Aldo Giraudo

Le “Memorie dell’Oratorio” di don Bosco.

Studio introduttivo

Le Memorie dell'Oratorio (= MO), uno degli scritti più personali e vivi di

don Bosco, hanno avuto una grande importanza nella storia salesiana. Non

solo perché alcuni fatti in esse contenuti, come il sogno dei nove anni e la

descrizione dell'incontro con Bartolomeo Garelli, sono divenuti eventi

simbolo della vita del santo e della missione salesiana, oggetto di riflessioni

spirituali e pedagogiche. Questo documento ci ha educato ad una lettura

insieme epica e provvidenzialistica delle vicende personali di don Bosco e

della sua istituzione prediletta, l'Oratorio. Ha sostanziato il nostro

immaginario sul ruolo determinante di mamma Margherita e di don Calosso,

sulla figura del teologo Borel, della marchesa Barolo e del vicario di Città

Michele Cavour. Ha introdotto un tocco d'avventura nel vissuto di don Bosco

col racconto della gara col saltimbanco, l'evocazione di oscuri attentati e la

messa in scena del misterioso cane "Grigio".

Soprattutto le MO hanno contribuito in modo determinante a costruire ed

affermare l'immagine di don Bosco che continua a circolare. Le stilizzazioni

diffuse nell'ultimo ventennio dell'Ottocento e nella prima parte del

Novecento (fondatore di istituti benefici e di società cattoliche, padre degli

orfani, grande educatore del secolo XIX, taumaturgo e visionario, geniale

organizzatore di iniziative pastorali e educative secondo i bisogni dei

tempi...1) oggi hanno perso in parte o del tutto il loro fascino. Anche la

ricostruzione più avvertita e aderente alla realtà storica sulla quale, da

cinquant'anni, lavorano studiosi seri e documentati, stenta a trovare

accoglienza nell'opinione comune. Permane invece la rappresentazione

simpatica del saltimbanco, del vivace animatore di contadinelli e studenti,

del sognatore, dell'amico vicino agli aneliti giovanili, del padre affettuoso che

dischiude ai giovani orizzonti significativi e apre cammini di formazione

valorizzando le istanze a loro più congeniali. Questi, appunto, sono i tratti

dominanti della sua identità, che emergono nel racconto suggestivo delle

MO, e che più tenacemente si sono radicati nell'immaginario collettivo,

dentro e fuori gli ambiti della famiglia salesiana. Una rappresentazione

elaborata e promossa da don Bosco stesso, prima nell’ambito ristretto della

comunità di Valdocco, attraverso narrazioni e rievocazioni pittoresche, poi

nella cerchia più vasta degli amici e dei cooperatori.

1 Cfr. P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. III: La canonizzazione (1888-1934), Roma, LAS

1988, 13-59.

2

1. Storia e fortuna del testo

Il testo delle Memorie è stato composto da don Bosco tra 1873 e 1875.

Ricopiato in bella forma dal segretario Gioachino Berto, venne rivisto,

corretto e integrato dall'Autore a più riprese, fino al 18792. Inizialmente

riservato ai suoi «carissimi figli salesiani con proibizione di dare pubblicità a

queste cose sia prima sia dopo la mia morte», il documento fu parzialmente

divulgato, per decisione del Santo stesso, in una Storia dell'Oratorio di S.

Francesco di Sales, compilata da Giovanni Bonetti, pubblicata a puntate sul

«Bollettino Salesiano» tra 1879 e 18863. Giovanni Battista Lemoyne lo

riprende integralmente nei primi volumi delle sue Memorie biografiche, come

traccia di base della storia di don Bosco, e lo arricchisce con una farcitura di

notizie tratte da documenti, testimonianze e rievocazioni colte dalla bocca

del protagonista o di testimoni diretti e indiretti. L’operazione, condotta con

preoccupazioni di precisione cronistica e cura stilistica, nell'intento di

esaltare l'aspetto prodigioso e soprannaturale dell'esperienza del Santo,

senza un'adeguata strumentazione storico-critica, avrà un duplice risultato.

Da una parte il ricordo di fatti del passato - che nelle MO erano selezionati

secondo un'evidente interpretazione a tesi -, assunto come se fosse un

resoconto coevo e puntuale degli eventi, integrato con altri aneddoti e

materiali, produce un effetto di amplificazione narrativa e costruisce un

personaggio la cui identità si colloca ai confini tra storia e letteratura

edificante. Dall'altra, seppure involontariamente, si attua una sorta di

snaturamento dell’originalità dello scritto di don Bosco, facendone perdere

l’efficacia e la significatività previste dalla strategia compositiva dell’Autore.

