VITA DI S. PAOLO APOSTOLO

DOTTORE DELLE GENTI per cura del Sacer. BOSCO GIOVANNI

TORINO TIPOGRAFIA DI G. B Paravia e Comp.

1857.

CAPO I.

Patria, educazione di s. Paolo; suo odio contro ai Cristiani.

S. Pietro è il principe degli Apostoli, primo Papa, Vicario di Gesù Cristo sopra la terra. Egli fu stabilito capo della Chiesa; ma la sua missione era particolarmente diretta alla conversione degli Ebrei. San Paolo poi è quell'Apostolo che fu da Dio in maniera straordinaria chiamalo a por- tare la Luce del Vangelo ai Gentili. Questi due gran Santi sono dalla Chiesa nominali le colonne e le fondamenta della Fede, principi degli Apostoli, i quali colle loro fatiche, coi loro scrini e col loro sangue e' insegnarono la legge del Signore ; — Ipsi nos docuerunt legem tuam, Domine. Per questo motivo alla vita di s. Pietro facciamo succedere quella dj s. Paolo. È vero che questo apostolo non è da annoverarsi nella serie

dei papi; ma le fatiche straordinarie da lui sostenute per aiutare s. Pietro a propagare il Vangelo, lo zelo, la carità, la dottrina lasciataci ne' sacri libri, ce lo fanno parer degno di essere posto a lato della vita del primo Papa, come forte colonna su cui si appoggia la Chiesa di Gesù Cristo.

S. Paolo era Giudeo della tribù di Beniamino. Otto giorni dopo la sua nascita fu circonciso e gli fu imposto il nome di Saulo che fu di poi cangiato in quello di Paolo. Suo padre dimorava in Tarso, città di Cilicia, provincia d e l l'Asia Minore. L'imperatore Cesare Augusto concedette molti favori a questa città e fra gli altri il diritto di cittadinanza romana. Onde s. Paolo essendo nato a Tarso era cittadino romano, qualità che portava con sé molti vantaggi; perciocché si poteva godere dell' immanità dalle leggi particolari di lutti i paesi soggetti o alleati al romano impero, ed in qualunque luogo un cittadino Romano poteva appellarsi al senato od ali' impe- ratore per essere giudicalo.

I suoi parenti essendo agiati lo mandarono a Gerusalemme per dargli una

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educazione conveniente al loro slalo. Il suo Maestro fu un dottore di nome Ga-malicle, uomo di gran virtù, di cui abbiamo già parlalo nella vita di s. Pietro. In quella città ebbe la ventura di trovare un buon compagno di Cipro, chiamato Barnaba, giovane di gran virtù, la cui bontà di cuore contribuì molto a temperare 1' animo focoso del condiscepolo. Questi due giovani si conservarono sempre leali amici e noi li vedremo a divenire colleghi nella predicazione del Vangelo.

Il padre di Saulo era Fariseo, vale a dire professava la setta più severa fra gli Ebrei, la quale faceva consistere la virtù in una grande esterna apparenza di rigore, massima affatto contraria allo spirito di umiltà del Vangelo. Saulo seguitò le massime di suo padre, e poiché il suo maestro era eziandio Fariseo, così egli divenne pieno di entusiasmo per accre-scerne il numero e togliere di mezzo ogni ostacolo che si opponesse a tale scopo.

Era costume presso gli Ebrei di far imparare ai loro figliuoli un mestiere mentre attendevano allo studio della Bibbia. Ciò facevano affine di preservarli

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dai pericoli che seco porta 1' oziosità; ed anche per occupare il corpo e lo spirilo in qualche cosa che polesse somministrare di che guadagnarsi il pane nelle gravi congiunture d e l l a vita: Saulo imparò il mestiere di conciatore di pelli e specialmente a cucir tende. Egli si segnalava sopra tulli quelli di sua età pel suo zelo verso la legge di Mosè e le tradizioni de' Giudei. Questo zelo poco illuminalo lo rese bestemmiatore, persecutore e feroce nemico di Gesù Cristo. Egli eccitò i Giudei a condannare santo Stefano, e fu presente alla sua morte. E poiché la sua età non gli permetteva di prender parte ali' esecuzione della sentenza, così egli quando Stefano era per essere l a p i d a l o custodiva le vestimenta de' suoi compagni e li eccitava con furia a scagliare pietre contro di lui. Ma Stefano vero seguace del Salvatore fece la vendetta dei santi, cioè si mise a pregare per coloro che Io lapidavano. Questa preghiera fu il principio delia conversione di Saulo; e s. Agostino dice precisamente che la Chiesa non avrebbe avuto in Paolo un apostolo, se il Diacono Stefano non avesse pregalo.

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In quei tempi fu suscitala una violenta persecuzione conlro alia Chiesa di Geru- salemme e Saulo era colui che mostrava una smania feroce per disperdere e mandare a morte i discepoli di Gesù Cristo. A fine di fomentare meglio la persecuzione in pubblico ed in privato si fece a tal uopo autorizzare dal principe dei sacerdoti. Allora egli divenne qual lupo affamato che non si sazia di sbranare e divorare. Entrava nelle case dei Cristiani, li insul-tava, li malmenava, li legava o li faceva caricare di catene perché fossero di poi strascinali in prigione, li faceva ballere con verghe; insomma adoperva ogni mezzo per costringerli a bestemmiare il santo nome di Gesù Crislo, La nolizia delle violenze di Saulo si sparse anche in paesi lontani di modo che il solo suo nome i n c u t e v a spavento fra i fedeli.

I persecutori non si contentavano di incrudelire conlro alle persone dei Cri- stiani, ma, come fu sempre iisalo dai persecutori, li spogliavano ancora dei loro beni e di quanto possedevano in comune. La qual cosa faceva che molli erano indotti a campar la vita colle li-mosine che i fedeli delle Chiese lontane

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loro inviavano. Ma avvi un Dio che assiste e governa la sua Chiesa, e quando che meno ci pensiamo egli viene in soccorso di chi in lui confida.

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CAPO II.

Conversione e Battesimo di Saulo Anno di Cristo 34.

Il furore di Saulo non poleva saziarsi; egli non respirava che minacce e stragi contro ai discepoli del Signore. Avendo inleso che in Damasco, città disiante circa cinquanta mglia da Gerusalemme, molli Giudei ave ano abbracciala la fede, si sentì ardere di furibondo desiderio di recarsi colà a farne strage. Per fare liberamente quanto gli fosse per suggerire il suo odio contro ai Cristiani, andò dal principe dei sacerdoti e dal senato che con lettere lo autorizzarono di andare in Damasco, incatenare UUti i Giudei che si dichiarassero Cristiani e quindi condurli .in Gerusalemme ed ivi punirli con una severità capace di arrestare quelli che fossero slali tentati d'imitarli.

Ma sono vani i progetti degli uomini quando sono contrari a quelli del Cielol Dio, mosso dalle preghiere di s. Stefano e degli altri fedeli perseguitati, volle manifestare in Saulo la sua potenza e la sua misericordia. Saulo colle sue lettere commendatizie pieno di ardore divorando la strada era vicino alla città di Damasco, e già. gli sembrava di avere i Cristiani fra le mani. Ma quello era il luogo della divina misericordia.

Nell'impeto de! suo cieco furore, verso il mezzodì una gran luce, più risplendente che quella del sole, lo circonda con lutti quelli che l'accompagnavano. Sbalorditi da quel celeste splendore caddero lutti a terra come morti: nel tempo stesso intesero il rumore di una voce solamente compresa da Saulo. Saulo, Saulo, disse la voce, perché mi perseguiti? Allora Saulo ancora più spaventalo ripigliò: Chi siete voi, che parlate? Io sono, continuò la voce, quel Gesù che tu perseguili. Ricordali che è cosa troppo dura il trar calci c o n t r o a l l o sperone, il che lu fai resistendo ad uno più po-tenle di le. Perseguitando la mia Chiesa, lu perseguili me stesso; ma questa di-

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verrà più fiorente, e non farai male che a le stesso.

Questo dolce rimprovero del Salvatore accompagnato dall' unzione interna della sua grazia raddolcì la durezza del cuore di Saulo e lo cangiò in un uomo affatto nuovo. Pertanto tulio umilialo: Signore, esclamò, che volete che io faccia? Come se dicesse: Quale è il mezzo di procurare la vostra gloria? Io mi offro a voi per fare la vostra santissima volontà.

Gesù Cristo ordinò a Saulo di levarsi su e andare nella città ove un discepolo avrebbelo istruito intorno a ciò che doveva fare. Dio, dice s. Agostino, rimettendo a' suoi ministri 1' istruzione di un apostolo chiamalo in una maniera così straordinaria ci ammaestra che bisogna cercare la sua santa volontà nell' insegnamento dei Pastori, che egli ha r i v e s t i l i di sua aulorilà per essere noslre guide spirituali sopra la terra.

Saulo essendosi alzato non vedeva più nulla, sebbene tenesse gli occhi aperti. Quindi fu d'uopo dargli mano e condurlo a Damasco, come se Gesù Cristo volesse condurlo in trionfo. Egli prese alloggio

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nella casa di un negoziante nominalo Giuda; ivi dimorò Ire giorni senza vedere, senza bere e'senza mangiare, ignorando tultora ciò che Dio volesse da lui.

Eravi a Damasco un discepolo nomi- nalo Anania mollo slimalo da' Giudei per la sua virlù e sanlilà. Gesù Crislo gli apparve e gli disse: Anania! ed egli a lui: Eccomi, o Signore. Il Signore soggiunse : Levali su e va nella via chiamala Diritta, e cerca di un cerio Saulo nativo di Tarso ; tu lo troverai menlre fa orazione. Anania, senlilo il nome di Saulo, tremò e disse: Deh I Signore, dove mai mi mandale! Voi ben sapete il gran male che ha fatto ai fedeli in Gerusalemme-, ora si sa da lulli che egli è venule qua con pieno potere di legare tulli coloro che credono nel vostro Nome. Il Signore replicò: va pure tranquillo, non temere, perché quest'uomo è un islrumento scello da me per por-lare il mio nome ai1genlili, dinanzi ai re e dinanzi ai figliuoli d Israele; perciocché io gli farò vedere quanto egli debba patire pel mio nome. Menlre Gesù Crislo parlava ad Anania mandò a Saulo un' allra visione in cui gli apparve un

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uomo, chiamalo Anania, che avvicinandosi a lui, gì' imponeva le mani per ridonargli la vista. La qual cosa fece il Signore per assicurare Saulo che Anania era colui che mandava per manifestargli i suoi voleri.

Anania obbedì, andò a trovare Saulo, gl'impose le mani egli disse: Saulo fratello, il Signore Gesù che li apparve nella strada, per cui venivi a Damasco, mi ha mandato a te, affinchè ricuperi la vista e sii ripieno dello Spirilo Santo. Parlando così Anania e tenendo le mani sul capo di Saulo soggiunse: aprigli occhi. In quel momento caddero dagli occhi di Saulo cerle scaglie come squame, ed egli ricuperò per-fellamente la vista.

Quindi Anania soggiunse : ora levati su e ricevi il Battesimo, e lava i tuoi peccali invocando il nome del Signore. Saulo si levò toslo per ricevere il Battesimo; quindi tulio pieno di gioia ristorò la sua stanchezza con un po' di cibo. Passali appena alcuni giorni coi discepoli di Damasco, si mise a predicare il Vangelo nelle sinagoghe dimostrando colle sacre Scritture che Gesù era figliuolo di Dio. Tulli quelli che lo ascoltavano erano

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pieni di stupore e andavano dicendo: non è egli costui che in Gerusalemme perseguitava coloro che invocavano il nome .di Gesù e che è venuto a bella posta a Damasco per condurli colà prigionieri?

Ma Saulo aveva già superalo ogni rispetto umano; egli nulla più desiderava che promuovere la gloria di Dio e riparare lo s c a n d a l o d a t o ; perciò lasciando che ognuno dicesse di lui quel che voleva, confondeva gli Ebrei e con intrepidezza predicava Gesù Crocifisso.

CAPO III.

Primo viaggio di Saalo. - Ritorna a Damasco; gli sono tese insidie. - Va in Gerusalemme; si presenta agli Apostoli. Gli appare Gesù Cristo. — Anno di G. C. 35-6-7.

 

Saulo alla vista delle gravi opposizioni che gli si facevano da parte degli Ebrei, stimò bene di allontanarsi da Damasco per passare qualche tempo cogli uomini semplici della campagna ed anche per recarsi nell'Arabia a cercare altri popoli meglio disposti a ricevere la fede.

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Dopo Ire anni credendo cessala la. tem- pesta ritornò a Damasco ove con zelo e forza diedesi a predicare Gesù Cristo; ma gli Ebrei non potendo resistere alle parole di Dio, che pel suo ministro loro si predicavano, presero H partito di farlo morire. Per meglio riuscire in tale divi- samento lo denunziarono ad Areta re di Damasco, rappresentandogli Saulo come perturbatore de.Ha pubblica tranquillità. Quel re troppo credulo ascoltò la calunnia e comandò che Saulo fosse condotto in prigione, e perché non fuggisse pose guardie a tulle le porte della città. Queste insidie però non poterono tenersi così oc-culle, che non ne venisse notizia ai discepoli ed allo slesso Saulo. Ma come mai poterlo liberare? Que' buoni discepoli lo condussero ad una casa che corrispondeva sopra le mura della città, e messolo in una cesta giù lo calarono per la muraglia. Così mentre le guardie vegliavano a tutte le porte, e si faceva rigorosissima ricerca in ogni angolo di Damasco, Saulo liberalo dalle loro mani, sano e salvo prende i! cammino di Gerusalemme. Sebbene la Giudea non fosse il campo affidato al no zelo, era però santo il

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molivo di queslo suo viaggio. Egli riguar- dava come suo indispensabile dovere il preseniarsi a Pietro dal quale non era ancora conosciulo, e così dar conio della sua missione al Vicario di Gesù Cristo. Saulo aveva impresso terrore sì grande del suo nome ai fedeli di Gerusalemme che non potevano credere alla conversione di lui. Cercava egli di accostarsi ora agli uni, ora. agli altri, ma tulli paurosi lo fuggivano senza dargli tempo di spiegarsi. Fu in quella congiuntura che Barnaba si dimostrò vero amico. Appena udì raccontare la prodigiosa conversione di questo suo condiscepolo si recò tosto da lui per consolarlo ; andalo poscia dagli Apostoli raccontò loro la prodigiosa apparizione di Gesù Cristo a Saulo, e come esso istruito direttamente dal Signore non altro desiderava che pubblicare il santo nome di Dio a tulli i popoli della terra. A così liete novelle i discepoli lo accolsero con gioia, e S. Pietro lo tenne parecchi giorni in sua casa ove non lasciò di farlo conoscere a' più zelanti fedeli. Durante quel tempo egli si adoperò per riparare lo scandalo che in quella capitale aveva dato colle sue

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violenze conlro ai fedeli ; né lasciavasi sfuggire occasione alcuna per rendere testimonianza a Gesù Cristo in quei luoghi medesimi in cui 1' aveva bestemmiato e fatto bestemmiare.

E siccome egli troppo caldamente strin- geva gli Ebrei e confondevali in pubblico ed in privato, questi gli si levarono conlro risoluti di lorgli la vita. Per la qual cosa i Fedeli lo consigliarono a partire da quella città. La medesima cosa gli fece conoscere Iddio , per mezzo- di una visione. Un giorno mentre Saulo faceva orazione nel tempio gli apparve Gesù Cristo e gli disse: parli presto da Gerusalemme, perché questo popolo non crederà a quello che tu sei per dir di me. Paolo rispose: Signore, eglino sanno come io fui persecutore e bestemmiatore del vostro santo nome, se sapranno eh' io mi sono con-verlito, certo seguiranno il mio esempio e si converliranno anch'essi. Gesù soggiunse: non è. così: essi non presteranno fede alcuna alle lue parole. Va, io li ho scelto a portare il mio Vangelo in lontani paesi fra i gentili (Alt. apost. cap. 22).

Deliberala così la partenza di Paolo i discepoli lo accompagnarono a Cesarea,

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e di là lo inviarono a Tarso sua patria, colla speranza che avrebbe potuto vivere con minor pericolo tra i parenti e gli amici e cominciare anche in quella città a far conoscere il nome del Signore.

CAPO IV.

Profezia di Agabo. - Saulo e Barnaba ordinati vescovi. - Vanno nell'isola di Cipro. - Con- versione del proconsole Sergio. - Castigo del mago Elinna. - Gian Marco ritorna in Ge- rusalemme.— Anno di G, C. 40-1-2-3.

 

Mentre Saulo a Tarso predicava la di- vina parola, Barnaba si pose a predicarla con gran frutto in Antióchia. Alla vista poi del gran numero di quelli che ogni giorno venivano alla Fede, Barnaba slimò bene di recarsi a Tarso per invitare Saulo a venirlo a coadiuvare. Vennero difalli anaendue in Anliochia, e quivi colla predicazione e coi miracoli guadagnarono un gran numero di fedeli.

In que' giorni alcuni profeti, cioè alcuni fervorosi cristiani che illuminati da Dio predicevano l'avvenire, vennero da Ge- rusalemme ad Antióchia. Uno di essi di

2 L. C. — An. V, F. TI.

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nome Agabo, inspiralo dallo Spirilo Sanlo, predisse una gran carestia che doveva desolare lulta la lerra, come difatli avvenne sotto all'impero di Claudio. I Fedeli per prevenire i mali, che questa carestia avrebbe cagionato risolsero di fare una colletta e così ciascuno secondo le proprie forze mandar qualche soccorso ai fratelli della Giudea. La qual cosa fecero con mollo buon risultalo. Per avere poi una persona di credito presso a lutti, scelsero Saulo e Barnaba e li mandarono a portare tal l i m o s i n a ai sacerdoti di Gerusalemme perché ne facessero la distribuzione secondo il bisogno. Compiuta la loro missione Saulo e Barnaba ritornarono in Ànliochia.

Dimoravano pure in questa città altri profeti e dollori, Ira i quali un cerio Simone soprannominalo il Nero, Lucio da Cirene e Manaem fratello di latte di Erode. Un giorno mentre essi offerivano i Santi Misteri e digiunavano, apparve lo Spirilo Santo in maniera straordinaria e disse loro: separatemi Saulo e Barnaba per l'opera del sacro ministero a cui li ho elelli. Allora fu ordinalo un digiuno con pubbliche preghiere

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e avendo loro imposto le mani, li con- sacrarono vescovi. Questa ordinazione fu modello di quelle che la Chiesa Cattolica suole fare ai suoi ministri: di qui ebbero origine i digiuni delle quattro tempera, delle preghiere e altre cerimonie che so- gliono aver luogo nella sacra ordinazione. Saulo era in Anliochia quando ebbe una maravigliosa visione nella quale fu rapito al terzo cielo, cioè fu sollevato da Dio a contemplare le cose del Cielo più sublimi di cui sia capace un uomo mortale. Egli medesimo lasciò scritto che ha veduto cose le quali non si possono esprimere con parole, cose non mai vedute , non mai udite, e che il cuor dell'uomo non può nemmeno immaginare. Da questa celeste visione Saulo confortato partì con Bar-naba e. andò direttamente a Seleucia di Siria, così chiamata per distinguerla da un'altra città dello slesso nome che è situala in vicinanza del Tigri verso la Persia. Avevano eziandio seco loro certo Giovanni Marco, non Marco l'Evangelista. Esso era figliuolo di quella pia vedova nella cui casa erasi rifuggilo S. Pietro quando fu miracolosamente da un angelo liberato di prigione. Egli era cugino di

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Barnaba ed era slalo condono da Gerusa- lemme in Antiochia nell'occasione che an- darono colà a portar le limosine.

Seìeucia aveva un porto sul Mediterraneo; di là i nostri operai evangelici si imbarcarono per andare all'isola di Cipro patria di S. Barnaba. Giunti a Salamina, città e porto considerevole di quell'isola, cominciarono ad annunciare il Vangelo ai Giudei, e di poi ai Gentili che erano più semplici e meglio disposti a ricevere la fede. I due Apostoli predicando per tutta quell'isola vennero a Paio capitale del paese dove risiedeva il proconsole ossia il governatore Romano di nome Sergio Paolo. Qui lo zelo di Saulo ebbe occasione di esercitarsi a motivo di un mago chiamalo Bar Jesu o Elima.'Costui fosse per guadagnarsi il favore del proconsole, o cavar danaro dalle sue truffe, seduceva la gente e allontanava Sergio dal seguire i pii 'sentimenti del suo cuore. Il proconsole avendo udito a parlare dei predicatori che erano venuti nel paese da lui governato, li mandò a chiamare, affinchè andassero a fargli conoscere la loro dottrina. Andarono tosto Saulo e Barnaba ad esporgli le verità del Vangelo; ma Elima

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a! vedersi togliere la materia de' suoi guadagni, temendo forse peggio, si mise a guastare i disegni di Dio, contraddicendo alla dottrina di Saulo e screditandolo presso al Proconsole per tenerlo lonlafio dalla verità. Allora Saulo tutto acceso di zelo e di Spirilo Santo gli gitlò addosso gli sguardi: scellerato, gli disse, arca di empietà e di frode, figlio del diavolo, nemico d'ogni giustizia, n.on ti arresti ancora dal pervertire le diritte strade del Signore? Or ecco la mano di Dio pesare sopra di le: fin da questo momento tu sarai cieco, e per quel tempo che Dio vorrà non vedrai più la luce del sole. All-'istante gli cadde sugli occhi una caligine da cui lol-tagìi la facoltà di vedere, egli andava attorno tentone cercando chi gli desse la mano.

A quel fatto terribile Sergio riconobbe la mano di Dio, e mosso dalle prediche di Saulo e da quel miracolo credette in Gesù Cristo ed abbracciò la fede con tutta la sua famiglia. Anche il mago Elima atterrito da questa repentina cecità, riconobbe la potenza divina nelle parole di Paolo, e rinunciando all'arte magica, si convertì, fece penitenza ed abbracciò

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la fede. In quesl' occasione Saulo prese ii nome di Paolo s i a in memoria d e l l a conversione di quel governatore, sia per essere meglio accollo fra i Gentili, per- ciocché Saulo era nome ebreo, Paolo in vece era nome romano.

Raccolto in Pafo non piccolo frullo della loro predicazione, Paolo e Barnaba con altri compagni s'imbarcarono alla volta di Perga città della Pamfilia. Ivi rimandarono a casa Giovanni Marco che fino allora erasi adoperalo in loro aiuto. Barnaba lo avrebbe volentieri ancor lenuto; ma Paolo scorgendo in lui una certa pusillanimità ed incostanza pensò di rimandarlo a sua madre in Gerusalemme. Noi vedremo fra breve questo discepolo a riparare la debolezza or ora dimostrata e divenire fervososo predicatore.

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CAPO V.

