece le veci. Tanto impegno [p. 48] e tanta sollecitudine dimostrava nell'insegnarlo,

che i medesimi ragazzi lo desideravano, professandogli grande rispetto. Per questo già

da tre anni era dal Parroco trascelto a fare il Catechismo in numerosa classe nella

quaresima. Soddisfatta la sua classe, ben lungi dall'andarsi a sollazzare coi compagni,

egli invitavali ad andar seco ad ascoltare la spiegazione che del Catechismo facevasi alla

classe dei più adulti. In questa istruzione e in tutte le prediche egli pendeva

propriamente dal labbro del sacerdote. Non di rado avvenne che terminata la predica

prendeva il Parroco in disparte, richiedendolo in qual modo potesse corrispondere alle

prediche udite.

Giunto a casa aveva per costume di raccontare ai genitori e a tutta la famiglia quanto

aveva udito in chiesa. Tutti erano grandemente maravigliati nel mirare un giovanetto di

sì fresca età a ricordarsi di tante cose.

In questa come in tutte le altre sue pratiche religiose seguiva un altro suo compagno

e cugino dell'Argentera morto nel 1861 di nome Valorso Stefano. Costui era tanto

amante delle pratiche di divozione, che la sua perdita fu sentita in tutto il paese.

Radunai allora, dice il Pa-[p. 49]-roco, varii giovanetti e li interpellai, se vi era alcuno,

che si sentisse di sottentrare nella diligenza e nella pratica dei religiosi esercizi di chiesa

al compianto pio giovinetto. Guardaronsi un istante gli uni gli altri e tosto gli sguardi di

tutti si voltarono verso di Francesco. Con volto rosso per verecondia, ma con animo

risoluto egli si avanza verso di me dicendo: Eccomi pronto a sottentrare al mio cugino

nelle pratiche religiose che mi verranno da lei indicate. Per quanto potrò prometto e

voglio non solo emulare la diligenza per gli uffizi di chiesa praticati dal defunto mio

cugino; ma se Iddio me ne darà la grazia, procurerò di sorpassarlo. lo porto le sue

vestimenta, che mi furono regalate, e spero di vestirmi eziandio di tutte le virtù di lui.

Francesco cominciò la sua pia carriera coll'invitare i suoi compagni a fare una novena

di preghiere all'altare di Maria SS. per l'anima del. predetto Valorso, assistendo in

ciascun giorno alla s. Messa. Chi mai avrebbe detto, che una seconda novena si sarebbe

presto fatta a questo stesso altare in suffragio dell'anima di lui, che fu primo a darne

l'esempio? Feci menzione di questo fatto per far conoscere la molta arrendevolezza del

nostro Francesco [p. 50] per tutto ciò che potesse tornare ad onor di Dio, ed a vantaggio

dell'anima dei trapassati.

CAPO XI

 La Santa Infanzia - La Via Crucis - Fuga dei cattivi compagni

Nell'anno 1857 si fece ascrivere alla Pia Opera della Santa Infanzia. Godeva egli molto

di essersi fatto ascrivere, ma una spina gli feriva il cuore, cioè la mancanza del soldo che

ciascuno deve mensilmente pagare. Se ne accorse il Parroco, che tosto lo liberò da ogni

angustia coi somministrargli quanto occorreva per quel bisogno, e ciò faceva volentieri

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per così premiarlo della lodevole sua condotta. Amava leggerne gli annali; e godeva

assai nel mirare la pia sollecitudine e le industrie di tanti ragazzi nel coadiuvare tale

opera. Non di rado Francesco piangeva per dolore di non poter recare ai poveri bambini

infedeli quel soccorso che avrebbe desiderato. Ora per compensare la scarsità de' suoi

mezzi naturali pel bene di quest'opera offeriva a Dio fervorose preghiere, e procurava

che altri si ascrivessero ad essa, raccontando specialmente ai [p. 51] compagni gli

esempi di tanti bambini stati salvati.

Nell'anno 1858 calpestando ogni umano rispetto aggiunse alle sue divozioni quella di

fare tutte le feste la Via Crucis dopo la Messa parrocchiale. Tale uso ritenne finché partì

per l'Oratorio. Ma l'ammirabile divozione con cui compieva questa pratica religiosa lo

rendette non rare volte oggetto di disprezzo ad alcuni compagni. Trovarono. essi un

amaro rimprovero alla loro poco cristiana condotta nella divozione di Francesco, perciò

tacciandolo d'impostore, di bacchettone, lo esposero ad una specie di persecuzione, a

fine di raffreddarlo nell'esercizio delle sue belle pratiche di pietà. Ma animato dai

genitori, e confortato dal confessore non badò più ad alcuno e disprezzando le dicerie, le

derisioni dei maligni fuggiva perfino il loro incontro, e proseguì sempre intrepido a

praticare la Via Crucis con grande edificazione e vantaggio dei numerosi fedeli, che vi

assistevano. Da quel tempo soleva dir sovente alle sorelle, che egli non badava più ad

alcuna diceria del mondo e che anch'esse non si lasciassero mai intimidire nel fare il

bene. Rispondendogli esse che alcuni gli davano il titolo di fratino, bigotto, ecc., e

sapete, diceva, per-[p. 52]-ché sono così deriso dal mondo? Perché io mi sono deciso a

non più appartenere al mondo. Noi siamo al mondo per piacere e servire unicamente a

Dio e non per servire e piacere al mondo. Procuriamo adunque di guadagnarci il

Paradiso. Questo è appunto il fine, per cui Iddio ci lascia nel mondo.

Con questi santi pensieri in mente e sulle labbra, quando udiva alcuno a disapprovare

il bene che faceva, per tutta risposta volgendogli le spalle ritiravasi nella casa paterna;

mettendo in questo modo in pratica ciò che diceva ogni mattina nel levarsi: Lascia il

mondo che t'inganna. Per questo il mondo maligno non lo amava, perché Francesco era

distaccato dal mondo.

Nei famigliari discorsi, in cui il suo Parroco compiacevasi di trattenersi con esso,

usciva spesse volte ad interpellarlo, se avrebbe ancora ritardato molto quel giorno da lui

cotanto desiderato, nel quale potesse anch'egli accostarsi alla s. Comunione. Forse

presto, rispondeva il Parroco, se studierai bene il catechismo, e se mi darai sempre

buone prove del profitto che fai nella virtù. Tardarono pochi mesi che il giovinetto casto

qual altro Giuseppe in premio della sua virtù meritò di essere [p. 53] ammesso alle

nozze dell'Agnello immacolato, senza badare tanto alla tenera età di anni otto e mesi

sei.

Trovandosi alla custodia delle pecore con altri due ragazzi poco di lui più giovani in

una campagna vicina al paese nella primavera del 1858, questi fecero alcuni atti

immodesti alla presenza del nostro Francesco. Offeso da quell'indegno procedere li

rimproverò acremente dicendo:

«Se non volete farvi del bene col buon esempio, almeno non datevi scandalo. Fareste

voi tali cose alla presenza del nostro Arciprete, o de' nostri genitori? Se non osate farle

in presenza degli uomini come si oserà poi alla presenza di Dio?». Ma quando vide che

tornavano inutili i suoi detti tutto sdegnato si allontanò dalla perversa compagnia. Ma

che? uno di quei scellerati vedendolo a fuggire gli corse dietro per indurlo al male. Il

povero Francesco scorgendosi inseguito si fermò ed affrontò il seduttore con calci, pugni

e schiaffi. Neppure con questi mezzi potendo liberarsi dal pericolo si servì di un mezzo

piuttosto da ammirare che da imitare. Giunto presso ad un mucchio di pietre si pose a

gridare: O che ti allontani o che ti rompo il capo. Ciò detto, come furioso si pose con

tutte le sue forze a gettar [p. 54] sassi contro al nemico dell'anima sua. Il compagno

dopo aver riportate non leggere contusioni nella faccia, nelle spalle e sopra la testa se ne

fuggì. Allora Francesco spaventato dal pericolo, ma contento della vittoria riportata, si

recò frettolosamente a casa per mettersi in sicuro e per ringraziare Iddio che dal pericolo

l'aveva liberato.

87

Chi racconta questo fatto, dice il Parroco, l'osservò dal principio al fine da un luogo

lungi appena 50 metri, ed appunto fu osservato per vedere fino a qual punto sarebbe

giunta la virtù di Francesco.

CAPO XII

 La prima Comunione - Frequenza a questo Sacramento

Il giorno dopo avendolo il Parroco interrogato sul caso sopra narrato rispose tutto

commosso: La grazia di Dio mi ha liberato da quella cattiva occasione, né mai più andrò

con simili compagni. Come per premio del coraggio dimostrato in quel pericoloso

incontro il Parroco lo assicurò che lo avrebbe ammesso quanto prima a fare la SS.

Comunione. Molto contento [p. 55] di quella promessa, cominciò fin da quel giorno a

prepararsi e colla fuga di ogni più piccolo difetto, che egli avesse conosciuto, e colla

pratica di quelle virtù che erano compatibili col suo stato. Nella sua semplicità richiedeva

sovente il Parroco ed i suoi parenti, che lo aiutassero a tanta azione, e diceva: Quando

io mi accosterò alla SS. Comunione, mi figurerò di ricevere Gesù Sacramentato dalle

mani di Maria SS. alla quale ora sento maggior propensione a raccomandarmi.

Con grande premura raccomandossi alla vigilanza di un suo compagno molto dato alla

divozione, affinché vegliasse su di lui attentamente, perché non commettesse alcuna

irriverenza. La sua preparazione non poteva al certo essere maggiore, poiché dalle

deposizioni dei parenti, del Maestro, e dello stesso Parroco consta, che il nostro

Francesco in tutto il tempo, che visse in famiglia, non mai commise alcuna cosa che si

possa giudicare colpa veniale deliberata. La bella stola dell'innocenza fu la prima e la più

essenziale preparazione, che egli portò nella sua prima Comunione.

Appena comunicato pareva estatico: cangiò di colore in faccia, il suo volto dimostrava

la pienezza della gioia del suo cuore, e gli atti di amore verso Gesù in [p. 56]

Sacramento fatti in tale occasione saranno stati proporzionati alla diligenza usata nel

prepararsi a riceverlo.

Da quel tempo accostavasi ogni mese al sacramento della Penitenza: alla Comunione

poi si accostava quando dal confessore gli era permesso. Negli ultimi anni egli stesso

fecesi guida ai più giovani per aiutarli a prepararvisi, ed a fare il ringraziamento. Dopo la

Comunione col massimo raccoglimento ascoltava la s. Messa, non essendo neppur

sollecito quella mattina di servirla per esser più raccolto. Durante la Messa tutto assorto

nel contemplare, come egli diceva, l'infinita degnazione di Gesù, non leggeva nemmeno

il solito libro di divozione, ma impiegava quel prezioso tempo, nascosto il capo tra le

mani, in continui atti d'amore in Dio. Prima di uscire di chiesa andava cogli altri

compagni all'altare di Maria SS. a ringraziarla dell'assistenza, che loro aveva usato, e

recitando con voce chiara e commossa il Ricordatevi, ed altre non poche orazioni. Egli è

a questo fuoco, che il nostro Francesco tanto s'infiammò d'amor di Dio che nulla più

desiderava in questo mondo se non far la santa divina volontà. Io resto fuor di me,

diceva, al considerare come al giorno della comu-[p. 57]-nione mi senta così vivo

desiderio di pregare. Parmi di parlare personalmente col mio stesso Gesù; e ben poteva

dirgli: Loquere, Domine, quia audit servus tuus.

Il suo cuore era vuoto delle cose del mondo, e Iddio lo riempiva delle sue grazie. Il

giorno della Comunione era da lui passato unicamente in casa ed in chiesa, ove invitava

anche altri amici a recarvisi la sera per terminar bene quella solenne giornata.

Negli ultimi anni veniva animato ad accostarsi alla santa Comunione ogni domenica,

ed occorrendo qualche solennità eziandio nel decorso della settimana, ma non ardiva

accostarvisi senza prima essersi confessato. Era così grande l'umiltà sua, che non

credevasi mai abbastanza purificato: per altro al cenno del confessore deponeva ogni

perplessità, ed in tutto gli professava cieca ubbidienza e pari docilità.

[p. 58]

88

CAPO XIII

 Mortificazioni - Penitenze - Custodia dei sensi - Profitto nella scuola

Queste sue rare virtù erano difese, per così dire, da un continuo spirito di

mortificazione. Fin da giovinetto soleva digiunare severamente una buona parte della

Quaresima. Ai famigliari, che gli mostravano indiscreti quei digiuni per la sua tenera età,

soleva rispondere: «In Paradiso non si va senza mortificazione; perciò e vecchi e

giovani, se vogliono andare in Paradiso, bisogna che ci vadano per la via della

mortificazione. Questa mortificazione è poi necessaria ai giovanetti, sia per dare

soddisfazione a Dio pei tanti disgusti che gli cagionano coi frequenti loro difetti, e sia per

addestrarsi a quella vita mortificata, necessaria a tutti per salvarsi. Voi spesso mi dite

che io sono molto difettoso: per questo voglio anche digiunare». Queste e simili sapienti

osservazioni faceva Francesco, come ne fanno ampia testimonianza i suoi genitori,

fratelli e sorelle.

Guidato dal medesimo spirito di mortificazione sapeva custodire i suoi occhi dagli

sguardi pericolosi, e le orecchie dai [p. 59] discorsi sconvenienti ad ogni cristiano, la

lingua dalle parole inconsiderate. Se alcuna volta per inavvertenza sfuggivangli parole

meno esatte, da se medesimo imponevasi qualche penitenza, condannando la sua lingua

a segnare sul pavimento molte croci. Non rare volte ne furono testimoni oculari i suoi

parenti, che lo sorprendevano in quel volontario esercizio di mortificazione. Essi un

giorno gli dimandarono, se quella era penitenza impostagli dal confessore. No,

ingenuamente rispondeva, ma vedendo la mia lingua troppo veloce ad espressioni

sconvenevoli, voglio strascinarla volontariamente nel fango, perché la medesima non

istrascini me nel fuoco eterno. Faccio anche questa penitenza, affinché Dio mi conceda la

grazia di andare in quel luogo, in cui ha detto mio Padrino di mandarmi, perché possa

studiare.

Quasicché tutte queste sante industrie, non fossero sufficienti a salvarlo dalla terribile

corruzione, che si osserva nelle conversazioni, il pio giovanetto negli ultimi anni di sua

vita in famiglia rarissimamente accomunavasi ai compagni, cercando solo di trattenersi

con quelli dai quali sapeva certo non correre alcun pericolo per l'anima sua.

[p. 60] Cresceva in lui ognora più il vivo desiderio di venire all'Oratorio di S.

Francesco di Sales(16), ma una difficoltà gli si opponeva. Per essere accolti come

studenti in questa Casa fa d'uopo, che i giovanetti abbiano fatto almeno quel corso di

scuole elementari, che è necessario per entrare nella prima classe Ginnasiale. Ma le

scuole del villaggio si estendevano solamente alla prima e a qualche materia della

seconda elementare. Come superare adunque questa difficoltà? La superarono la buona

condotta di Besucco e la carità [p. 61] del suo Paroco. Questi non esitò di aggiugnere

alle parrocchiali occupazioni anche il peso della scuola quotidiana e per Besucco e per

16 La parola Oratorio si prende in vari sensi. Se si considera come adunanza festiva s'intende un luogo

destinato a ricreare con piacevoli trastulli i giovanetti dopo che essi hanno soddisfatto ai loro doveri di

religione. Di questo genere sono in Torino l'Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco; di S. Giuseppe a S.

Salvario; di S. Luigi presso al viale dei Platani; del S. Angelo Custode in Vanchiglia; di S. Martino presso ai

molini municipali. Diconsi anche oratorii feriali le scuole diurne e serali che ne' locali mentovati si fanno lungo

la settimana per quei giovanetti che per mancanza di mezzi, o perché male in arnese non possono frequentare

le scuole della città. Presa poi la parola Oratorio in senso più esteso s'intende la casa di Valdocco in Torino nota

sotto al nome di S. Francesco di Sales. I giovanetti possono essere ricevuti in questa casa o come artigiani o

come studenti. Gli artigiani devono aver compiuto i 12 anni e non oltrepassare i 18; essere orfani di padre e di

madre; totalmente poveri ed abbandonati. Gli studenti poi non possono essere accolti se non hanno compiuto

lodevolmente almeno la terza elementare e siano in modo eccezionale commendevoli per ingegno e per

moralità. L'istruzione morale e scientifica, l'ammissione alle scuole e ai trastulli, l'accettazione degli artigiani è

gratuita. Si accettano anche gratuitamente gli studenti pel corso ginnasiale, purché, come si disse, siano in

modo eccezionale commendevoli per moralità e per attitudine allo studio, e facciano constare che non possono

pagar né tutta né in parte la regolare pensione che sarebbe di fr. 24 mensili.