La lettura degli eventi operata dal Lemoyne, attraverso tale

rimaneggiamento delle MO, venne offerta al gran pubblico soprattutto nella

sua Vita del venerabile servo di Dio Giovanni Bosco, pubblicata tra 1911 e 19134,

più volte ristampata e tradotta5.

L’interpretazione e, si potrebbe dire, la manipolazione delle MO fatta dal

Lemoyne, influenzerà tutti i profili biografici ed agiografici successivi, fino

alla comparsa, nella seconda metà del Novecento, dei primi studi storico-

2 Sulla data di composizione del manoscritto originale, della copia del segretario don Gioacchino Berto e

degli interventi correttivi di don Bosco, cfr. l'introduzione di E. Ceria alla prima edizione a stampa del

documento: G. (san) BOSCO, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855, Torino, SEI 1946, 6; F.

DESRAMAUT, Les Memorie I de Giovanni Battista Lemoyne. Étude d'un ouvrage fondamental sur la jeunesse de saint Jean

Bosco, Lyon, Maison d'Études saint-Jean-Bosco 1962, 116-119; l'introduzione dell'edizione critica: G. BOSCO,

Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855. Introduzione, note e testo critico a cura di Antonio

da Silva Ferreira, Roma, LAS 1991 (d'ora in poi: MO), 18-19.

3 La Storia dell'Oratorio di Giovanni Bonetti, rivista e completata, venne successivamente pubblicata in un

volume destinato al pubblico dal titolo Cinque lustri di storia dell’Oratorio Salesiano fondato dal Sac. D. Giovanni

Bosco. Torino, Tipografia Salesiana 1892.

4 G.B. LEMOYNE, Vita del venerabile servo di Dio Giovanni Bosco fondatore della Pia Società Salesiana, dell’Istituto

delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dei Cooperatori Salesiani, Torino, Libreria Editrice Internazionale "Buona Stampa",

2 voll., 1911-1913.

5 A partire da una edizione ritoccata ed ampliata da Angelo Amadei (Torino SEI 1920), che ebbe in Italia

numerose ristampe (1935, 1941, 1953, 1975, 1977...), cfr. Bibliografia generale di don Bosco. I: Bibliografia italiana

(1844-1992). A cura di S. Gianotti, Roma, LAS 1995, n. 653.

3

critici e pedagogici6. Tuttavia, nonostante questi ultimi, la suggestione

dell’immagine consolidata dalla leggenda agiografica continuerà ad

affascinare, come si può costatare nelle ricostruzioni biografiche di indole

giornalistica, nei testi musicali e nelle rappresentazioni cinematografiche e

teatrali7.

La prima edizione integrale delle Memorie dell’Oratorio apparve nel 19468.

La decisione di rendere di pubblico dominio il documento nella sua

interezza, nonostante l’esplicito divieto dell’autore, era stata presa per la

dimensione universale assunta dalla figura del santo, come scrisse Eugenio

Ceria nella presentazione del volume9. Tale pubblicazione tuttavia va

collocata nel particolare contesto storico in cui vide la luce. I vertici della

Congregazione, sotto la spinta delle urgenze educative e delle sfide

rappresentate dai nuovi scenari europei e mondiali, da tempo si sentivano

stimolati a propugnare un ritorno alle intuizioni e alle esperienze originali di

don Bosco. Pietro Ricaldone, rettor maggiore tra 1932 e 1951, già negli anni

immediatamente precedenti allo scoppio del conflitto mondiale, aveva colto

l’importanza di tale recupero come strumento per rigenerare l’identità

salesiana e l’incisività delle opere di fronte alle nuove istanze sociali e

pastorali. Esauritasi la generazione formata da don Bosco, in un contesto

culturale profondamente mutato, si percepiva l’urgenza di focalizzare il

nocciolo della missione religiosa e educativa dell’Oratorio festivo, la sua

caratteristica identità e la tipicità dei suoi elementi metodologici. Ne era

scaturita una serie di iniziative finalizzate a coinvolgere l’intera compagine

salesiana e mirate soprattutto ad avviare uno sforzo di riflessione e di

organizzazione nell’ambito della catechesi, della pastorale e della pedagogia.