S. Paolo predica in Antiochia dì Pisidia. Anno ài Gesù Cristo 44,

 

Da Perga S. Paolo andò con S. Bar- naba ad Anliochla di Pisidia, cosi detta per distinguerla da Antiochia di Siria che

 

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era la gran capitale dell' Oriente. Avevano quivi i Giudei, siccome in molle altre città dell'Asia, la loro sinagoga dove ne' giorni di sabato si radunavano per ascoltare la spiegazione della legge dì Mosè e dei Profeti. Intervennero anche i due apostoli e con essi molti ebrei e gentili che già adoravano il vero Dio. Secondo l'uso degli ebrei i dottori della legge lesserò un brano della Bibbia che diedero di poi a Paolo con preghiera di dir loro qualche cosa di edificante. Paolo che non altro aspettava che l'opportunità di parlare si levò in piedi, indicò colla mano che facessero tulli silenzio, e prese a parlare così: « Figliuoli d'Israele, e voi lutti che temete il Signore, poiché mi inviiate a parlare, vi prego di udirmi con quell'attenzione che merita la dignità delle cose che sono per dirvi.»

« Quel Dio che ha scelto i nostri padri quando erano nell'Egitto e con una lunga serie di prodigi ha fatto di essi una nazione privilegiala, ha in particolar maniera onorata la stirpe di Davidde promettendo che da questa farebbe nascere il Salvatore del mondo. Quella grande promessa confermala da lante profezie, si è finalmente

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adempiuta nella persona di Gesù di Na- zaret. Giovanni, cui certamente voi credete, quel Giovanni, le cui sublimi verità fecero credere per Messia, gli ha reso la più autorevole testimonianza dicendo che egli non si giudicava degno di sciogliere nemmeno i legacci de' suoi calzari. Voi oggi, o miei fratelli, voi degni figli d'Abramo, e voi lutti adoratori del vero Dio, di qualunque nazione o stirpe siale, voi siete quelli ai quali è parlicolarmenle indirizzata la parola di salute. Gli abitanti di Gerusalemme ingannali dai loro capi non hanno voluto riconoscere il Redentore che a voi predichiamo. Che anzi gli diedero la morte; ma I d d i o o n nipotente n o n ha permesso, siccome a-veva predetto, che il corpo del suo Cristo provasse nel sepolcro la corruzione. Pertanto nel terzo giorno dopo la morte lo fece risorgere glorioso e trionfante.

« Fino a questo punto voi non avete colpa alcuna, perché la luce della verità non era ancor giurila fino a vei. Ma tremale d'or in avanti se mai chiuderete gli occhi; tremale di provocar sopra di voi la maledizione fulminata dai profeti contro a chiunque non vuole riconoscere

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la grande opera del Signore, il cui com- pimento deve aver luogo in questi giorni.»

Finito il discorso, tutti gli uditori si ritirarono in silenzio meditando le cose udite da S. Paolo.

Erano però diversi i pensieri che oc- cupavano le loro menti. I buoni erano pieni di gioia alle parole di salute loro annunciate, ma gran parie de' giudei sempre persuasi che il Messia dovesse ristabilire la potenza temporale della loro nazione, e vergognandosi di riconoscere per Messia colui che i loro principi avevano condannato a morte ign'ominiosa, accolsero con dispetto la predica di Paolo. Tuttavia si mostrarono soddisfatti ed invitarono l'Apostolo a ritornare nel seguente sabato con animo però ben diverso. I malevoli per apparecchiarsi a contraddirlo, e quelli che temevano il Signore, israeliti e gentili, per meglio istruirsi e confermarsi nella fede. Nel giorno c o n v e n u t o si radunò immenso popolo, per udire questa nuova dottrina. Appena S. Paolo si pose a predicare, subito i dottori della sinagoga si levarono,contro di lui. Opposero dapprima delle difficoltà; quando poi si accorsero di non poter resi-

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stere alla forza delle ragioni con cui S. Paolo provava l'è verità della fede, si abbandonarono agli schiamazzi, alle ingiurie, alle bestemmie. I due apostoli vedendosi soffocala la parola in bocca con forte animo ad alta voce esclamarono: « a voi si doveva in, primo luogo annunziare la divina parola; ma giacché volete chiudere dispettosamente le orecchie, e con furore la rigettate, vi rendete indegni dell'eterna vita. Noi pertanto ci rivolgiamo ai gentili per compiere la promessa fatta da Dio per bocca del suo Profeta quando dissej: « io ti ho destinalo per luce dei gentili e per la salute di essi fino all'estremità della terra.»

I Giudei allora vie più mossi da invidia e sdegno eccitarono contro.gli Apostoli una fiera persecuzione,

Servironsi di alcune donne che godevano credito di essere pie ed oneste e con esse invitarono i magistrali della città, e lutti insieme gridando e schiamazzando coslrinsero gli Aposloli ad uscire dai loro confini. Così costretti Paolo e Barnaba partirono da quello sventurato paese, e nell'alto della loro partenza secondo il comandamento di Gesù Cristo scossero

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la polvere dei loro piedi in segno di ri- nunziare per sempre ad ogni commercio con essi, come uomini riprovati da Dio e colpiti dalla divina maledizione.

CAPO VI

S. Paolo predica In altre ciltà. Opera un mi- racolo a Lislri dove di poi vien lapidato e lasciato per morto, Anno di Gesù Cristo 45,

 

Paolo e Barnaba cacciali dalla Pisidia si recarono n e l l a Licaonia, a l t r a provincia dell'Asia Minore, e si portarono ad Iconio che ne era la capitale. I Ss. Apostoli cercando solo la gloria di Dio, dimenticando i mali trattamenti che avevano ricevuto in Anliochia dagli Ebrei sì diedero subilo a predicare il Vangelo nella sinagoga. Qui Iddio benedisse le loro fatiche, ed una moltitudine di ebrei e di gentili ab- bracciarono la fede. Ma quelli tra gli ebrei che restarono increduli e si ostinarono nell'empietà mossero un' altra per- secuzione contro gli Apostoli. Gli uni li accoglievano come uomini mandati da Dio, gli altri li proclamavano impostori. Per la qual cosa essendo slali avvisali che

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molli di loro, prolelli dai principi della sinagoga e dai magislrali, li volevano la- pidare, andarono a Listri e poi a Derbe città non raolto distanti da Iconio. Queste città e i paesi vicini furono il campo ove i nostri zelanti operai si diedero a seminare la parola del Signore. Fra i molti miracoli che Dio operò per mano di san Paolo in questa missione fu luminoso quello che siamo per riferire.

Era in Lislri un uomo storpio fin dalla nascita che non aveva mai potuto fare un passo co' suoi piedi. Avendo udito che S. Paolo operava miracoli strepitosi sentissi nascere in cuore viva fiducia di poter anche egli per tal mezzo avere la salute come lanii altri l'avevano già ottenuta. Ascoltava le prediche dell'Apostolo, quando egli mirando fissamente quell'infelice e dal volto penetrando le buone disposizioni dell'animo: alzati, gli disse ad alta voce, e sta diritto sopra i tuoi piedi. A un tal comando lo storpio si alzò e cominciò a caminare speditamente. La moltitudine che era slala presente a lai miracolo si sentì trasportata da entusiasmo e da maraviglia: Costoro non sono uomini, si andava da tulle le

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parli esclamando, ma sono Dei rivestiti di sembianze umane discesi dal Ciclo in mezzo a noi. E secondo lale erronea supposizione chiamavano Barnaba Giove, perché lo scorgevano di sembiante più maestoso, e Paolo che parlava con maravigliosa facondia, chiamavano Mercurio, il quale presso ai gentili era l'interprete e messaggero di Giove e il dio dell'eloquenza. Giunta la notizia del fatto al sacerdote del tempio di Giove, che era fuori della città, esso giudicò suo dovere di offrire ai grandi ospiti un solenne sacrifìzio ed invitare tutto il popolo a prendervi parte. Preparate le vittime, le corone, e quanto facesse d' uopo per la funzione, portarono ogni cosa avanti la casa ove albergavano Paolo e Barnaba volendo in tulli i modi far loro un sacrifi-zio, I due Apostoli accesi di santo zelo si gettarono nella turba e in segno di dolore lacerandosi le vesti gridarono: Olà, che fate, o miseri? Noi siamo uomini mortali simili a voi, noi appunto con lutto lo spirito vi esorliamo ài convertirvi dal culto degli Dei al culto di quel Signore, il quale ha creato il ciclo e la terra, e che sebbene pel passato abbia tollerato che i gentili seguissero le loro

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follie, ha però somminislrali chiari argo- menti dell'esser suo e della sua infinita bontà con opere che lo fanno conoscere supremo padrone di ogni cosa.

A così franco parlare gli animi si ac- quetarono e abbandonarono l'idea di fare quel sacrificio. I sacrificatori non avevano ancora totalmente ceduto, e slavano perplessi se dovessero desistere quando sopraggiunsero da Anliochia e da Iconio alcuni Ebrei deputali dalle sinagoghe per venire a turbare le sante imprese degli Apostoli. Quei maligni tanto fecero e tanto dissero che riuscirono a rivoltare lutto il popolo contro i due Apostoli. Così coloro che pochi giorni prima li veneravano come Dei, ora li gridano malfattori, e poiché S. Paolo aveva singolarmente parlalo, perciò la rabbia fu tttlla rivolta contro di lui. Gli scaricarono addosso tale tempesta di sassi che credendo di averlo ucciso lo strascinarono fuori della città. Vedi, o lettore, qual conto devi fare, della gloria del mondo I Coloro che oggi ti vorrebbero innalzare al di sopra delle stelle; domani forse ti vogliono nel più profondo degli abissi! Beali coloro che ripongono in Dio la loro confidenza,.

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CAPO VII.

S. Paolo miracolosamente risanato. Altre sue fatiche apostoliche. Conversione di S. Teda.

 

I discepoli con altri fedeli, avendo sa- pulo, o forse veduto ciò che era stalo fallo a Paolo, si radunarono intorno al corpo di lui piangendolo come morto. Ma ne furono presto consolali; perciocché o Paolo fosse ve- ramente morto, o fosse soltanto tulio pesto nella persona, Iddio in un istante lo fece ritornare sano e vegeto come prima, a segno che egli potè levarsi da se medesimo, e attornialo dai discepoli ritornare alla citlà di Listri tra quei medesimi che poco prima l'avevano baltulo a morte.

Ma l'allro giorno uscito da quella cillà passò a Derbe, allra città della Licaonia. Quivi predicò Gesù Cristo e fece molte conversioni. Paolo e Barnaba visitarono molte cillà dove avevano già predicato, e osservando i gravi pericoli cui trova-vansi esposti coloro che da poco tempo erano venuti alla fede, ordinarono Vescovi

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e Sacerdoti che avessero cura di quelle chiese.

Fra le conversioni operate in questa terza missione di Paolo è molto celebre quella di S. Teda. Mentre egli predicava in Iconio, questa giovine lo andò ad ascol- tare. Per lo innanzi ella erasi applicata alle belle lettere e allo studio della filo- sofia profana. Già i suoi parenti l'avevano promessa ad un giovane nobile, ricco e molto potente. Trovatasi un giorno ad ascoltare S. Paolo mentre predicava intorno al pregio della verginità, si sentì innamorare di questa preziosa virtù. All'intendere poi la grande stima che ne aveva fatto il Sal- vatore ed il gran premio che era riserbalo in Gielo a coloro che hanno la bella sorte di conservarla, si sentì ardere di desiderio di consacrarsi a Gesù Cristo e rinunziare a tulli i vantaggi delle nozze terrene. Al rifiuto di quelle nozze, agli occhi del mondo vantaggiose, i parenti di lei fortemente se ne sdegnarono e d'accordo collo sposo tentarono ogni strada, ogni lusinga per farla cangiar di proposito. Tutto inutile : quando un' anima è ferita dall'amor di Dio, ogni sforzo umano più non riesce ad allontanarla dall'oggetto che

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ama. Di falli i parenti, lo sposo, gli amici cangiando l'amore in furore, eccilarono i giudici ed i magistrali d'Iconio conlro alla S. Verginella e dalle minacce passarono ai falli.

Ella viene gettala in un serraglio di bestie affamale e feroci; Teda unicamente armala della confidenza in Dio fa il segno della Santa Croce, e quegli animali depon- gono la loro ferocia e rispetlano la sposa di Gesù Cristo. Si accende un rogo entro a cui ella è precipitala; ma fallo appena il segno della Croce si estinguono le fiamme ed intanto essa conservasi illesa. In-somma fu esposla ad ogni genere di lor-menli , e da.lulti fa prodigiosamente liberala. Per le quali cose le fu dato il nome di protomarlire, cioè prima marlire Ira le donne, come santo Stefano fu il primo marlire tra gli uomini. Ella visse ancora molli anni nell'esercizio delle più eroicbe virlù, e morì in pace in eia mollo avanzala.

3 L. C. — An. V, F. II.

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CAPO Vili.

 

S. Paolo va a conferire con s. Pietro. Assiste al Concilio di Gerusalemme. — Anno di Cristo 50.

 

Dopo le fatiche e i patimenti sofferti da Paolo e da Barnaba n e l l a l o r o terza missione, contenti delle anime che loro era riuscito di condurre all'ovile di Gesù Cristo ritornarono ad Antiochia di Siria. Colà si fecero a raccontare ai fedeli di quella città le maraviglie da Dio o p e r a l e n e l l a conversione dei Gentili. 11 Santo Apostolo fu ivi consolalo con una rivelazione nella quale Dio gli comandò di portarsi a Gerusalemme per conferire con s. Pietro intorno al Vangelo da lui predicalo. Dio aveva ciò comandato affinchè s. Paolo riconoscesse in s. Pietro il Capo della Chiesa, e così tulli i Fedeli comprendessero come i due principi degli A-posloli predicavano una medesima fede, un solo Dio, un solo battesimo, un solo Salvator Gesù Cristo.

Paolo parli in compagnia di Barnaba con-

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ducendo seco un discepolo di nome Tilo, guadagnato alla fede nel corso di questa ter/a missione. Questi è quel famoso Tilo che divenne un modello di virtù, fedele seguace e coadiutore del nostro santo Apostolo e di cui noi pure avremo più volle da parlare. Giunti in Gerusalemme si pre- sentarono agli apostoli Pietro, Giacomo e Gioanni che erano considerati come le principali colonne della Chiesa. Frale al- tre cose fu colà convenuto che Pietro con Giacomo e Gioanni si applicherebbe in maniera speciale per condurre i Giudei alla Fede; Paolo e Barnaba attendessero principalmente alla conversione de'Gentili. Dimorò Paolo quindici giorni in quella città dopo cui ritornò co' suoi compagni in Antiochia. ivi trovarono i fedeli mollo agitati per una questione derivala da ciò, che i Giudei volevano'obbligare i Gentili a sottomettersi alla circoncisione e alle altre cerimònie della legge di Mosè, che era lo slesso come dire essere necessario divenire prima buon Ebreo per divenire di poi buon Cristiano. Le contese andarono lanto oltre che non polendosi altrimenti acquetare fu risoluto di inviare Paolo -e Barnaoa in Gerusalemme per consultare

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il Capo della Chiosa aftinché cosi da lui l'osse decìsa la quislione.

Noi abbiamo già raccontalo nella vita di s. Pietro come Iddio con una mara- vigliosa rivelazione aveva a questo prin- cipe degli Apostoli fatto conoscere che i Gentili venendo alla fede non erano ob- bligati alla circoncisione, né alle altre ce- rimonie della legge di Mosè; tuttavia affin- chè la volontà di Dio fosse da tutti cono- sciuta, e fosse in modo solenne sciolta ogni difficoltà, Pietro radunò un concilio generale che fu il modello di lutti i concili che vennero celebrali ne'lempi avvenire. Colà Paolo e Barnaba esposero lo slalo della quistione che fu da s, Pietro definita e confermata dagli altri Apostoli nella maniera seguente: « Gli Apostoli e gli anziani ai fratelli convcrtiti dal gentilesimo, che dimorano in Antiochia e nelle altre parti della Siria e della Cilicia. Avendo noi inleso che alcuni venuti di qua hanno turbalo ed angustialo le voslre coscienze con idee arbitrarie, è sembralo bene a noi qui radunali di scegliere e mandare a voi Paolo e Barnaba, uomini a noi carissimi, che sacrificarono la loro vita pel nome di nostro Signor Gesù Cristo. Con essi man-

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diamo Sila e Giuda, i quali consegnan- dovi le nostre ìellere vi confermeranno a bocca le medesime verità. Imperciocché fu giudicalo dallo Spirito Santo e da noi di non impervi altra legge eccello quella che dovete osservare, cioè astenervi dalle cose sacrificate agli idoli, dalle carni sof- focate , dal sangue e dalla fornicazione , dalle quali cose astenendovi farete bene. Siatevi con Dio.» Quest'ultima cosa, cioè la fornicazione , non occorreva proibirla essendo affatto contraria .ai dettami della ragione e proibita dal sesto precello del Decalogo. Fu però rinnovala tale proibi- zione riguardo ai Gentili, i quali nel cullo de'loro falsi Dei pensavano che fosse le- cito, anzi cosà gradita a quelle immonde divinità.

Giunli Paolo e Barnaba con Sila e Giuda in Anliochia pubblicarono la lettera col decreto del concilio, con cui non solo acquetarono il tumulto, ma riempirono i fratelli d'allegrezza riconoscendo ognuno la voce di Dio in quella di s. Pietro e del concilio. Sila e Giuda contribuirono mollo a quella comune allegrezza, percioc- ché essendo essi profeti, cioè ripieni dello Spirilo Santo e dolali del dono della di-

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vina parola "e di una grazia' particolare per interpretare le divine scritture , ebbero molla efficacia per confermare i fedeli nella fede, neiìa concordia e nei buoni propo- nimenti.

S. Pietro, essendo stato informalo dei progressi straordinarii che il Vangelo fa- ceva in Anliochia, volle anch'egli venire a visitare que'fedeli cui egli aveva già per più anni predicato e tra cuj aveva per sette anni tenuta la Sede Pontificia.

Mentre i due principi degli Apostoli di- moravano in Anliochia avvenne che Pietro per compiacere agli Ebrei praticava alcuno cerimonie della legge mosaica ; Sa qual cosa era cagione di una certa avversione per parte de'Gentili senza che s. Pietro ne fosse consapevole. S. Paolo venuto a notr/ia di questo fallo avvisò pubblicamente s.Pietro, il quale con ammirabile umiltà ricevette l'avviso senza proferire parole di scusa; anzi d'allora in poi divenne ami- cissimo di s. Paolo e nelle sue lette-re non soleva chiamarlo con allro nome se non con quello di fratello carissimo. Esempio degno di essere imitalo da quelli che in qualche maniera sono avvisali dei loro difetti.

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Paolo si separa da Barnaba - Percorre varie città dell' Asia - Dio lo manda in Mace- donia - A Filippi converte la famiglia di Lidia. — Anno di Cristo 51.

Paolo e Barnaba predicarono qualche tempo il Vangelo nella cillà di Anliochia adoperandosi eziandio per diffonderlo nei paesi vicini. Non molto dopo venne a Paolo in pensiero di visitare le chiese a cui aveva predicato. Disse pertanto a Barnaba: parmi bene che ritorniamo a rivedere i fedeli di quelle città e terre dove abbiamo predicalo, per vedere come tra loro vadano le cose di religione. Nulla slava più:a cuore a Barnab.a, e per ciò fu tosto d'accordo col Santo Apostolo; ma gli pro- pose di condurre anche seco quel Giovanni Marco che avevali seguili nel!l'antecedente missione, e li aveva poi lasciali a Perga. Forse esso desiderava di cancellare la mac- chia che si era falla in quell'occasione, perciò voleva di nuovo essere in loro com- pagnia. S. Paolo n o n giudicava così: lu vedi, diceva a Barnaba, che costui non è

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uomo da potersene fidare; certamente ti ri- cordi come giunti a Pei'ga della Pamfilia ci abbandonò. Barnaba teneva fermo di- cendo che si poteva ricevere e adduceva buone ragioni. Non potendo i due Apostoli andare d'accordo deliberarono di separarsi l'un dall'altro e andare per istrada diversa.

Cosi Iddio fece servire questa diversità di sentimento a sua maggior gloria; perché così separali portarono la luce del Vangelo in più luoghi, il che non avrebbero fallo andando amendue insieme.

Barnaba andò con Giovanni Marco nel- l'Isola di Cipro e visitò quelle chiese dove aveva con s. Paolo predicalo nell' ante- cedente missione. Questo Apostolo lavorò mollo per dilatare la fede di Gesù Cristo e finalmente fu coronato del martirio in Cipro sua patria. Giovanni Marco questa volta fu costante, e lo vedremo poi fed3le compagno di s. Paolo che ebbe a lodar mollo lo zelo e la carità di lui.—

S. Paolo preso seco Sila, colui che eragli slato posto per compagno a portare gli aiti del concilio di Gerusalemme in A n - liochia, intraprese il suo quarto viaggio e andò a visitare varie chiese da lui fon- date. Si recò dapprima a Derbe, di poi

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aLislri, dove alcun tempo addietro il santo Apostolo era slalo lascialo per morlo. Ma Iddio voleva questa volta compensarlo di quanto aveva prima sofferto.

Egli trovò colà un giovanelto da lui con- vcrtito nell'altra missione, tìi nome Timoleo. Paolo aveva già conosciuta la bell'indole di questo discepolo, e nell'animo suo aveva designato di farne un cooperatore del Van- gelo, cioè consacrarlo prete e prenderselo per compagno ne' suoi lavori apostolici. Prima però di conferirgli la sacra ordina- zione Paolo ne dimandò informazioni dai fedeli di Listri, e trovò che lutti levavano a cielo questo buon giovane magnificando la sua virtù, la modestia, il suo spirilo di orazione; e ciò dicevano non solo que'di Lislri ma eziandio quelli d'Iconio e delle altre città vicine, e tulli presagivano in Timoleo un zelante sacerdote ed un santo Vescovo.

A queste luminose testimonianze Paolo non ebbe più alcuna difficoltà di consa- crarlo sacerdote. Paolo adunque preso seco Timoleo con Sila continuò la visita delle chiese, raccomandando a tulli di osservare e tenersi fermi alle decisioni del concilio di Gerusalemme. Così avevano

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fallo que' d1 Anliocbia e così fecero in ogni tempo i predicatori del Vangelo per accertare i fedeli di non cadere in errore; slare ai decreli, agli ordini de'concili e de! Romano Pontefice successore dì s. Pietro.

Paolo co'suoi compagni traversò la Ga- lazia e la Frigia per portare il Vangelo nell'Asia, ma lo Spirilo Sanlo glielo vielò.