89

altri giovanetti di buona speranza. Il buon Francesco esultò a quell'invito dell'amato

Padrino e col consenso dei genitori cominciò a frequentare quella scuola con nuovo

vigore, e con nuova diligenza, onde corrispondere al favore che gli era fatto. Con quanto

profitto ciò abbia fatto il comprovò l'essere stato di poi accettato in prima classe

Ginnasiale. Quante volte colle lacrime agli occhi prorompeva in queste espressioni di

ringraziamento al suo Parroco: Come mai potrò io corrispondere a tanta carità che mi è

[p. 62] usata! - Erasi perciò fatta una legge di recarsi ogni giorno impreteribilmente

prima della scuola innanzi all'altare di Maria SS., e là prostrato colla confidenza d'un

figlio raccomandava alla Sede della sapienza se stesso e chi lo istruiva. Quali colloquii

facesse allora il nostro Francesco, dice il suo Parroco, nol so; il certo si è, che molte

volte uscendo di chiesa si osservò cogli occhi bagnati di lacrime, effetto indubitato della

commozione provata. Interrogato a spiegare il motivo di quella sensazione, rispondeva:

Vengo adesso da pregare Maria SS. per Lei, caro Padrino, affinché le ottenga da Dio

quella ricompensa, che io sono incapace di darle.

In tutto il tempo, in cui frequentò la mia scuola, asserisce il medesimo, neppure una

volta mi diede motivo di rimproverarlo della sua negligenza, perché faceva ogni suo

possibile per corrispondere alle cure di chi lo instruiva.

CAPO XIV

 Desiderio e deliberazione di recarsi all'Oratorio di S. Francesco di Sales

In questo tempo il Parroco mi scrisse raccomandando un suo parrocchiano di condotta

esemplare, povero di beni di for-[p. 63]-tuna, ma molto ricco di virtù. Questo

giovanetto, diceva egli, da più anni è la mia delizia ed il mio aiuto per le cose

parrocchiali. Servire la Messa, prendere parte alle funzioni di chiesa, fare il Catechismo

ai più piccoli, pregare con gran fervore, con esemplarità frequentare i santi Sacramenti

sono in breve ciò che fa costantemente. Io me ne privo volentieri, perché spero di farne

un ministro del Signore.

Nel desiderio di cooperare all'educazione di così caro giovinetto l'accettai di buon

grado in questa Casa. Egli mi era eziandio stato raccomandato dal signor Eysautier

luogo-tenente delle guardie reali, e me lo aveva raccomandato come un modello per

istudio e per condotta morale. A questa notizia non poté più rispondermi l'innocente

giovanetto, dice il Parroco, fuorché colle lagrime, che esprimevano tutta la sua gioia e la

sua riconoscenza. Ma qui sorse ancora una grave difficoltà ad eseguire il concepito

disegno, voglio dire la povertà dei genitori, i quali lottavano tra la buona disposizione del

loro figlio, e la loro insufficenza dei mezzi umani. In questo doloroso stato d'incertezza il

Parroco lo animò a fare frequenti visite a Gesù Sacramentato, ed [p. 64] a Maria

Santissima chiedendo istantemente qual fosse la loro volontà a suo riguardo. Ma

raccomandati, gli disse, che ti manifestino la tua vocazione in modo chiaro per non fallire

in affare di tanta importanza. - Dio esaudì le sue innocenti preghiere. Una mattina, dopo

essersi accostato alla santa Comunione, venendo dopo Messa alla solita scuola parve più

contento dell'usato. Ebbene, dissegli il Paroco, che buone nuove mi porti questa mattina,

o Francesco ? Hai tu avuto qualche risposta alle tue dimande ? - Sì, che l'ho avuta

questa volta, ed ecco in qual modo. Dopo la Comunione ho fatto le più vive promesse di

voler servire Iddio per sempre, e con tutto il mio cuore, che gli offersi più volte. Pregai

anco Maria SS. affinché mi aiutasse in questo bisogno. Quindi mi parve proprio di udire

queste parole, le quali mi fecero provare una contentezza immensa: Fa' cuore,

Francesco, che il tuo desiderio sarà soddisfatto. Era sì grande la sua persuasione d'aver

udito questa risposta, che la confermò molte volte anche in presenza di tutta la famiglia,

e senza alcuna variazione. D'allora in poi soleva dire: lo sono certo di andare ove ella,

caro padrino, intende inviarmi, perché questa è volontà di Dio. [p. 65] Che se qualche

volta ancora i parenti mettevano in dubbio il loro consenso: Deh! esclamava, per carità

non interrompete il mio destino, altrimenti io sarò un giovane disgraziato. Quindi

90

raccomandavasi ora alla madre, al fratello, alle sorelle, ora al Parroco, e ad altre

persone, affinché procurassero colle loro osservazioni d'ottenere il consenso del padre, il

quale per altro desiderava internamente di appagare le giuste brame dei figlio. Si vedeva

in questo suo procedere ben chiara la volontà del Signore, che chiamava Francesco nella

sua vigna.

Sul finire del mese di maggio 1863 per manifesta disposizione della divina

Provvidenza, essendo scomparse tutte le insorte difficoltà, fu stabilito dai genitori di

inviare Francesco all'Oratorio. Egli da quel momento manifestando ai genitori la sua

contentezza diceva: Io sono il figlio della fortuna: oh quanto sono mai felice: siate certi,

che vi voglio consolare colla mia condotta. Raddoppiando il fervore nella pietà e nello

studio, scrive il Parroco, fece tanto profitto nel mese di giugno e luglio, quanto fatto ne

avrebbe appena in un anno. Di che accorgendosi egli medesimo, diceva: Ella mi dice,

signor Arciprete, che è contento di me, [p. 66] anche io ora non so spiegare, come in sì

breve tempo possa imparare la mia lezione, e questo è segno evidente, che in ciò io

faccio la volontà di Dio. - Ma qual ricompensa, soggiungeva l'Arciprete, mi darai poi tu

per quanto faccio per te? Sappi che io voglio essere pagato abbondantemente. - Sì,

certamente, prometto di pregare sovente Iddio e Maria SS. affinché le ottengano tutte

quelle grazie che desidera; stia pur certo che non mai mi dimenticherò di lei, né di quelli

che fra poco mi saranno altrettanti padri. - La riconoscenza era una delle prerogative di

questo grazioso fanciullo.

Eravamo all'ultimo giorno di luglio, vigilia della partenza del nostro caro Francesco per

l'Oratorio. La mattina accostossi per l'ultima volta in Argentera ai Ss. Sacramenti. «Colle

lagrime agli occhi il vidi per l'ultima volta - dice il Parroco - a rimirare il confessionale e

gli altari, chi sa con quale presentimento. Insolita gioia in quel volto sfavillò dopo la

comunione. Il fervore ed il lungo tempo impiegato nel ringraziamento compensarono al

certo abbondantemente le molte comunioni che ancor credevasi fare in questa chiesa.

Tutto quel giorno fu festivo pel nostro Francesco, né io son ca-[p. 67]-pace per la

presente commozione a descrivere la scena tenerissima succeduta nella mia camera. Qui

alla presenza di suo padre, il mio caro figlioccio in ginocchione struggevasi in atti di

ringraziamento pei benefizi da lui amplificati, assicurandomi dell'eterna sua gratitudine

ed arrendevolezza a tutti gli avvisi dati.

In casa poi non pareva più di questo mondo, ogni momento andava esclamando:

Sono fortunato, son felice. Oh! quanto debbo mai ringraziare Iddio d'avermi tanto

favorito. Diede anche l'addio a tutti i suoi parenti, i quali rimasero stupefatti al vedere il

loro nipotino e cugino provare nel suo cuore tanta contentezza. Ma tu, gli dicevano, sarai

poi annoiato e malinconico per essere lontano da' tuoi parenti, e chi sa, forse patirai il

clima troppo caldo di Torino nell'estate. - No, non abbiate paura di me; quanto ai

genitori, fratelli e sorelle purché sappiano buone nuove di me saranno contenti, ed io

farò in modo colle mie lettere di consolarli. lo non temo di patire, e d'esser malinconico,

perché son certo di trovare in quel luogo tutto ciò che potrà rendermi contento.

Immaginatevi quanto grande dovrà essere la mia gioia quando sarò sicuro di rimanere

nell'Oratorio, se il [p. 68] solo desiderio e la speranza di andarvi mi rende già fuor di me

stesso per la consolazione. Solamente vi raccomando di pregare per me, affinché possa

sempre fare la volontà di Dio.

Incontrandomi per via in quel giorno tutto intenerito mi disse: «Mi rincresce tanto di

abbandonarla, ma la consolerò con darle buone notizie di me. Per la contentezza non

poté più chiuder occhio in quella notte, che passò in continua orazione ed unione con

Dio».

91

CAPO XV

 Episodi e viaggio a Torino

La mattina di buon'ora diede l'ultimo addio alla cara sua madre, ai fratelli ed alle

sorelle piangenti mentre egli solo con aria serena e tranquilla, sebben commosso,

incoraggiava tutti alla perfetta rassegnazione alla volontà di Dio. Solamente allora diede

in dirottissimo pianto, quando raccomandossi alle loro orazioni per esser costante nel

corrispondere alla voce di Dio, che lo chiamava a sé. Il suo padrino lo salutò con queste

ultime parole: Ohi sì, vanne amabilissimo Francesco, che quel Dio, il quale in una ma-[p.

69]-niera meravigliosa ti toglie ora ai nostri terreni sguardi, il fa per chiamarti in

quell'Oratorio medesimo, in cui potrai santificare l'anima tua, emulando le virtù, che già

condussero al bel Paradiso i fortunati giovani Savio Domenico e Michele Magone, alla cui

vita e morte preziosa attingesti negli ultimi mesi di tua dimora fra noi quell'ardente

desiderio, che ti condusse nel provvidenziale Oratorio di S. Francesco di Sales.

Con un piccolo corredo il padre accompagnò Francesco alla volta di Torino e partivano

il primo agosto 1863. A misura che si allontanavano da Argentera il buon genitore

andava interpellando il figlio, se non gli rincresceva di abbandonare la patria, la famiglia,

e principalmente la madre. Francesco gli rispose sempre con dire: Io sono persuaso di

fare la volontà di Dio andando a Torino, e quanto più mi allontano da casa, tanto più

cresce la mia contentezza. - Cessate quelle momentanee risposte seguitava a pregare, e

assicurò il padre, che il viaggio da Argentera a Torino fu per Francesco quasi una

continua preghiera.

Il due agosto giunsero a Cuneo circa le ore 4 del mattino. Passando avanti al palazzo

vescovile Francesco dimandò: Di [p. 70] chi è questa bella casa? - È del Vescovo, gli

rispose. - Francesco allora fe' segno al padre di volersi fermare un momento. Fermatosi

il figliuolo, il padre si avanzò alcuni passi. Rivoltosi poi indietro lo vide ginocchioni presso

alla porta del Vescovo. Che fai tu ora? gli disse. Prego Iddio per Monsignore, affinché

eziandio mi aiuti a farmi accettare nell'Oratorio di Torino e che a suo tempo si degni poi

di annoverarmi fra i suoi chierici, e così esser utile per me e per gli altri.

Giunto a Torino il padre gli faceva notare le meraviglie di questa Capitale. Il padre

stesso dopo aver osservate le vie simmetriche, le piazze riquadrate e spaziose, i portici

alti e maestosi, le gallerie magnificamente adornate di oggetti vari, preziosi e stranieri,

dopo di aver ammirata l'altezza e la eleganza degli edifizi credeva di trovarsi nell'altro

mondo. Che ne dici, Francesco? dicevagli pieno di meraviglia. Non ti sembra proprio di

essere in Paradiso? Al che Francesco sorridendo rispose: Tutte queste cose a me poco

importano, ché di nulla sarà contento il mio cuore, finché non sarò ricevuto in quel

benedetto Oratorio, al quale fui inviato.

Finalmente entrò nel luogo tanto desiderato e pieno di gioia esclamò: Questa [p. 71]

volta ci sono. Quindi fece una breve preghiera per ringraziare Iddio e la Beata Vergine

del buon viaggio, che avea fatto, e dei desideri appagati.

Suo padre nel licenziarsi da lui era commosso fino alle lacrime, ma Francesco lo

confortò dicendo: Non datevi alcuna pena per me; il Signore non mancherà di aiutarci:

io pregherò ogni giorno per tutta la nostra famiglia. Vie più commosso il padre gli disse

ancora: Ti occorre qualche cosa? Sì, caro padre, ringraziate mio padrino della cura che si

prese di me: assicuratelo, che non dimenticherò giammai i suoi benefizi, e coll'assiduità

nello studio, e colla buona mia condotta mi dimostrerò tale da renderlo soddisfatto. Dite

a quei di casa che io son pienamente felice, e che ho trovato il mio paradiso.

92

CAPO XVI

 Tenore di vita nell'Oratorio - Primo trattenimento

Tutto quello che ho fin qui esposto intorno al giovanetto Besucco forma per così dire

la prima parte della sua vita; e in ciò mi sono tenuto alle notizie inviatemi da chi lo

conobbe, lo trattò e visse [p. 72] con lui in patria. Quanto sarò per dire riguardo al

nuovo genere di vita nell'Oratorio formerà la seconda parte. Ma qui racconterò tutte cose

udite, vedute co' proprii occhi, oppure riferite da centinaia di giovanetti che gli furono

compagni per tutto il tempo che visse ancor mortale tra noi. Mi sono poi in modo

particolare servito di una lunga e minuta relazione fatta dal sac. Rufino professore e

direttore delle scuole di questa casa, che ebbe tempo e occasione di conoscere e di

raccogliere i continui tratti di virtù dal nostro Besucco praticati.

Da lungo tempo adunque Francesco ardentemente desiderava di trovarsi in

quest'Oratorio, ma quando ci fu di fatto ne rimase sbalordito. Oltre settecento giovanetti

gli divenivano in un momento amici e compagni nella ricreazione, a mensa, in

dormitorio, in chiesa, nella scuola e nello studio. A lui sembrava impossibile che tanti

giovanetti potessero vivere insieme in una sola casa senza mettere ogni cosa in

disordine. Tutti voleva interrogare, d'ogni cosa voleva chiedere la ragione, la

spiegazione. Ogni avviso dato dai superiori, ogni iscrizione sopra le mura erano per lui

soggetto di letture e di meditazione e di profondo riflesso.

[p. 73] Egli aveva già passato alcuni giorni nell'Oratorio, ed io non l'aveva ancor

veduto, né altro sapeva di lui se non quel tanto, che l'Arciprete Pepino per lettera mi

aveva comunicato. Un giorno io facevo ricreazione in mezzo ai giovani di questa casa,

quando vidi uno vestito quasi a foggia di montanaro, di mediocre corporatura, di aspetto

rozzo, col volto lenticchioso. Egli stava cogli occhi spalancati rimirando i suoi compagni a

trastullarsi. Come il suo sguardo s'incontrò col mio fece un rispettoso sorriso portandosi

verso di me.

- Chi sei tu? - gli dissi sorridendo.

- Io sono Besucco Francesco dell'Argentera.

- Quanti anni hai?

- Ho presto quattordici anni.

- Sei venuto tra noi per istudiare, o per imparare un mestiere? lo desidero tanto di

studiare.

- Che scuola hai già fatto?

- Ho fatto le scuole elementari del mio paese.

- Con quale intenzione tu vorresti continuare gli studi e non intraprendere un

mestiere?

- Ah! il mio vivo, il mio gran desi-[p. 74]-derio si è poter abbracciare lo stato

ecclesiastico.

- Chi ti ha mai dato questo consiglio ?

- Ho sempre avuto questo nel cuore ed ho sempre pregato il Signore, che mi aiutasse

per appagare questa mia volontà.

- Hai già dimandato consiglio a qualcheduno?

- Sì, ne ho già parlato più volte con mio padrino; sì, con mio padrino... - Ciò detto

apparve tutto commosso, che cominciavano spuntar sugli occhi le lagrime.

- Chi è tuo padrino?

- Mio padrino è il mio prevosto l'Arciprete dell'Argentera, che mi vuole tanto bene.

Egli mi ha insegnato il catechismo, mi ha fatto scuola, mi ha vestito, mi ha mantenuto.

Egli è tanto buono, mi ha fatto tanti benefizi, e dopo d'avermi fatto scuola quasi due

anni mi ha raccomandato a lei, affinché mi ricevesse nell'Oratorio. Quanto mai è buono

mio padrino! quanto mai egli mi vuol bene!