Nel 1936 don Ricaldone divulgava una lettera programmatica intitolata

Fedeltà a don Bosco santo; nel 1938 lanciava una “crociata catechistica”; l’anno

successivo scriveva una corposa circolare su Oratorio festivo, catechismo,

formazione religiosa10, per promuovere le celebrazioni del centenario

dell’Oratorio salesiano (1841-1941); negli ultimi mesi di vita pubblicherà un

volume su Don Bosco educatore11. Nel frattempo promuoveva istituzioni,

incoraggiava studi e pubblicazioni. Non soltanto aveva sostenuto Alberto

Caviglia nel suo lavoro di edizione degli scritti di don Bosco, ma si era

impegnato a partire dal 1939 a fondare l’Ufficio Catechistico Centrale

Salesiano, a riorganizzare i centri di studio della Congregazione e a

costituire, con l’aiuto di don Carlos Leôncio da Silva, una cattedra di

6 P. STELLA, Bilancio delle forme di conoscenza e degli studi su don Bosco, in M. MIDALI (Ed.), Don Bosco nella storia.

Atti del 1° Congresso Internazionale di Studi su Don Bosco (Università Pontificia Salesiana - Roma, 16-20 gennaio

1989), Roma, LAS 1990, 21-36.

7 Cfr. quanto dice P STELLA, Bilancio delle forme di conoscenza, 32.

8 Fu curata da Eugenio Ceria: G. (SAN) BOSCO, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855,

Torino SEI 1946.

9 «Oggi Don Bosco è passato alla storia, alla grande storia, ed è pure entrato nel novero dei Santi», ivi, 4.

10 P. RICALDONE, Oratorio festivo, Catechismo, Formazione Religiosa. Strenna del Rettor Maggiore 1940. Torino,

SEI 1940 (19472).

11 P. RICALDONE, Don Bosco educatore, 2 vol., Colle Don Bosco (Asti), LDC 1951-1952.

4

Pedagogia come base di una nuova Facoltà12. Pensava anche di dar vita ad

una «Rivista di Pedagogia», ma ne fu impedito dalla guerra. L’edizione del

testo integrale delle MO, affidata a Ceria, era un atto concreto di tale sforzo

di ritorno alle origini carismatiche e di rivitalizzazione dell’opera salesiana.

Lo scritto in un primo momento non pare aver attirato sufficientemente

l'attenzione dei salesiani. Dopo quattro anni si ritenne necessario segnalarne

l'importanza e raccomandarne la lettura riproducendo sulla rivista

dell'Ateneo Salesiano l'introduzione dell'editore, con leggere varianti13. Ci si

andava persuadendo della «preziosa documentazione biografica e

psicologica» offerta nel documento «intorno ad una personalità di

prim'ordine» come quella di don Bosco e ci si rendeva conto che il libro, nella

sua freschezza, «contiene un [...] insegnamento da potersi considerare come il

sugo di tutta la storia» del santo14. Così nel 1951 apparve una prima

traduzione francese di Augustin Auffray15, seguita nel 1955 da quella in

spagnolo di Rodolfo Fierro Torres16. Tuttavia, nella pubblicistica salesiana, si

continuava a far riferimento alla ricostruzione del Lemoyne. Anche i due

volumi del Don Bosco educatore di don Ricaldone citano i testi dalle Memorie

biografiche e ne riprendono le chiavi interpretative, facendo soltanto tre

rimandi al testo originale di don Bosco.

Le cose andarono diversamente in ambito accademico. In un primo

momento ci si interessò delle Memorie dell'Oratorio per alcune incongruenze

nella datazione e si procedette ad un lavoro di ricerca ai fini di rettificarne la

cronologia17. Più tardi il documento destò interesse soprattutto per

l'originalità e significatività dei suoi contenuti e la sua stessa natura.

All'inizio degli anni Sessanta del Novecento Francis Desramaut, pur

accostando le MO marginalmente, in quanto fonte utilizzata da G.B.

Lemoyne, sottolineava come dominante la portata pedagogica del racconto,

definendolo «un piccolo trattato di pedagogia in atto»18. Proprio in questa

accezione, di "esemplarità", lo scritto sarà oggetto di sempre maggiore

attenzione.

Le prime osservazioni critiche sulla natura delle MO e la loro vera

importanza, furono espresse da Pietro Braido nel 1965: «La data di

composizione [...] e le finalità dell'Autore obbligano a considerarle e a

leggerle non come puro documento storico. Esse vogliono essere anzitutto e

soprattutto una storia edificante lasciata da un fondatore ai membri della

Società di apostoli e di educatori, che dovevano perpetuarne l'opera e lo stile,

12 J.M. PRELLEZO, Don Pietro Ricaldone e la formazione dei Salesiani: alle origini dell'Università Pontificia Salesiana,

in S. FRIGATO (cur.), Don Pietro Ricaldone quarto successore di Don Bosco 1932-1951 A cinquant'anni dalla morte 25

novembre 1951. Torino, SGS 2001, 31-73.