Per facilitare 1' intelligenza delle cose che siamo per raccontare è bene qui notar di passaggio come per la voce Asia in senso largo s'intenda una delle tre parti del mondo. Suole poi appellarsi Asia Maggiore tutta l'estensione dell'Asia ad eccezione di quella parte che si appella Asia Minore oggidì Natolia, che è quella penisola compresa fra il Mare di Cipro, ì' Arcipelago e il Mar Nero. Fu eziandio chiamala Asia proconsolare una parte dell'Asia Minore più o meno eslesa secondo tf numero delle province affidale al governo del proconsole Romano. Qui per Asia, ove divisava di andare s. Paolo, intendesi una porzione dell' Asia proconsolare posta attorno ad Efeso e compresa fra il monte Tauro, il Mar Nero e la Frigia.

S. Paolo allora pensò di andare nella

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Bilinia che è un'altra provincia dell'Asia Minore un po' più verso il Mar Nero, ina neppure ciò gli fu da Dio permesso. Per la qual cosa ritornò indietro e andò a Troade che è una città e provincia ove anticamente era una famosa città appellata Troia. Dio aveva riserbalo ad altro tempo la predicazione del Vangelo a que' popoli; per ora lo voleva inviare ad altri paesi.

Mentre s. Paolo era'nella Troade gli ap- parve un Angelo vestilo da uomo ad uso dei Macedoni, il quale stando in piedi innanzi a lui si fece a pregarlo così: Dehl abbi pietà di noi; passa nella Macedonia e vieni in nostro soccorso. Da questa visione s. Paolo conobbe la volontà del Signore, e senza più si preparò a passare il mare per recarsi in Macedonia.

Nella Troade si unì a s. Paolo un suo cugino di nome Luca che gli riuscì di grande aiuto nelle sue fatiche aposloliche. Egli era un medico di Anliochia di grande ingegno, che scriveva con purezza ed ele- ganza il greco. Egli fu per Paolo quello che S. Marco era per S. Pietro; e al pari di lui scrisse il Vangelo che noi leggiamo sotto il nome di Vangelo secondo Luca. Anche

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il libro intitolalo Alii degli Apostoli da cui noi ricaviamo quasi tulle le cose che diciamo di S. Paolo, è opera di S. Luca. Da che egli si pose per compagno del nostro Apostolo non vi fu più né pericolo né fatica né patimento che abbia potuto scuotere la sua costanza.

Paolo adunque, secondo l'avviso dell'an- gelo,insieme con Sila.TimoleoeLucas'irn- barcò da Troade, navigò l'arcipelago (che divide l'Europa dall'Asia) e con prospera navigazione arrivò all'isola di Samolracia, quindi a Napoli, non la capitale del regno di Napoli, ma una piccola citlà sul confine della Tracia e della Macedonia. Senza punto arrestarsi l'Apostolo andò diretta- mente a Filippi citlà principale, così no- minala perché fu edificala da un Re di quel paese nominalo Filippo. Colasi fermarono per qualche tempo.

In quella cillà gli Ebrei non avevano Sinagoga, sia che ne fossero proibiti, sia che fossero troppo pochi in numero. Ave- vano solo una Proseuca ovvero luogo di orazione, che noi chiamiamo Oratorio. In giorno di sabato Paolo co' suoi compagni uscì dalla ciltà sulla riva di un fiume ove trovarono una proseuca con entro alcune

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donne. Si posero loslo a predicare il regno di Dio a quella semplice udienza. Una mercantessa di nome Lidia fu la prima ad essere da Dio chiamala; sicché essa e la sua famiglia ricevettero il Bal-ìesimo.

Questa pia donna, grata ai benefizi ri- cevuti, così pregò i maestri ed i padri dell'anima sua: se voi mi giudicale fedele a Dio non mi negate una grazia appresso quella del Battesimo che da voi riconosco. Venite in casa mia, dimorate quanto vi piace e consideratela come vostra. Paolo non voleva accondiscendere, ma ella fece lali istanze che. egli dovette accettare. Ecco il frullo che produce la parola di Dio quando è bene ascoltala. Essa genera la fede; ma deve essere udita e .«piegala dai sacri ministri, siccome diceva il me- desimo S. Paolo; fides ex, andi tu, auditus aulem per verbum Cltrìsli.

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CAPO X.

S. Paolo libera una fanciulla dal demonio. - È battuto con verghe. - Vien posto in prigione - Conversione del carceriere e della sua fa- miglia. — Anno di C. 51.

S. Paolo co' suoi compagni andavano or qua or là spargendo il seme della parola di Dio per la cillà di Filippi. Un giorno andando alla proseuca ebbero ad incontrare una pitonessa che noi diremmo maga o strega. Ella aveva indosso un demonio che parlava per bocca di lei e indovinava molle cose straordinarie; la qual cosa dava mollo vantaggio a' suoi padroni; poiché la gente ignorante l'andava a consultare e per farsi astrologare doveva pagare bene i consulti. Costei adunque si mise a seguitare S. Paolo e i suoi compagni gridando loro dietro così : questi uomini sono servi dell'altissimo Iddio; essi vi mostrano la strada della salute. S. Paolo la lasciò dire senza por mente, finché annoialo e sdegnalo si volse a quello spirilo maligno, che parlava per bocca di lei e disse in tuono minaccioso : In nome di

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Gesù Cristo ti comando .che tu esca sull'i- stante da questa fanciulla. Il dire e il fare fu una cosa sola, perché costretto dalla potente virtù del nome di Gesù Cristo, dovette uscire da quel corpo, e per la sua parteuza la maga rimase senza magìa.

Voi, o lettori, comprenderete la ragione per cui il demonio lodava S. Paolo, e questo santo apostolo ne abbia rifiutale le lodi. Lo Spirilo maligno voleva che S. Paolo lo lasciasse in pace, e così \\ volgo credesse che fosse la medesima dottrina quella di Paolo e le indovinazioni di quella indemoniala. Il sanlo Apostolo volle dimostrare che non eravi alcun accordo tra Cristo e il demonio, e rifiutando le sue adulazioni dimostrò quanto fosse grande la potenza del nome di Gesù C. sopra tulli gli spirili dell'inferno.

I padroni di q u e l l a fanciulla avendo veduto che col demonio era andata ogni speranza di guadagno, si sdegnarono for- temente contro S. Paolo, e senza aspettare sentenza alcuna presero lui e i suoi compagni e li condussero al Palazzo della Giustizia. Giunti alla presenza de'giudici dissero: questi uomini di razza Ebrea met- tono sossopra la nostra cillà per inlro-

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darre una religione nuova che certamente è un sacrilegio. Il popolo sentendo che era offesa la religione montò in furore e si scagliò contro di loro da tutte le parli.

I medesimi giudici si mostrarono pieni di dolore e stracciandosi di dosso le vesti, senza fare alcun processo, senza esami- nare se vi fosse delitto o no, li fecero battere fieramente con verghe, e quando furono o sazii o stanchi di batterli, or- dinarono che Paolo e Sila venissero condotti in prigione, imponendo al car- ceriere di guardarli colla massima dili- genza. Costui non solo li serrò nella pri- gione* ma per vie più assicurarsi strinse i loro piedi tra i ceppi. Quei santi uomini nell'orrore della carcere, coperti di piaghe, lungi dal lamentarsi, giubilavano di alle- grezza e lungo la notte andavano cantando lodi a Dio. Gli altri prigionieri ne erano maravigliali.

Era la mezzanotte e cantavano tuttora e benedicevano iddio, quando d'improvviso sentesi un tortissimo terremoto che con orribile scroscio fa tremar fin dalle fondamenta quell'edilìzio. A questa scossa cadono le catene ai prigionieri, si rompono i loro ceppi, le porte della prigione si

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aprono, e tulli i dilenuli si trovano posli in libertà. Si destò il carceriere e correndo per sapere che fosse avvenuto, trovò a p e r t e le porte. Allora e g l i p i ù n o n dubitando che i prigionieri fossero fuggiti, e perciò forse egli stesso dovesse pagarla colla testa, nell'eccesso del dolore corre, sfodera una spada, 1' appunta al petto e già sta per uccidersi. Paolo, o pel chiaror della luna o al lume di qualche lampada, veduto quell'uomo in tal"alto di disperazione, fermali, si pose a gridare, non farli alcun male, eccoti siamo qui tutti. Rassicurata da queste parole si acqueta alcun poco, e fallosi portar lume entrò nel carcere e trova i prigioneri ciascuno a suo posto. Preso da maraviglia e mosso da un inlerior lume della grazia di Dio, tulio tremante si getta a' piedi di Paolo e di Sila dicendo: signori, che debbo io fare per esser salvo?

Ognuno può immaginarsi quanta alle- grezza abbia provalo Paolo in suo cuore a tali parole! egli si volse a lui e rispose: credi nel Figliuol di Dio Gesù Cristo e sarai salvo tu e tutta la tua famiglia.

Quel buon uomo senza frapporr e indugio condusse in casa i santi prigionieri, lavò

4 L. C. — M. V, F. IT.

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loro le piaghe con quell'amore e riverenza che avrebbe fallo a suo padre. Radunala di poi la sua famiglia furono ammaestrali nelle verilà della fede. Ascollando essi con umilia di cuore la parola di Dio, impa- rarono in breve quanto era necessario per diventare cristiani. Sicché s. Paolo veden- doli pieni di fede., e della grazia dello Spirilo Sanlo, tulli li batlezzò. Quindi si posero a ringraziare Iddio dei benefizi rice- vuti. Ouei nuovi fedeli vedendo Paolo e Sila sfiniti e cadenli per le ballilure e pel lungo digiuno, corsero loslo ad apprestar loro la cena, colla quale furono ricreali. I. due Apostoli provarono maggior conforto per le anime che avevano guadagnale a Gesù Crislo; laonde pieni di gratitudine verso Dio ritornarono in prigione aspet- tando quelle disposizioni che la divina Prov- videnza avrebbe fallo conoscere a loro ri- guardo.

Intanto i magistrati si pentirono di aver fallo batlere e chiudere in prigione coloro ai quali non avevano potuto trovare colpa di sorla, e mandarono alcuni uscieri a dire al carceriere che lasciasse in libertà i due prigionieri. Lietissimo di lale notizia il carceriere corse loslo a comunicarla agli

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Apostoli. Voi, disse, polele sicuramente andarvone in pace. Ma a Paolo sembrò doversi fare altrimenti. Se fossero così di nascosto fuggiti sarebbesi creduto esser eglino colpevoli di grave misfatto, e ciò con danno del Vangelo. Egli pertanto chiamò a sé gli uscieri e disse loro: i vostri magistrali senza aver cognizione di questa causa, senza alcuna forma di giudizio , hanno pubblicamente fatto battere noi che siamo cittadini romani; ed ora di nascosto ci vogliono mandar via? Certo non sarà così: vengano essi slessi e ci conducano fuori della prigione. Quei messi portarono ai magistrali questa risposta; i quali avendo inteso che erano cittadini romani furono presi da forte timore, imperciocché il bat- tere un cittadino romano era delitto ca- pitale. Per la qualcosa vennero tosto alla prigione e con benigne parole si scusarono di quanto avevano fatto, e trattigli ono- ratamente di prigione li pregarono di voler uscire dalla città. Gli Apostoli vennero tosto alla casa di Lidia, ove trovarono i com- pagni immersi in costernazione a cagione di loro; e ne furono grandemente consolati al vederli posti in libertà. Dopo di che partirono dalla città di Filippi. Così quei

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cilladini rigettarono le grazie del Signore per le grazie degli uomini.

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CAPO XI.

S. Paolo predica in Tessalonica - Affare di Giasone. Va a Eterea ove è di nuovo distur- bato dagli Ebrei. Anno di Cristo 52.

Paolo co'suoi compagni parli da Filippi lasciando ivi le due famiglie di Lidia e del carceriere guadagnale a Gesù Crislo. Passando egli per la città di Anfipoli e di Apollonia pervenne a Tessalonica, cillà principale della Macedonia molto famosa pel suo commercio e pel suo porto sul- l'Arcipelago. Oggidì è della Salonicchio. Ivi I d d i o aveva apparecchiato al santo Apostolo molti patimenti e molle anime da guadagnare a Crislo. Egli si mise a predicare, e per tre sabati continuò a provare colle sacre Scritture che Gesù Cristo era il Messia, il Figliuolo di Dio, che le cose a lui avvenute erano slale annunziate dai Profeti, perciò doversi o rlnunziare alle profezie o credere alla venuta del Messia. A lale' predicazione alcuni credettero ed abbracciarono ìa Fede;

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ma altri, specialmente Ebrei, si mostrarono ostinati e con grande odio si levarono contro di s. Paolo. Postisi alla testa di alcuni malvagi della feccia del popolo si radunarono, e a squadre a equadre misero a rumore tutta la città. E poiché Sila e Paolo, avevano preso alloggio presso un certo Giasone, corsero tumultuando alla casa di lui per trarli fuori e condurli davanti al popolo. I fedeli se ne accorsero per tempo e riuscirono a trafugarli. Non potendoli più trovare presero Giasone insieme con alcuni fedeli e li strascinarono dinanzi ai Magistrali della città, gridando a gran voce: questi lurlatori del genere umano sono venuti anche qua da Filippi; e Giasone li accolse in casa sua; ora costoro trasgrediscono i decreti e violano la maestà di Cesare affermando esservi un altro Re, cioè Gesù Nazareno. Queste parole riscaldarono i Tessalonicesi e fecero mon- tare in furore, i medesimi magistrati. Ma Giasone avendoli assicurali che non si vo- levano fare tumulti, e che qualora aves- sero chiesti que'foreslieri, egli li avrebbe loro presentali, si mostrarono paghi; e si acquetò il tumulto. Ma Sila e Paolo vedendo inutile ogni fatica in quella città

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seguirono i consigli de'Fralelli e si reca- rono a Berea, altra citlà di quella provincia.

A Berea Paolo si mise a predicare nella Sinagoga degli Ebrei, cioè si pose nello stesso pericolo , da cui poco prima era slato quasi per miracolo liberalo. Ma questa volta il suo coraggio fu largamente ricompensato. I Bereesi con grandissima avidità ascoltarono la parola di Dio. Paolo allegava sempre qu>ei tratti della Bibbia che riguardavano a Gesù Cristo , e gli uditori correvano tosto a riscontrarli e a verificare i testi da lui citali; e trovandoli corrispondere con esaltezza, si piegavano alla verità e credevano al Vangelo. Così faceva il Salvatore cogli Ebrei della Pa- lestina quando li invitava a leggere atten- tamente le Sacre Scritture. Scrulamini scripturas, et ipsce testimonium perhibent de me.

Però le conversioni avvenute in Berea non poterono stare nascoste tanto che non ne pervenisse notizia a quelli di Tessa- lonica. Gli ostinati Ebrei di questa città corsero in gran numero a Berea per guastar l'opera di Dio e impedire la conversione de'Genlili. S, Paolo era principal-

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mente cercato come colui che-sosteneva in parlicolar maniera la predicazione. I Fratelli reggendolo in pericolo i! fecero da persone fidate accompagnare segretamente fuori de-lla città e per vie sicure lo condussero ad Atene. Rimasero però in Berea Sila e Timoleo. Ma Paolo nel licenziare coloro, che l'avevano accompa- gnalo, raccomandò loro con gran premura che dicessero a Sila e a Timoteo di venirlo a raggiungere il più presto possibile.

I santi Padri nell'ostinazione degli Ebrei di Tessalonica ravvisano quei Cristiani i quali non paghi di non approfittare eglino slessi dei benefizi della religione, cercano allontanarne gli altri, la qual cosa fanno o calunniando i sacri ministri, o disprez- zando le cose della medesima religione.

II Salvatore dice a costoro : a voi sarà tolta la mia vigna, cioè la mia religione, e sarà data ad altri popoli che la coltiveranno meglio di voi e riporteranno frutti a suo tempo. Minaccia terribile, ma che pur troppo si è già avverata e si va avverando in molli paesi ove un tempo fioriva la cristiana religione i quali presentemente vediamo immersi nelle folle tenebre

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dell'errore, del vizio e del disordine Dio ci scampi da questo flagello!

CAPO XII.

Slato religioso degli Ateniesi - S. Paolo nel- l'Areopago - Conversione di s. Dionigi. Anno di Cristo 52.

Era Atene una delle più antiche, più ricche, più commercianti città del mondo. Ivi la scienza, il valor militare, i filosofi, gli oratori, i poeti furono sempre i maestri del genere umano. Gli stessi romani avevano mandalo in Alene per raccogliere leggi che portarono a Roma come oracoli di saggezza. Eravi i n o l t r e un Senato d ' u o mini considerati specchio di virlù, giu-stiz e prudenza ; essi erano chiamati Areopagiti da Areopago luogo dove avevano il tribunale. Ma con tanta scienza giacevano immersi nella più vergognosa ignoranza delle cose di religione. Le selle dominanti erano quella degli Epicurei e quella degli Stoici, Gli Epicurei negavano a Dio la creazione del mondo e la Provvidenza, né ammettevano premio o pena

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nell'aUra vita, perciò ponevano la beati- tudine nei piaceri della terra. Gli Stoici riponevano il sommo bene n e l l a s o l a virtù, e tacevano l'uomo in alcune cose maggiore del medesimo Iddio, perché credevano di avere la virtù e la sapienza da se medesimi. Tutti poi a d o ravano più dei, e non vi era delitto che non fosse favorito da qualche insensata divinità.

S. Paolo, uomo oscuro, tenuto a vile perché Giudeo, doveva a costoro predicar Gesù Cristo anche Giudeo, morto in croce, e ridurli ad adorarlo per vero Dio. Perciò Dio solo poteva fare che le parole di s. Paolo potessero cangiar cuori così inveterati nel vizio e alieni dalla vera virtù, e fare che abbracciassero e professassero la santa cristiana religione.

Mentre Paolo stava aspettando Sila e Timoleo, provava in suo cuore compas- sione per quei miseri ingannati, e secondo il solito mellevasi a dispulare cogli Ebrei e con tutti quelli che si abbattevano in lui ora nelle sinagoghe, ora nelle piazze. Gli Epicurei e gli Stoici vennero anch'essi con lui a dispula, e non potendo resistere alle ragioni andavano dicendo: che vorrà

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dire'questo.c.iurmadorel Allri dicev.aiio:j>are che costui ci voglia mostrare qualche nuovo Dio. 11 che dicevano perché udivano no- minar Gesù Cristo e la risurrezione. Alcuni allri volendo operare con maggior prudenza invitarono Paolo a recarsi nell'Areopago. Come giunse in quel magnifico Senato, gli dissero : si potrebbe sapere qualche cosa di questa tua nuova dottrina? Imperciocché tu ci suoni all'orecchio cose non mai da noi udite. Desideriamo di sapere la realtà di quanto insegni.

Alla notizia che un forestiere doveva parlare nell'Areopago accorse gran calca di gente.

Convien qui notare che fra gli Ateniesi era severamente proibito di dire la minima parola contro alle loro innumerevoli e stu- pide divinità, e riputavano delitto capitale il ricevere od aggiungere tra di loro qualche Dio forestiero, che non fosse attentamente esaminato e proposto dal Senato. Due fi- losofi di nome Anassagora l'uno, Socrale l'altro, solo per aver lascialo conoscere che non potevano ammettere lante ridicole divinità, dovettero perdere la vita. Da queste cose intendesi facilmente il pericolo in cui era s. Paolo predicando il vero Dio

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a quella terribile assemblea e cercando di atterrare lutti i loro dei. —

11 santo Apostolo adunque vedenJosi in queH' augusto Senato e dovendo parlare 3Ì più sapienti degli uomini, giudicò bene di prendere uno slile e un modo di ragionare assai p i ù e l e g a n t e che non faceva. E poiché cjuei Senatori non ammettevano l'argomento delle scritture, egli pensò di farsi strada a parlare colla forza della ra- gione. Levatesi pertanto in piedi e fallosi da tutti silenzio così incominciò:

a Uomini Ateniesi, io vi vedo in lutle le cose religiosi fino allo scrupolo. Imperocché passando per questa città e considerando i vostri simulacri ho trovalo anche un altare con questa iscrizione: al Dio Ignoto. Io adunque vengo ad annunciarvi quel Dio che voi adorale senza conoscere. Egli è quel Dio che ha fatto il mondo e tulle le cose che in esso esislono. Egli è il padrone del Cielo e della terra, perciò non abita in templi falli dagli uomini. Né egli è servilo dalle mani dei morlali quasi avesse bisogno di loro ; che anzi egli è colui che da a tulli la vita, il respiro e tulle le COSD. Egli fece che da un uomo solo discendessero tulli gli altri, la cui

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cerimonie prescrille dalla legge di Mosè.

Adempiuta una parte del suo voto san Paolo in compagnia di Aquila e di Pri- scilla si imbarcò alla volta di Efeso città dell'Asia minore. Secondo il suo costume Paolo andò a visitare la Sinagoga e dispulò più volte cogli Ebrei. Pacifiche furono queste dispute, anzi gli Ebrei lo invitarono a fermarsi di più; ma Paolo voleva proseguire il suo viaggio a fine di trovarsi in Gerusalemme e compiere i! suo voto- Diede però parola a quei Fedeli di ritornarvi, e quasi per caparra del suo ritorno lasciò appresso di loro Aquila e Priscilla. Da Efeso s. Paolo s'imbarcò per la Palestina e giunse a Cesarea ove sbarcando s' incamminò a piedi verso a Gerusalemme. Andò a visitare i Fedeli di questa Chiesa, e adempiute le cose, per le quali egli aveva principalmente intrapreso questo viaggio v e n n e ad Antiochia, ove fece qualche tempo dimora.

Tutto è degno di ammirazione in questo grande Apostolo. Noi notiamo qui sola- mente u n a cosa che egli caldamente raccomanda ai Fedeli di Corinto. Per dar loro un importante avviso con cui

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mantenersi fermi nella fede: o fratelli, egli scrive, per non cadere n e l P errore, tenetevi alle tradizioni imparale dal mio discorso e dalla mia lettera. Itaque, fra- tres, state et tenete traditiones quas didi- cislis sive per sermonem sive per epistolam noslram. Colle quali parole s. Paolo co- mandava di avere la medesima riverenza per la parola di Dio scritta e per la parola di Dio tramandata per tradizione siccome insegna la Chiesa cattolica.

CAPO XIV.

Apollo in Efeso - II sacramento della Cresima - S. Paolo opera molti miracoli. - Fatto di due esorcisti Ebrei — Anno di Cristo 55.

S. Paolo dimorò qualche tempo in An- liochia, ma vedendo quei fedeli abbastanza provveduti di sacri pastori deliberò'di par- tire per visitare di nuovo i paesi ove egli aveva già prima predicato. Questo è il quinto viaggio del nostro Santo A-posloìo. Egli andò nella Galazia, nel Ponto, nella Frigia e nella Bilinia; dipoi, secondo la promessa fatta, ritornò ad Efeso dove Aquila e Priscilia lo aspettavano.

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Ovunque fa accolto, come scrive egli

stesso, quale angelo di pace.