93

Ciò detto si pose di nuovo a piangere. Questa sensibilità ai benefizi ricevuti, questo

affetto al suo benefattore fecemi concepire una buona idea dell'indole e della bontà di

cuore del giovanetto. Allora richiamai eziandio alla memoria le belle raccomandazioni,

che di lui eranmi state [p. 75] fatte dal suo Parroco e dal luogo-tenente Eysautier; e

dissi tosto tra me: Questo giovanetto mediante coltura farà eccellente riuscita nella sua

morale educazione. Imperciocché è provato dall'esperienza che la gratitudine nei

fanciulli è per lo più presagio di un felice avvenire: al contrario coloro che dimenticano

con facilità i favori ricevuti e le sollecitudini a loro vantaggio prodigate rimangono

insensibili agli avvisi, ai consigli, alla religione, e sono perciò di educazione difficile, di

riuscita incerta. Dissi pertanto a Francesco: Sono molto contento che tu porti grande

affetto a tuo padrino, ma non voglio che ti affanni. Amalo nel Signore, prega per lui, e se

vuoi fargli cosa veramente grata, procura di tenere tale condotta che io possa mandargli

buone notizie, oppure possa essere egli soddisfatto del tuo profitto e della tua condotta

venendo a Torino. Intanto va' co' tuoi compagni a fare ricreazione. - Asciugandosi le

lagrime mi salutò con affettuoso sorriso, quindi andò a prendere parte ai trastulli co' suoi

compagni.

[p. 76]

CAPO XVII

 Allegria

Nella sua umiltà Francesco giudicava tutti i suoi compagni più virtuosi di lui, e gli

sembrava di essere uno scapestrato in confronto della condotta degli altri. Laonde pochi

giorni dopo me lo vidi nuovamente venire incontro con aspetto turbato.

- Che hai, gli dissi, mio caro Besucco?

- Io mi trovo qui in mezzo a tanti compagni tutti buoni, io vorrei farmi molto buono al

par di loro, ma non so come fare, ed ho bisogno ch'ella mi aiuti.

- Ti aiuterò con tutti i mezzi a me possibili. Se vuoi farti buono pratica tre sole cose e

tutto andrà bene.

- Quali sono queste tre cose?

- Eccole: Allegria, Studio, Pietà, è questo il grande programma, il quale praticando, tu

potrai vivere felice, e fare molto bene all'anima tua.

- Allegria... Allegria... lo sono fin troppo allegro. Se lo stare allegro basta per farmi

buono io andrò a trastullarmi da mattina a sera. Farò bene?

- Non da mattina a sera, ma solamente nelle ore in cui è permessa la ricreazione.

[p. 77] Egli prese il suggerimento in senso troppo letterale; e nella persuasione di far

veramente cosa grata a Dio trastullandosi, mostravasi ognora impaziente del tempo

libero per approfittarne. Ma che? Non essendo pratico di certi esercizi ricreativi ne

avveniva, che spesso urtava o cadeva qua o là. Voleva camminar sulle stampelle, ed

eccolo rotolar per terra; voleva montar sulle parallele, ed eccolo cader capitombolo.

Giocava le bocce? o che le gettava nelle gambe altrui, o che metteva in disordine ogni

divertimento. Per la qual cosa potevasi dire che i capitomboli, i rovescioni, gli

stramazzoni erano l'ordinaria conclusione dei suoi trastulli. Un giorno mi si avvicinò tutto

zoppicante ed impensierito.

- Che hai, Besucco? gli dissi.

- Ho la vita tutta pesta, mi rispose.

- Che ti è accaduto ?

- Son poco pratico dei trastulli di questa casa, perciò cado urtando ora col capo ora

colle braccia o colle gambe. Ieri correndo ho battuto colla mia faccia in quella di un

compagno, e ci siam fatto insanguinare il naso ambidue.

- Poverino! usati qualche riguardo, e sii un po' più moderato.

94

- Ma ella mi dice che questa ricrea-[p. 78]-zione piace al Signore, ed io vorrei

abituarmi a far bene tutti i giuochi che hanno luogo tra i miei compagni.

- Non intenderla così, mio caro; i giochi ed i trastulli devono impararsi poco alla volta

di mano in mano che ne sarai capace, sempre per altro in modo che possano servire di

ricreazione, ma non mai di oppressione al corpo.

Da queste parole egli comprese, come la ricreazione debba esser moderata, e diretta

a sollevare lo spirito, altrimenti sia di nocumento alla medesima sanità corporale. Quindi

continuò bensì a prendere volentieri parte alla ricreazione, ma con grande riserbatezza;

anzi quando il tempo libero era alquanto prolungato soleva interromperlo per

intrattenersi con qualche compagno più studioso, per informarsi delle regole e della

disciplina della casa, farsi spiegare qualche difficoltà scolastica ed anche per recarsi a

compiere qualche esercizio di cristiana pietà. Di più egli imparò un segreto per far del

bene a sé ed a' suoi compagni nelle stesse ricreazioni, e ciò col dare buoni consigli, o

avvisando con modi cortesi coloro cui si fosse presentata occasione, siccome soleva già

fare in sua patria in una sfera tuttavia assai più ristretta. Il nostro Besucco tem-[p. 79]-

perando così la sua ricreazione con detti morali o scientifici, divenne in breve un modello

nello studio e nella pietà.

CAPO XVIII

 Studio e diligenza

Un giorno il Besucco in mia camera lesse sopra un cartello queste parole: Ogni

momento di tempo è un tesoro.

- Non capisco - mi chiese con ansietà - che cosa vogliano significare queste parole.

Come noi possiamo in ogni momento di tempo guadagnare un tesoro?

- È proprio così. In ogni momento di tempo noi possiamo acquistarci qualche

cognizione scientifica o religiosa, possiamo praticare qualche virtù, fare un atto di amor

di Dio, le quali cose avanti al Signore sono altrettanti tesori, che ci gioveranno pel tempo

e per l'eternità.

Non proferì più alcuna parola, ma scrisse sopra un pezzetto di carta quel detto, di poi

soggiunse: Ho capito. Comprese egli quanto fosse prezioso il tempo, e richiamando alla

memoria quanto gli aveva raccomandato il suo Arciprete, disse: Mio padrino me lo aveva

già detto anch'egli [p. 80] che il tempo è molto prezioso e che noi dobbiamo occuparlo

bene cominciando dalla gioventù.

D'allora in poi si occupava con assai maggior applicazione intorno ai suoi doveri.

Io posso dire a gloria di Dio, che in tutto il tempo che passò in questa casa non si

ebbe mai motivo di avvisarlo od incoraggiarlo all'adempimento de' suoi doveri.

Vi è l'uso in questa casa che ogni sabato si danno e si leggono i voti della condotta

che ciascun giovane tenne nella settimana nello studio e nella scuola. I voti di Besucco

furon sempre uguali cioè optime. Dato il segno dello studio egli vi si recava

immediatamente senza più fermarsi un istante. Quivi poi era bello il vederlo

continuamente raccolto, studiare, scrivere colla avidità di chi fa cosa di suo maggior

gusto. Per qualsiasi motivo non si moveva mai di posto, né comunque fosse lungo il

tempo di studio alcuno lo vedeva togliere il guardo da' suoi libri o dai quaderni.

Uno de' suoi grandi timori era che gli avvenisse contro sua volontà di trasgredire le

regole; perciò specialmente nei primi giorni chiedeva sovente se si potesse fare questa o

quell'altra cosa. Chiese per [p. 81] esempio una volta con santa semplicità se nello

studio fosse lecito lo scrivere, temendo che quivi non si dovesse far altro che studiare.

Altra volta se in tempo di studio era permesso mettere in ordine i libri. All'esatta

occupazione del tempo egli aggiunse la invocazione dell'aiuto del Signore. Alcuna volta

lo vedevano i compagni durante lo studio farsi il segno della santa Croce, alzare gli occhi

95

verso il cielo e pregare Richiesta la cagione, rispondeva: Spesse volte incontro difficoltà

nello imparare, perciò mi raccomando al Signore affinché mi dia il suo aiuto.

Aveva letto nella vita di Magone Michele, che prima de' suoi studi sempre diceva:

Maria, sedes sapientiae, ora pro me. O Maria, Sede della sapienza, pregate per me. Egli

volle fare altrettanto. Scrisse queste parole sopra i libri, sopra i quaderni e sopra

parecchie liste di carta, di cui valevasi per segnacoli. Scrisse eziandio biglietti ai suoi

compagni, ma o in principio del foglio, o sopra in pezzetti di carta a parte notava sempre

il prezioso saluto alla sua celeste Madre, siccome egli soleva chiamarla. In un biglietto

indirizzato a un compagno leggo quanto segue: Tu mi hai chiesto come io abbia potuto

sostenermi in seconda grammatica, [p. 82] mentre che il mio corso regolare dovrebbe

essere appena la prima. Io ti rispondo schiettamente che questa è una special

benedizione del Signore, che mi dà sanità e forza. Mi sono per altro servito di tre segreti

che ho trovato e praticato con grande mio vantaggio e sono:

«1° Di non mai perdere bricciolo di tempo in tutte le cose stabilite per la scuola o per

lo studio.

2° Nei giorni di vacanza ed in altri in cui siavi ricreazione prolungata, dopo mezz'ora

vado a studiare, oppure mi metto a discorrere di cose di scuola con alcuni compagni più

avanzati di me nello studio.

3° Ogni mattina prima d'uscir di chiesa dico un Pater ed un'Ave a S. Giuseppe. Questo

fu per me il mezzo efficace che mi portò avanti nella scienza e da che ho cominciato a

recitare questo Pater, ho sempre avuto maggior facilità sia per imparare le lezioni, sia

per superare le difficoltà che spesso incontro nelle materie scolastiche. Prova anche tu a

fare altrettanto, conchiudeva la lettera, e ne sarai certamente contento».

Non deve pertanto recar meraviglia se con tanta diligenza abbia fatto così rapido

progresso nella scuola.

Quando venne tra noi si perdeva quasi [p. 83] di speranza di poter reggere nella

prima ginnasiale, ma dopo soli due mesi riportava dei voti assai soddisfacenti nella sua

classe. Nella scuola pendeva immobile dal labbro del maestro, che non ebbe mai

occasione di avvisarlo per disattenzione.

Quello che dissi intorno alla diligenza di Besucco in materia di studio, si deve

estendere a tutti gli altri doveri anche più minuti: egli era esemplare in tutto. Era stato

incaricato di scopare il dormitorio. In questo uffizio si faceva ammirare per l'esattezza

con cui lo disimpegnava senza dimostrare minimamente di sentirne peso.

Allora che per motivo di malattia non potè più levarsi di letto, chiese scusa

all'assistente perché non poteva compiere il solito suo dovere, e ringraziò con vivo

affetto un compagno che lo supplì in quell'umile servizio.

Besucco venne all'Oratorio con uno scopo prefisso; perciò nella sua condotta aveva

sempre di mira il punto cui tendeva, cioè di dedicarsi tutto a Dio nello stato ecclesiastico.

A questo fine cercava di progredire nella scienza e nella virtù. Discorreva un giorno con

un compagno intorno ai propri studi ed intorno al fine per cui ciascuno era venuto in

questa casa. [p. 84] Besucco espresse il proprio pensiero, poi conchiuse: Insomma il

mio scopo è di farmi prete; coll'aiuto del Signore farò ogni sforzo per poterlo conseguire.

CAPO XIX

 La confessione

Dicasi pure quanto si vuole intorno ai vari sistemi di educazione, ma io non trovo

alcuna base sicura, se non nella frequenza della confessione e 1 della comunione; e

credo di non dir troppo asserendo che omessi questi due elementi la moralità resta

bandita. Il Besucco, come abbiamo detto, fu coltivato ed avviato per tempo alla

96

frequenza di ambidue questi Sacramenti. Giunto qui all'Oratorio crebbe di buona volontà

e di fervore nel praticarli.

Sul principio della novena della Natività di Maria SS. si presentò al suo direttore

dicendogli: lo vorrei passar bene questa novena e fra le altre cose desidero di fare la mia

confessione generale. Il direttore come ebbe inteso i motivi che a ciò lo determinavano

rispose di non ravvisare alcun bisogno di far simile confessione, ed aggiunse: Tu puoi

vivere tranquillo, tanto più che l'hai già fatta altre [p. 85] volte dal tuo Arciprete. - Sì,

ripigliò, io l'ho già fatta all'occasione della mia prima comunione, ed anche quando ci

furono gli esercizi spirituali al mio paese, ma siccome io voglio mettere l'anima mia nelle

sue mani, così desidero di manifestarle tutta la mia coscienza, affinché meglio mi

conosca, e possa con più sicurezza darmi quei consigli che possono meglio giovare a

salvarmi l'anima. Il direttore acconsentì: lo lodò della scelta, che voleva fare d'un

confessore stabile; lo esortò a voler bene al confessore, pregare per lui, e manifestargli

sempre qualunque cosa inquietasse la sua coscienza. Quindi lo aiutò a fare la desiderata

confessione generale. Egli compiè quell'atto coi più commoventi segni di dolore sul

passato e di proponimento per l'avvenire, sebbene, come ognuno può giudicare, consti

dalla sua vita non aver mai commessa azione, che si possa appellare peccato mortale.

Fatta la scelta del confessore, nol cangiò più per tutto il tempo che il Signore lo conservò

tra noi. Egli aveva con esso piena confidenza, lo consultava anche fuori di confessione,

pregava per lui, e godeva grandemente ogni volta che poteva da lui avere qualche buon

consiglio per sua regola di vita.

[p. 86] Scrisse una volta una lettera ad un suo amico che gli aveva manifestato il

desiderio di venire anch'egli in quest'Oratorio. In essa gli raccomandava di pregare il

Signore per questa grazia, e poi gli suggerì alcune pratiche di pietà, come la Via Crucis;

ma più di tutto lo esortò a confessarsi ogni otto giorni ed a comunicarsi più volte la

settimana.

Mentre lodo grandemente il Besucco intorno a questo fatto, raccomando coi più vivi

affetti del cuore a tutti, ma in ispecial modo alla gioventù di voler fare per tempo la

scelta d'un confessore stabile, né mai cangiarlo, se non in caso di necessità. Si eviti il

difetto di alcuni, che cangiano confessore quasi ogni volta che vanno a confessarsi;

oppure dovendo confessare cose di maggior rilievo vanno da un altro, ritornando poscia

dal confessore primitivo. Facendo così costoro non fanno alcun peccato, ma non avranno

mai una guida sicura che conosca a dovere lo stato di loro coscienza. A costoro

accadrebbe quello che ad un ammalato, il quale in ogni visita volesse un medico nuovo.

Questo medico difficilmente potrebbe conoscere il male dell'ammalato, quindi sarebbe

incerto nel prescrivere gli opportuni rimedi.

Che se per avventura questo libretto [p. 87] fosse letto da chi è dalla divina

Provvidenza destinato all'educazione della gioventù, io gli raccomanderei caldamente tre

cose nel Signore. Primieramente inculcare con zelo la frequente confessione, come

sostegno della instabile giovanile età, procurando tutti i mezzi che possono agevolare

l'assiduità a questo Sacramento. Insistano secondariamente sulla grande utilità della

scelta d'un confessore stabile da non cangiarsi senza necessità, ma vi sia copia di

confessori, affinché ognuno possa scegliere colui, che sembri più adattato al bene

dell'anima propria. Notino sempre per altro, che chi cangia confessore non fa alcun

male, e che è meglio cangiarlo mille volte piuttosto che tacere alcun peccato in

confessione.

Nè manchino mai di ricordare spessissimo il grande segreto della confessione. Dicano

esplicitamente che il confessore è stretto da un segreto naturale, Ecclesiastico, Divino e

Civile per cui non può per nessun motivo, a costo di qualunque male fosse anche la

morte, manifestare ad alcuno cose udite in confessione o servirsene per sé; che anzi può

nemmeno pensare alle cose udite in questo Sacramento; che il confessore non fa alcuna

maraviglia, né diminuisce l'affezione per cose comunque [p. 88] gravi udite in

confessione, al contrario acquista credito al penitente. Siccome il medico quando scopre

tutta la gravezza del male dell'ammalato gode in cuor suo perché può applicarvi

l'opportuno rimedio; così fa il confessore che è medico dell'anima nostra, e a nome di

Dio coll'assoluzione guarisce tutte le piaghe dell'anima. Io sono persuaso che se queste

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cose saranno raccomandate e a dovere spiegate, si otterranno grandi risultati morali fra

i giovanetti, e si conoscerà coi fatti qual maraviglioso elemento di moralità abbia la

cattolica religione nel sacramento della Penitenza.

CAPO XX

 La santa Comunione

Il secondo sostegno della gioventù è la santa Comunione. Fortunati quei giovanetti

che cominciano per tempo ad accostarsi con frequenza e colle debite disposizioni a

questo Sacramento. Il Besucco era stato da' suoi parenti e dal suo Prevosto animato ed

ammaestrato intorno al modo di comunicarsi sovente e con frutto. Mentre era ancora in

patria soleva già accostarsi ogni settimana; di poi in tutti i giorni festivi, [p. 89] ed

anche qualche volta lungo la settimana. Venuto nell'Oratorio continuò per qualche tempo

a comunicarsi colla stessa frequenza, di poi eziandio più volte la settimana, e in alcune

novene anche tutti i giorni.