13 E. CERIA, Una pubblicazione postuma di S. Giovanni Bosco, in «Salesianum» 12 (1950) 432-440.

14 Ivi, 439-440.

15 J. (Saint) BOSCO, Quarante années d'épreuves (1815-1855), Lyon, Vitte 1951.

16 Inclusa in un'opera di carattere antologico: Biografía y escritos de San Juan Bosco, Madrid, BAC 1955.

17 J. KLEIN - E. VALENTINI, Una rettificazione cronologica delle "Memorie di San Giovanni Bosco", in

«Salesianum» 17 (1955) 581-610. Le conclusioni di questo saggio verranno riprese, discusse e completate

nell'ambito di un lavoro di dottorato sulla composizione del primo volume delle Memorie biografiche: F.

DESRAMAUT, Les Memorie I, 124-134.

18 F. DESRAMAUT, Les Memorie I, 121.

5

seguendone le direttive, gli orientamenti e le lezioni [...] Gli avvenimenti

descritti e le cose narrate sono realtà vissute; ma, con tutta probabilità, non

con quella pienezza di significati e quella visione organica, che conferisce

loro l'attuale consapevolezza dell'Autore, giunto alla maturità dei progetti e

delle realizzazioni»19. Pietro Stella, nel suo studio, Don Bosco nella storia della

religiosità cattolica, utilizza i dati biografici offerti dalle MO, ma le considera

soprattutto come un documento di storia delle mentalità20.

Intanto, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, un po' ovunque

nel mondo salesiano, emergeva una crescente considerazione nei confronti

del testo, documentata da una serie di traduzioni21. In Spagna veniva data

alle stampe una nuova versione delle Memorie dell’Oratorio a cura di Basilio

Bustillo, che ebbe un ottimo successo22. Si prendeva sempre più coscienza

della necessità di studiare l’esperienza del Fondatore, recuperandone le fonti,

in vista di una riflessione più avvertita sulla propria identità di educatori e

pastori. In quegli anni si moltiplicavano corsi, più o meno sviluppati, di

storia, pedagogia e spiritualità salesiana e si stampavano antologie degli

scritti di don Bosco. Tra 1976 e 1977 si erano pubblicate, in edizione

anastatica, le Opere edite di don Bosco23. Fu un'iniziativa di grande rilievo,

come quella, avvenuta nello stesso periodo, della microfilmatura dei fondi

più antichi dell'Archivio Centrale Salesiano. Si metteva così a disposizione

degli studiosi, ma anche dei salesiani in formazione, un materiale vasto e

importantissimo, che favorì una fioritura di ricerche, di studi e di tesi. La

fondazione, nel 1981, dell’Istituto Storico Salesiano, con la rivista «Ricerche

Storiche Salesiane», dava un ulteriore importante contributo a questo

interesse, sostanziandolo con un lavoro paziente di edizioni critiche e di

saggi. Così, in un breve torno di anni si andava affinando la sensibilità storica

nella compagine salesiana e l'attenzione alla figura storica di don Bosco

diveniva più avvertita.

Quando nel 1991, da tempo desiderata, fu disponibile l'edizione critica

delle MO, curata da Antonio da Silva Ferreira24, lo scritto di don Bosco

ottenne un'accoglienza generalizzata.

19 G. (San) BOSCO, Scritti sul sistema preventivo nell'educazione della gioventù. Introduzione. Presentazione e

indici alfabetico e sistematico a cura di P. Braido. Brescia, La Scuola 1965, 3-4.

20 P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. I: Vita e opere, Roma, LAS 1968.

21 J. (Saint) BOSCO, Souvenirs autobiographiques, Paris, Apostolat des Éditions 1978; J. (São) BOSCO, Memórias

del Oratório de São Francisco de Sales, S. Paulo, Editora Salesiana Dom Bosco 1982; Memoirs of the Oratory of Saint

Francis de Sales from 1815 to 1855. The autobiography of Saint John Bosco. Translated by Daniel Lyons, with notes

and commentary by Eugenio Ceria, Lawrence Castelvecchi, and Michael Mendl, New Rochelle, Don Bosco

Publications 1989. In Italia si stampò anche una trascrizione in "lingua corrente", operazione criticata, ma

indicativa del diffuso interesse per il documento: G. (S.) BOSCO, Memorie. Trascrizione in lingua corrente,

Leumann (Torino), Elledici 1985.

22 J. (san) BOSCO, Memorias del Oratorio de San Francisco de Sales. Traducción en español de Basilio Bustilo,

Madrid, Editorial CCS 1987.