Fra la partenza ed il ritorno di Paolo in Efeso si recò in questa città un Giudeo di nome Apollo. Esso era un uomo eloquente e

profondamente i s t r u i t o
S c r i t t u r a . Adorava il
predicava e z i a n d i o con
conosceva altro Battesimo se non quello predicalo, da s. Giovanni Ballista. Aquila e Priscilla si accorsero che egli aveva un' idea assai confusa dei Misteri della Fede, e chiamandolo a sé lo istruirono meglio nella dottrina, vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo.

n e l l a Salvatore

Sacra e lo n o n

zelo, ma

Desideroso costui di portare la parola di salute ad allri popoli, deliberò di passare neìl'Acaia cioè nella Grecia. Gli Efesini che da qualche tempo si specchiavano nelle sue virtù e che cominciavano ad amarlo come padre, vollero accompagnarlo con una lettera, in cui lodavano .molto il suo zelo, e lo raccomandavano ai Corinti, Egli difalti fece gran bene a quei Cristiani. Quando l'Apostolo giunse in Efeso trovò parecchi fedeli istruiti da Apollo, e volendo conoscere lo slato di queste anime, egli

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dimandò se avevano ricevuto Io Spirilo Santo; vale a dire se avevano ricevuto il Sacramenlo della Cresima, che solevasi in quei tempi amministrare dopo il Battesimo e in c u i conferivasi la pienezza dei d o n i dello Spirilo Santo. Ma quella buona gente rispose: noi non sappiamo nemmeno che vi sia uno Spirito Santo. Maravigliato l'Apostolo di tale risposta, e avendo inteso che avevano ricevuto soltanto il Battesimo di s. Giovanni Ballista, comandò che fossero nuovamente b a t t e z zati col Battesimo di Gesù Cristo* cioè nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirilo Santo. Dopo di che Paolo imponendo le mani amministrò laro il Sacramenlo d e l l a Cresima, e quei nuovi fedeli ricevettero non solo gli effetti invisibili della grazia, ma eziandio i segni parlicolari e manifesti dell' onnipotenza divina, il che rendevano manifesto parlando spedila -mente le lingue che prima non intendevano, predicendo le cose future, e interpretando la sacra scrittura.

S. Paolo predicò per tre mesi nella sinagoga confortando gli Ebrei a credere in Gesù Cristo. Molli credettero, ma parecchi mostrandosi ostinali bestemmia-

vano per fino il S a n t o nome di Gesù Cristo. Paolo e per 1' onor dei Vangelo da questi empi deriso e per fuggire la compagnia dei malvagi cessò dal predicare nella sinagoga, ruppe ogni comunicazione con loro e si ritirò a casa di un gentile cristiano di nome Tiranno che faceva il maestro di scuola. S. Paolo fece di quella scuola una Chiesa di Gesù Cristo, ove predicando e spiegando le verità della fede attirava Gentili ed Ebrei da tutte le parti dell'Asia.

Dio* aiutava 1' opera sua confermando con prodigi inuditi la dottrina dal suo servo predicala. I pannilini, gli asciugatoi e le fasce che avevano servito o toccato il corpo di Paolo erano portale qua e là e poste sugli infermi e sopra gli in- demoniali, e ciò bastava perché tosto fuggissero le malattie e gli spinti im- mondi. Fu questa una maraviglia non mai udita, e iddio volle certamente che un tal fatto fosse registrato nella Bibbia per confondere coloro che hanno tanto declamalo e tuttora declamano contro alla venerazione che i Cattolici prestano alle sacre reliquie. Forse vogliono essi condannare di superstizione que' primi

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Cristiani, i quali applicavano sopra gli ammalati i fazzoletti che avevano toccalo il corpo di Paolo? Cose, che s. Paolo non aveva mai proibito e che Dio dimostrava di approvare con miracoli?

Per l'invocazione del nome di G. Cristo a far miracoli avvenne un fatto assai curioso. Fra gli Efesini erano molli che pretendevano di cacciare i demonii dai corpi con certe parole magiche oppure usando radici di erbe, o profumi. Ma i loro risultali riuscivano sempre poco favo- revoli. Anche gli esorcisti Ebrei al vedere che fino le vesti di Paolo cacciavano i demonii, ne furono presi da invidia, e si provarono, come faceva s. Paolo, di u-sare il nome di G. Cristo per cacciare il demonio da un uomo. Io ti scongiuro, andavano dicendo, o spirilo malvagio, e ti comando di uscire da questo corpo per quel Gesù che è predicato da Paolo. Il demonio sapeva le cose meglio di loro e per bocca dell'indemonialo rispose: Io conosco Gesù e so altresì chi è Paolo; ma voi siete impostori. Qual diritto avete sopra di me? Ciò dello si avventò sopra di loro, li malmenò e li percosse in guisa che due di loro a stenle potè-

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rono fuggire tulli feriti, e cogli abiti fatti a pezzi. Questo fallo strepitoso essendosi divulgato per tutta la città cagionò gran timore,.e ninno più ardiva nominare il Santo nome di Gesù Cristo se non con rispello e venerazione.

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CAPO XV.

Sacramento della Confessione - Libri perversi bruciali - Lettera ai Corinti - Sollevazione per la dea Diana - Lettera ai Calali — Anno di Cristo 56-57.

Iddio sempre misericordioso sa ricavare il bene dai medesimi peccali. Il fatto dei due esorcisti così malmenati da queir indemoniato mise gran paura in tulli gli Efesini e lanto gli Ebrei quanto i Gentili si affrettavano di ri.iunziare al demonio e di abbracciare la fede. Fu allora cbe m o l l i di q u e l l i , i quali avevano credulo, venivano in gran numero a con- fessare e a dichiarare il male commesso nella loro vita per ottenerne il perdono. Veniebant confilentes et annuntiantes actus suos. Act. 19. È questa una chiara te- stimonianza della Confessione sacramen-

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lale comandala dal Salvatore e praticata fin da' lempi apostolici.

Primo fruito della confessione e del pentimento di quei fedeli fu di allontanare da sé le occasioni del peccalo. Perciò tulli quelli che avevano libri perversi, cioè con- trarii a' buoni costumi o alla religione , li consegnavano perché fossero bruciali. Tanti ne portarono, che, fallone un mucchio sulla piazza, ne fecero un falò alla presenza di tulio il popolo, reputando cosa migliore bruciare quei libri nella vita presente per evitare il fuoco eterno dell'inferno. Il valore di quei libri formava una somma che corrisponde quasi a cento mila franchi. Niunb però cercò di venderli, perciocché sarebbe stalo un porgere ad allri occasione di far male, la qual cosa non è mai permessa.

Mentre queste cose succedevano, giunse da Corinlo in Efeso Apollo con allri annuii- ziando essere naie discordie Ira que'fedeli. Il s. Apostolo si adoperò a porvi rimedio con una lettera, in cui raccomanda loro l'unilà di Fede, l'ubbidienza ai proprii pa- slori; la carità vicendevole e specialmente verso i poveri. Inculca ai ricchi di non imbandire lauti banchetti ed abbandonare

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i poveri nella miseria, insiste poi che cia- scuno purifichi la sua coscienza prima di accostarsi al corpo e al sangue di Gesù Cristo, dicendo: colui che mangia quel corpo e beve quel sangue indegnamente , mangia il proprio giudizio e la propria condanna. Era pure accaduto che un giovine aveva commesso grave peccalo con sua matrigna. II Santo per farne apprendere il debito or- rore comandò che quello fosse per qualche tempo separato dagli altri fedeli affine di farlo ritornare in se slesso. È questo un vero esempio d i s c o m u n i c a , come appunto pratica ancora la Chiesa Cattolica, quando per gravi delitti scomunica, ossia dichiara separati dagli aliri quei Cristiani che ne sono colpevoli. Paolo mandò il suo discepolo Tito a portare questa lettera a Corinlo. 11 frullo pare che ne sia stato molto copioso.

Egli era in Efeso quando si destò contro di lui una terribile persecuzione per arte di un orefice chiamato Demelrio. Costui fabbricava piccoli templi d'argenlo entro cui si poneva una statuetta della dea Diana, divinila venerala in Efeso e in tutta l'Asia. Ciò gli produceva commercio e gran guadagno. Perciocché la maggior parie dei

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forestieri che venivano alle feste di Diana portavano via seco loro questi segni di devozione. Demetrio ne era l'artefice prin- cipale, è con ciò somministrava lavoro e sostentamento alle famiglie di molli operai. Di mano in mano che cresceva il numero de'Cristiani diminuiva quello dei compratoridellestatuetle di Diana. Laonde un giorno Demetrio radunò un gran numero di cittadini, e dimostrò come non avendo essi altri mezzi per vivere, Paolo li avrebbe iulti fatti morir di fame. Almeno, egli soggiungeva, non si trattasse che del nostro privato interesse; ma il tempio della nostra gran Dea cosi celebrato in tutto il mondo è per essere abbandonato. A. queste parole viene interrotto da mille diverse voci che gridavano c o l l a p i ù furiosa con- fusione: la grati Diana degli Efesini! La gran Diana degli Efesini! Tutta la città si pone sossopra; corrono schiamazzando in cerca di Paolo e non potendolo tosto tro- vare strascinano seco loro due suoi com- pagni di nome Gaio ed Aristarco. Un Giudeo per nome Alessandro volle parlare. Ma ap- pena potè aprire la bocca, che da latte parli si misero a gridare con voce ancor più forte : La gran Diana degli Efesini :

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quanto è mai grande la Diana Ljgli Efesini.

Il quale grido fa ripetuto per due ore in- tiere.

Paolo voleva avanzarsi in mezzo al lu- mullo per parlare, ma alcuni fratelli co- noscendo che sarebbesi esposto ad una certa morte, glielo impedirono. Dio però, che ha in mano il cuore degli uomini, restituì piena calma Ira quel popolo in un modo inaspettato. Uà uomo savio, un sem- plice segretario, e da quanto appare, amico di Paolo , riuscì a calmare quel furore. Appena potè parlare: e chi è, si fece a dire, chi è che n-on sappia avere la città di Efeso una divozione ed un cullo par- ticolare verso la gran Diana figliuola di Giove? Essendo lale cosa da tulli creduta, voi non dovete turbarvi né appigliarvi a così temerario rimedio, quasi possa cadere in dubbio tal divozione da tutti i secoli stabilita. Quanto a Gaio ed Aristarco vi dirò che eglino non sono convinti di al- cuna bestemmia contro a Diana. Che se Demalrio ed i suoi compagni hanno qualche cosa con essi, portino la loro causa dinanzi al Iribunale.Che se noi continoviaaio in queste pubbliche dimcslrazioni saremmo accusati di sedizione. A quelle parole il

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tumulto si acquietò, ed ognuno fece ri- torno pei falli suoi.

Dopo questa sommossa Paolo voleva tosto partire per la Macedonia, ma dovette ancora sospendere la sua partenza a motivo di alcuni disordini avvenuti trai fedeli della Galazia. Alcuni falsi predicatori si diedero a screditar s. Paolo e le sue predicazioni asserendo che la dottrina di lui era diversa da quella degli altri Apostoli e che la circoncisione e le cerimonie della legge di Mosè erano assolutamente ne- cessarie.

11 santo Apostolo scrisse una lettera in cui dimostra la conformità di dottrina tra lui e gli altri Apostoli; prova che molle cose d e l l a legge di Mosè non erano p i ù necessario per salvarsi ; raccomanda di guardarsi bene dai falsi predicatori e glo- riarsi solamente in Gesù, nel cui nome augura pace e benedizioni.

Spedila la lettera ai fedeli della Galazia egli partì per la Macedonia dopo d'essere dimorato tre anni in Efeso, cioè dall'anno cinquantesimo quarto all'anno cinquante- simo settimo di G. Cristo.

Durante il soggiorno di s. Paolo in Efeso Dio gli fece conoscere in ispirilo che lo

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chiamava nella Macedonia, nella Grecia, in Gerusalemme e a Roma.

CAPO XVI.

S. Paolo ritorna a Filippi - Seconda lettera ai fedeli di Corinto - Va in questa città - Let- tera ai Romani - Sua predica prolungata in. Troade - risuscita un morto. — Anno di Cristo 58.

Prima di partire da Efeso, Paolo convocò i discepoli e falla loro u n a paterna esortazione li abbracciò teneramente, indi si pose in viaggio verso la Macedonia. Desiderava di fermarsi qualche tempo a Troade, ove sperava pure di incontrar il suo discepolo Tito; ma non avendolo tro- valo, mosso dal desiderio di presto inten- dere da lui lo slato delia Chiesa di Corinto, partì da Troade, attraversò l'Ellesponto, che oggidì chiamasi stretto dei Dardanelli e passò nella Macedonia, ove dovette mollo patire per la fede.

Ma Dio gli preparò una grande con- solazione coll'arrivo di Tito che lo rag- giunse nella città di Filippi. Quel discepolo espose al santo Apostolo come la sua lettera

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feL.L.

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aveva prodollo salutari effelli Ira i Cristiani di Corinlo, che il nome di Paolo era ca- rissimo a lutti e che ognuno ardeva del desiderio di presto vederlo.

Per dare in certa maniera sfogo ai paterni sentimenti del suo cuore l'Apostolo scrisse da Filippi una seconda lettera nella quale si dimostra tutta tenerezza verso di quelli che si conservavano fedeli, e riprende alcuni che cercavano di pervertire la dottrina di G. Cristo. Avendo poi inteso che quel giovane, scomunicato nella sua prima lettera, s% era sinceramente convcrtito, anzi udendo da Tilo che il dolore lo aveva quasi spinto alla disperazione , il santo Apostolo raccomandò di usargli riguardo,

10 assolvette dalla scomunica, e lo restituì alla comunione dei fedeli. Colla lettera raccomandò molle cose a viva voce da comunicarsi per mezzo di Tito che ne era

11 portatore. Accompagnarono Tito in questo viaggio altri discepoli trai quali s. Luca da alcuni anni Vescovo di Filippi. S. Paolo consacrò s. Epafrodito Vescovo per quella città e così s. Luca divenne nuovamente compagno del Santo suo maestro nelle fatiche dell'Apostolato.

Dalla Macedonia Paolo si portò a Co-

6 L. C. — An. V, P. 11.

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rinlo, dove ordinò quanto riguardava la celebrazione dei santi misteri, siccome aveva promesso nella sua prima lettera , il che si deve intendere di quei riti che in tutte le Chiese comunemente si osser- vano, come sarebbe il digiuno prima della Santa Comunione ed altre cose simili che riguardano I' amministrazione dei Sacra- menti.

L'Apostolo passò l'inverno in questa città adoperandosi a consolare i suoi figli- uoli in Gesù Cristo, che non si saziavano di ascoltarlo e di ammirare in lui ifh zelante pastore ed un tenero padre.

Da Corinto estese pure le sue solleci- tudini ad altri popoli e specialmente ai Romani già convcrtiti alla fede da s. Pietro con molti anni di fatiche e di patimenti. Aquila con altri suoi amici, avendo inteso che era cessala la persecuzione , eransi di nuovo recali a Roma. Paolo seppe da loro, che in quella metropoli dell'impero erano insorte dissensioni tra Gentili ed Ebrei. I Gentili rimproveravano gli Ebrei perché non avevano corrisposto ai benefizi ricevuti da Dio, avendo ingratamente messo in cioce il Salvatore; gli Ebrei' dal loro canto facevano rimproveri ai Gentili per-

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cheavevano seguilo l'idolatria evenerale lepiùinfamidivinila. IlsanloApostolo scrisse la sua famosa lettera ad lìomanos tutta piena di sublimi argomenti che egli tratta con quell'acutezza d'ingegno, che è propria di un uomo dotto e santo e "-he scrive inspirato da Dio. Non è possane di abbreviarla senza pencolo di variarne il senso. Essa è la più lunga, la più elegante di tutte le altre e più piena di eru-dizione. Ti esorto, o lettore, di leggerla allentamele, ma colle debite inlerprela- zioni che soglionsi unire alla volgata. Essa o la sesta lettera di s. Paolo e fu scritta dalla città di Corinlo l'anno cinquantesimo ottavo di G. Cristo. Ma pel grande rispetto, che in ogni tempo si ebbe per la dignità della Chiesa di Roma , è annoverata la prima tra le quattordici lettere di questo s. Apostolo. In questa lettera s. Paolo non parla di s. Pietro perché esso era occupato nella fondazione di aJlre chiese. Essa era portata da una diaconessa ovvero monaca di nome Feba, che l'Apostolo raccomanda mollo presso ai fratelli di Roma. Volendo s. Paolo partire da Corinto per avviarsi a Gerusalemme venne a sapere che gli Ebrei studiavano dì tendergli in-

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sidie nel cammino ; perciò, in luogo di imbarcarsi n e l Porto Gene-reo per Geru- salemme, Paolo tornò indietro e continuò il viaggio per la Macedonia. Lo accom- pagnarono Sosipatro figliuolo di Pirro di Berea; Aristarco e Secondo di Tessalo- nica, Gaio di Derbe, e Timoteo di Lislri, Tichico e Trofimo di Asia. Costoro vennero in compagnia di lui fino a Filippi, dipoi, ad eccezione di Luca, passarono a Troade con ordine di aspettarlo colà mentre egli sarebbesi trattenuto in questa città fin dopo le feste pasquali. Passala questa solennità Paolo e Luca in cinque giorni di navigazione giunsero a Troade e vi si fermarono sette giorni.

Accadde che la vigilia della partenza di Paolo, era primo giorno della settimana, cioè giorno di Domenica, in cui i fedeli solevano radunarsi per ascoltare la parola di Dio ed assistere ai divini sacrifizi. Fra le altre cose facevano lo spezzamenlo del pane, cioè celebravano la Santa Messa, a cui partecipavano i fedeli ricevendo il corpo del Signore sotto alla specie del pane. Fin d' allora la Messa giudicavasi 1' alto più sacro e più solenne per la santifica- zione del giorno festivo.

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Paolo, che era per parlirevall'indomani, prolungò il discorso a notte alquanto avan- zala e per illuminare il cenacolo erano stale accese molle lampade. Il giorno di Domenica, l'ora notturna, il cenacolo nel terzo piano della casa, le molte lampade accese attrassero immensa folla di gente. Mentre tulli erano intenti al ragionamento di Paolo, un giovanelto di nome Bulico, o per desiderio di vedere F Apostolo o per poterlo meglio ascollare era montalo sopra una finestra e si assise sul davanzale. Óra sia pel caldo che ivi faceva; sia per l'ora larda o forse per la stanchezza, fatto sta che quel giovanelto si addormentò; e nel sonno abbandonandosi al peso del proprio corpo cadde giù sul lastrico della pubblica strada. Si ode un lamento a risuo- nare per l'assemblea; corrono e trovano il giovane senza vita.

Paolo discende subito a basso, e postosi colla persona sopra il cadavere, lo bene- dice, lo abbraccia e col suo fiato o piuttosto colla viva fede in Dio lo restituisce a nuova vita. Operalo questo miracolo , senza badare agli applausi che da t u t t e parti si facevano, egli montò di nuovo nel

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cenacolo e continuò a predicare fino a giorno.

La grande sollecitudine dei fedeli di Troade per assistere alle sacre funzioni deve servire di eccitamento a tulli i Cristiani a santificare i giorni festivi con opere di pietà, specialmente coll'udire/di- volaraenle la Santa Messa e coll'ascoltare la parola di Dio anche con qualche in- comodo.

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CAPO XVII.

Predicaci! s. Paolo a Mitelo - Suo viaggio ti ti o a Cesarea - Profezia di Agabo. — Anno di Cristo 58.

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Sciolta quell'adunanza che aveva durato circa ventiquattro ore l'instancabile Apo- stolo partì co'suoi compagni per Mitilene nobile città dell'isola di Lesbo. Di qui pro- seguendo il viaggio in pochi giorni giunse a Mileto cillà della Caria, provincia del- l'Asia minore. L'Apostolo non avea voluto fermarsi ad Efeso per non essere obbligalo daque'Cristiani, che teneramente l'amava- no, a sospendere di troppo il suo cammino.

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Egli affretl.avasi affine di giungere a Ge- rusalemme per la festa di Pentecoste. Da Allieto Paolo mandò in Efeso a parteci- pare il suo arrivo ai vescovi ed ai preti di quella città' e delle province vicine invitandoli a venirlo a trovare ed anche conferire con lui intorno alle cose della fede, seppure avesse fallo mestieri. Ven- nero in gran numero.

Quando s. Paolo si vide circondato da que'venerandi predicatori del Vangelo, co- minciò ad esporre loro le tribolazioni sof- ferte giorno e notte per le insidie dei Giudei, «Ora io vado a Gerusalemme, egli diceva, colà guidalo dallo Spirito Santo il quale, in tutti i luoghi ove io passo, mi fa conoscere le catene e le tribolazioni che in quella città mi aspettano. Ma nulla di ciò mi spaventa, ne fo la mia vita più preziosa del mio dovere. A me poco importa vivere o morire, purché io termini la mia carriera rendendo gloriosa testi- monianza al Vangelo che Gesù Cristo rni ha affidato. Voi non vedrete più la mia faccia, ma badale a voi slessi e a tulio il gregge sopra cui lo Spirilo Sanlo vi ha costituiti vescovi per governare la Chiesa di Dio da lui acquistala col pre-

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zioso suo sangue. » Quindi passò ad av- visarli che dopo la sua partenza sarebbero insorti lupi rapaci e uomini perversi per guastare la dottrina di Gesù Cristo. Delle queste parole si posero lutti in ginocchio e fecero insieme orazione. Niuno poteva contenere le lagrijne, e tutti si gettavano sul collo di Paolo imprimendogli mille baci. Ed erano specialmente inconsolabili per quelle parole, che non avrebbero più ve- duta la sua faccia. Per godere aqeora alcuni momenti la dolce di Jtfi compagnia

10 accompagnarono fino alj'a nave, e pon senza una specie di violenza si separarono dal loro caro maestro. / ~ -

Paoloinsieme co'suoi compagni daMilelo passò all'isola di Coo, molto rinomala per un tempio dei Gentili dedicato a Giunone e ad Esculapio. Il giorno dopo giunsero a Rodi, isola mollo celebre specialmenle pel suo colosso, che era una statua di stra- ordinaria altezza e grossezza. Di là ven- nero a Patara cillà capitale della Lidia, molto rinomata per un gran tempio de- dicalo al Dio Apollo. Di qui navigarono fino a Tiro ove la nave doveva lasciare

11 suo carico. Tiro è la città principale della Fenicia

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ora della Tor sulle rive del Mediterraneo. Appena sbarcali trovarono alcuni profeti che andavano- .pubblicando i mali che al sanlo Apostolo sovrastavano in Gerusalemme, e lo volevano distogliere da quel viaggio. Ma egli dopo sette giorni volle partire. Quei buoni Cristiani colle mogli e co'loro ragazzi lo accompagnarono fuori della città, ove piegate le ginocchia sul lido fecero secolui orazione. Quindi scam-bialisi i più cordiali saluti s'imbarcarono e v e n n e r o accompagnali dagli sguardi dei Sidonesi finché la lontananza della nave li tolse di vista. Giunti in Tolemaide si fermarono un giorno per salutare e con- fortare quei Cristiani nella fede ; conti- nuando poscia il loro cammino giunsero a Cesarea.