Sebbene l'anima sua candida e la esemplarissima sua condotta lo rendessero degno

della frequente Comunione, tuttavia a lui sembrava di non esserne degno. Le

apprensioni crebbero da che una persona venuta in questa casa disse al Besucco, che

era meglio accostarsi più di rado per accostarsi con più lunga preparazione e con

maggior fervore.

Un giorno egli si presentò ad un suo superiore, e gli espose tutte le sue inquietudini.

Questi studiò di appagarlo dicendo:

- Non dai tu con grande frequenza il pane materiale al corpo?

- Sì, certamente.

- Se tanto frequentemente diamo il pane materiale al corpo che soltanto deve vivere

qualche tempo in questo mondo, perché non dovremo dare sovente anche ogni giorno il

pane spirituale all'anima, che è la santa Comunione? (S. Agostino).

- Ma mi sembra di non essere abbastanza buono per comunicarmi tanto sovente.

- Appunto per farti più buono è bene [p. 90] accostarti spesso alla santa Comunione.

Gesù non invitò i santi a cibarsi del suo corpo, ma i deboli, gli stanchi, cioè quelli che

abborriscono il peccato, ma che per la loro fragilità sono in gran pericolo di ricadere.

Venite a me tutti, egli dice, voi che siete travagliati ed oppressi, ed io vi ristorerò.

- Mi sembra che se si andasse più di rado si farebbe la Comunione con maggior

divozione.

- Non saprei dirlo; quello che è certo, si è che l'uso insegna a far bene le cose, e chi

fa sovente una cosa impara il vero modo di farla: così colui che va con frequenza alla

Comunione impara il modo di farla bene.

- Ma chi mangia più di rado mangia con maggior appetito.

- Chi mangia molto di rado e passa più giorni senza cibo egli o cade per debolezza, o

muore di fame, oppure il primo momento che mangia corre pericolo di fare una rovinosa

indigestione.

- Se è così, per l'avvenire procurerò di fare la santa Comunione con molta frequenza,

perché conosco veramente che è un mezzo potente per farmi buono.

- Va' colla frequenza che ti sarà prescritta dal tuo confessore. [p. 91]

- Egli mi dice di andare tutte le volte che niente m'inquieta la coscienza.

- Bene, segui pure questo consiglio. Intanto voglio farti osservare che nostro Signore

Gesù Cristo c'invita a mangiare il suo Corpo e a bere il suo Sangue tutte le volte che ci

troviamo in bisogno spirituale, e noi viviamo in continuo bisogno in questo mondo. Egli

giunse fino a dire: Se non mangerete il mio Corpo e non beverete il mio Sangue non

98

avrete con voi la vita. Per questo motivo al tempo degli Apostoli i Cristiani erano

perseveranti nella preghiera e nel cibarsi del pane Eucaristico. Nei primi secoli tutti quelli

che andavano ad ascoltare la santa Messa facevano la santa Comunione. E chi ascoltava

la Messa ogni giorno, eziandio ogni giorno si comunicava. Finalmente la Chiesa Cattolica

rappresentata nel Concilio Tridentino raccomanda ai Cristiani di assistere quanto loro è

possibile al SS. Sacrificio della Messa, e fra le altre ha queste belle espressioni: Il

Sacrosanto Concilio desidera sommamente che in tutte le Messe i Fedeli che le ascoltano

facciano la Comunione non solo spiritualmente, ma eziandio sacramentalmente, affinché

in loro sia più copioso il frutto che proviene da questo Augustissimo Sacrificio (Sess. 22,

C. 6).

[p. 92]

CAPO XXI

 Venerazione al SS. Sacramento

Dimostrava il suo grande amore verso il SS. Sacramento non solo colla frequente

Comunione, ma in tutte le occasioni che gli si presentavano. Già si è detto come al suo

paese si prestava col massimo piacere ad accompagnare il Viatico. Uditone appena il

segno dimandava tosto il permesso a' suoi genitori, che assai di buon grado lo

appagavano; indi volava alla chiesa a fine di prestare quei servigi che erano compatibili

colla sua età. Suonare il campanello, portare i lumi accesi, portare e tenere aperto

l'ombrello, recitare il Confiteor, il Miserere, il Te Deum, erano per lui care delizie.

Eziandio in patria si occupava volentieri ad aiutare i compagni più giovani di lui o meno

istruiti a prepararsi per comunicarsi degnamente, e a fare dopo il dovuto ringraziamento.

Giunto qui nell'Oratorio continuò nel suo fervore, e fra le altre cose prese la

commendevolissima abitudine di fare ogni giorno una breve visita al SS. Sacramento. Si

vedeva spesso intorno a qualche prete [p. 93] o chierico, affinché radunati alcuni giovani

li conducesse in chiesa a recitare preghiere particolari davanti a Gesù Sacramentato. Era

poi cosa veramente edificante l'industria con cui egli studiava di condurre seco in chiesa

qualche compagno. Un giorno ne invitò uno dicendogli: Vieni meco e andremo a dire un

Pater a Gesù Sacramentato, che è là tutto solo nel tabernacolo. Il compagno, che era

tutto affaccendato nei trastulli, rispose che non ci voleva andare. Il Besucco andò solo

ugualmente. Ma il compagno preso dal rincrescimento di essersi rifiutato dall'amorevole

invito del virtuoso amico, il giorno seguente gli si avvicinò e gli disse: Ieri tu mi hai

invitato ad andare in chiesa e non ho voluto andarvi, oggi invito te affinché tu mi venga

a tener compagnia a far quello che non ho fatto ieri. Il Besucco ridendo rispose: Non

darti pena di ieri, io ho fatto la parte tua e la parte mia: dissi tre Pater per me, di poi ne

ho detto tre per te a Gesù Sacramentato. Tuttavia ci vado molto volentieri e adesso e in

qualunque altra occasione tu desideri avermi per compagno.

Mi è più d'una volta accaduto di dovermi recare dopo cena in chiesa per qualche mio

dovere, mentre appunto i giova-[p. 94]-netti della casa facevano la più allegra ed

animata ricreazione nel cortile. Non avendo tra mano il lume inceppai in cosa che

sembravami sacco di frumento con rischio prossimo di cadere stramazzoni. Ma quale

non fu la mia sorpresa quando mi accorsi aver urtato nel divoto Besucco, che in un

nascondiglio dietro, ma vicino all'altare in mezzo alle tenebre della notte pregava

l'amato Gesù a favorirlo de' celesti lumi per conoscere la verità, farsi ognor più buono,

farsi santo? Serviva eziandio molto volentieri la santa Messa. Preparare l'altare,

accendere i lumi, apprestare le ampolline, aiutare il sacerdote a vestirsi erano cose di

massimo suo gusto. Qualora per altro qualcheduno avesse desiderato di servirla egli si

mostrava contento e la udiva con grande raccoglimento. Quelli che lo hanno osservato

ad assistere alla santa Messa od alla benedizione della sera vanno d'accordo

nell'asserire, che era impossibile il mirarlo senza sentirsi commossi ed edificati pel

fervore che dimostrava nel pregare, e per la compostezza della persona.

99

Era poi ansiosissimo di leggere libri, cantare canzoncine che riguardassero il SS.

Sacramento. Fra le molte giaculatorie, che egli recitava lungo il giorno, la [p. 95] più

familiare era questa: Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e Divinissimo

Sacramento. Con questa bella giaculatoria, diceva, io guadagno cento giorni

d'indulgenza ogni volta che la dico; e di più appena che la dico mi sfuggono tutti i cattivi

pensieri che mi corrono per la mente. Questa giaculatoria per me è un martello con cui

sono sicuro di rompere le coma al demonio, quando viene a tentarmi.

CAPO XXII

 Spirito di preghiera

È cosa assai difficile il far prender gusto alla preghiera ai giovanetti. La volubile età

loro fa sembrare nauseante ed anche enorme peso qualunque cosa richieda seria

attenzione di mente. Ed è una grande ventura per chi da giovanetto è ammaestrato

nella preghiera e ci prende gusto. Per esso è sempre aperta la sorgente delle divine

benedizioni.

Il Besucco fu nel bel numero di costoro. L'assistenza prestatagli dai genitori fin dai più

teneri anni, la cura che se ne prese il suo maestro e specialmente il suo Parroco

produssero il desiderato [p. 96] frutto nel nostro giovanetto. Egli non era abituato a

meditare, ma faceva molte preghiere vocali. Proferiva le parole chiare e distinte e le

articolava in modo, che sembrava parlasse col Signore e colla santa Vergine o con

qualche Santo, cui indirizzava le sue orazioni. Al mattino appena dato il segno della

levata si vestiva prontamente, e aggiustato quanto di dovere, discendeva tosto in

chiesa, o s'inginocchiava accanto al letto per pregare fino a tanto che il campanello

indicasse di recarsi altrove. In chiesa poi oltre la sua specchiata puntualità andava a

prendere posto presso a quei compagni ed in quei siti dove non fosse in alcun modo

distratto, e gli dava gran pena il vedere qualcheduno ciarlare o tenere un contegno

dissipato. Un giorno appena uscito andò subito in cerca di uno che aveva commesso tal

mancamento. Come lo ebbe trovato gli ricordò quanto aveva fatto; poi fattogli vedere

quanto si fosse diportato male gli inculcò di stare nel luogo santo con maggior

raccoglimento.

Nutriva poi un affetto speciale per Maria Santissima. Nella novena della sua Natività

dimostrava un fervore particolare verso di essa. Il direttore soleva dare ogni sera

qualche fioretto da praticarsi in onore di [p. 97] Lei. Besucco non solo ne faceva egli

gran conto, ma si adoperava affinché fosse eziandio da altri praticato. Per non

dimenticarsene li scriveva sopra un quaderno. In questo modo, egli diceva, in fine

dell'anno avrò una bella raccolta di ossequi da presentare a Maria. Lungo il giorno li

andava ripetendo e ricordando a' suoi compagni. Volle sapere il luogo preciso dove Savio

Domenico si poneva ginocchione a pregare dinanzi l'altare della Vergine Maria. Colà egli

si raccoglieva a pregare con grande consolazione del suo cuore. Oh, se io potessi,

diceva, stare da mattino a sera a pregare in quel sito, quanto volentieri il farei!

Imperciocché mi sembra di avere lo stesso Savio a pregare con me, e mi pare che egli

risponda alle mie preghiere, e che il suo fervore si infonda nel mio cuore. Per lo più era

l'ultimo ad uscire di chiesa, perché soleva sempre fermarsi un po' di tempo davanti alla

statua di Maria Santissima. Per questo motivo spesso gli accadeva di perdere la

colazione con molto stupore di quelli, che vedevano un giovanetto sui quattordici anni

sano e robusto dimenticare il cibo corporale pel cibo spirituale della preghiera.

Non di rado specialmente nei giorni di [p. 98] vacanza d'accordo con alcuni compagni

andava in chiesa per recitare le sette allegrezze, i sette dolori di Maria, le litanie o la

corona spirituale a Gesù Sacramentato. Ma il piacere di leggere per tutti quelle preghiere

non voleva mai cederlo ad altri. Nei giorni di Venerdì se gli era possibile, faceva od

almeno leggeva la Via Crucis, che era la sua pratica di pietà prediletta. La Via Crucis,

100

soleva dire, è per me una scintilla di fuoco, che mi anima a pregare, mi spinge a

sopportare qualunque cosa per amor di Dio.

Egli era così amante della preghiera, ed erasi cotanto ad essa abituato, che appena

rimasto solo o disoccupato qualche momento si metteva subito a recitare qualche

preghiera. Nel medesimo tempo di ricreazione non di rado si metteva a pregare, e come

trasportato da moti involontari talvolta scambiava i nomi dei trastulli in giaculatorie. Un

giorno vedendo il suo superiore gli corse incontro per salutarlo col suo nome e gli disse:

O Santa Maria. Altra volta volendo chiamare un compagno con cui si trastullava disse ad

alta voce: O Pater noster. Queste cose mentre da una parte erano cagione di riso fra i

compagni, dall'altra dimostravano quanto il suo cuore si di-[p. 99]-lettasse dalla

preghiera, e quanto egli fosse padrone di raccogliere il suo spirito per elevarlo al

Signore. La qual cosa, secondo i maestri di spirito, segna un grado di elevata perfezione

che raramente si osserva nelle persone di virtù consumata.

La sera terminate in comune le preghiere, recavasi in dormitorio, dove ponendosi

ginocchione sopra l'incomodo dorso del suo baule fermavasi un quarto d'ora od anche

mezz'ora a pregare. Ma avvisato che tal cosa recava disturbo ai compagni, che già erano

in riposo, egli abbreviò il tempo e procurava di essere a letto contemporaneamente agli

altri. Tuttavia appena coricato egli giungeva le sue mani dinanzi al petto e pregava

finché fosse preso dal sonno. Se gli accadeva di svegliarsi lungo la notte si metteva

subito a pregare per le anime del purgatorio, e sentiva gran dispiacere quando sorpreso

dal sonno doveva interrompere la preghiera. Mi rincresce tanto, diceva ad un amico, di

non poter reggere un po' di tempo in letto senza dormire. Sono proprio miserabile,

quanto bene farei alle anime del purgatorio se potessi pregare come lo desidero!

Insomma se noi esaminiamo lo spirito [p. 100] di preghiera di questo giovanetto

possiamo dire avere egli letteralmente eseguito il precetto del Salvatore, che comandò di

pregare senza interruzione, imperciocché i giorni e le notti da lui erano passate in

continua preghiera.

CAPO XXIII

 Sue penitenze

Parlare di penitenza ai giovanetti generalmente è recar loro spavento. Ma quando

l'amor di Dio prende possesso di un cuore, niuna cosa del mondo, nissun patimento lo

affligge, anzi ogni pena della vita gli riesce di consolazione. Dai teneri cuori nasce già il

nobile pensiero che si soffre per un grande oggetto, e che ai patimenti della vita è

riservata una gloriosi ricompensa nella beata eternità.

Ognuno ha già potuto vedere quanto fosse grande il desiderio di patire del nostro

Besucco, siccome dimostrò fin dalla sua prima età. Qui nell'Oratorio raddoppiò il suo

ardore.

Si presentò un giorno al suo superiore e gli disse queste parole: lo sono molto

angustiato, il Signore dice nel Vangelo, che non si può andare in Paradiso se non [p.

101] coll'innocenza o colla penitenza. Coll'innocenza io non posso più andare, perché

l'ho perduta; dunque bisogna, ch'io ci vada colla penitenza.

Il superiore rispose che considerasse come penitenza la diligenza nello studio,

l'attenzione nella scuola, l'ubbidire ai superiori, il sopportare gli incomodi della vita quali

sono caldo, freddo, vento, fame, sete. Ma, ripigliò l'altro, queste cose si soffrono per

necessità. - Appunto quello che si soffre per necessità, se tu aggiungi di soffrire per

amor di Dio diventerà vera penitenza, piacerà al Signore, e sarà di merito all'anima tua.

Egli per allora si acquetò, ma dimandava sempre di voler digiunare, di lasciare o tutta

o in parte la colazione del mattino, di potersi mettere degli oggetti che gli recassero

dolore o sotto gli abiti o nel letto, le quali cose gli furono sempre negate. Alla vigilia di

101

Tutti i Santi dimandò come speciale favore di poter digiunare a pane ed acqua, il quale

digiuno gli fu cangiato nella sola astinenza dalla colezione. Il che gli tornò di molto

piacere, perché, diceva, così potrò almeno in qualche cosa imitare i Santi del Paradiso,

che battendo la via dei patimenti giunsero a salvare le anime loro.

[p. 102] Non occorre parlare della custodia dei sensi esterni e specialmente degli

occhi. Chi l'ha osservato per molto tempo nella compostezza della persona, nel contegno

coi compagni, nella modestia in casa e fuori di casa non esita di asserire che egli si

possa proporre qual compiuto modello di mortificazione e di esemplarità esterna alla

gioventù.

Essendo proibito di far penitenza corporale egli ottenne di poterne fare di altro

genere, cioè esercitare i lavori più umili nella casa. Il fare commissioni ai compagni,

portare loro acqua, nettare le scarpe, servire anche a tavola quando gli era permesso,

scopare in refettorio, nel dormitorio, trasportare la spazzatura, portare fagotti, bauli,

purché il potesse, erano cose, che egli faceva con gioia e colla massima sua

soddisfazione. Esempi degni d'essere imitati da certi giovanetti, che per trovarsi fuori di

casa hanno talvolta rossore di fare una commissione o di prestar servizio in cose

compatibili coi loro stato. Anzi talvolta ci sono giovanetti, che hanno fino vergogna di

accompagnarsi coi propri genitori per l'umile loro foggia di vestire. Quasi che il trovarsi

fuori di casa cambi la loro condizione, facendo dimenticare i doveri [p. 103] di pietà, di

rispetto e di ubbidienza verso i genitori e di carità verso tutti.

Ma queste piccole mortificazioni contentarono soltanto per poco tempo il nostro

Besucco. Egli desiderava di mortificarsi di più. Fu udito qualche volta lagnarsi dicendo,

che a casa sua faceva maggiori penitenze e che la sua sanità non ne aveva mai sofferto.