Ivi Paolo fu accolto con giubilo dal dia- cono Filippo. Questo sanlo discepolo dopo di aver predicato il Vangelo ai Samaritani, all'eunuco della regina Candace e in molle cillà della Paleslina, aveva fissalo il suo domicilio a Cesarea per attendere alla col- tura di quelle anime che egli aveva in Gesù Cristo rigenerale.

Venne in quei tempi in Cesarea il profeta Agabo, e andato a far visita al

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sanlo Apostolo, gli tolse da dosso la cintura e legatisi con essa i piedi e le mani: ecco, disse, quanto lo Spirilo Santo apertamente mi dice: l'uomo a cui appartiene questa cintola, sarà in questa guisa legato da' Giudei in Gerusalemme.

La profezia di Agabo commosse tutti gli astanti,, perciocché venivano sempre più resi manifesti i mali che erano al «anlo Apostolo preparali in Gerusalemme; onde gli slessi compagni di Paolo piangendo lo pregavano di n o n andarvi. Cui Paolo coraggiosamente r i s p o n d e v a : Deh! vi pr^go, non piangeie. Con queste vostre lagrime n o n fate a l t r o che accrescere afflizione al mio cuore. Sappiale che io sono pronlo non solo a patire le catene, ma ad incontrare anche la morte pel nome di G. Cristo.

Allora tulli ravvisando la volontà di Dio nella fermezza del sanlo Aposlolo dissero ad u n a voce: sia fatta la volontà del Signore. Ciò dello partirono alla volla di Gerusalemme con un cerio Mnasone che era slalo discepolo e seguace di G. Cristo. Egli aveva dimora fìssa in Gerusalemme ed andava seco loro per albergarli in casa sua.

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91 CAPO XV11I.

S. Paolo si presenta a s. Giacomo - Gli E-brei gli tendono insidie - Parla al popolo - Rimprovera il sommo Sacerdote. Anno di Cristo 59.

Noi passiamo a raccontare una lunga serie di patimenti e di persecuzioni dal santo Apostolo tollerate in quattro anni di prigionia. Dio volle preparare il suo servo a questi combaltirnenli con farglieli molto prima conoscere; perciocché i mali previsti cagionano minore spavento e l'uomo è più disposto a sostenerli. Giunto Paolo e i suoi compagni a Gerusalemme, furono accolti dai Cristiani di questa città coi segni della più grande benevolenza, li giorno dopo andarono a visitare il Vescovo della città, che era s. Giacomo il Minore, presso cui eransi pure radunali i sacerdoti primarii della Diocesi. Paolo raccontò loro le maraviglie che Iddio aveva operate pel suo ministero presso i Gentili. Di che tulli ringraziarono di cuore il Signore.

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Si fecero però premura di avvisare Paolo dei pericolo che gli sovrastava. Molli Ebrei, gli dissero, si converlirono già alla fede e di cosloro parecchi sono tenacissimi della circoncisione e delle cerimonie legali. Ora sapendosi che tu dispensi i Gentili da queste osservanze avvi un astio terribile conlra di te. Fa mestieri adunque che dimostri come tu non sei nemico degli Ebrei. Fa in questa maniera: nell'occasione che quattro Ebrei devono in questi giorni compiere un voto, tu prenderai parte alla funzione e farai per loro le spese che occorrono per questa solennità.

Aderì prontamente Paolo al savio con- siglio, e prese parte a quell'opera di pietà. Si recò nel tempio e la funzione era sul finire, quando alcuni Giudei venuti dall'Asia eccitarono il popolo contro di lui gridando: aiuto Israeliti, aiuto. Quest'uomo è colui che va per lutto il mondo predicando contro al popolo, contro alla legge e contro a questo medesimo lem-pio. Egli non ha

dubitato di violarne la inlrodurvi dentro de' Gentili.

s a n t i t à c o n

Sebbene tali cose fossero una calunnia, tuttavia si mise a rumore tutta la cillà

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e fallosi gran concorso di popolo, presero s. Paolo, lo strascinarono fuori del lempio per mellerlo a morie come be-slemmialore. Ma il rumor del tumulto essendo giunto al tribuno Romano, questi tosto accorse colle sue guardie. 1 sediziosi vedendo le guardie cessarono di percuotere Paolo e lo consegnarono al tribuno, che fattoio legare ordinò che fosse condotto nella torre A n t o n i a , che era una fortezza ed un quartiere di soldati vicino al tempio. Lisia, lale era il nome del tribuno, desiderava di sapere il motivo di quel tumulto, ma nulla potè sapere, perché le grida e gli schiamazzi del popolo soffocavano ogni voce. Mentre Paolo montava i gradini della fortezza, fu mestiere che i soldati lo portassero sulle braccia per toglierlo dalle mani de' Giudei i quali non potendolo aver in loro potere andavano schiamazzando : uccidilo, levalo dal mondo.

Quando poi stava per entrare nella torre parlò così in greco al Iribuno: mi è permesso dirti una parola? Il tribuno si maravigliò che egli parlasse greco e gli disse: Sai tu il greco? Non sei tu quell'Egiziano che poco fa eccitasti una

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ribellione e leco nel deserto conducesti quattro miìa assassini? No certamente, rispose Paolo: io sono Giudeo, cittadino di Tarso, cillà della Cilicia. Ma di grazia mi pennelli di parlare al popolo? La qual cosa essendogli slata concessa Paolo dai gradini della torre alzò alquanto la mano, aggravala dal peso delle catene, die segno al popolo di lacere e si fece ad esporre quello che riguardava alla sua patria, alla sua conversione ed alla sua predicazione; e come Iddio lo aveva destinato a portare la fede tra i Gentili.

Il popolo lo aveva ascoltalo con profondo silenzio fino a queste ultime parole; ma quando intese a parlare de' Gentili, come agitato da mille furie, proruppe in grida forsennate, e chi per isdegno gettava a terra le proprie vesti, chi spargeva in aria la polvere, e tulli gridavano: cosini t indegno di vivere, sia tolto dal mondo.

Il tribuno che nulla aveva capito del discorso di s. Paolo, perché aveva parlalo in l i n g u a ebraica, temendo che il popolo venisse a gravi eccessi comandò a suoi di condur Paolo nella fortezza, dipoi flagellarlo, e metterlo alla tortura per costringerlo cosi a svelare la cagione

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della sedizione. Ma Paolo, che sapeva non essere ancora venuta 1' ora, in cui dovesse patire simili mali per amor di Gr. Cristo, si volse al centurione incaricato di far eseguire quell'ordine ingiusto: e ti pare, gli disse, che sia lecito di flagellare un cittadina romano, senza che sia condannato? Udendo lale cosa il centurione corse dal tribuno dicendogli: Qual cosa" tu sei mai per fare? Non sai che quest'uomo è cittadino Romano?

Il tribuno ebbe paura: .perché aveva fatto legare Paolo, la qua! cosa portava pena di morte. Si recò egli slesso da Paolo e gli disse: dimmi: sei tu veramente cittadino Romano? Egli rispose:

10 sono veramente. Io, soggiunse il tribuno, ho comperalo a ben caro prezzo tal dirilio di cittadinanza romana. Ed io, replicò Paolo, ne godo per la mia nascila. Ciò saputo fece sospendere l'ordine di mettere Paolo alla tortura, ed il tribuno stesso ne fu in apprensione, e studiò un altro mezzo per sapere le accuse che si facevano dai Giudei conlro di lui. Ordinò che il dì seguente si radunassero

11senatoetuttiisacerdoti Ebrei,indi,

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falle togliere le catene a Paolo, lo fece venire in mezzo al concilio.

L'Apostolo fissali gli occhi in quella assemblea: io, disse, o fratelli, fino a questo giorno ho camminalo dinanzi a Dio con buona coscienza. Appena udite queste parole il Sommo Sacerdote, di nome Auania, comandò ad uno degli astanti che desse a Paolo una forle guanciata. L'Apostolo non giudicò di tollerare sì grave ingiuria; e colla libertà e zelo che usavano gli antichi profeti: muraglia im- biancata, gli disse, Dio percuoterà le, siccome lu hai fallo percuolere me, perché fingendo di giudicare secondo la legge mi fai percuotere contro alla legge medesima. Udile quesle parole, tulli si risentirono. Olà, 'gli dissero, hai lu l'ardimento di maledire il sommo Sa-cerdole. Perdonatemi, o fratelli, rispose Paolo, io non sapeva che questi fosse il principe de' Sacerdoti, perciocché ben conosco la legge che proibisce di maledire il principe del popolo.

Paolo non aveva conosciuto il principe de' sacerdoti o perché egli non aveva le di- vise del suo grado, o non parlava e non agi va colla dignità che a tal persona si conveniva.

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Né s. Paolo malediceva Ananìa ma pre- diceva i mali che sarebbero per piombare sopra di lui come di falli avvennero. Per cavarsi in qualche maniera dalle mani de' suoi nemici Paolo unì la se m-, plicilà della colomba alla prudenza del serpenle, e sapendo essere 1' adunanza composta di Saducei e di Farisei, pensò di mellere d i v i s i o n i Ira di loro esclamando: Io, fratelli,- sono Fariseo, figliuolo ed allievo de' Farisei. 11 molivo per cui sono chiamato in giudizio è la mia speranza nella risurrezione de1 morti. Queste pa- role fecero nascere gravi dissensioni tra gli uditori; chi era contro di Paolo, chi a favore di lui.

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Intanto si alzò un clamore che faceva temere gravi disordini. Il tribuno, le- mendo che i più arrabbiali si avventassero contro di Paolo e lo facessero in brani, ordinò ai soldati che lo logliessero dalle loro mani e lo riconducessero niella torre. Dio però volle consolare il suo servo di quanto aveva palilo in quella giornata. Nella notte gli comparve e gli disse: fatti a n i m o : dopo di avermi rendala le- slimoaianza in Gerusalemme, tu farai altrettanto in Roma.

1 L. C. — An. V, F. li.

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CAPO XIX.

Quaranta Giudei si obbligano con volo di uccidere s. Paolo; - Un suo nipote scopre la trama. - È traslocato a Cesarea — Anno di Cristo 59.

I Giudei veduto fallilo il loro disegno passarono la seguente nolle in varii pro-

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getti. Quaranta di loro presero la disperata risoluzione di obbligarsi con voto a non più né mangiare né bere prima che non avessero u c c i s o P a o l o . O r d i t a que-sla congiura si recarono dai principi dei Sacerdoti e dai seniori raccontando loro il fallo proponimento. Per aver quel ribaldo n e l l e m a n i , soggiunsero: noi abbiamo trovala una via ben sicura; resla solo che voi ci diale la mano. Fate sapere al tribuno in nome del Sinedrio che voi avete ancora da esaminare alcuni articoli della causa di Paolo; e che però dimani ve lo presenti nuovamente. Egli di certo accondiscenderà a questa dimanda. Ma slale sicuri che prima che Paolo sia condotto dinanzi a voi, noi con

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queste mani lo faremo a brani. I seniori lodarono il progetto e promisero di co- adiuvarli. O sia che qualcheduno de' con- giurali non abbia serbalo il segreto; o sia che non abbiano badalo a chiudere l'uscio quando ordirono il loro progello, certo è che furono scoperti. Un figliuolo della sorella di Paolo seppe ogni cosa e corso alla torre, ebbe modo di passare in mezzo alle guardie, presentarsi allo zio, e raccontargli il filo di lulla la trama. Paolo inslruì bene ii nipote sulla-maniera di regolarsi. Chiamalo poscia un uffiziale che gli stava per guardia dissegli : Ti prego di condurre cotesto giovanotto al capitano, egli ha qualche cosa a comunicargli.

Il centurione il menò dal capitano e gli disse: quel Paolo che è in prigione mi pregò di condurli questo giovanello perché ha cosa importante a dirli.

Il capitano prese per mano il giovaneUo e Uralolo seco in disparte, gli dimandò che cosa volesse dirgli. I Giudei, egli rispose, si radunarono insieme per venirti a pregare dimani, che lu voglia di nuovo condur Paolo nel concilio sotto colore di voler fare più sottile esame della

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causa di lui. Ma iu non voler credere: sappi che gli tendono insidie, e quaranta di loro si sono obbligati con volo orri- bile di non più mangiare né bere finché non 1' abbiano ucciso. Ed ora stanno apparecchiali per farlo in pezzi, passando dalla torre al concilio. Or tu sai quel che bisogna fare. Bravo, disse, il capitano, hai fallo bene a dirmi lali cose. Ora vattene pure, ma non dire ad alcuno che tu me 1' abbia fallo sapere.

Da questa disperala risoluzione com- prese Lisia che il ritenere più a lungo Paolo in Gerusalemme era lasciarlo in pencolo, da cui forse non lo avrebbe potuto salvare.

Perciò senza mettere tempo in mezzo egli chiamò due centurioni e loro parlò così: mellete ali' Ordine 200 soldati di armatura ordinaria e altrettanti armali di lancia con settanta uomini a cavallo ed accompagnino Paolo fino a Cesarea. Pre- parale anche una cavalcatura per lui onde sia condotto colà sano e salvo, e si presenti al governatore Felice. Il tribuno accompagnò Paolo con una lettera al Governatore che è del tenor s-eguente:

« Claudio Lisia all'ottimo Governatore

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Felice salute. Ti mando quest'uomo che, preso dai Giudei, era sul punto di essere da loro ucciso. Sopravvento co' miei soldati lo tolsi dalle loro mani avendo saputo che è cittadino romano. Volendo poi infor- marmi qual delitto avesse commesso lo condussi nel Sinedrio, e trovai che egli era accusalo per conto di certe gare di religione. Del resto io non ho trovalo in lui cosa alcuna che meriti morie o pri- gione. Ma essendomi or ora riferito che gli è tramala la morte, ho pensato bene di mandarlo a te, invitando nel tempo slesso i suoi accusatori che vadano a dire dinanzi al tuo Tribunale quanto loro occorre contro di lui. Sta sano.

In esecuzione degli ordini ricevuti quella medesima nolle i soldati partirono con Paolo e lo condussero ad Anlipalride che è una cillà posta a metà cammino tra Gerusalemme e Cesarea. A quel punto di strada non temendo più di essere assaliti dai Giudei, rimandarono 400 soldati a Gerusalemme, e Paolo accompagnato dai soli 70 a cavallo giunse il dì seguente a Cesarea.

Così I d d i o in u n a maniera la p i ù semplice liberava il suo Apostolo da un

grave pericolo, e faceva conoscere che i progetti degli uomini tornano sempre vani quando sono contrarii al volere divino.

CAPO XX.

Paolo dinanzi al governatore Felice. - I suoi accusatori e la sua ditesa. Anno di Cristo 59.

Il dì seguente Paolo giunse a Cesarea, e fu presentato ai Governatore colla lettera del capitano Lisia. Letta la lettera , il Governatore tirò Paolo in disparte e. inteso come egli era di Tarso, io, dissegli, ti ascollerò quando saranno g i u n t i i t u o i accusatori. Intanto lo fece condurre nella prigione del suo palazzo.

I quaranta congiurati quando si videro fallilo il colpo rimasero sbalorditi. Giova credere che senza badare al volo fallo siansi posli a mangiare e bere per con- linuare la loro Irama. D'accordo e in- sieme, col sommo sacerdote, coi seniori e con un certo Tertullo, che aveva fama di robusto oralore, partironsi alla volla di Cesarea, dove giunsero cinque giorni dopo

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l'arrivo di Paolo. Venuti tulli alla presenza del Governatore, Terlullo prese a parlare così contro di Paolo. Abbiamo trovato que- st'uomo pestilenziale ehesuscila rivoluzioni fra gli Ebrei per lutto il mondo. Egli è il capo della sella de' Nazarei. Costui ha altresì tentalo di profanare il nostro tempio, e noi avendolo colto volevamo giudicarlo secondo la nostra legge; ma sopravvenendo i! capitano Lisia ce lo cavò a viva forza dalle ma«i. Esso ordinò che gli accusatori di esso Paolo dovessero a le presenlarsi. Ora noi siamo qui. Da lui medesimo, esa- minandolo, potrai avere piena notizia dei delitti che noi gl'impuliamo.Quanlo aveva asserito .Tertullo fu tutto confermalo dai Giudei che si trovavano presenti.

Paolo avula permissione dal Governatore di rispondere prese a difendersi così : Poiché, ottimo Felice, da parecchi anni go- verni questo paese, lu sei certamente in grado di conoscere le cose qui avvenute. Perciò di buon grado intraprendo a giusti- ficarmi davanti a le. Credo che li sia nolo non essere più di dodici giorni da che io venni a fare le mie divozioni in Geru- salemme. In queslo breve spazio di lempo niuno certamente può dire di-avermi Irò-

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vaio nel tempio, o nelle sinagoghe o in allro luogo pubblico o privalo a disputare con alcuno, o radunar genie, e t i rarmi dietro concorso di popolo. Perciò essi non possono provare alcuna cosa di quanta asseriscono. Ma io ti posso assi- curare che credo con essi ai profeti, alla legge di Mosè, alla risurrezione dei morii; perciò io servo a Dio Padre, e procuro sempre che la mia coscienza abbia nulla a rimproverarmi né davanti a Dio, né da- vanti agli uomini. Dopo molli anni di as- senza io.sono ritornato in Gerusalemme per portarvi le limosine altrove raccolte a favore dei poveri di questi paesi e per adempire alcuni miei voti. I Giudei mi trovarono nel (empio occupalo in lali esercizi di pietà, purificalo come comanda la legge senza radunar gerite, né cagionar tumulto. Quei che mi hanno trovato sono alcuni Giudei dell'Asia, i qnali, se ave- vano qualche cosa a deporre contro di me, dovevano venir qui per accusarmi. Neppure quelli che sono qui presenti pos- sono dire che io sia stalo convinto di qualche colpa nel medesimo concilio: ad eccezione che vogliamo chiamare colpa

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l'aver dello che io credo alla risurrezione dei morii. » Fin qui Paolo.

I suoi accusalori rimasero confusi, e guardandosi l'un l'allro non trovavano pa- role da profferire,. Il medesimo governatore, già inclinalo a favore dei crisliani, sapeva come essi, ben lungi dall'essere uomini sediziosi, erano i più-docili e i più fedeli fra i suoi sudditi. Ma non volle profferir sentenza e si riserbò di udirlo nuova- mente quando il capitano Lisia fosse ve- nuto da Gerusalemme a Cesarea. Frattanto comandò che Paolo fosse meglio trattalo e sciolto dalle catene polesse essere visitalo ed assistilo da'suoi parenti e amici.

Qualche tempo dopo il Governatore forse per appagare sua moglie, che era Giudea, fece venire Paolo alla sua presenza per udirlo a parlare di religione. L'aposlolo espose così al vivo le verità della fede, il rigore de giudizi che Dio sarà per fare degli empi nell'altra vita, che Felice spaventalo e commosso: basta, disse, per ora. Ti ascollerò di nuovo a lempo più comodo. Diffalli fece più allre volle chia- mare l'apostolo, ma non per istruirsi nella fede; bensì colla speranza di farsi dare qualche somma di danaro , onde lasciar

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il sanlo apostolo in liberlà. Perciò sebbene egli conoscesse l'innocenza di Paolo, nul- ladiraeno lo fece lener due anni prigione in Cesarea. — Così fanno quei cristiani che o per lemporal guadagno, o per piacere agli uomini vendono la giustizia, e violano i più sacri doveri delia coscienza e della religione.

'o1

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CAPO XXI.

Paolo dinanzi a Feslo. - Sue parole al re Agrippa. Anno di Cristo 60.

Erano ornai due anni da che il sanlo apostolo era tenuto prigione, quando a Felice succedette un altro governatore di nome Feslo. Tre giorni dopo del possesso di sua carica il novello governatore andò in Gerusalemme e subito i principi de' sacerdoti ed i primari Giudei si recarono a lui per rinnovare le accuse contro al santo Aposlolo. Gli dimandarono come favore particolare ch'egli lo facesse condurre a Gerusalemme, p e r essere g i u d i calo nel sinedrio ; ma ciò dicevano con animo di farlo assassinare lungo la strada,

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Feslo, forse già avvisalo di non fidarsi di loro, rispose che egli doveva presto ritornare in Cesarea; quelli tra di voi, diceva, che hanno qualche cosa da dire contro di Paolo, vengano anch'essi colà ed ascolterò le loro accuse.

Dopo alcuni giorni Feslo ritornò a Ce- sarea e con lui i Giudei accusatori di Pao|o. Il dì seguente fece venire il santo Apostolo davanti al suo tribunale, e i Giudei gli fecero molle gravi accuse, senza però poterne addurre le prove. Paolo rispose loro con poche parole, e i suoi accusatori si tacquero. Se non che Feslo bramando di acquistarsi la benevolenza degli Ebrei, gli dimandò se voleva andare a Gerusalemme per essere giudicalo nel gran Sinedrio in sua presenza. Accorlosi Paolo che Pesto inclinala a riporlo nelle mani de'Giudei: io, rispose, non ho fatto alcun male contro agli ebrei, come tu hai benissimo inleso; che se in me avvi qualche colpa, fossi anche reo di morte, non mi spavento, ma voglio essere g i u d i cato al tribunale di Cesare, a lui mi appello. Questo appello del nostro Apostolo era giusto e secondo le leggi romane ; perciocché quel governatore dimostravasi

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disposto a dare un cittadino romano, co- nosciuto innocente, in potere degli Ebrei, che a qualunque costo il volevano morto. 1 santi padri riflettono, che non il desiderio della vila, ma il bene delia Chiesa, lo inspirò di appellarsi a Roma, dove por divina rivelazione sapeva quanto doveva lavorare per la gloria di Dio e per la salute delle anime.

Feslo dopo di aver conferito col suo consiglio rispose: ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai.

Non molli giorni dopo venne a Cesarea il re Agrippa, figliuolo di quell'Agrippa che a- veva fatto morire S. Giacomo il maggiore e mettere in prigione S. Pietro. Egli era venuto con sua sorella, di nome Berenice, a fare i dovuti complimenti al nuovo governatore della Giudea. Essendosi ivi trattenuti varii giorni, Fesl'o loro parlò del processo di Paolo. Agrippa dimostrò desiderio di udirlo. Per appagarlo Feslo fece addobbare una saia con molla pompa, e invitando ezian- dio all'udienza i tribuni e gli altri magistrali fece condurre Paolo alla presenza di A- grippa e di Berenice. Ecco, disse Feslo, quell'uomo contro cui ricorse a me tulta la moltitudine de' Giudei, protestando con

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grandi clamori essere egli i n d e g n o di vivere ; io però non ho trovalo in lui colpa di morie. Nondimeno essendosi appellalo al tribunale dell' imperalore , io debbo mandarlo a lui. Ma poiché non ho alcuna cosa certa da scrivere al noslro sovrano, ho giudicalo bene di condurlo davanti a voi, e principalmente avanti a le, o re Agrippa, acciocché lo ascolli, lo interroghi, e dipoi mi dica che cosa debba scrivere, non parendomi cosa conveniente mandare un prigioniero a Roma senza dare informazioni i n l o r n o alla causa di sua prigionia.

Agrìppa rivoltosi a Paolo disse: li è per- messo di parlare per lua difesa. Paolo cominciò a parlare così : « io mi giudico veramente fortunato , o Re, che oggi mi sia dato di fare le mie difese in lua presenza contro le accuse de'Giudei. Ti prego adunque di ascoltarmi colla solila lua bontà. Tulli i Giudei sanno come nella mia gioventù ho professata la sella de'Fa- risei. Anche presenlemenle io sono accusalo dagli Ebrei perché credo alla fulura risurrezione. Io però secondo i pregiudizi della mia sella giudicai di fare una crudel guerra contro di Gesù Nazareno. Il che

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feci primieramente in Gerusalemme, oc- cupandomi a lulta possa per bestemmiare e far bestemmiare il suo nome. Non solo nella Giudea ma nei paesi stranieri mi diedi a perseguitare i cristiani. Per lale effetto colla facoltà dei principi dei sacerdoti io mi portava a Damasco, quando, o He, sul mezzogiorno, nella pubblica strada vidi a risplendere intorno a me e intorno a quelli di mia compagnia una luce più viva di quella del soie. Tulli fummo gel-iati a terra; io solo inlesi una voce che nel mio linguaggio nativo diceva: Saulo, Saulo, e perché mi perseguili? Qui avendo io dimandalo chi egli fosse, mi udii replicare essere egli quel Gesù contro al quale io promoveva il fuoco d e l l a persecuzione. Soggiunse essermi apparso per mandarmi a portare la luce del Vangelo ai gentili, per aprire loro gli occhi", liberarli dalla potestà di Satana, e condurli a Dio mediante la fede in lui e la penitenza,

« Così confortalo da Dio mi diedi a predicare in tutte le parti della Giudea e tinalmenle ai gentili, ripetendo a tulli che facessero opere degne di p e n i t e n z a . Unicamente per questa mia predicazione

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i giudei avendomi veduto nel tempio mi arrestarono e fecero ogni loro sforzo per uccidermi. Ma coli'aiuto divino ho finora attestalo in faccia a tutto il mondo come Gesù Cristo ha patito, e morto e che di poi è risorto glorioso per non mai più morire, cose tutte predelle da Mosè e dai profeti. »

Pesto interruppe questo discorso del- l'Apostolo e ad alta voce esclamò: tu sei pazzo, o Paolo, il molto studio e le molte lettere li hanno sconvolto il cervello. A cui Paolo: io non son pazzo, o ottimo Pesto, né questi miei discorsi sono da pazzo, ma di verità e di buon senso. Il Re, alla cui presenza io parlo, deve essere certamente informalo di tali cose. lo credo che egli le sappia tutte, essendo succedute pubblicamente. Credi, o Re Agrippa, ai profeti? Io son certo, che lu presti loro un'intera credenza.

Interruppe Agrippa dicendo: poco ci manca, o Paolo, che lu mi faccia cristiano. Ed io, replicò Paolo, prego Iddio che nulla ci manchi, sicché non solo lu, o Re, ma ancora lutti quelli che mi ascoltano, in questo medesimo giorno di-

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vengano come sono io, aia senza quesle catene.

Allora il Ile, il Governatore, Berenice e gli altri assessori si alzarono, e ritira-lisi in disparte si consigliarono sul parere da proferire. Conchiusero tulli di non trovare in Paolo cosa alcuna che meritasse o morte o catene né alcun' altra benché minima pena.

Agrippa disse, chiaramente a Feslo, che lo avrebbe potuto mettere in libertà se egli non si fosse appellato a Cesare.

Così il ragionamento di Paolo, che avrebbe dovuto convertire tutti quei giu- dici, servi a nulla, perché essi chiusero il cuore allex grazie che Dio voleva loro compartire. È questa un'immagine di quei cristiani che ascoltano la parola di Dio, ma non si risolvono di mettere in pratica le buone inspirazioni che talora senlonsi nascere in cuore.

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CAPO XXII.

S. Paolo è imbarcato per Roma - Soffre una terribile burrasca, da cui è salvato co'suoi compagni. Anno di Gesù Crixto 60.

Come fu da Feslo deciso che Paolo sarebbe stalo condotto a Roma per mare, venne affidalo insieme con molli altri prigionieri ad un centurione di nome Giulio. Con lui erano i suoi due fedeli discepoli Aristarco e Luca. Montarono essi in una nave che veniva da Adrumelo, città m a r i t t i m a dell'Affrica. Costeggiando la Palestina giunsero a Sidone il giorno seguente. Il centurione, che li accompa- gnava, si accorse tosto che Paolo non era uomo volgare, e ammirandone le virtù cominciò a Irallarlo con riguardo, e sbarcali a Sidone gli diede piena licenza di visitare gli amici, trattenersi con essi e ricevere qualche ristoro.

Da Sidone navigarono lungo le coste dell'isola di Cipro, e poiché i! vento era alquanto contrario, traversarono il mare della Cilicia e della Panfilia, che è una

8 L. C. — An V, F. 1T.

parie del Mediterraneo, e giunsero a Mirra ctllà della Licia. Quivi il centurione a- vendo trovalo una nave, che da Alessan- dria andava in Italia con carico di fru- mento, trasportò sopra di essa i suoi pas- seggieri, ma navigando assai lentamente durarono gran fatica per giungere fino all'isola di Creta, che oggidì si nomina Candia. Fermaronsi alquanto ad un luogo dello Boniporlo vicino a Salassa cillà di quell'isola.

Essendo la stagione mollo avanzala, Paolo certamente inspirato da Dio esorlava i marinari a non arrischiarsi di continuare la navigazione per un tempo così pericoloso. Ma il piloto ed il padrone della nave facendo niun conto delle parole di Paolo affermavano che n u l l a eravi a temere. Partirono adunque affine di pervenire ad un altro porto di quell'isola dello Fenice, sperando di poler colà passare con maggior sicurezza l'inverno. Ma fallo breve cammino la nave fu scossa da un forle vento, cui non polendo resistere, i naviganti si videro co- stretti di abbandonar se stessi e la nave a discrezione delle onde. Pervenuti a Canòa,- che è vnMsoIe.Ua poco dislante

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da Candia, si accorsero di essere vicini ad un banco di sabbia, e temendo di rompere la nave contro di esso, si sforzavano per prendere altra dirczione. Ma infuriando vie più la burrasca, ed agitandosi sempre più la nave, si trovarono lutti in gran pericolo. Gettarono nelle acque le merci, di poi gli arredi e gli armamenti della nave per alleggerirla. Tuttavia dopo parecchi giorni non apparendo più né sole né slelle, e la tempesta imperversando maggiormente pareva perduta ogni speranza di salvezza. A questi m a l i si aggiungeva che, o per la nausea del mare in burrasca, o per la paura della morte, niuno pensava a mangiare. La qual cosa tornava di gran danno; perciocché ai marinai mancavano le forze per governare la nave. Si pentirono allora di non aver secondalo il consiglio di Paolo, ma era lardi.

Paolo vedendo lo scoraggiamcnlo Ira i marinari e Ira i passeggieri, animalo dalla fiducia in Dio li confortò parlando loro così: ecco fratelli, voi dovevate credere a me e non partirvi da Creta; così avremmo risparmialo queste perdile e queste disgrazie. Nondimeno fatevi co-

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raggio, c r e d e t e m i , a npme di D i o vi assicuro, che nessuno di noi si perderà; solamente la nave andrà in pezzi. Imper- ciocché questa notte mi è apparso l'an- gelo del Signore e mi disse: non temere, o Paolo,tu devi essere presentato a Cesare; e per tuo riguardo Dio da la vita a tulli coloro che navigano leco. Per la qual cosa fate cuore, o fratelli, ogni cosa avverrà come fu da Dio promessa.

Intanto erano già scorsi quattordici giorni dacché pativano tale burrasca, ed ognuno credevasi da un momento all'altro di essere ingoiato dalle onde. Era la mezzanotte, quando nel buio delle tenebre parve ai marinari di avvicinarsi a terra. Per accertarsene gettarono giù in mare le àncore, ossia lo scandaglio, e trovarono l'acqua solo, alla venti piedi, dipoi solamente quindici. Temendo allora di dare in qualche scoglio gettarono giù quattro àncore per fermare la nave, as- pettando la luce del giorno che loro facesse vedere dove erano.

In quel momento entrò in pensiero ai marinai di fuggire dalla nave e tentare di salvarsi su quella terra che loro pareva vicina. Paolo sempre guidalo da lume

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\\1

divino vellosi al centurione ed ai soldati disse: se costoro non rimangono, voi non polrele essere salvi, perché Dio non vuole essere tentalo a far miracolo. A queste parole tutti si tacquero, e si tennero al consiglio di Paolo. Sul far del gio/rno il santo apostolo diede un'occhiaia a quelli che erano sopra la nave e rimirandoli tulli spossati dalle faliche e sfiniti dal digiuno si fece loro a parlare così: fratelli, corre il decimoquarto g i o r n o dacché aspettando maggior tranquillità non avele più gustato cosa alcuna. Ora vi prego di non lasciarvi così morir d'inedia, lo vi ho già assicurali, e vi assicuro tuttora che neppure u n o de'vostri c a p e l l i perirà. Coraggio adunque. Ciò dello Paolo prese del pane, rese grazie a Dio, lo spezzò, e alla presenza di tulli si mise a mangiare. Allora lutti fecero cuore, e mangiarono insieme con lui, ed erario in numero dì 276.

Ma continuando la furia dei venti e delle onde furono costretti a gettare in mare anche il frumento che avevano serbalo per loro uso. Fallosi giorno parve loro di vedere un seno, e sì a-dopefavano per ispingere la nave colà e cercare salvezza, Ma sospinta dalla ga-

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gliardia de' venti la nave andò a battere in una lingua di terra coperta dall'acqua, sicché cominciò a rompersi e sfasciarsi. Vedendo l'acqua penetrare da varie fessure della nave, i soldati volevano prendere il crudele partito di ammazzare tutti i pri- gionieri sia per alleggerire la nave, sia perché non fuggissero dopo essersi salvati a nuoto.

Ma il centurione, che amava Paolo e voleva salvarlo, non approvò tal consiglio, anzi ordinò che quelli i quali sapessero nuotare, si giltassero in mare per giungere a terra; gli altri furono fatti montare sopra alcune tavole o sopra frammenti di barca; e così giunsero tutti sani e salvi al lido.

CAPO XXIII.

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S. Paolo nell'isola di Malta; è liberato dal morso di una vipera; è accolto in casa di Publio, di cui guarisce il padre — Anno di Cristo 60.

Né Paolo né i suoi compagni avevano conoscenza della terra sopra cui eransi

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gettati dal mezzo delle onde. Informatisi dai primi che incontrarono seppero che quel luogo appellavasi Melila oggidì Malta, che è un' isola del Mediterraneo posta tra 1' Affrica e la Sicilia. Alla notizia di quel gran numero 'di forestieri che a guisa di sorci e di pesci erano usciti dalle onde del mare c o r s e r o quei popolani e sebbene barbari furono inteneriti al v e d e r l i così stanchi, sfiniti e tremanti pel freddo, e a fine di riscaldarli accesero un gran fuoco.

Paolo altresì, sempre allento ad eser- citare opere di carità, andò a raccogliere un fascio di sarmenti. Or mentre li metteva sopra il fuoco, una vipera che era dentro intorpidita dal freddo, scossa dal calore saltò fuori e coi denli si attaccò alla mano di Paolo. Quei barbari al vedere così la bestia pendente dalla sua mano si fecero cattiva opinione di Paolo e andavano gli uni agli altri dicendo: bisogna che costui sia un omicida o qualche gran scellerato; egli scampò appena dai mare, ora la vendetta del cielo lo colpisce sopra la terra. Ma q u a n t o dobbiamo guardarci dal giudicare temerariamente del nostro prossimo !

Paolo ravvivando la fede in Gesù Cristo, che aveva assicuralo ai suoi Apostoli che né serpenti né veleni avrebbero loro recalo alcun danno, Paolo, dico, scossala mano, gillò la vipera nel fuoco e non ricevette alcun male. Quella buona genie slava aspettando, che entralo il veleno nel sangue di Paolo, egli dovesse gonfiare e cader morto fra pochi istanti, siccome .accadeva a quelli che avevano la disgrazia di essere morsi da quegli animali. Aspettarono un bel pezzo e veduto che nulla gli avveniva di male, cangiato il giudizio in contrario, dicevano che Paolo era un qualche Dio disceso dal ciclo. Forse credevano che egli fosse Èrcole credulo Dio e protettore di Malta. Dicono le favole, che Èrcole essendo ancora bambino abbia ucciso un serpente, detto perciò ofiotico cioè uccisore di serpenti.

Iddio confermò questo primo prodigio con un altro ancora più strepitoso e permanente; perciocché fu lolla ogni forza di veleno ai serpenti di quell'isola, sicché da quell'epoca in poi non si ebbe più a temere il morso delle vipere. Che più? Si vuole che la medesima terra

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dell' Isola di Malia portata altrove sia rimedio sicuro contro ai morsi delle vipere e dei serpenti.

Il governatore dell' Isola, che era un principe di nome Publio, uomo molto ricco, come seppe i! modo maraviglioso con cui que' forestieri erano slali salvali dalle acque, e informalo o essendo stalo testimonio del miracolo della vipera, egli mandò ad invitare Paolo e i suoi compagni che erano colà approdati in n u mero di 276. Li accolse in casa sua e gli onorò per Ire giorni dando loro alloggio e villo a sue spese. Dio non lasciò senza ricompensa la liberalità e cortesia di Publio. —Egli aveva suo padre in letto travaglialo da febbri e da grave dissenteria che lo avevano condotto al punlo di morte. Paolo andò a vedere l'ammalalo, e dopo avergli delle alcune parole di carità e di consolazione, si pose a pregare. Levatesi di poi in piedi si avvicinò al letto, impose le mani sopra l'infermo che rimase sull' istante guarito. Cosicché il buon vecchio libero da ogni male con piena sanità corse ad abbracciar suo Hgliuolo benedicendo Paolo e quel Dio che egli predicava. Publio, suo padre e

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la sua famiglia (cosi assicura s. Giovanni Gris.) pieni di gratitudine verso il grande Apostolo si fecero ammaestrare nella fede e ricevettero per.mano di Paolo il bat- tesimo.

Sparsa la notizia della guarigione mi- racolosa del padre di Publio, tulli quelli che erano ammalati o avevano infermi di q u a l u n q u e malattia andavano o si fa- cevano portare ai piedi di Paolo, ed egli benedicendoli in nome di G. C. li riman- dava tulli sanali, benedicendo Iddio e credendo al Vangelo. In breve tempo tulta quell'isola ricevette il Battesimo, e abbattuti i templi degli Idoli, furono consacrati al culto del vero Dio.

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CAPO XXIV.

Viaggio dì san Paolo da Malta a Siracusa - Predica in Reggio - Suo arrivo in Roma — Anno di Cristo 60.

I maltesi erano pieni di entusiasmo per Paolo e per la dollrina da lui predicata, per modo che olire di venire in folla alla fede andavano eziandio a gara

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per somministrare a lui e a suoi compagni quanto occorreva e pel tempo che dimorarono in Malìa, e per fare il viaggio fino a Roma. Paolo dimorò in Malta tre mesi, a motivo dell'inverno in cui il mare non è navigabile. Si vuole comunemente che in quello spazio di tempo egli abbia avvialo Publio nella perfezione cristiana, e che prima di partire lo abbia ordinalo vescovo di quell'Isola; il che certamente a quei fedeli tornò di grande consolazione.

Venula la primavera e decisa la par-lenza per Roma, il centurione Giulio si aggiustò eoa una nave che da Alessan-dria andava verso l'Italia, e che per insegna aveva due dei chiamali Casiere e Polluce, che gli idolatri credevano protettori della navigazione. Con gran rincrescimento dei Maltesi s'imbarcarono verso la Sicilia, che è un' isola molto vicina all'ita'ia, e favoriti dal vento giunsero in breve a Siracusa, città principale di quest' Isola. Quivi il Vangelo era già stalo predicalo da s. Pietro, il quale vi aveva ordinalo vescovo s. Marciano. Questo degno Pastore volle albergare in sua casa il santo Apostolo e gli fece cele-

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brare i santi misteri in una grolla con grande allegrezza di lui e di quei fedeli. Una Chiesa antichissima, che sussiste ancora oggidì in quella cillà, è dedicala al nostro santo AposloSo e si crede che sia slala innalzala sopra la grolla medesima ove s. Paolo aveva predicalo la parola di Dio, e celebrali i divini misteri.

Partendo da Siracusa costeggiò l'isola della Sicilia, passò il porlo di Messina e giunse co1 suoi compagni a Reggio città e porlo della Calabria, vicinissimo alla Sicilia. Quivi si fermò un giorno.

Accreditali storici di quel paese rac- contano molte cose maravigliose operale da s. Paolo in quella breve dimora; tra cui io scelgo il fallo seguente. I Reggiani, che erano idolatri, avendo udilo essere approdalo nel loro porlo una nave col-P insegna di Casiere e Polluce da loro mollo onorali, corsero affollali a vederla. Paolo volle approfittare di quel concorso per predicare G. Cristo. Ma non Io volevano ascoltare. Onde egli mosso dalla fede in quel Gesù che per sua mano aveva operate tante maraviglie trasse fuori uà mozzicone di candela, di poi esclamò: Fi prego di lasciarmi parlare

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almeno per quel poco di tempo, che durerà questo pezzetlo di candela a consumarsi. Accolsero la condizione colle risa e si acquetarono.

Paolo pose quel c e r i n o sopra u n a colonna di pietra posta sul lido. Di pre- sente (ulta la colonna prese fuoco, e comparve una gran fiamma, che gli servi di torchia ardente. Egli ebbe tempo ab- bondante da ammaestrarli, perciocché quei barbari, sbalorditi a tal miracolo, stettero mansuetamente ad ascollar Paolo quanto volle parlare ; né alcuno ebbe l'ardire di disturbarlo. La fede vi fu ricevuta, e sopra il luogo del miracolo fu innalzata una magnifica Chiesa al vero Dio. Sull'altare maggiore venne collocata quella colonna, e per conservare la memoria di quel prodigio fu stabilita una solennità con uffizio proprio. Nella messa poi si legge un oremus che si traduce così: O Dio, chfi alla predicazione dell'Apostolo Paolo, rispondente divinamente una colonna di pietra, vi siete degnato di in-slruire i popoli di Reggio col lume della fede, concedeteci, ve ne preghiamo, che meritiamo di avere in ciclo intercessore

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colui che abbiamo avuto predicatore del Vangelo in terra (Gesari; ali. ap. v.2).

Dopo quel giorno invitali da un lempo favorevole Paolo e i s u o i " compagni s' imbarcarono per Pozzuolo, cillà della Campania, disiante nove miglia da Napoli. Quivi fu grandemente consolato per 1 incontro di parecchi che avevano già abbracciala la fede loro predicala da san Pietro alcuni anni prima.

Quei buoni cristiani provarono anch'essi grande consolazione e pregarono Paolo di rimanere seco loro sette giorni. Paolo, avulane licenza dal Centurione, dimorò quel tempo, e in giorno feslivo parlò alla piena adunanza di quei fedeli.

Le novelle dell'arrivo del grande Apo- stolo in Ilalia erano già pervenute a Roma, ed i fedeli di quella città, bramosi di conoscere in persona l'autore delia famosa lettera che loro era stala scritta da Corinlo, vennero a incontrarlo fino al Foro di Appio, oggidì Fossa nuova, che è una citta disiante, circa 50 miglia da Roma. Continuando il cammino, giunsero alle Tre Taverne che è un luogo distante circa 30 miglia da Roma, dove

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li

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ne trovò molli allri che erano vernili fin là per fargli festevole accoglienza.

Accompagnalo da quel gran numero di fedeli che non si potevano saziare di specchiarsi in quel gran ministro di G. C. egli giunse in Roma come'' condotto in trionfo. Ivi la fede cristiana, come si è dello, era già slala predicala da san Pietro, il quale da diciolto anni vi teneva la sede Pontificia.

CAPO XXV.

Paolo parla agli Ebrei e predica loro G. C. Progresso del Vangelo in Roma.

Anno di Cristo 61.

Paolo giunto a Roma fu consegnalo al prefello del pretorio, cioè al generale delle guardie pretoriane, così appellale perché era loro special cura di custodire la persona dell' imperatore. Il nome di quell'illustre romano era Afranio Burro, di cui la storia fa mollo onorevole men- zione. Giulio centurione si die premura di raccomandare Paolo a quel prefello chs lo trattò con singoJarissima benignila.

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Le lettere dei governatori Felice e Pesto, che certamente dovevano aver fatto conoscere la innocenza di lui, la buona testimonianza che gli rese il centurione Giulio fecero mettere Paolo in buona opinione e riverenza presso Burro 11 quale diedegli piena licenzadivivere dasolodovunquegli fosse piaciuto, a sola condizione che fosse guardalo da un soldato, quando usciva di casa. Paolo però aveva sempre al braccio la catena quando era in casa; che se usciva, la catena che le-gavagli il braccio,passava dietro a tenergli seco legato il soldato che lo accompagnava; di maniera che quel soldato era sempre attaccalo con Paolo per la medesima catena. Il santo Apostolo affittò una casa, nella quale prese alloggio egli co' suoi compagni, tra cui sono special- mente nominali Luca, Arislarco e Timoteo, quel fedele suo discepolo di Lislri.

Tre giorni dopo i! suo arrivo egli mandò ad invitare i principali Ebrei che dimoravano in Roma, pregandoli di venire a lui nel suo alloggio. Raccollisi in buon numero egli loro parlò cosi: io non vorrei che lo slalo in cui mi vedete, e le catene da cui sono legalo vi mettessero

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cattiva opinione di me. Dio sa che ho fallo nulla conlro al mio popolo, né contro alle usanze e leggi di mia patria. Fui incatenato in Gerusalemme, di poi messo in mano d e i Romani. Costoro IBI esaminarono, e non avendo trovato in me cosa che meritasse castigo, volevano ri- mandarmi libero; ma opponendosi forte- mente gli Ebrei, fui costretto di appellarmi a Cesare.