Il superiore rispondeva sempre, che la vera penitenza non consiste nel fare quello che

piace a noi, ma nel fare quello che piace al Signore, e che serve a promuovere la sua

gloria. Sii ubbidiente, aggiungeva il superiore, e diligente nei tuoi doveri, usa molta

bontà e carità verso i compagni, sopporta i loro difetti, dà loro buoni avvisi e consigli e

farai cosa che al Signore piacerà più d'ogni altro sacrifizio.

Prendendo egli letteralmente ciò che gli si era detto di sopportare con pazienza il

freddo delle stagioni, egli lasciò inoltrare la stagione invernale senza vestirsi come

conveniva. Un giorno lo vidi tutto pallido nella faccia, e chiedendogli se era male in

salute: - No - disse - sto benissimo. - Intanto prendendolo per mano mi accorsi che

aveva una sola giubbetta da estate, mentre eravamo già alla novella del SS. Natale.

[p. 104] - Non hai abiti da inverno? - gli dissi.

- Sì che li ho, ma in camera.

- Perché non te li metti ?

- Eh... pel motivo ch'Ella sa: sopportare il freddo nell'inverno per amor del Signore.

- Va' immediatamente a metterli: fa' in modo di essere ben riparato dalle intemperie

della stagione, e qualora ti mancasse qualche cosa fanne dimanda, e sarai senza altro

provveduto.

Malgrado questa raccomandazione non si poté impedire un disordine, da cui forse

ebbe origine quella malattia, che lo condusse alla tomba, siccome più sotto

racconteremo.

CAPO XXIV

 Fatti e detti particolari

Vi sono parecchi detti e fatti, i quali non hanno diretta relazione con quanto ho finora

esposto, che perciò vengono qui separatamente registrati. Comincio dalle conversazioni.

Ne' suoi discorsi era assai riservato, ma gioviale e faceto. Raccontava assai volentieri le

sue vicende di pastorello, quando conduceva le pecore e [p. 105] le capre al pascolo.

102

Parlava dei cespugli, degli erbaggi, dei seni, degli antri, delle voragini della montagna

del Roburento e del Drego come di altrettante maraviglie del mondo.

Aveva poi alcuni proverbi, che per lui erano verità incontrastabili. Quando voleva

eccitare qualcheduno a non affezionarsi alle cose del mondo e pensare vie più alle

celesti, soleva dire: Chi guarda a terra - Come la capra - È ben difficile - Che il ciel se gli

apra.

Un giorno un compagno entrato in questioni di religione lasciava sfuggire non leggeri

spropositi. Il nostro Besucco e perché più giovane e perché non abbastanza istruito

taceva, ma con animo assai inquieto e risentito. Poscia fattosi animo, con viso allegro: -

Ascoltate - prese a dire a tutti i presenti. - Tempo fa ho letto nel dizionario la

spiegazione della parola mestiere, e fra le altre cose ho notato questa frase: Chi fa

l'altrui mestiere - Fa la zuppa nel paniere. Mio padre asseriva lo stesso con altre parole

dicendo: Chi fa quel che non sa - Guasta quel che fa. - Compresero tutti il significato

delle espressioni; tacque l'indiscreto parlatore; e gli altri ammirarono l'accortezza e la

prudenza del nostro giovinetto.

[p. 106] Egli era sempre contento delle disposizioni dei superiori; né mai lamentavasi

dell'orario della casa, degli apprestamenti di tavola, degli ordini scolastici e simili.

Trovava sempre ogni cosa di suo gusto. Interrogato come mai potesse essere sempre

contento di tutto, rispose: Io sono di carne e di ossa come gli altri, ma desidero di fare

tutto per la gloria di Dio, perciò quello che non piacerà a me, tornerà certamente di

gradimento a Dio: quindi ho sempre eguale motivo di essere contento.

Avvenne un giorno che alcuni compagni da poco tempo venuti nella casa non

potevano abituarsi al nuovo genere di vita. Egli li confortava dicendo: - Se ci toccherà di

andar militare, potremo noi farci un orario a nostro modo? Potremo andarci a coricare, o

levarci di letto quando a noi piacerà? oppure andare liberamente al passeggio ?

- No certamente - risposero, - ma un po' di libertà...

- Noi siamo sicuramente liberi se facciamo la volontà di Dio, e solamente diventiamo

veri schiavi quando cadiamo nel peccato, poiché restiamo allora schiavi del maggior

nostro nemico che è il demonio.

- Ma a casa mia mangiava e dormiva meglio - diceva uno.

[p. 107] - Posta la verità di quanto asserisci, cioè che a casa tua mangiassi meglio e

dormissi di più, ti dirò, che nutrivi teco due grandi nemici, quali sono l'ozio e la gola.

Debbo eziandio notarti, che noi non siamo nati per dormire e per mangiare come fanno

le capre e le pecore, ma dobbiamo lavorare per la gloria di Dio, e fuggir l'ozio che è il

padre di tutti i vizi. Del rimanente non hai udito ciò che ha detto il nostro superiore ?

- Non mi ricordo più.

- Ieri fra le altre cose il superiore ci ha detto, che esso tiene volentieri i giovani, ma

vuole che nessuno stia per forza. Chiunque non sia contento, egli conchiudeva, lo dica, e

procurerò d'appagarlo; chi non vuol restare in questa casa, egli è pienamente libero, ma

se rimane non dissemini il malcontento, ci stia volentieri.

- Io andrei altrove, ma bisogna pagare ed i miei parenti non possono.

- Tanto maggior motivo per te di dimostrarti contento: se tu non paghi dovresti

mostrarti soddisfatto più di ogni altro: Perché a caval donato non si guarda in bocca.

Dunque, o cari compagni, persuadiamoci, noi siamo in una casa di provvidenza; chi paga

poco, chi [p. 108] paga niente, e dove potremo avere altrettanto a questo prezzo?

- È vero quanto dici, ma se si potesse avere una buona tavola...

- Giacché tu muori per avere una buona tavola, io ti suggerirò un mezzo con cui tu la

puoi avere: va' in pensione coi tuoi superiori.

- Ma io non ho danari da pagare pensione.

- Dunque datti pace e contentati di quel tanto che ci dànno per nostro alimento; tanto

più che tutti gli altri nostri compagni si mostrano contenti.

- Che se poi volete, o cari amici, che vi parli schietto, dirò che, giovani robusti come

siamo noi, non dobbiamo badare alla delicatezza della vita; come cristiani dobbiamo

103

anche fare un poco di penitenza se vogliamo andare in paradiso, dobbiamo mortificare a

tempo debito questa golaccia. Credetelo, questo è per noi un mezzo facilissimo per

meritarci la benedizione del Signore, e farci dei meriti in Paradiso.

Con questi ed altri simili modi di parlare, mentre confortava i suoi compagni, ne

diveniva anche il modello nelle regole di civiltà e di carità cristiana.

Nel discorrere, soleva sempre scrivere [p. 109] sopra i quaderni, sopra i libri proverbi

o sentenze morali che avesse udito.

Nelle lettere, poi, era assai facondo, ed io credo di far cosa grata coll'inserirne alcune,

il cui originale mi fu graziosamente comunicato da coloro cui erano state dirette.

CAPO XXV

 Sue lettere

Queste lettere sono un segno manifesto della bontà di cuore e nel tempo stesso della

pietà sincera del nostro Besucco. È cosa assi rara anche in persone attempate lo scrivere

lettere senza umano rispetto e condite di religiosi e morali pensieri, come veramente

dovrebbe fare ogni cristiano: ma è poi rarissima cosa che ciò si pratichi fra i giovanetti.

Io desidererei che ognuno di voi, o giovani amatissimi, evitasse quel genere di lettere

che nulla hanno di sacro, a segno che potrebbero inviarsi ai medesimi pagani. Non sia

così; serviamoci pure di questo mezzo meraviglioso per comunicare i nostri pensieri, i

nostri progetti a quelli che sono da noi lontani; ma sappiamo sempre distinguere le cor-

[p. 110]-rispondenze, quando sono coi cristiani o coi pagani; né mai sia dimenticato

qualche morale pensiero. Per questo motivo io inserisco alcune lettere del giovinetto

Besucco che, per semplicità e per tenerezza d'affetto, giudico vi torneranno gradite.

l,a prima di queste è indirizzata a suo padrino Arciprete dell'Argentera colla data del

27 settembre 1863. In essa gli dà ragguaglio della felicità, che egli gode nell'Oratorio, e

lo ringrazia di averlo qua inviato.

La lettera è del tenor seguente:

Carissimo signor Padrino,

Le partecipo, carissimo signor padrino, che i miei compagni da quattro giorni sono

andati a casa per passare una ventina di giorni in vacanza. Io sono molto contento che

essi li passino allegramente ma io godo assai più di loro, perché stando qui ho tempo di

scriverle questa lettera, che spero tornerà anche a lei di gradimento. Le dico prima di

tutto che non posso trovare espressioni valevoli a ringraziarla dei benefizi che mi ha

fatto. Oltre i favori che mi prodigò, special-[p. 111]-mente col farmi scuola in sua casa,

mi ha eziandio insegnate tante belle cose spirituali e temporali, che mi sono di potente

aiuto. Ma il maggiore di questi favori fu quello di mandarmi in questa casa dove nulla più

mi manca né per l'anima, né pel corpo. Io ringrazio ognor più il Signore, che mi abbia

concesso così segnalato favore a preferenza di tanti altri giovani. Io preghi di cuore per

me affinché mi conceda la grazia dl corrispondere a tanti segni di celeste bontà. Ora io

sono pienamente felice in questo luogo, nulla ho più a desiderare, ogni mia brama è

appagata. Ringrazio lei e tutti gli altri benefattori di tutti gli oggetti che mi hanno

mandati. La scorsa settimana sperava di avere la consolazione di vederla qui in Torino,

affinché potesse parlare coi miei superiori della mia condotta: pazienza, il Signore vuole

differirmi questa consolazione.

Dalla lettera di lei ho conosciuto, che i miei di casa piangevano al sentir leggere la

mia lettera. Dica loro che hanno motivo di rallegrarsi e non di piangere perché io sono

pienamente felice. La ringrazio dei preziosi avvertimenti, che mi dà, e l'assicuro che

finora ho fatto quanto ho potuto per metterli in pratica. Ringrazi per me la mia sorella di

quella co-[p. 112]-munione che ha fatto espressamente per me. Credo che questo mi

abbia molto aiutato nei miei studi. Imperocché mi sembra quasi impossibile che in

104

tempo così breve io abbia potuto passare nella seconda ginnasiale. La prego di salutare i

miei parenti e dir loro, che preghino per me, ma non si diano alcun fastidio, perché io

godo buona sanità, sono provveduto di tutto, in una parola sono felice. Mi scusi se ho

ritardato a scriverle; nei giorni scorsi avea molto da fare per prepararmi agli esami, i

quali mi riuscirono bene più di quanto mi aspettava. Io desidero ardentemente di

mostrarle la mia gratitudine; ma non potendo in altro modo, procurerò di darle qualche

compenso pregando il Signore a concederle sanità e giorni felici.

Mi dia la sua santa benedizione e mi consideri sempre

Suo affezionatissimo figlioccio

Besucco Francesco.

Il padre di Francesco, di professione arrotino, passa la bella stagione lavorando la

campagna e coltivando i bestiami in Argentera, ma in autunno parte e va in [p. 113] vari

paesi per guadagnar pane per sé e per la famiglia esercitando il suo mestiere. Francesco

il 26 ottobre scrivevagli una lettera in cui, notando la sua contentezza di trovarsi a

Torino, esprime i suoi teneri figliali affetti nel modo seguente:

Carissimo Padre,

Si avvicina il tempo in cui voi, carissimo padre, dovete partire per far campagna e

provvedere quanto è necessario per la famiglia. Io non posso come vorrei

accompagnarvi nei vostri viaggi, ma sarò sempre con voi col mio pensiero e colla

preghiera. Vi assicuro che ogni giorno io prego il Signore, perché vi dia sanità e la sua

santa grazia.

Mio padrino fu qui all'Oratorio, e ne ho avuto il più gran piacere. Fra le altre cose mi

dice che voi avete paura che io patisca di fame; no, state tranquillo, che ho pane in

grande abbondanza; e se mettessi a parte il pane che eccede il mio bisogno, in fine di

ciascuna settimana voi potreste fare una grossa panata, come diciamo noi. Vi basti

sapere che mangiamo quattro volte al giorno e sempre [p. 114] finché vogliamo; a

pranzo ci è minestra e pietanza, a cena minestra. Una volta si dava il vino tutti i giorni,

ma dacché è venuto così caro l'abbiamo soltanto nei giorni festivi. Non datevi pertanto

alcun fastidio per me: io ho niente più a desiderare, quanto desiderava mi è stato

concesso.

Vi partecipo due cose con piacere, e sono che i miei superiori si mostrano contenti di

me ed io lo sono ancor più di loro. L'altra cosa è la visita dell'Arcivescovo di Sassari.

Esso venne a fare una visita al Direttore; visitò la casa, si trattenne molto coi giovani, ed

io ebbi il piacere di baciargli la mano e di ricevere la sua santa benedizione.

Caro padre, salutate tutti quelli di nostra famiglia e specialmente la mia cara madre.

Date delle mie notizie al mio padrino e ringraziatelo sempre di quanto ha fatto per me.

Fate buona campagna, e se avrete dimora fissa in qualche paese, fatemelo sapere e vi

manderò tomo mie notizie. Pregate anche per me, che di tutto cuore sarò sempre

Vostro affez.mo figliuolo

Francesco.

[p. 115] Da che era stato visitato dal suo padrino, desiderava ardentemente di

ricevere da lui qualche lettera. Ne fu appagato con uno scritto, in cui quel zelante

Arciprete gli dava parecchi consigli per suo bene spirituale e temporale. Francesco

risponde esprimendo la sua contentezza; lo ringrazia, e gli promette di mettere in

pratica i suoi avvisi.

La lettera del 23 novembre 1863 è del tenore seguente:

Carissimo signor Padrino,

Il giorno 14 di questo mese ho ricevuto la sua lettera. Ella può immaginarsi quale

grande consolazione io abbia provato. Io passai in gran festa tutto il giorno in cui ho

105

ricevuto la sua lettera. La lessi e rilessi più volte, e più la leggo più grande è il coraggio

che mi sento di studiare e di farmi migliore. Adesso conosco quale grande benefizio mi

abbia fatto mandandomi in questo Oratorio. Non posso sfogare la riconoscenza del mio

cuore, se non andando in chiesa a pregare per i miei benefattori e specialmente per lei;

e per non perdere il tempo di studio io vado a pregare in tempo di [p. 116] ricreazione.

Debbo per altro fermarmi poco, perché sebbene io provi maggior contentezza nello

studio e nel pregare, che non nel divertimento, tuttavia io debbo fare con gli altri la

ricreazione, perché così è comandato dai Superiori, come cosa utile e necessaria allo

studio e alla sanità.

Adesso tutte le scuole sono cominciate e dal mattino alla sera tra scuola, studio,

scuola di canto fermo, di musica, pratiche religiose e divertimenti non mi rimane più un

momento di tempo per pensare alla mia esistenza.

Io sono con gran piacere sovente visitato dal luogo-tenente Eysautier; alcuni giorni or

sono mi portò un fracco così bello che se ella me lo vedesse in dosso mi crederebbe un

cavaliere.

Ella mi raccomandò di cercarmi un buon compagno, ed io l'ho subito trovato. Esso è

migliore di me nello studio ed anche assai più virtuoso. Appena ci siamo conosciuti

abbiamo fatto grande amicizia. Tra noi due non si parla di altro che di studio e di pietà.

Egli ama eziandio la ricreazione, ma dopo aver saltellato un poco ci mettiamo subito a

passeggiare discorrendo di cose scolastiche. Il Signore mi aiuta sensibilmente; [p. 117]

nei lavori dei posti vado sempre più avanti: di novanta che sono in mia classe, ne ho

ancora una quindicina prima di me.

Mi consolo molto nel sapere che i miei compagni si ricordano di me; dica loro che li

amo assai e che si occupino con diligenza nello studio e nella pietà. La ringrazio della

bella lettera che mi ha scritto, e procurerò di mettere in pratica gli avvisi in essa

contenuti. Io desidero ardentemente di farmi buono, perché so che Iddio tiene preparato

un gran premio per me e per quelli che lo amano e lo servono in questa vita.

Mi perdoni se ho ritardato a scrivere e se non ho messo in pratica gli avvisi datimi da

lei, mio caro benefattore. La prego di salutare tutti quelli di mia casa, e non potendo

porgere saluti a mio padre lo faccio col cuore pregando Iddio per lui. Sia in ogni cosa

fatta la volontà di Dio non mai la mia, mentre mi affermo nei cuori amabilissimi di Gesù

e di Maria

Di V. S. Ill.ma

Obbl.mo figlioccio

Besucco Francesco.