Questa è la sola cagione per cui sono stato condotto a Roma. Io qui non voglio accusare i miei fratelli, ma desidero di far sapere a voi il motivo della mia venula, e nel tempo slesso parlarvi del Messia e della Risurrezione che è appunto il molivo di quesle calene. Sopra quesla materia desidero molto di potervi aprire l'animo mio.

A lali parole i Giudei risposero: vera- mente a noi né furono scritte lettere dalla Giudea né alcuno venne a rapportarci cosa contro di le. Siamo anche noi nel più vivo desiderio di sapere i tuoi sen- timenli, perciocché noi sappiamo che la setta de'cristiani è contraddetta per tutto il mondo.

Paolo accettò volentieri l'invito, e as-

9 L, C. — An, V, F. li.

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segnando loro un giorno si raccolse un gran numero di Giudei nella casa di lui. Egli allora prese ad esporre la dottrina di Gesù Cristo, la divinità della sua persona, la necessità della fede inr lui, confermando ogni cosa colle parole de' Profeti e di Mosè. Tale era il desiderio di ascoltare e lale l'ansietà di predicare, cho il discorso di Paolo fu prolungalo da mattina fino a sera. Tra gli Ebrei che lo ascoltavano molti credettero ed abbracciarono la fede, ma parecchi gli si opposero fortemente.

Il santo Apostolo vedendo tanta osti- nazione da parte di coloro che avrebbero dovuto essere i primi a credere, disse loro queste dure parole: di questa inflessibile ostinazione che io scorgo qui tra di voi in Roma, come pure ho trovalo in tulle le parli del mondo, la colpa è vostra. Quésta vostra durezza fu già predella dal profeta Isaia, quando disse : vatlene a questo popolo e gii dirai: voi udirete colle orecchie, ma non intenderete, vedrete cogli occhi ma non ravviserete nulla; perché questo popolo è ingrassato e impingualo, e tiene turale le orecchie e chiusi gli occhi.

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Siatevi pur sicuri, proseguiva Paolo, che la salvezza che voi non volete, Dio non ve la darà; anzi la porterà ai Gentili, che l'accoglieranno.

Le parole di Paolo furono quasi inutili agli Ebrei. Essi partirono da lui conti- nuando le gare e le vane discussioni sopra le coss udite senza aprire il cuore alla grazia che loro si offeriva. Pel che altamente addoloralo Paolo si volse ai Gentili che con umiltà di cuore lo an- davano ad ascollare ed in gran numero abbracciavano la fede.

11 santo Apostolo esprime egli medesimo la grande sua consolazione pel progresso che faceva il Vangelo durante la sua prigionia scrivendo ai fedeli di Filippi: Quando voi, o fratelli, avete sapulo che io era tenuto in prigione a Roma, ne avrete provato pena, non tanto pel conio della mia persona, quanto per la predicazione del Vangelo. Sappiate adunque che è ben ahrimenli. Le mie catene sono tornale ad onore di G. C. e servirono a farlo meglio conoscere non solamente a quelli della città che venivano da mo per farsi istruire nella fede, ma nella corte e nel palazzo del medesimo

imperatore. Di questo dovete meco ral- legrarvi e ringraziare Iddio.

CAPO XXVI.

S. Luca. - I Filippesi mandano sussidii a S. Paolo. - Malattia e guarigione di Epa- frodito. - Lettera ai Filippesi. - Conversione di Onesimo. Anno di G. C. 61.

Quanto abbiamo finora dello delle azioni di S. Paolo fu quasi letteralmente ricavato dal libro degli atti degli Apostoli scritto da S. Luca. Questo predicalor del Vangelo continuò ad essere fedele com- pagno di S. Paolo; egli predicò il vangelo nell'Italia, nella Daìmazia, nella Ma- cedonia, e terminò la vita col martirio in Patrasso città dell'Acaja. Egli era medico, pittore e scultore. Ci sono molte statue e molte pitture della B. Vergine venerate in diversi paesi che si attribuiscono a S. Luca. Ritorniamo a S. Paolo.

Due falli sono specialmente memorabili nella vila di questo santo Apostolo mentre era prigione in Roma. Uno riguardo ai fedeli di Filippi, l'altro alla conversione di Onesimo.

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Fra i molti popoli a cui il santo Apostolo predicò il Vangelo niuno gli diede maggiori segni di affezione quanto i Fi-lippesi. Essi gli a\evano già somministralo copiose l i m o s i n e quando predicava n e l l a loro città, in Tessalonica ed in Corinto.

Come poi intesero che Paolo era tenuto prigioniero a Roma, s'immaginarono che fosse nel bisogno, perciò fecero u n a considerevole colletta; e perché riuscisse più cara.ed onorevole la inviarono per mano di S. Epafrodito loro vescovo.

Questo santo prelalo giunto a Roma trovò Paolo che non solo aveva bisogno di sussidii pecuniarii ma di assistenza personale; poiché egli era andalo soggetto a grave infermità cagionargli dalla prigionia. Epafrodito si diede a servirlo con tanta sollecitudine, carilà e fervore che divenuto esso slesso ammalato già trovavasi in punto di morte. Ma Dio volle ricompensare la carilà del santo e fare sì che non si aggiungesse afflizione sopra afflizione al cuore di Paolo, e gli ridonò la sanità.

I Filippesi come seppero che Epafrodilo era morlalmenle ammalato furono immersi nella più profonda costernazione. Per la qual cosa Paolo stimò bene di rimandarlo

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a Filippi con una lettera in cui significa il motivo che l'indusse a rimandar loro Epafrodilo che chiama suo fratello, coope- ratore, collega e loro Apostolo. Gli esorta quindi a riceverlo con tutta allegrezza e ad onorare ogni persona di simil merito che ad imitazione di lui sia pronta a dar la propria vita pel servizio di Cristo. Dice anche ai Filippesi che avrebbe loro quanto prima mandato Timole.o, affinchè gli portasse nuove precise di quella cri- stianità: dice eziandio che sperava di esser posto in libertà, e di poterli ancora una volta vedere.

Epafrodito fu accollo dai Filippesi come un angelo mandato dal Signore e la lettera di ' Paolo riempì il cuore di quei fedeli della più grande consolazione.

L'altro fatto che rende celebre la pri- gionia di S. Paolo fu la conversione di Onesimo servo di Filemone ricco cittadino di Colosso città della Frigia. Questo Filemone era stato guadagnato alla fede da S. Paolo, e corrispose così bene alla grazia del Signore che egli era considerato come modello dei cristiani, e la sua casa era chiamala chiesa perché era sempre aperta per le pratiche di pietà e per

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l'esercizio delia carità verso i poveri. Egli aveva molti schiavi che lo servivano, e fra essi uno di nome Onesimo. Questi essendosi dato sventuratamente ai vizi aspellò l'occasione di farla franca e rubando una grossa somma di danaro al padrone fuggì a Roma. Colà dandosi alfa crapula e ad altri stravizzi consumò il danaro rubalo, e in breve si trovò n e l l a p i ù grande miseria. Casualmente egli udì a parlare di S. Paolo che forse aveva veduto e servito in casa del suo padrone. La carilà e benignità del santo Apostolo gli inspirarono confidenza, e deliberò di presentarsi a lui. Andò e gellatoglisi ginocchioni ai piedi gli manifestò il suo fallo e lo slato infelice dell" anima sua, e si commise tulio nelle sue mani. Paolo ravvisò in quello schiavo un vero figliuol prodigo. L'accolse con bonlà siccome faceva con lutti, e dopo d'avergli fallo conoscere la gravezza del suo fallo e l'infelice slalo dell'anima sua si diede ad istruirlo nella fede. Quando conobbe in lui le disposizioni necessario per fare un buon cristiano lo battezzò nella medesima carcere. Il buon Onesimo come ebbe ricevuta la graxia del battesimo rimase

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pieno di gratitudine e di.affetto verso il suo padre e maestro, e cominciò a dargliene segno servendolo lealmente nelle necessità di sua prigionia. Paolo deside- rava di tenerlo presso di sé, ma egli non volle farlo • senza il permesso di Filemone. Pensò perlanlo di mandare Onesimo stesso dal suo padrone. E poichò esso non o-sava presentarsi a lui, Paolo volle ac- compagnarlo con una lettera dicendogli: prendi questa lettera e va dal Ino padrone, e sia sicuro che tu otterrai più di quanto desideri.

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CAPO XXVII.

Lettera di s. Paolo a Filemone. Anno di Gesù Cristo 62.

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La lettera di s. Paolo a Filemone è la più facile e più breve delle altre lettere di questo s. Apostolo , e poiché per la bellezza dei senlimenli può servire di mo- dello a qualsiasi cristiano, perciò si offre intera al benevolo lettore. È del tenore seguente:

« Paolo prigioniero per la fede di G. C.

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e Timoleo suo fratello a! nostro caro Filemone, nostro cooperatore, ad Appia noslra sorella carissima, ad Archippo com- pagno delle nostre fatiche ed a talli i fedeli cae sogliono radunarsi in tua casa. Dio Padre e G. C. Signor nostro vi ac- cordino la grazia e la pace.

« Ricordandomi continuamente di le nelle mie orazioni, o Filem-one, io rendo grazie al mio Dio nell'udire la tua fede e la tua grande carità verso di lutti i fedeli. Ringrazio pure Iddio nell'udire la liberalità proveniente dalla tua fede cotanto manifesta agli occhi di lutti, per le opere buone che si praticano nella vostra casa per amore di G. Cristo. Noi, o fratello ca- rissimo, fummo ricolmi di allegrezza e di consolazione sapendo che i fedeli hanno trovato tanto sollievo dalla tua bontà. Quindi sebbene io possa prendermi in (T. G. un'intera libertà di.ordinarli una cosa che è di luo dovere ; pure atteso l'amore che li porto, voglia piuttosto supplicarli, ancorché io sia quale io sono a luo riguardo, vale a dire, ancorché io sia Paolo già vecchio e attualmente prigioniero per la fede di Gesù disio.

« La preghiera che io li fo è per One-

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simo mio figliuolo da me generalo nelle mie calane, il quale altre volle li fu inutile, ma che ora sarà ulilissimo così a me come a le. Io le lo mando e li prego di riceverlo come mie viscere. Aveva pensalo di ritenerlo presso di me, affinchè esso mi prestasse qualche servigio in vece tua, trovandomi nelle catene che porlo per amore del Vangelo ; ma nulla ho voluto fare senza .il tuo consenso, perché desidero che il bene che li propongo sia pienamente volontario, non già sforzalo. Egli forse è stalo per qualche tempo separato da te affinchè tu lo riacquisti per sempre, e non lo riacquisti come semplice schiavo, ma come quello che di schiavo è di v e nuto uno dei prediletti nostri fratelli. Che se egli è caro a me, quanto non lo deve essere a te, appartenendoli e secondo il mondo e secondo il Signore.

« Se dunque mi riguardi come strel- lamenle unito con le, ricevilo come ri- ceveresti me slesso. Se egli ti ha recalo qualche danno o se li è debitore di qualche cosa niellilo a mio conto. Io Paolo che ti scrivo di propria mano, io le la restituirò, per non dirti che tu mi sei debitore di le stesso. Sì, o fratello, mi aspello

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di ricevere da te lai gioia nel Signore. Dammi questa sensibile consolazione a nome del Signorel Ti scrivo questo, ap- poggiato alla confidenza che ho in le , perché sono persuaso di ottenere più che non dimando. Ti prego altresì di prepa- rarmi un alloggio , perché io spero che Dio pel merito delle vostre preghiere, mi restituirà un'altra volta a voi.

« Epafra che è al par di me prigio- niero per amor di G. C. ti saluta insieme con Marco, con Aristarco, con Dema, con Luca che sono i miei aiuti e i miei com- pagni. La grazia di Nostro Signor G C. sia col vostro spirilo. Amen. » Fin qui la lettera.

Epafra di cui parla .qui s. Paolo era stato da lui convcrtito alla fede, quando predicava nella Frigia. Divenuto poi Apo- stolo di sua pnlria fu creato vescovo di Colosso. Andò egli a Roma per visi-tare s. Paolo e fu posto con lui in prigione. Essendo poi stato messo in libertà ritornò a governare la sua chiesa di Colosso, dove finì la vita colla corona del martirio.

Marco, di cui qui si favella, è Giovanni Marco, che dopo aver faticato mollo con s. Barnaba nolla predicazione del Vangelo

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erasi dipoi unito a s. Paolo e così aveva lungamente riparala la debolezza dimostrala quando abbandonò s. Paolo e s, Bar-naba per recarsi a casa.

Giunlo Onesimo a Colosso si presenlò colla lettera al suo padrone che lo accolse colla massima amorevolezza, con-lenlu di ricuperare n o n uno schiavo, ma un cristiano. Gli diede ampio perdono, e poiché dalla lettera del santo Apostolo aveva conosciuto che Onesimo avrebbegli potuto rendere qualche servigio, lo ri- mandò a lui con mille saluti e con mille benedizioni.

Questo servo si mostrò veramente fedele alla vocazione di cristiano. S. Paolo vedendolo adorno delle virtù e della scienza necessaria per fare un predicatore del Vangelo, lo ordinò prete e più tardi lo consacrò vescovo di Efeso. Egli riportò la corona del martirio e la Chiesa cattolica ne fa memoria iM6 febbraio.

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CAPO XXV1H.

S. Paolo scrive ai Colossesi, agli Efesini ed agli Ebrei. Anno di Cristo 62.

Lo zelo del nostro Apostolo era instan- cabile, e poiché Je sue catene lo lene-vano a Roma, egli s'ingegnava o di mandare i suoi discepoli o scriveva lettere ovunque ne avesse conosciuto il bisogno. Fra le altre cose fu a lui riferito che in Colosso, ove abitava Filemone, erano insorte questioni a motivo di alcuni falsi predicatori che volevano obbligare alla circoncisione ed alle cerimonie legali lulli i g e n t i l i che venivano alla fede. Di più erano giunti ad introdurre un cullo superstizioso degli angeli. Paolo, come Apo^ slolo dei Gentili, informalo di quelle pericolose novilà, scrisse una lellera che bisognerebbe esporre da capo a fondo per gustarne la bellezza e la sublimità de'sentimenti. Meritano però di essere notate le parole che riguardano alla tradizione. — Le cose, egli dice, che mi stanno maggiormente a cuore, vi saranno delle

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verbalmente da Tichico e da Onesimo, che per tal fine sono a voi inviati.— Le quali parole dimostrano come l'Apostolo aveva cose di grande importanza non scritte, ma che mandava a comunicare verbalmente in forma di tradizione.

Una cosa che cagionò non lieve in- quietudine al nostro Apostolo furono le notizie di Efeso. Quando egii trova-vasi in Miìelo e convocò i primari pastori, aveva loro dello che per i mali cui doveva sopportare, credeva che non avrebbero più veduto la sua faccia. Li qual cosa lasciò quegli affezionali fedeli n e l l a massima coslernazione. Il santo Apostolo fatto consapevole della tristezza che travagliava gli Efesini, scrisse una lettera per consolarli.

Fra le altre cose raccomanda di con- siderare G. C. capo della Chiesa e di tenersi a lui uniti nella persona de' suoi apostoli. Raccomanda caldamente di star lontani da cerii peccati che si devono nemmeno nominare fra i cristiani. — La fornicazione, egli- dice, l'impurità e l'avarizia, non siano neppure nominali tra voi. Gap. 5, vers. 3.

Indirizzandopoiil discorso allagio-

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venlù dice queste affettuose parole: « Fi- gliuoli, ve lo raccomando per amor del Signore, siale ubbidienli ai vostri genitori: perché è cosa giusta. Onora il tuo padre e la madre lua, dice il Signore. Se tu osserverai questo comandamento sarai fe- lice e vivrai lungamente sopra la terra.»

Di poi parla così ai genitori: « E voi, o padri, non provocate all'ira i vostri figliuoli , ma allevateli nella disciplina e nella istruzione del Signore. Voi, o servi, ubbidite ai vosiri padroni, come a Gesù Cristo, non per piacere agli uomini, ina per fare la volontà di Dio. Voi poi, o padroni, fate altrettanto riguardo a'voslri servi, ponendo da parte l'asprezza, ricor- dandovi bene che il vostro e il loro vero padrone è nei cieli; e che egli non è ac- cetlator di persone.»

Questa lettera fu portata ad Efeso da Tichico, quel fedele discepolo che con Onesimo aveva portala la lettera scritta ai Colossesi.

Da Roma scrisse egli pure la sua lettera agli Ebrei, cioè ai Giudei della Palestina convcrtiti alla fede. Il suo scopo era di consolarli e premunirli contro alle seduzioni di alcuni altri Giudei. Dimostra

Ui

egli coinè i sacrifizi, le profezie, la legge antica eransi verificale in G. C.,- e che a lui solo si deve rendere onore e gloria per lulli i secoli. Insiste di slare costantemente uniti al Salvatore colla fede, senza la quale niuno può piacere a Dio ; ma che questa fede non giustifica senza le opere.

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CAPO XXIX.

S. Paolo è messo in libertà. — Martirio di s, Giacomo il Minore. Anno di Cristo 63.

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Erano già scorsi quattro anni dacché il santo Apostolo era tenuto in prigione; due li aveva passati in Cesarea, due a lloma. Nerone T aveva fallo comparire dinanzi al suo tribunale, e ne aveva conosciuta l'innocenza ; ma fosse per odio contro alla religione cristiana, o per noti curanza di quel crudele imperatore, egli aveva sempre rimandato Paolo in prigione. Finalmente si risolse di donargli compiuta libertà, il motivo di questa deliberazione si attribuisce comunemente ai grandi rimorsi che quel tiranno provava per le ne-

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faridità da lui commesse. Egli era giunto fino a far assassinare sua madre. Dopo lali misfatti ne provava i più acuti rimorsi, perciocché gli uomini comunque scellerati non possono a meno di sentire in loro slessi i flagelli della coscienza.

Nerone adunque per acquetare in qualche maniera I' animo suo pensò di fare alcune opere buone e fra le altre donare la libertà a Paolo. Fatto così padrone di se stesso il grande Apostolo si valse della libertà per portare con maggior ardore la luce del Vangelo ad altre più remole nazioni.

Forse taluno dimanderà, che cosa abbiano fallo gli Ebrei di Gerusalemme quando si videro Paolo tolto dalle mani. Lo dirò in breve. Eglino rivolsero lutto il loro furore contro a s. Giacomo dello il minore, vescovo di quella città. Era morto il governatore Pesto ; il suo successore non era ancora entralo in carica: i Giudei approfittarono di quell'occasione per portarsi in folla dal sommo sacerdote, chiamalo Anano, figlio di quel!' Anna, e cognato di quel Caifasso che avevano fatto condannare il Salvatore.

Riusciti a farlo condannare temevano

10L.C.—/fu.V. F.TI.

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grandemente il popolo che lo amava qual tenero padre e si specchiava nelle sue virtù; ed era da lutti nominalo il Giusto. La storia ci dice che egli pregava con lale assiduita che la pelle dei suoi ginocchi era divenula come quella del cammello. Non beveva né vino né allro liquore che potesse ubbriacare; era rigidissimo nel digiunare, parco nel mangiare, nel bere e nel vestirsi. Ogni cosa superflua donayala ai poveri.

Malgrado quesle belle qualità, quegli ostinati trovarono modo di d a r e a l l a sentenza almeno apparenza di giustizia con un' astuzia degna di loro. I)' accordo col sommo sacerdote i Saducei, i Farisei, e gli Scribi fanno un tumulto, e corrono da Giacomo dicendo fra mille schiamazzi: bisogna che tu immediatamente c a v i di errore questo innumerevole popolo, il quale crede che Gesù possa essere il Messia promesso. E poiché tu sei chiamato il Giusto lutti credono in te, perciò monta sulla sommità di questo tempio, affinchè ognuno possa vederli e udirti e rendi leslimo- nianza alla verità.

Lo condussero adunque sopra di

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un' alta loggia al di fuori del tempio, e quando lo videro colassù, esclamarono con finzione: O uomo giuslo, dicci qual oosa abbiasi a credere di Gesù crocifisso. Il luogo non poteva essere più solenne. O rinnegare la fede, o proferendo parola a favore di G. C. essere tosto messo a morie. Ma lo zelo del santo Apostolo seppe trarre tulio il vantaggio da quella occasione.

« E perché mai, egli esclamò ad alla voce, perché m'interrogate voi sopra Gesù figliuolo dell' uomo ed insieme figliuolo di Dio. Invano affettate voi di richiamare in dubbio la mia fede in questo vero Redentore. Io dichiaro in faccia a voi che egli sta in cielo assiso alla destra di Dio onnipotente, donde verrà a giudicare tutto il mondo. » Molli credettero in G. G. e nella semplicità dell' anima loro c o m i n c i a r o n o ad esclamare.' Gloria al figliuolo di Davidde.

1 Giudei ingannali nella loro aspetta- zione si misero furiosamente a gridare : egli ha bestemmiato: sia sull'istante pre- cipitalo giù e tolto di vita. Corsero su immediatamente e Io precipilaron sopra il lastrico della piazza.

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Non mori sul!' istante, e potulosi rialzare posesi ginocchioni e ad esempio del Salvatore invocava la divina misericordia sopra i suoi nemici dicendo: perdonale, o Signore, perciocché essi non sanno che cosa si facciano.

Allora i furibondi suoi nemici ad isti- gazione del Pontefice gli lanciarono addosso una grandine di sassi, finché vi corse uno che datogli un colpo di stanga sul capo lo slese morto. M o l t i f e d e l i vennero trucidati con questo Apostolo e sempre per la medesima causa cioè in odio del cristianesimo, V. Eusebio Stor. Ec.

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CAPO XXX.

Altri viaggi di s. Paolo - Scrive a Tiraoteo e a Tito - Suo ritorno a Roma — Anno di Cristo 68.

Sciolto s. Paolo dalle catene della prigione volse il cammino verso quei luoghi ove aveva divisalo di andare. Egli adunque andò nella Giudea a vedere gli Ebrei; ma vi si fermò poco perché quegli ostinali davano già opera a riaccen-

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dere la primitiva persecuzione. Andò a Colosso secondo la promessa falla a Fi- lemone. Si recò a Candia dove predicò il Vangelo e dove ordinò Tilo vescovo di quell'Isola. Ritornò nell'Asia a visitare le chiese di Troade, a Iconio, a Listri, a Milelo, a Corinto, a Nicopeli, a Filippi. Da quesla cillà scrisse una lettera al suo Timoleo che aveva ordinalo vescovo di Efeso.

In quesla lettera l'Apostolo gli da pa- recchie regole per la consacrazione dei vescovi e dei sacerdoti, e per l'esercizio di molle cose riguardanti alla disciplina ecclesiaslica. Quasi nello slesso tempo scrisse una lettera a Tilo, vescovo di Creta e gli da quasi i medesimi avvisi dati a Timoleo, e lo invita a venirlo presto a vedere.

Si crede comunemente che egli sia andalo a predicare nella Spagna e in molli allri luoghi. Impiegò cinque anni in missioni e fatiche aposloliche. Ma i falli particolari di questi viaggi, le con- versioni per sua cura operatesi ne' varii paesi non ci sono conosciute. Diciamo solo con s. Anseimo « che il santo Apostolo corse dal mar Rosso fino all'Oceano

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portando ovunque la luce della verità. Egli fu come il sole che illumina lutto il mondo dall' oriente ali' occidente sicché piuttosto a Paolo era mancalo mondo e popoli da converlire, che Paolo sia mancalo ad alcuno degli uomini. Questa è la misura del suo zelo e della sua carità. » Mentre Paolo era occupato nelle fatiche dell' apostolato, seppe che in Roma era scoppiata u n a fiera persecuzione sotto all'impero di Nerone. Paolo s'immaginò tosto il bisogno grave di sostenere la fede in simili occasioni, e prese immediatamente il cammino verso Roma.

G i u n t o in I l a n a egli trovò ovunque pubblicati i bandi di Nerone contro ai fedeli. Sentiva i delilli e le calunnie loro imputale; ovunque vedeva croci, roghi e a l t r i generi di s u p p l i z i preparali ai confessori della fede, e ciò raddoppiava in Paolo il desiderio di trovarsi presto Ira que' fedeli. Giunlovi appena, come colui che offeriva a Dio se stesso, si diede a predicare nelle pubbliche piazze, nelle sinagoghe tanto ai Gentili quanto agli Ebrei. A questi che si erano quasi sempre dimostrali ostinati predicava imminenle 1' adempimento delle profezie

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ilei Salvatore, con cui era predetta la distruzione della, città e del tempio di Gerusalemme c o l l a dispersione di t u t t a quella nazione. Suggeriva però un mezzo onde evitare i divini flagelli, cioè con- verlirsi di cuore e riconoscere il loro Salvatore in quel Gesù che avevano cro- cifìsso.

Ai Gentili predicava la bontà e la misericordia di Dio che li invitava a penitenza; che perciò lasciassero il pec- calo, mortificassero le passioni e abbrac- ciassero il Vangelo. A lale predicazione confermala da continui miracoli gli udi- tori venivano in folla a chiedere il Bat- tesimo. Così la Chiesa perseguitala co! ferro, col fuoco e con mille terrori com- pariva più bella e più fiorente e accre- sceva ogni dì il numero de' suoi eletti.

Che più? S. Paolo spinse lanl' oltre il suo zelo e la sua carità che giunse a guadagnare un certo Proclo intendente del palazzo imperiale, e la medesima moglie dell'imperatore. Costoro abbracciarono con ardore la fede e morirono martiri.

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CAPO XXXI

S. Paolo è di nuovo messo in prigione - Scrive la seconda lettera a Timoteo - Suo martirio — Anno di Cristo 69-70.

Con s. Paolo era eziandio venuto a Roma s. Pietro, che da <25 anni ivi teneva la sede della cristianità. Esso era eziandio andalo altrove a predicare la fede, e come fu informato della persecuzione suscitata contro ai .Cristiani ritornò tosto a Roma. Lavorarono di comune accordo i due principi degli Apostoli finché Nerone indispettito per le conversioni che eransi fatte nella sua corte, e p i ù ancora per la morie ignominiosa toccala al mago Simone (come raccontammo nella vita di s. Pietro) ordinò che fossero col massimo rigore ricercali s. Pietro e s. Paolo e condotti nella carcere Mamertina appiè del colle Capitolino. Nerone aveva in animo di far {osto condurre i due Apostoli al supplizio^ ma ne fu distolto da affari polìtici e da una congiura tramata contro di lui. Di più egli aveva delibe-

r a t o di rendere glorioso il s u o nome tagliando 1' istmo di Corinlo che è una lingua di terra larga circa 9 miglia Questa impresa non si potè effettuare, ma lasciò un anno di tempo a Paolo per guadagnare ancora anime a Gesù Cristo.

Egli riuscì a converlire molti prigio- nieri, alcune guardie ed altri ragguarde- voli personaggi, che per desiderio d' i- struirsi o per curiosila l'andavano ad ascoltare; perciocché s. Paolo durante la sua prigionia poteva essere liberamente visitato, e scriveva lettere ove ne avesse conosciuto il bisogno. Egli è dalla pri- gione di Roma che scrisse la seconda lettera a Timoleo.

In questa lettera P Apostolo annunzia vicina la sua morte, dimostra vivo desi- derio che lo slesso Timoteo andasse a lui per assisterlo, e s s e n d o quasi da t u l l i abbandonato. Questa lettera si può chia- mare testamento di s. Paolo; e fra le molle cose somministra eziandio una d e l l e maggiori prove in favore della Ira-dizione. Quello che tu hai udito da me, gli dice, procura di farlo intendere ad uomini religiosi e capaci d'inculcarlo agli

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altri dopo di le. Dalle quali parole ap- prendiamo che oltre la dottrina scrilla vi sono delle allre verità non meno utili e certe che devono essere trasmesse da voce in voce con una successione non interrotta per tutti i tempi avvenire.

Da poi molli utili avvisi a Timoleo per la disciplina della Chiesa, per conoscere varie eresie che si andavano seminando fra i Cristiani. E per mitigare la ferita che la n o v e l l a di sua morie imminente gli avrebbe cagionalo lo incoraggisce così: non li contristare per me, anzi, se mi vuoi bene, rallegrali nel Signore. Io ho combattuto da buon soldato, ora ho terminato il mio corso, ho mantenuta a Cristo la fede. Nel resto nulla più mi rimane a desiderare se non la corona di gloria che il Signore Iddio giusto giudice mi renderà in quel'giorno, quando io consumalo il sacrificio di mia vita, mi presenterò a lui. Tal corona non solo renderà a me, ma a tulli quelli che con opere buone si preparano a riceverla in quella sua venula.

Paolo ebbe nella sua prigione un con- forto da un certo Onesiforo. Essendo costui venuto a Roma ed avendo inteso

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che Paolo, suo antico maestro e padre in Gesù Cristo, era in carcere, lo a n d ò a trovare e si offerì di servirlo. L'Apostolo provò grande consolazione di cosi tenera carità e scrivendo a Timoleo gli fa molli elogi e gli prega da Dio larga ricompensa. « Faccia Dio, gli scrive, misericordia alla famiglia di Onesiforo, il quale lungamente mi ha servilo, e non si recò a vergogni di vivere meco nelle catene; il Signore gli usi in quel gran giorno q u e l l a slessa misericordia che usò verso di me. Nò queste sono le sole sue opere buone; lu ben sai quanti servigi egli mi abbia già prima prestato in Efeso. »

Intanto Nerone ritornò da Corinto tulio indispellito perché l'affare dell'istmo non era duscilo. Si pose con rabbia maggiore a perseguilare i Cristiani ; e il suo primo al'lo fu di far eseguire la sentenza di morte conlro a s. Paolo. Primieramente egli fu baltuto colle verghe, e mostrasi ancora in Roma la colonna a cui era legato ^quando sostenne quella flagellazione. È vero che con essa egli perdeva il privilegio di cilladinanza romana, ma acquistava il diritto di cittadino del ciclo, perciò provava la più grande gioia nel

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vedersi rassomigliato al suo divin mae- slro. Questa battitura era 1' apparecchio per essere di poi decapitalo.

Paolo era condannalo a morte perché aveva oltraggiato gli Dei; per questo solo titolo era permesso di tagliare la lesta ad un cittadino romano. Bella colpa! essere riputato empio perché in luogo di adorare i sassi ed i demonii si vuole adorare il solo vero Dio e il suo figliuolo Gesù Cristo. Dio gli aveva già prima rivelato il giorno e l'ora della sua morte; per la qual cosa provava una delizia già tutta celeste. Cupio, andava esclamando, oupio dissolvi et esse curo Christo. Desidero di essere svincolalo da questo corpo per unirmi a G. C. Finalmente da una masnada di sgherri egli fu tratto di prigione e condotto fuori di Roma per la porta che dicesi di Ostia e facendolo camminare verso una palude lungo il Tevere, giunsero ad un luogo chiamalo acque Salvie circe tre miglia lontano da Roma.

Raccontano che una matrona, chiamala Plautilla, moglie di un Senatore Romano, al vedere il santo Apostolo malconcio nella persona e condotto a morte si pose

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dirottamente a piangere. S. Paolo la con- solò dicendole: non piangere, io ti la- scierò tal memoria di me, che li sarà mollo cara. Dammi il tuo pannolino. Ella glielo diede. Con questo pannolino furono al Santo bendali gli occhi prima di essere decapitalo. E per ordine del Santo fu da pia persona restituito sanguinoso a Plautilla che lo serbò come reliquia.

Giunto Paolo al luogo del supplizio piegò le ginocchia e eolla faccia innalzala al Ciclo raccomandò a Dio l'anima sua e la Chiesa; di poi chinò il capo e ricevette il colpo della spada che glielo troncò dal buslo. L' anima sua volò a trovare quel Gesù che da tanto lempo bramava di godere.

Gli angeli lo accolsero1 e lo introdussero fra immenso giubilo a partecipare della felicità del ciclo. Egli è certo che il primo a cui egli dovette render grazie fu santo Stefano al quale dopo Gesù era debitore della sua conversione e della sua salvezza.

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CAPO XXXII.

Sepoltura di s. Paolo - Meraviglie operate alla sua tomba - Basilica a lui dedicata.

Il giorno che s. Paolo fu fallo morire fuori di Roma alle acque Salvie fu lo slesso in cui s. Pietro riporlò la palma del martirio a pie del monte Valicano il 29 giugno; essendo s. Paolo in eia d' anni 65. Il Baronio, che chiamasi padre della Storia Ecclesiastica, racconta come la lesta di s. Paolo appena tagliata dal corpo grondò lalle in luogo di sangue. Due soldati alla vista di lai miracolo si converlirono a G. C. La sua testa poi cadendo a terra fece Ire salii, e dove toccò la terra zampillarono tre fonti di acqua viva. Per conservare viva memoria di questo glorioso avvenimento fu innalzata una chiesa le cui mura racchiudono queste fontane, le quali ancora oggidì chiamansi fontane di s. Paolo. V. Baronio an. 69-70.

Molti viaggiatori (v. Cesari e Tillemonl) si recarono sul luogo per essere testi-

moni di questo fallo, e ci assicurano che quelle Ire fonli da loro vedute e gustale hanno un gusto come di latte. In quei primi tempi era grandissima la sollecìlu-dine dei Cristiani per raccogliere e seppellire i corpi di coloro che davano la vita per la fede. Due donne chiamale una Basilissa, l'altra Anaslasia studiarono il modo e il lempo di avere il cadavere del sanlo Aposlolo, e di notte gli diedero sepoltura due miglia lungi dal luogo ove aveva soiTerto il martirio, a distanza di un miglio da Roma. Nerone per mezzo delle sue spie conobbe 1' opera di carità di quelle pie donne e questa bastò perché le facesse morire troncando loro le mani, i piedi, di poi la testa.

Quantunque i Gentili sapessero che il corpo di Paolo era slalo seppellito dai Fedeli non poterono però mai saperne il luogo. Ciò era solamente nòto ai Cri- stiani, i quali lo tenevano segreto come il più caro tesoro, e gli rendevano quel maggior onore che potevano. Ma la slima d)3 i Fedeli avevano di quelle reliquie giunse a lale che alcuni mercanti' d'O- rienle vomiti a Roma tentarono di rubarle e portarsele nel loro paese come appar-

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tenenti ad un uomo del loto paese. Se- gretamente lo sotterrarono nelle catacombe due miglia distanti da Roma, aspellando tempo propizio per trasportarlo. Ma nel- l'allo che volevano compiere il loio disegno, si levò un orribile temporale con lampi e fulmini terribili, siccbè furono costretti di abbandonare l'impresa. Sapu-tasi tal cosa, i Cristiani di Roma andarono a prendere il corpo di Paolo e lo portarono al suo primo luogo lungo- l a via di Ostia.

Al tempo di Costanti no il grande fu fabbricata una basilica superba ad onore e sopra il sepolcro del nostro apostolo. In ogni tempo Re, e Imperatori, dimentichi della loro grandezza, pieni di timore e di venerazione si recarono a quel sepolcro per baciare la cassa che raccoglie le ossa del santo Apostolo.

Gli slessi Romani Pontefici non sì acco- stavano né si accostano al luogo della sua sepoltura se non pieni di venerazione, e non mai permisero che alcuno spiccasse parti- cella di quelle ossa venerande. Varii prin- cipi e re ne fecero vive istanze; ma niun Papa giudicò di poterli soddisfare. Questa grande riverenza era mollo accresciuta

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dai continui miracoli che a quel sepolcro si facevano. S. Gregorio Magno ne riferisce molti e assicura che niuno entrava in quel tempio a pregare se non tremando. Quelli poi che avessero osalo di profanarlo e tentato di trasportarne anche una piccola parlicelìa erano da Dio puniti con manifesta vendetta.

Gregorio XI fu il primo che in una pubblica calamità quasi costretto dalle preghiere e dalle istanze del popolo di Roma prese il capo del Santo, lo levò in alto, lo mostrò alla moltitudine che piangeva di tenerezza e di divozione, e sull' istante lo ripose donde lo aveva tolto.

Ora il capo di questo grande Apostolo è nella chiesa di S. Giovanni di Laterano, il rimanente del corpo fu sempre conservalo nella basilica di S. Paolo lungo ìa via di Ostia un miglio da Roma.

Anche le sue catene furono soggetto di divozione presso i fedeli cristiani. Per contatto di quei ferri gloriosi si operarono molti miracoli, e i più grandi personaggi del mondo riputarono sempre .reliquia preziosa il poter avere un po' di limatura di quelle.

11. L. C - An V, F. li

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CAPO XXXIII.

RUraUo di S. Paolo. - Immagine del suo spirito. -Conclusione.

Affinchè rimanga meglio impressa la divozione verso di questo principe degli Apostali giova dare un'idea del suo corpo e del suo spirito.

Paolo era di aspetto e di presenza non molto avvenente, siccome dice egli slesso. Era di statura piccolo, di complessione forte e robusta, e ne diedero prove le lunghe e gravi fatiche da lui sostenute nella sua carriera, senza essere mai slato ammalato ad eccezione dei mali cagio- natigli dalle catene e dalla prigionia. So- lamente sul finire de' suoi giorni cam- minava alquanto curvo. Egli aveva la faccia bianca, la testa piccola e quasi del lutto calva. Il che dimostrava un carattere sanguigno e focoso. Aveva la fronte larga, sopracciglio nero e abbassato, naso aquilino, barba lunga e fìtta. Ma gli occhi suoi erano al sommo vivaci e brillanti, con un' aria dolce che temperava l'impeto

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de'suoi sguardi. Questo è il ritrailo dei suo corpo. Ma che diremo del suo spirilo? Noi

10 conosciamo da' suoi scrini medesimi. Egli aveva un ingegno acuto e sublime, animo nobile, cuore generoso. Era tale

11 suo coraggio e la sua fermezza che traeva forza e vigore dalle slesse difficoltà e dai pericoli. Egli era versalissJmo nella scienza della religione Ebrea. Era profondamente erudito nelle sacre scrit- ture, e tale scienza aiutala dai lumi dello Spirilo Santo e dalla carità di G. C, lo -rese quel grande Apostolo che fu sopran- nominato il dottore dei Gentili. S. Giovanni Grisostomo devotissimo del nostro santo desiderava grandemente di poter vedere S, Paolo dal pulpito, perché, egli dice, i più grandi oratori dell'antichità sarebbero apparsi languidi e freddi m paragone di lui. Non occorre dire alcuna cosa delle virtù di lui, giacché quel tanto che abbiamo finora esposto non è altro che una tessitura delle virtù eroiche, le quali in ogni luogo, in ogni tempo, e con ogni genere di persona egli fece risplendere. Per conclusione però di quanto abbiamo

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detto di questo gran santo merita di essere notata una virtù che egli ha fatto sopra ogni altra risplendere, la carità verso il prossimo e 1' ara or verso Dio. Egii sfidava tutte le creature a separarlo . dal!' amore del suo Divin Maestro. Chi mi separerà, andava egli esclamando, dall'amor di G. C. ? forse le tribolazioni o le angustie, o la fame, o la nudità, o i pericoli, o le persecuzioni? No certamente. Io son certo che né la morte né la vita, né gli Angeli, nò i principali, né le virtù, né il presente , né I1 avvenire, né alcuna creatura ci potrà separare dall' a- more di Dio che è fondalo nel nostro Signor G. C. Questo è il carattere del vero cristiano : essere disposto a tulio perdere, a lutto patire piuttosto che dire o fare la minima cosa che sia contraria ali' amor di Dio.

S. Paolo passò più di 30 anni di sua vita nemico di G. C.; ma appena fu dalla sua celeste grazia illuminalo, si diede lutto a lui, né mai più da lui si separò. Impiegò di poi oltre 36 anni nelle più austere penitenze, nelle più dure fatiche, e ciò per glorificare quel Gesù che aveva per- seguitalo.

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Cristiano lettore 1 forse tu che leggi ed io che scrivo, avremo passalo una parte della vita nell'offesa del Signore! Ma non perdiamoci di animo: avvi ancora tempo per noi; la misericordia di Dio ci ai- tende. Ma non differiamo la conversione perché se noi aspettiamo a domani ad aggiustare le cose dell' anima, corriamo grave rischio di non aver più tempo. S. Paolo faticò 36 anni nel servizio dei Signore; ora da 4800 anni gode l'im- mensa gloria del ciclo, e la godrà per tutti i secoli. La medesima felicità è pa- rimenti preparala per noi; purché ci diamo a Dio mentre abbiamo tempo e purché siamo perseveranti nel santo servizio sino al fine. È nulla quello che si patisce in queslo mondo, ma è eterno quello che godremo nell’ altro. Così ci assicura lo stesso S. Paolo.

Con approvazione deIla Revisione Ecclesiastica.

INDICE

CAPO I- Patria, educazione di Saulo\ suo odio contro ai Cristiani . . Pag. 3

» II. Contorsione e Battesimo diSaulo »

» IH. Primo viaggio di Saulo. - Ritorna a Damasco; gli sono lese insidie. - Va, in Gerusalemme; si presenta agli Apostoli. Gli appareGesùCristo. . . . . . 13

» IV. Profezia di Agabo- Saulo e Bamaba ordinati vescovi, -fanno nelt' isola di Cipro. - Conversione del proconsole Sergio. Castigo del mago Elima. - Gian Marco ritorna in Gerusalemme . . » li

« V. S. Paolo predica in Antiochia di Pisidia............ 22

» VI. S. Paolo predica in altre città. O-pera un miracolo a Listri dove di poi vien lapidato e lasciato per morto . » 21

» VII. S. Paolo miracolosamente risanato. Altre sue fatiche apostoliche. Conversione di s. Teda........ 31

» Vili. 5. Paolo va a conferire cons. Pietro. Assiste al concilio di Gerusalemme» 34

» IX. Paolo si separa da Barnaba. - Percorre varie città dell' Asia. - Dio lo manda in Macedonia.* A Filippi converte la famiglia di Lidia.. . . » 33

» X. 5. Paolo libera una fanciulla dal demonio. - E battuto con verghe. - Vien posto in prigione. - Conversione del car-

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ccriere e della sua famiglia . . Pag. 46 CAPO XI. 5. Paolo predica in Tessalonica. -Affare di Giasone. - Va a Berea ove è di nuovo disturbato dagli Ebrei . . . » 52 » XII. Stato religioso degli Ateniesi. - S. Paolo nell' Areopago. - Conversione di s.Dionigi. . . . ......•> 56

• XIII. 5. Paolo a Corint-o. - Sua dimora in casa di Aquila. • Battesimo di Crispo e di Sostene. - Scrive ai Tessalonicesi.-Ritorno ad Antiochia.. . . . . . 62

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» XIV. Apollo in Efeso. - II Sacramento della Cresima. S. Paolo opera molti miracoli. - Fatto di due esorcisti Ebrei. » <H)

• XV. Sacramento della Confessione. -Li* òri perversi bruciati. - Lettera ai Corinti. - Sollevazione per la dea Diana. •-Lettera, ai Calati....... y1^

» XVI. S. Paolo ritorna a Filippi, - Seconda lettera ai fedeli di Cprinto. - Va, in questa città. - Lettera ai Romani. -Sua predica prolungata in Troade. - Risuscita un morto . . . . . - . . » 80

» XVII. Predica di s. Paolo a Mileto. -Suo viaggio fino a Cesarea. — Profezia di Agabo . . . . . . . . . . . $6

» XVIII. S. Paolo si presenta a s. Giacomo. - Gli Ebrei gli tendono insidie. -Parla al popolo. - Rimprovera il sommo Sacerdote . . . ........ »91

» XIX. Quaranta Giudei si obbligano con voto di uccidere s. Paolo.' Un suo nipote scopre la trama.-ÈtraslocatoaCesarea* !>SXX.Paolo dinanzi al governatore Felice. - I suoi accusatori e la sua difesa»

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CAPO XXI. Paolo dinanzi a FesLo. • Sue parole al re Agrippa . . . . . Pag. 106

» XXII. 6'. Paolo è imbarcato per Roma. -Soffre una terribile burrasci, da cui è salvato co'suoi compagni . . . . » 113

» XXIII. S. Paolo nell' isola di 'Malta; è liberato dal morso di una vipera ; è accolto in casa di Publio, di cui guarisce il padre . . . . . . . . . . . 118

» XXIV . V iaggio dis. Paolo da Malta « Siracusa - Predica in Reggio. - Suo arrivo in Roma......... ^122

» XXV. Paolo parla agli Ebrei e predica loro G. C. - Progresso del Vangelo in Roma . . . . . . . . . . . »127

» XXVI. S. Luca. -1 Filippesi mandano sussidii a s. Paolo. - Malattia e guarigione di Epafrodito. - Lettera ai Filippesi. - Conversione di Onesimo , . » 132

» XXVII. Lctteradi s. Paolo a Filemone» 136

- XXVIII, 5. Paolo scrive ai Colossesi, agli Efesini ed agli Ebrei . . . . " 141

» XXIX. S. Paolo è messo in libertà. -Martirio di s. Giacomo il Minore . » 144

» XXX. Altri viaggi dì s. Paolo. - Scrive a Timoteo e a Tifo. - Suo ritorno a Roma . . . . . . . . . . . . 148

« XXXI. S. Paolo è di nuovo messo in prigione. - Scrive la seconda lettera a Timoteo. - Suo martirio. . . . . » 155

» XXXII. Sepoltura di s. Paolo. - Mara-viglie operate alla sua tomba. • Basilica a lui dedicata . . . . . . . . . 158

« XXXIII. Ritratto di s. Paolo. - Immagine del suo spirito. - Conclusione .. • 102

[ 334] 


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