Nella lettera inviata al suo Arciprete, e colla medesima data, Francesco ne chiudeva

eziandio un'altra indirizzata ad un [p. 118] suo amico e virtuoso cugino di nome Antonio

Beltrandi dell'Argentera.

L'ordine, la dicitura, i pensieri della medesima sembrano degni di essere anche qui

pubblicati a modello delle lettere, che si possono scrivere vicendevolmente tra due buoni

giovanetti. Eccone il tenore:

Carissimo compagno Antonio,

Che bella notizia mi ha dato il mio padrino a tuo riguardo! Egli mi scrive, che tu devi

eziandio intraprendere gli studi come ho fatto io. Ti dirò che questo è un ottimo pensiero

e sarai ben fortunato se lo manderai ad effetto. E poiché questo benefico nostro

Arciprete si dispone a farti scuola, procura di compensarlo colla diligenza

nell'adempimento de' tuoi doveri. Occupati nello studio, ma accanto allo studio metti

subito la preghiera e la divozione: questo è l'unico mezzo per riuscire in questa impresa

ed essere poi contento. Io godo già al pensiero che l'anno venturo mi sarai compagno in

questa casa.

I ricordi che io posso darti si riducono ad uno solo: ubbidienza e sommissione ai tuoi

parenti ed al signor Arciprete. Ti raccomando poi il buon esempio verso i tuoi compagni.

106

[p. 119] Un favore per altro debbo dimandarti ed è che in questo inverno tu faccia la

Via Crucis dopo le sacre funzioni come io faceva, quando era in patria. Procura di

promuovere quest'opera di pietà, e ne sarai benedetto dal Signore. Il tempo è prezioso,

procura di occuparlo bene; se ti rimane qualche ora libera, raduna alcuni ragazzi e loro

fa ripetere quella lezione della dottrina cristiana, che si è insegnata nella domenica

antecedente. È questo un mezzo efficacissimo per meritare la benedizione del Signore.

Quando il mio padrino mi scriverà, digli che mi dia delle tue notizie, e così sarò sempre

più rassicurato della tua buona volontà. Presentemente io mi trovo molto occupato. O

mio caro, che grande afflizione io provo nel pensare al tempo che ho speso invano, e che

avrei potuto spendere nello studio e in altre opere buone!

Credo che prenderai questa mia lettera in buona parte, e se mai qualche cosa ti

dispiacesse, te ne dimando perdono. Fa' tutto quello che puoi affinché possiamo l'anno

venturo essere compagni qui in Torino, se così piacerà al Signore.

Addio, caro Antonio, prega per me.

Tuo affezionatissimo amico

Besucco Francesco

[p. 120]

CAPO XXVI

 Ultima lettera - Pensieri alla madre

Dalle lettere fin qui esposte apparisce la grande pietà, che nel cuore nutriva

Francesco: ogni suo detto, ogni suo scritto è un complesso di teneri affetti e di santi

pensieri. Sembra tuttavia, che, di mano in mano che si avvicinava al fine della sua vita,

egli divenisse ognor più infiammato d'amor di Dio. Anzi da certe espressioni sembra che

egli ne avesse presentimento. Il suo stesso padrino quando ricevette quest'ultima lettera

esclamò: Mio figlioccio mi vuole abbandonare; Iddio lo vuole con sé.

Io la riferisco qui per intero come vero modello di chi vuole augurare cristianamente

un buon capo d'anno. Essa porta la data del 28 dicembre 1863.

Carissimo signor Padrino,

Ogni giovane ben educato commetterebbe certamente un atto d'ingratitudine

altamente da biasimarsi, se in questi giorni non iscrivesse a' suoi genitori e benefit-[p.

121]-tori augurando loro felicità e benedizioni. Ma quali sentimenti non dovrò io mai

manifestare verso di lei, mio caro ed insigne benefattore? Fin dal giorno che io nacqui

ella cominciò a beneficarmi e a prendersi cura dell'anima mia. Le prime cognizioni della

scienza, della pietà, del timor di Dio, le debbo a lei. Se ho fatto qualche corso di scuola,

se ho potuto fuggire tanti pericoli dell'anima mia, è tutta opera dei suoi consigli, delle

sue cure e sollecitudini.

Come mai pertanto la potrò degnamente ricompensare? Non potendolo in altra guisa

procurerò almeno di darle segni della mia costante gratitudine col conservare nella

mente impressa la ricordanza dei benefizi ricevuti, ed in questi pochi giorni mi adoprerò

con tutte le forze ad augurarle copiose benedizioni dal Cielo con buon fine dell'anno

presente e buon principio dell'anno nuovo.

Egli è antico il proverbio, che dice: Un buon principio è la metà dell'opera; pertanto

anche io desidererei cominciare bene quest'anno e di in cominciarlo colla volontà del

Signore e continuarlo secondo la sua santa volontà.

Al presente i miei studi vanno bene; la condotta nello studio, nel dormitorio, [p. 122]

nella pietà fu sempre optime. Ho avuto notizie di mio padre e di mio fratello i quali

godono buona salute. Dia questa notizia a quelli di mia casa e ne avranno certamente

piacere. Dica loro che non istiano inquieti per niente; io sto bene e nulla mi manca.

107

La prego eziandio di salutare il mio buon maestro signor Antonio Valorso, e gli dica

che gli chiedo perdono delle disobbedienze e dei dispiaceri che tante volte gli ho dato,

mentre frequentava la sua scuola.

Finalmente rinnovo l'assicurazione che non passerò mai giorno senza pregar Dio che

conservi lei in sanità ed in lunga vita. Caro signor padrino, mi perdoni anche ella di tutti i

disturbi, che le ho dato; continui ad aiutarmi coi suoi consigli. Io non desidero altro che

di farmi buono, e di correggermi dei tanti miei difetti. Sia per sempre fatta là volontà di

Dio e non mai la mia.

Con gran rispetto ed affezione mi professo

Suo obbligatissimo figlioccio

Besucco Francesco.

Nella lettera indirizzata al suo padrino racchiudevasi un biglietto per sua madre, [p.

123] che è l'ultimo dei suoi scritti e si può considerare come il suo testamento ovvero le

ultime parole scritte ai suoi genitori.

«Amatissima madre,

Siamo alla fine dell'anno, Iddio ci aiutò a passarlo bene. Anzi posso dire che

quest'anno fu per me una continua serie di celesti favori. Mentre vi auguro buon fine per

questi pochi giorni che ci rimangono, prego il Signore che voglia concedervi un buon

principio dell'anno novello continuato e ricolmo di ogni sorta di beni spirituali e

temporali. La beatissima Vergine Maria vi ottenga dal divin suo figliuolo lunga vita e

giorni felici.

Quest'oggi ho ricevuto una lettera di mio padre, da cui conosco che tanto esso quanto

mio fratello godono buona salute, e questo mi recò grande consolazione. Vi mando qui la

nota di alcuni oggetti che ancora svii occorrono.

Mia cara madre, vi ho dati tanti fastidi quando ero a casa, e ve ne do ancora

presentemente; ma procurerò di compensarvi colla mia buona condotta e colle mie

preghiere. Vi prego di fare in modo che mia sorella Maria possa studiare, [p. 124]

perché colla scienza può assai meglio istruirsi nella religione.

Addio, cara madre, addio, offriamo al Signore le nostre azioni ed i nostri cuori, ed a

lui raccomandiamo in particolar modo la salvezza delle anime nostre. Sia sempre fatta la

volontà del Signore.

Augurate ogni bene da parte mia a tutti quelli di nostra casa, pregate per me, che di

cuore vi sono

Affez.mo figliuolo

Francesco».

Da queste ultime lettere chiaro apparisce che il cuore di Besucco non sembrava più di

questo mondo, ma di chi cammina coi piedi sulla terra, e che abbia già l'anima sua con

Dio, di cui voleva continuamente parlare e scrivere.

Col fervore nelle cose di pietà cresceva eziandio l'ardore di allontanarsi dal mondo. Se

potessi, diceva talvolta, vorrei separare l'anima dal corpo per meglio gustare, che cosa

voglia dire amar Dio. Se non ne fossi proibito, diceva eziandio, io vorrei cessare da ogni

alimento per godere a lungo il grande piacere, che si prova nel patire pel Signore. Che

grande consolazione hanno mai provato i martiri nel morire per la fede!

[p. 125] Insomma egli e colle parole e coi fatti manifestava quanto già diceva san

Paolo: «Desidero di essere disfatto per essere col mio Signore glorificato». Dio vedeva il

grande amore che regnava verso di Lui in quel piccolo cuore, e affinché la malizia del

mondo non cangiasse il suo intelletto volle chiamarlo a sé, e permise che un eccessivo

affetto alle penitenze ne desse in certo modo occasione.

108

CAPO XXVII

 Penitenza inopportuna e principio di sua malattia

Egli aveva letto nella vita di Savio Domenico, come esso un anno aveva

imprudentemente lasciato assai inoltrare la stagione senza coprirsi convenientemente

nel letto. Besucco lo volle imitare e giudicato che l'ordine datogli di coprirsi fosse limitato

soltanto agli abiti del giorno pensò di essere libero di mortificarsi nel letto di notte.

Senza dire nulla egli prendeva le coperte di lana insieme cogli altri compagni, ma invece

di coprirsi le piegava e le metteva sotto al capezzale. La cosa andò avanti fino ai [p.

126] primi giorni di gennaio, finché un mattino rimase talmente intirizzito che non poté

levarsi cogli altri. Riferito ai superiori, come Besucco fosse a letto per incomodo di

sanità, fu inviato l'infermiere della casa per visitarlo e riconoscerne i bisogni. Come

costui gli fu vicino, lo richiese che cosa avesse.

- Niente niente - egli rispose.

- Se non hai niente, perché dunque sei a letto?

- Così, così... un po' incomodato.

Intanto l'infermiere si avvicina per aggiustargli le coperte, e si accorge che ha una

sola copertina da estate sopra il suo letto.

- E le tue coperte, Besucco, dove sono?

- Son qua sotto al capezzale.

- Perché mai fare tal cosa?

- Oh niente... quando Gesù pendeva in croce non era meglio coperto di me.

Si conobbe tosto, che il male del Besucco non era leggiero, laonde fu

immediatamente portato nell'infermeria.

Fu subito fatto chiamare il medico, che da prima ravvisò non grave la sua malattia

reputandola soltanto un semplice raffreddore.

Ma il di seguente si accorse, che invece [p. 127] di dileguarsi minacciava una

congestione catarrale allo stomaco, che perciò la malattia prendeva una pericolosa

intensità (36). Furono quindi praticati i rimedi ordinari dei purganti, dell'emetico, alcuni

salassi, e bibite di vario genere, ma non si poté ottenere alcun favorevole risultato.

Interrogato un giorno, perché avesse fatto quella sbadataggine, cioè, non si fosse

coperto in letto, rispose: - Mi rincresce che tal cosa abbia recato dispiacere ai miei

superiori, spero per altro che il Signore riceverà questa piccola penitenza in

soddisfazione dei miei peccati.

- Ma e le conseguenze della tua imprudenza?

- Le conseguenze io le lascio tutte nelle mani del Signore; qualunque cosa sia per

avvenire di questo mio corpo non ci bado, purché ogni cosa torni a maggior gloria di Dio,

e a vantaggio dell'anima mia.

CAPO XXVIII

 Rassegnazione nel suo male - Detti edificanti

La sua malattia fu di soli otto giorni che per lui furono altrettanti esercizi ed ai

compagni esempi di pazienza e di cri-[p. 128]-stiana rassegnazione. Il male gli

opprimeva il respiro, gli cagionava acuto e continuo mal di capo; fu sottoposto a molte e

dolorose operazioni chirurgiche; gli furono amministrati parecchi rimedi energici. Ma

109

tutte queste prescrizioni, tutte queste cure non valsero ad alleviare il suo male, e

servirono soltanto a far risplendere l'ammirabile sua pazienza. Egli non diede mai alcun

segno di risentimento o di lamento. Talvolta gli si diceva: - Questo rimedio dispiace, non

è vero? - Egli rispondeva tosto: - Se fosse una dolce bibita questa mia boccaccia sarebbe

più soddisfatta, ma è giusto che essa faccia un poco di penitenza delle ghiottonerie

passate. - Altra volta gli si diceva: - Besucco, tu soffri molto, non è vero? - È vero che

soffro alquanto, ma che cosa è mai questo in confronto di quello che dovrei patire per i

miei peccati? Debbo per altro assicurarvi che sono così contento, che non mi sarei

giammai immaginato che si provasse tanto piacere nel patire per amor del Signore.

Chiunque poi gli avesse prestato qualche servizio lo ringraziava di tutto cuore dicendo

subito: - Il Signore vi ricompensi della carità che mi usate. - Non sapendo poi come

esprimere la sua gratitudine al-[p. 129]-l'infermiere gli disse più volte queste parole: - Il

Signore vi paghi in inizi vece, e se andrò in Paradiso lo pregherò con tutto il cuore per

voi affinché vi aiuti e vi benedica. - Un giorno l'infermiere lo interrogò se non aveva

paura di morire. - Caro infermiere, - rispose - se il Signore mi volesse prendere con Lui

in Paradiso io sarei contentissimo di ubbidire alla sua chiamata, ma temo assai di non

essere preparato. Ciò non ostante spero tutto nella infinita sua misericordia, e

raccomandandomi di cuore a Maria SS., a S. Luigi Gonzaga, a Savio Domenico, colla loro

protezione spero di fare una buona morte.

Eravamo soltanto al quarto giorno della malattia, quando il medico cominciò a temere

della vita del nostro Francesco. Per cominciare a parlargli di quest'ultimo momento gli

dissi:

- Mio caro Besucco, ti piacerebbe di andare in Paradiso?

- S'immagini se non mi piacerebbe di andare in Paradiso! Ma bisogna guadagnarmelo.

- Supponi che si tratti di scegliere tra guarire o andare in Paradiso: che sceglieresti?

- Son due cose distinte, vivere pel Signore o morire per andare col Signore. La prima

mi piace, ma assai più la seconda. Ma chi mi assicura il Paradiso dopo tanti peccati che

ho fatti?

[p. 130] - Facendoti tale proposta io suppongo che tu sii sicuro di andare in Paradiso,

del resto se trattasi di andare altrove io non voglio che per ora tu ci abbandoni.

- Come mai potrò meritarmi il Paradiso?

- Ti meriterai il Paradiso pei meriti della passione e della morte di nostro Signore

Gesù Cristo.

- Ci andrò dunque in Paradiso?

- Ma sicuro e certamente, ben inteso quando al Signore piacerà.

Allora egli diede uno sguardo a quelli che erano presenti, di poi fregandosi le mani

disse con gioia: - Il contratto è fatto: il Paradiso e non altro; al Paradiso e non altrove.

Non mi si parli più di altro, che del Paradiso.

- Io - gli dissi allora - sono contento, che tu manifesti questo vivo desiderio pel

Paradiso, ma voglio che sii pronto a fare la santa volontà del Signore...

Egli interruppe il mio discorso dicendo: - Sì sì, la santa volontà del Signore sia fatta in

ogni cosa, in Cielo ed in terra.

Nel quinto giorno della malattia chiese egli stesso di ricevere i Ss. Sacramenti. Voleva

fare la confessione generale: cosa che gli fu negata non avendone alcun bisogno, tanto

più che l'aveva fatta [p. 131] alcuni mesi prima. Tuttavia egli si preparò a quell'ultima

confessione con un fervore tutto singolare e mostravasi molto commosso. Dopo la

confessione apparve assai allegro, e andava dicendo a chi l'assisteva: - Pel passato ho

promesso mille volte di non più offendere il Signore; ma non ho mantenuta la parola.

Oggi ho rinnovata questa promessa, e spero di essere fedele fino alla morte.

Egli fu nella sera di quel giorno che gli si domandò se aveva qualche cosa da

raccomandare a qualcheduno.

Oh sì - dicevami, - dica a tutti che preghino per me affinché a breve il mio purgatorio.

- Che vuoi ch'io dica a' tuoi compagni da parte tua?

110

- Dica loro che fuggano lo scandalo, che procurino di far sempre delle buone

confessioni.

- E ai chierici ?

- Dica ai chierici, che diano buono esempio ai giovani, e che si adoprino sempre per

dar loro dei buoni avvisi, e dei buoni consigli ogni qual volta sarà occasione.

- E a' tuoi superiori ?

- Dica a' miei superiori che io li ringrazio tutti della carità che Mi hanno usata; che

continuino a lavorare per gua-[p. 132]-dagnare molte anime; e quando io sarò in

Paradiso pregherò per loro il Signore.

- E a me che cosa dici?

A queste parole egli si mostrò commosso e dando uno sguardo fisso: - A Lei chiedo -

ripigliò - che mi aiuti a salvarmi l'anima. Da molto tempo prego il Signore che mi faccia

morire nelle sue mani, mi raccomando che compia l'opera di carità, e mi assista fino agli

ultimi momenti della mia vita.

Io lo assicurai di non abbandonarlo, sia che egli guarisse, sia che egli stesse

ammalato, ed assai più ancora qualora si fosse trovato in punto di morte. Dopo prese

un'aria molto allegra, né ad altro più badò che a prepararsi a ricevere il SS. Viatico.

CAPO XXIX

 Riceve il Viatico - Altri detti edificanti - Un suo rincrescimento

Eravamo al sesto giorno della sua malattia (otto gennaio) quando egli stesso dimandò

di fare la SS. Comunione. Quanto volentieri andrei a farla co' miei compagni in chiesa,

diceva, sono otto giorni dac-[p. 133]-ché non ho più ricevuto il mio caro Gesù. Mentre si

preparava a riceverlo dimandò a chi lo assisteva che cosa volesse dire Viatico.

- Viatico - gli fu risposto - vuol dire provvigione e compagno di viaggio.

- Oh che bella provvigione ho io avendo con me il pane degli Angioli nel cammino che

io sono per intraprendere!

- Non solo avrai questo pane celeste - gli fu soggiunto - ma avrai il medesimo Gesù

per aiuto e per compagno nel grande viaggio, che ti prepari a fare per la tua eternità.

- Se Gesù è mio amico e compagno non ho più nulla a temere; anzi ho tutto a

sperare nella sua grande misericordia. Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il mio cuore e

l'anima mia.

Dopo fece la sua preparazione, né fu mestieri che altri l'aiutasse, imperciocché aveva

le sue solite preghiere che con ordine recitava l'una dopo l'altra. Ricevette l'Ostia santa

con quei segni di pietà, che piuttosto si possono immaginare che descrivere.

Fatta la Comunione si pose a pregare per far il ringraziamento. Richiesto se aveva

bisogno di qualche cosa, nulla più rispondeva, che: Preghiamo. Dopo un [p. 134]

considerevole ringraziamento chiamò gli astanti a sé e loro si raccomandò di non

parlargli più di altro che del Paradiso.

In questo tempo fu visitato dall'Economo della casa, la qual cosa gli tornò di gran

piacere.

- O D. Savio, - si pose a dire ridendo - questa volta ci vado al Paradiso.

- Fatti coraggio, e mettiamo nelle mani del Signore e la vita e la morte; speriamo di

andare al Paradiso, ma quando a Dio piacerà.

- Al Paradiso, D. Savio; mi perdoni i dispiaceri che le ho cagionati, preghi per me, e

quando sarò al Paradiso io pregherò anche il Signore per lei.

Qualche tempo dopo vedendolo tranquillo il richiesi se aveva qualche commissione da

lasciarmi pel suo Arciprete. A questa parola si mostrò turbato. - Il mio Arciprete -

111

rispose - mi ha fatto molto bene; egli ha fatto quanto ha potuto per salvarmi; gli faccia

sapere che io non ho mai dimenticato i suoi avvisi. Io non avrò più la consolazione di

vederlo in questo mondo, ma spero di andare in Paradiso e di pregare la SS. Vergine

affinché lo aiuti a conservare buoni tutti i miei compagni, e così un giorno io lo possa

vedere con tutti i suoi parrocchiani in Paradiso. Ciò dicendo [p. 135] la commozione gli

interruppe il discorso.

Dopo alquanto di riposo gli domandai se non desiderava di vedere i suoi parenti. - lo

non li posso più vedere - rispondeva - perché essi sono molto distanti, sono poveri e non

possono fare la spesa del viaggio. Mio padre poi è lontano da casa lavorando nel suo

mestiere. Faccia loro sapere, che io muoio rassegnato, allegro e contento. Preghino essi

per me, io spero di andarmene in Paradiso, di là li attendo tutti... A mia madre... - e

sospese il discorso.

Qualche ora dopo gli dissi: - Avresti forse qualche commissione per tua madre?

- Dica a mia madre che la sua preghiera fu ascoltata da Dio. Ella mi disse più volte:

Caro Franceschino, io desidero che tu viva lungo tempo in questo mondo, ma desidero

che tu muoia mille volte piuttosto di vederti divenuto nemico di Dio col peccato. Io spero

che i miei peccati saranno stati perdonati, e spero di essere amico di Dio e di poter

presto andarlo a godere in eterno. O mio Dio, benedite mia madre, datele coraggio a

sopportare con rassegnazione la notizia di mia morte; fate che io la possa vedere con

tutta la famiglia in Paradiso a godere la vostra gloria.

[p. 136] Egli voleva ancora parlare, ma io l'ho obbligato a tacere per riposare

alquanto. La sera del giorno otto aggravandosi ognora il suo male fu deciso di

amministrargli l'Olio Santo. Richiesto se desiderava di ricevere questo Sacramento:

- Sì, - rispose - io lo desidero con tutto il cuore.

- Non hai forse alcuna cosa che ti faccia pena sulla coscienza?

- Ah! sì, ho una cosa che mi fa molta pena e mi rimorde assai la coscienza!

- Qual'è mai questa cosa? Desideri di dirla in confessione o altrimenti ?

- Ho una cosa cui ho sempre pensato in mia vita; ma non mi sarei immaginato che

dovesse cagionar tanto rincrescimento al punto di morte.

- Qual'è mai dunque la cosa che ti cagiona questa pena e tanto rincrescimento?

- Io provo il più amaro rincrescimento perché in vita mia non ho amato abbastanza il

Signore come Egli si merita.

- Datti pace a questo riguardo, poiché in questo mondo non potremo giammai amare

il Signore come si merita. Qui bisogna che facciamo quanto possiamo; ma il luogo dove

lo ameremo come dobbiamo è l'altra vita, è il Para-[p. 137]-diso. Là lo vedremo come

Egli è in se stesso, là conosceremo e gusteremo la sua bontà, la sua gloria, il suo amore.

Tu fortunato che fra breve avrai questa ineffabile ventura! Ora preparati a ricevere l'Olio

Santo che è quel Sacramento che scancella le reliquie dei peccati e ci dà anche la sanità

corporale se è bene per la salute dell'anima.

- Per la salute del corpo - egli ripigliò - non se ne parli più; in quanto ai peccati io ne

domando perdono, e spero che mi saranno interamente perdonati; anzi confido che

potrò ottenere anche la remissione della pena che dovrei sopportare pei medesimi nel

purgatorio.

CAPO XXX

 Riceve l'Olio Santo - Sue giaculatorie in questa occasione

Preparata ogni cosa per l'ultimo Sacramento che l'uomo riceve in questa vita mortale,

volle egli stesso recitare il Confiteor colle altre preghiere che riguardano questo

Sacramento, facendo speciale giaculatoria all'unzione di ciascun senso.

112

Il sac. D. Alasonatti prefetto della casa [p. 138] glielo amministrava. Quando fu

all'unzione degli occhi il pio infermo prese a dire così: O mio Dio, perdonatemi tutti gli

sguardi cattivi, e tutte le cose lette, che non doveva leggere. Alle orecchie: O mio Dio,

perdonatemi tutto quello che ho sentito con queste orecchie, e che era contrario alla

vostra santa legge. Fate che chiudendosi esse per sempre al mondo si aprano di poi per

udire la voce che mi chiamerà a godere la vostra gloria.

All'unzione delle narici: Perdonate, o Signore, tutte le soddisfazioni che ho dato

all'odorato.

Alla bocca: O mio Dio, perdonatemi le golosità e tutte le parole che in qualsiasi modo

vi abbiano recato qualche disgusto. Fate che questa mia lingua possa cantare al più

presto le vostre lodi in eterno.

A questo punto il Prefetto rimase vivamente commosso ed esclamò: Che bei pensieri,

che meraviglia in un ragazzo di così giovanile età! Continuando di poi l'amministrazione

di quel Sacramento, ungendo le mani diceva: Per questa santa unzione e per la sua

piissima misericordia ti perdoni Iddio ogni mancanza commessa coi tatto. L'infermo

continuò: O mio grande Iddio, col velo della vostra [p. 139] misericordia e pei meriti

delle piaghe delle vostre mani coprite e scancellate tutti i peccati che ho commesso colle

opere in tutto il corso di mia vita.

Ai piedi: Perdonate, o Signore, i peccati che ho commessi con questi piedi sia quando

sono andato dove non avrei dovuto, sia non andando dove mi chiamavano i miei doveri.

La vostra misericordia mi perdoni tutti i peccati che ho commesso in pensieri, parole,

opere ed omissioni.

Gli fu più volte detto che bastava dire quelle giaculatorie col cuore, né il Signore

dimandare tanti gravi sforzi quali doveva fare pregando ad alta voce: allora egli taceva

un istante, ma dopo continuava sullo stesso tono di voce come prima. Infine apparve

così stanco, ed i polsi erano così sfiniti, che ci pensavamo che egli fosse per tramandare

l'ultimo sospiro. Poco dopo si riebbe alquanto e in presenza di molti indirizzò queste

parole al superiore: «Io ho pregato molto la Beata Vergine che mi facesse morire in un

giorno a Lei dedicato, e spero che sarò esaudito. Che cosa potrei ancora dimandare al

Signore?».

Per secondare la pia domanda gli fu risposto: - Dimanda ancora ai Signore, che ti

faccia fare tutto il purgatorio in questo mondo, a segno che morendo l'anima [p. 140]

tua voli subito al Paradiso. - Oh! sì, - tosto soggiunse - lo dimando di cuore, mi doni la

sua benedizione; spero che il Signore mi farà patire in questo mondo, finché abbia fatto

tutto il mio purgatorio, e così l'anima mia separandosi dal corpo voli tosto al Paradiso.

Pare proprio che il Signore l'abbia esaudito, imperciocché prese un po' di

miglioramento e la sua vita venne ancora prolungata di circa ventiquattro ore.

CAPO XXXI

 Un fatto meraviglioso - Due visite - Sua preziosa morte

Il nove gennaio, giorno di sabato, fu l'ultimo del caro nostro Besucco. Egli conservò il

perfetto uso de' sensi e della ragione in tutta la giornata. Voleva continuamente pregare,

ma ne fu proibito pel motivo che troppo si stancava. - Oh! almeno, - disse - qualcheduno

preghi vicino a me, e così io ripeterò col cuore quello che egli dirà colle parole. - Per

appagare questo suo ardente desiderio uopo era che vi fosse qualcheduno che recitasse

preghiere o almeno giaculatorie accanto al suo letto. Tra gli altri che lo visitarono in quel

giorno fu [p. 141] un suo compagno alquanto dissipato. - Besucco, - gli disse come stai

? - Caro amico, - rispose - mi trovo al fine di mia vita, prega per me in questi miei ultimi

momenti. Ma pensa che tu eziandio dovrai trovarti in simile stato. Oh quanto sarai

contento se farai opere buone! ma se non cangi vita ah quanto ti rincrescerà al punto

113

della morte! Quel compagno si mise a piangere, e da quel punto cominciò si pensare più

seriamente alle cose dell'anima, ed oggidì ancora tiene buona condotta.

Alle dieci di sera fu visitato dal signor Eysautier luogo-tenente delle guardie di S. M. in

compagnia di sua moglie. Aveva esso preso parte per farlo venire all'Oratorio, e gli

aveva fatto molti benefizi. Besucco se ne mostrò molto contento, e diede vivi segni di

ringraziamento. Quel coraggioso militare al vedere l'allegria che traspariva in quel volto

e i segni di divozione che egli manifestava e l'assistenza che aveva, rimase

profondamente commosso e disse queste parole:- Il morire in questo modo è un vero

piacere, e vorrei anch'io potermi trovare in tale stato. - Indi volgendo il discorso

all'infermo gli disse: - Caro Franceschino, quando sarai in Paradiso prega anche per me

e per mia moglie. - Vie più commosso non poté [p. 142] più parlare, e dando all'infermo

l'ultimo saluto se ne partì.

Circa alle dieci e mezzo pareva non potesse più avere che pochi minuti di vita;

quando egli trasse fuori le mani tentando di levarle in alto. Io gli presi le mani e le

raggiunsi insieme affinché di nuovo le appoggiasse sul letto. Egli le sciolse e le levò di

nuovo in alto con aria ridente tenendo gli occhi fissi come chi rimira qualche oggetto di

somma consolazione. Pensando che forse volesse il crocifisso glielo posi nelle mani: ma

egli lo prese, lo baciò, e lo ripose sul letto, rialzando tosto con impeto di gioia in alto le

mani. In quell'istante la faccia di lui appariva vegeta e rubiconda più che non era nello

stato regolare di sua sanità. Sembrava che gli balenasse sul volto una bellezza, un tale

splendore che fece scomparire tutti gli altri lumi dell'infermeria. La sua faccia dava una

luce sì viva, che il sole in mezzodì sarebbe stato come oscure tenebre. Tutti gli astanti,

che erano in numero di dieci, rimasero non solo spaventati ma sbalorditi, attoniti e in

profondo silenzio tenevano tutti gli sguardi rivolti alla faccia di Besucco, che mandava un

chiarore che avvicinandosi alla luce elettrica dovevano tutti abbassare lo sguar-[p. 143]-

do. Ma crebbe in tutti la maraviglia quando l'infermo, elevando alquanto il capo e

prolungando le mani quanto poteva come chi stringe la mano a persona amata, cominciò

con voce giuliva e sonora a cantar così: Lodate Maria, - O lingue fedeli, - Risuoni ne'

Cieli - La vostra armonia.

Dopo faceva vari sforzi per sollevare più in alto la persona che di fatto si andava

elevando, mentre egli stendendo le mani unite in forma divota, si pose di nuovo a

cantare così: O Gesù d'amor acceso - Non vi avessi mai offeso, - O mio caro e buon

Gesù, - Non vi voglio offender più. Senza interrompere intonò la lode: Perdon, caro

Gesù, - Pietà, mio Dio, - Prima di peccar più - Morir vogl'io.

Noi eravamo tutt'ora in silenzio, e i nostri sguardi stavano rivolti all'infermo che

sembrava divenuto un Angiolo cogli Angioli del Paradiso. Per rompere lo stupore il

Direttore disse: - Io credo che in (questo momento il nostro Besucco riceva qualche

grazia straordinaria dal Signore o dalla sua celeste Madre, di cui fu tanto divoto in vita.

Forse Ella venne ad invitare l'anima di lui per condursela seco in Cielo.

[p. 144] Il sac. Alasonatti, prefetto, ebbe ad esclamare: - Niuno si spaventi. Questo

giovane è in comunicazione con Dio. - Besucco continuò il suo canto, ma le sue parole

erano tronche e mutilate, quasi di chi risponde ad amorevoli interrogazioni. Io ho potuto

soltanto raccogliere queste: Re del Ciel... Tanto bel... Son pover peccator... A voi dono il

mio cuor... Datemi il vostro amor... Mio caro e buon Signor... Indi si lasciò cadere

regolarmente sul letto. Cessò la luce maravigliosa, il suo volto ritornò come prima;

riapparvero gli altri lumi e l'infermo non dava più segno di vita. Ma accorgendosi che non

si pregava più, né gli suggerivano più giaculatorie, tosto si voltò dicendomi: - Mi aiuti,

preghiamo. Gesù, Giuseppe, Maria, assistetemi in questa mia agonia. Gesù, Giuseppe,

Maria, spiri in pace con voi l'anima mia.

Io raccomandavagli di tacere, ma egli senza badare continuò: - Gesù nella mia

mente, Gesù nella mia bocca, Gesù nel mio cuore; Gesù e Maria a voi do l'anima mia. -

Erano le undici quando egli volle parlare, ma non potendo più disse solo questa parola:

Il Crocifisso. Con questa parola egli chiamava la benedizione del Crocifisso con

114

l'indulgenza plenaria [p. 145] in articolo di morte, cosa da lui molte volte richiesta e da

me promessa.

Datagli quella ultima benedizione il Prefetto si pose a leggere il Proficiscere mentre gli

altri pregavano ginocchioni. Alle undici e un quarto il Besucco fissandomi collo sguardo si

sforza di fare un sorriso in forma di saluto, di poi alzò gli occhi al cielo indicando che egli

se ne partiva. Pochi istanti dopo l'anima sua lasciava il corpo e se ne volava gloriosa,

come fondatamente speriamo, a godere la gloria celeste in compagnia di quelli che

coll'innocenza della vita hanno servito Iddio in questo mondo, ed ora lo godono e lo

benedicono in eterno.

CAPO XXXII

 Suffragi e tumulazione

Non si può esprimere il dolore e il rincrescimento cagionato a tutta la casa dalla

perdita di sì caro amico. Furono fatte in quel momento molte preghiere intorno al suo

medesimo letto. Fattosi giorno se ne diffuse la notizia fra i suoi compagni, i quali per

trovare un qualche conforto dell'afflizione e per pagare un tributo all'a-[p. 146]-mico

defunto si radunarono in chiesa a fine di pregare in suffragio dell'anima di lui, se mai ne

avesse avuto ancora bisogno. Molti fecero la santa Comunione con questo medesimo

scopo. Rosario, uffizio, preghiere in comune ed in privato, comunioni, messa, tutte

insomma le pratiche di pietà che in quel giorno festivo ebbero luogo nella nostra chiesa

furono indirizzate a Dio pel riposo eterno dell'anima del buon Francesco. In quel giorno

apparve altra cosa singolare. Nella fisonomia divenne così avvenente e il suo volto così

rubicondo, che in nessun modo pareva morto. Anzi quando era bene in sanità non

apparve mai in lui sintomo di quella straordinaria bellezza. Gli stessi compagni ben lungi

dall'avere il panico timore che generalmente si ha dei morti, andavano con ansietà a

vederlo e tutti dicevano che egli sembrava veramente un Angiolo del Cielo. Questo è il

motivo che nel ritratto preso dopo morte presenta fattezze molto più gentili e leggiadre

che non aveva nel corso della vita. Quelli poi che vedevano oggetti che in qualche modo

avessero appartenuto al Besucco andavano a gara per averli e conservarseli come cosa

della più grata ricordanza. La voce comune che correva fra tutti era che egli fosse volato

[p. 147] al Cielo. Egli non ha più bisogno delle nostre preghiere, dicevano alcuni; a

quest'ora egli gode già la gloria del Paradiso. Anzi, soggiungeva un altro, certamente

gode già la vista di Dio e lo prega per noi. Io credo, conchiudeva un terzo, che Besucco

possieda già un trono di gloria in Cielo, e che invochi le divine benedizioni sopra i suoi

compagni ed amici. Il giorno seguente, undici gennaio, gli fu cantata Messa da' suoi

compagni, qui nella chiesa dell'Oratorio, tra cui molti fecero la santa Comunione sempre

per maggior gloria di Dio e pel riposo eterno dell'anima di lui, se mai avesse ancora

avuto bisogno di qualche suffragio. Terminata la funebre funzione fu dagli addolorati

condiscepoli accompagnato alla parrocchia, quindi al campo santo.

Il sito che ora occupa è segnato col n. 147, nella fila quadrata a ponente.

CAPO XXXIII

 Commozione in Argentera e venerazione pel giovane Besucco

Le virtù che in questo meraviglioso giovanetto risplendettero per lo spazio di circa 14

anni nel paese di Argentera divennero [p. 148] più luminose ancora quando egli mancò

dai vivi, e quando si ebbero notizie della preziosa sua morte. Il sacerdote Pepino

Francesco mi mandò una commovente relazione di cose che hanno del soprannaturale.

115

Io le conserverò gelosamente per un tempo più opportuno, e mi limiterò a ricavare da

quella alcuni tratti. «Saputasi la notizia della grave infermità del nostro Francesco - egli

scrive - si fecero pubbliche preghiere pel cantandovi la Messa colla Benedizione del SS.

Sacramento, ed orazione pro infirmo. Giunta poi la notizia della sua morte la sera del

giorno tredici corse tosto di bocca in bocca ed in meno di un'ora Francesco era ovunque

proclamato modello della gioventù cristiana. Non è a dire quanta afflizione recasse ai

genitori e benefattori di questo caro giovanetto che contentò colla sua esemplare

condotta sempre tutti, non offese mai nessuno. La sorella minore di Francesco, chiamata

Maria, ne annunziò evidentemente la morte il giorno dieci gennaio, assicurando che circa

la mezza notte dal nove venendo al dieci essendo in letto con sua madre sentì forte un

rumore nella stanza superiore ove soleva dormire Francesco. Ella udì chiaramente

gettare un pugno [p. 149] di sabbia sul pavimento, e per tema che la madre ad un tal

rumore non venisse a sospettare della morte di Francesco la intertenne in discorsi ad

alta voce disusati a quella figlia. Parecchi altri commossi alla santità di lui non esitarono

raccomandarsegli per ottenere celesti favori con esito il più felice». Io non voglio

discutere sopra i fatti che qui sono esposti: io intendo solo di fare la parte dello storico

rimettendomi a qualsiasi osservazione che sia per fare il benevolo lettore. Ecco adunque

alcuni altri brani della relazione mentovata: «Nel mese di febbraio un ragazzo di circa

due anni trovavasi in grave pericolo della vita; reputando il caso disperato i parenti si

raccomandarono al nostro Besucco, di cui ognuno andava glorificando le virtù. Promisero

ancora che se quel fanciullo fosse guarito l'avrebbero animato alla pratica della santa Via

Crucis ad imitazione di Francesco. Il fanciullo guarì in brevissimo tempo, ed ora gode

perfetta salute. Giorni sono - continua il Parroco - raccomandai io stesso alle preghiere

del caro giovinetto un padre di famiglia gravemente infermo, raccomandai pure nel

medesimo tempo a Gesù Sacramentato, al cui onore e gloria si consacra il predetto

padre di famiglia in qua-[p. 150]-lità di cantore. Ometto i nomi di questi raccomandati

unicamente per salvarli da qualche critica indiscreta. L'infermo prese tosto

miglioramento e fra pochi giorni apparve perfettamente guarito.

La sorella maggiore di Francesco per nome Anna, maritata nel mese di marzo,

trovandosi oppressa da grave incomodo che non lasciavala piú riposare né giorno né

notte, in un momento di maggior inquietudine esclamò: Mio caro Franceschino, aiutami

in questo grave bisogno, ottienmi un po' di riposo. Detto fatto. Da quella notte cominciò

e continuò a riposare tranquillamente.

Animata la predetta Anna dal felice risultato della sua preghiera raccomandossi di

nuovo a Francesco che la soccorresse in un momento in cui la sua vita versava in vero

pericolo, e ne fu oltre ogni sua aspettazione favorita. Io poi che raccolgo i fatti altrui a

maggior gloria di Dio non debbo omettere di notare che solito a raccomandarmi alle

preghiere del mio figlioccio ancor vivente, con maggior fiducia feci a lui ricorso dopo la

sua morte, e di questa mia fiducia ottenni in diverse circostanze felici risultati».

[p. 151]

CAPO XXXIV

 Conclusione

Qui metto termine alla vita di Francesco Besucco. Avrei ancora parecchie cose a

riferire intorno a questo virtuoso giovanetto; ma siccome esse potrebbero dar motivo a

qualche critica da parte di chi rifugge di riconoscere le maraviglie del Signore nei suoi

servi, così mi riserbo di pubblicarle a tempo più opportuno, se la divina bontà mi

concederà grazia e vita.

Intanto, o amato lettore, prima di terminare questo comunque siasi mio scritto vorrei

che facessimo insieme una conclusione, che tornasse a mio e a tuo vantaggio. È certo

che o più presto o più tardi la morte verrà per ambidue e forse l'abbiamo più vicina di

quel che ci possiamo immaginare. È parimenti certo se non facciamo opere buone nel

116

corso della vita, non potremo raccoglierne il frutto in punto di morte, né aspettarci da

Dio alcuna ricompensa. Ora dandoci la divina Provvidenza qualche tempo a prepararci

per quell'ultimo momento, occupiamolo ed occupiamolo in opere buone, e sta si-[p.

152]-curo che ne raccoglieremo a suo tempo il frutto meritato. Non mancherà, è vero,

chi si prenda giuoco di noi, perché non ci mostriamo spregiudicati in fatto di religione.

Non badiamo a chi parla così. Egli inganna e tradisce se stesso e chi lo ascolta. Se

vogliamo comparire sapienti innanzi a Dio, non dobbiamo temere di comparire stolti in

faccia al mondo, perché Gesù Cristo ci assicura che la sapienza del mondo è stoltezza

presso Dio. La sola pratica costante della religione può renderci felici nel tempo e

nell'eternità. Chi non lavora d'estate non ha diritto di godere in tempo d'inverno, e chi

non pratica la virtù nella vita, non può aspettarsene alcun premio dopo morte.

Animo, o cristiano lettore, animo a fare opere buone mentre siamo in tempo; i

patimenti sono brevi, e ciò che si gode dura in eterno. Io invocherò le divine benedizioni

sopra di te, e tu prega anche il Signore Iddio che usi misericordia all'anima mia, affinché

dopo aver parlato della virtù, del modo di praticarla e della grande ricompensa che Dio

alla medesima tien preparata nell'altra vita non mi accada la terribile disgrazia di

trascurarla con danno irreparabile della mia salvezza.

[p. 153] Il Signore aiuti te, aiuti me a perseverare nell'osservanza de' suoi precetti

nei giorni della vita, perché possiamo poi un giorno andare a godere in Cielo quel gran

bene, quel sommo bene pei secoli dei secoli. Così sia.

117

Indice

Vita di Domenico Savio (1859/1880) .......................................... 3

CAPO I ................................................................................................................. 4

Patria - Indole di questo giovine - Suoi primi atti di virtù 4

CAPO II ............................................................................................................... 5

Morale condotta tenuta in Murialdo - Bei tratti di virtù - Sua frequenza alla

scuola di quella borgata 5

CAPO III .............................................................................................................. 6

È ammesso alla prima Comunione Apparecchio - Raccoglimento e ricordi di

quel giorno 6

CAPO IV ............................................................................................................... 7

Scuola di Castelnuovo d’Asti - Episodio edificante - Savia risposta ad un

cattivo consiglio 7

CAPO V ................................................................................................................ 9

Sua condotta nella scuola di Castelnuovo d’Asti. - Parole del suo maestro9

CAPO VI ............................................................................................................. 10

Scuola di Mondonio - Sopporta una grave calunnia 10

CAPO VII ............................................................................................................ 11

Prima conoscenza fatta di lui - Curiosi episodi in questa congiuntura 11

CAPO VIII .......................................................................................................... 12

Viene all’Oratorio di S. Francesco di Sales – Suo primo tenore di vita 12

CAPO IX ............................................................................................................. 13

Studio di latinità - Curiosi incidenti - Contegno nella scuola - Impedisce una

rissa - Evita un pericolo 13

CAPO X .............................................................................................................. 15

Sua deliberazione di farsi santo 15

CAPO XI ............................................................................................................. 16

Suo zelo per la salute delle anime 16

CAPO XII............................................................................................................ 18

Episodii e belle maniere di conversare coi compagni 18

CAPO XIII .......................................................................................................... 20

Suo spirito di preghiera - Divozione verso la Madre di Dio - Il mese di Maria

20

CAPO XIV ........................................................................................................... 21

Sua frequenza ai santi Sacramenti della confessione e comunione 21

CAPO XV ............................................................................................................ 23

Sue penitenze 23

CAPO XVI ........................................................................................................... 24

Mortificazioni in tutti i sensi esterni 24

CAPO XVII .......................................................................................................... 26

118

La compagnia dell’Immacolata Concezione 26

CAPO XVIII ........................................................................................................ 29

Sue amicizie particolari - Sue relazioni col giovane Gavio Camillo 29

CAPO XIX ........................................................................................................... 31

Sue relazioni col giovane Massaglia Giovanni 31

CAPO XX ............................................................................................................ 34

Grazie speciali e fatti particolari 34

CAPO XXI ........................................................................................................... 35

Suoi pensieri sopra la morte, e sua preparazione a morir santamente 35

CAPO XXII ......................................................................................................... 37

Sua sollecitudine per gli ammalati – Lascia l’Oratorio – Sue parole in tale

occasione 37

CAPO XXIII ........................................................................................................ 38

Dà l'addio a’ suoi compagni 38

CAPO XXIV ......................................................................................................... 39

Andamento di sua malattia - Ultima confessione, riceve il Viatico - Fatti

edificanti 39

CAPO XXV .......................................................................................................... 40

Suoi ultimi momenti e sua preziosa morte 40

CAPO XXVI ......................................................................................................... 41

Annunzio di sua morte. Parole del prof. D. Picco ai suoi allievi 41

CAPO XXVII ....................................................................................................... 44

Emulazione per la virtù del Savio – Molti si raccomandano a lui per ottenere

celesti favori, e ne sono esauditi – Un ricordo per tutti 44

Vita di Michele Magone (1861/1866) ........................................ 47

Giovani Carissimi, 47

CAPO I .............................................................................................................. 48

Curioso incontro 48

CAPO II ............................................................................................................. 49

Sua vita precedente e sua venuta all'Oratorio di s. Francesco di Sales 49

CAPO III ............................................................................................................ 50

Difficoltà e riforma morale 50

CAPO IV ............................................................................................................ 52

Fa la sua confessione e comincia a frequentare i Ss. Sacramenti 52

CAPO V .............................................................................................................. 53

Una parola alla gioventù 53

CAPO VI ............................................................................................................ 54

Sua esemplare sollecitudine per le pratiche di pietà 54

CAPO VII ........................................................................................................... 55

Puntualità ne' suoi doveri 55

119

CAPO VIII .......................................................................................................... 57

Sua divozione verso la B. Vergine Maria 57

CAPO IX ............................................................................................................. 58

Sua sollecitudine e sue pratiche per conservare la virtù della purità 58

CAPO X .............................................................................................................. 59

Bei tratti di carità verso del prossimo 59

CAPO XI ............................................................................................................. 61

Fatti e detti arguti di Magone 61

CAPO XII............................................................................................................ 63

Vacanze di Castelnuovo d'Asti. Virtù praticate in quella occasione 63

CAPO XIII .......................................................................................................... 64

Sua preparazione alla morte 64

CAPO XIV ........................................................................................................... 66

Sua malattia e circostanze che l'accompagnano 66

CAPO XV ............................................................................................................ 68

Suoi ultimi momenti e sua preziosa morte 68

CAPO XVI ........................................................................................................... 70

Sue esequie - Ultime rimembranze - Conclusione 70

Vita di Francesco Besucco (1864/1878).................................. 73

Giovani carissimi, 73

CAPO I ............................................................................................................... 73

Patria - Genitori - Prima educazione del giovane Besucco 73

CAPO II ............................................................................................................. 75

Morte della madrina - Affetto alle cose di chiesa - Amore alla preghiera 75

CAPO III ............................................................................................................ 76

Sua obbedienza - Un buon avviso - Lavora la campagna 76

CAPO IV ............................................................................................................. 77

Episodi e condotta di scuola 77

CAPO V .............................................................................................................. 78

Vita di famiglia - Pensiero notturno 78

CAPO VI ............................................................................................................. 79

Besucco e il suo Parroco - Detti - Pratica della confessione 79

CAPO VII ............................................................................................................ 81

La santa Messa - Suo fervore - Conduce il gregge sulle montagne 81

CAPO VIII .......................................................................................................... 83

Conversazioni - Contegno in chiesa - Visite al SS. Sacramento 83

CAPO IX ............................................................................................................. 84

Il benedetto Crocifisso - La corona del Rosario - La presenza di Dio 84

CAPO X .............................................................................................................. 85

120

Fa il Catechismo - Il giovane Valorso 85

CAPO XI ............................................................................................................ 85

La Santa Infanzia - La Via Crucis - Fuga dei cattivi compagni 85

CAPO XII ........................................................................................................... 87

La prima Comunione - Frequenza a questo Sacramento 87

CAPO XIII .......................................................................................................... 88

Mortificazioni - Penitenze - Custodia dei sensi - Profitto nella scuola 88

CAPO XIV ........................................................................................................... 89

Desiderio e deliberazione di recarsi all'Oratorio di S. Francesco di Sales89

CAPO XV ............................................................................................................ 91

Episodi e viaggio a Torino 91

CAPO XVI ........................................................................................................... 92

Tenore di vita nell'Oratorio - Primo trattenimento 92

CAPO XVII ......................................................................................................... 93

Allegria 93

CAPO XVIII ........................................................................................................ 94

Studio e diligenza 94

CAPO XIX ........................................................................................................... 95

La confessione 95

CAPO XX ............................................................................................................ 97

La santa Comunione 97

CAPO XXI ........................................................................................................... 98

Venerazione al SS. Sacramento 98

CAPO XXII ......................................................................................................... 99

Spirito di preghiera 99

CAPO XXIII ...................................................................................................... 100

Sue penitenze 100

CAPO XXIV ....................................................................................................... 101

Fatti e detti particolari 101

CAPO XXV ........................................................................................................ 103

Sue lettere 103

CAPO XXVI ....................................................................................................... 106

Ultima lettera - Pensieri alla madre 106

CAPO XXVII ..................................................................................................... 108

Penitenza inopportuna e principio di sua malattia 108

CAPO XXVIII .................................................................................................... 108

Rassegnazione nel suo male - Detti edificanti 108

CAPO XXIX ....................................................................................................... 110

Riceve il Viatico - Altri detti edificanti - Un suo rincrescimento 110

CAPO XXX ........................................................................................................ 111

Riceve l'Olio Santo - Sue giaculatorie in questa occasione 111

CAPO XXXI ....................................................................................................... 112

121

Un fatto meraviglioso - Due visite - Sua preziosa morte 112

CAPO XXXII ...................................................................................................... 114

Suffragi e tumulazione 114

CAPO XXXIII ..................................................................................................... 114

Commozione in Argentera e venerazione pel giovane Besucco 114

CAPO XXXIV ..................................................................................................... 115

Conclusione 115

Indice .............................................................................................................. 117


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