23 G. BOSCO, Opere edite. Prima serie: Libri e opuscoli, 37 vol., Roma, LAS 1976-1977.

24 G. BOSCO, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855. Introduzione, note e testo critico a

cura di A. da Silva Ferreira, Roma, LAS 1991. Del testo si è fatta anche un'edizione più maneggevole, priva

dell'apparato critico: G. BOSCO. Memorie... Introduzione e note a cura di Antonio da Silva Ferreira, Roma. LAS

1992.

6

2. «Un manuale di pedagogia e di spiritualità raccontata»

Nei suoi saggi sulla portata pedagogica dell'esperienza di don Bosco,

Pietro Braido identificò da subito la rilevanza delle MO per il loro essere

ispirate «dalla primaria preoccupazione di definire il senso di un'esperienza

educativa globale [...] e la formulazione di un "programma di azione" [...].

Prima di essere libro di storia del passato (arricchito di tutta l'esperienza

accumulata in quasi trentacinque anni di impegno educativo sacerdotale) le

Memorie sono il risultato di una coerente riflessione, che approda a una

spiritualità e a una pedagogia: il "sistema preventivo" vi è espresso nella

forma più diffusa e completa»25. Cosicché esse risultano «una storia

dell'oratorio più "teologica" e pedagogica che reale, forse il documento

"teorico" di animazione più lungamente meditato e voluto da don Bosco»26;

un «eccezionale documento di pedagogia esperienziale»27.

Anche Pietro Stella faceva notare, da un punto di vista di critica

storiografica, la peculiare lettura degli eventi rappresentata nelle MO:

«Comunque siano avvenuti i fatti, don Bosco nella sua esposizione tende a

porre in luce quelle ch'egli considera le finalità intese da Dio»28. Alcuni silenzi

riscontrabili nel testo, le varianti di scrittura nelle diverse fasi redazionali,

l'uso elastico del linguaggio e anche una serie di errori e di anomalie,

contribuiscono a mettere in luce una caratteristica intenzione dello scritto: «la

narrazione "amena", cioè piacevole, attraente e coinvolgente nella sua

semplicità, idonea a inoculare messaggi più o meno espliciti di natura

religiosa e pedagogica». Se «la Vita di Domenico Savio, quella di Magone e di

Besucco possono considerarsi come la costruzione di modelli di santità

giovanile sulla base di dati biografici», le MO dovrebbero essere ritenute

«come una sorta di poema religioso e pedagogico costruito sull'intelaiatura e

l'idealizzazione di aneddoti autobiografici»29. Don Bosco, insomma,

attraverso questo scritto, pare aver voluto trasfondere nei lettori la

convinzione che tutta la sua vita sia stata «un tessuto di eventi predisposti,

prefigurati, fatti diventare realtà dalla sapienza divina». Egli dunque metteva

in atto una rilettura e una riconfigurazione del passato più in chiave

teologica e pedagogica che in prospettiva «storico-erudita»30.

Recensendo l'edizione critica delle MO Pietro Braido colse l'occasione per

riprendere e sviluppare osservazioni già precedentemente formulate31. In

molti risvolti il documento appare come un bonario ed «ameno

trattenimento» di un padre con i figli, che, nel taglio dato alla rievocazione,

25 P. BRAIDO, recensione a G. (S.) BOSCO, Memorie. Trascrizione in lingua corrente, Leumann (Torino), Elledici

1985, in «Ricerche Storiche Salesiane» 5 (1986) 169.

26 P. BRAIDO, L'esperienza pedagogica di don Bosco nel suo «divenire», in «Orientamenti Pedagogici» 36 (1989)

27.

27 P. BRAIDO, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco, Roma, LAS 1999, 135.

28 P. STELLA, Apologia della storia. Piccola guida critica alle "Memorie biografiche" di don Bosco (dispense in

fotocopia), UPS, Roma, a.a. 1989-1990; revisione aggiornata, a.a. 1997-1998, 18.

29 Ivi, 22.

30 Sono pareri espressi nel contesto di una riflessione su Don Bosco e l'organizzazione della propria

immagine: P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. III: La canonizzazione, 16.

31 P. BRAIDO, "Memorie" del futuro, in «Ricerche Storiche Salesiane» 11 (1992) 97-127.

7

rivela l'interpretazione provvidenzial4tica del proprio vissuto nel senso

generale e nei singoli eventi. Per altri versi vi troviamo «la preoccupazione di

descrivere, sia pure "poeticamente", l’origine, il divenire e il costituirsi di

un’esperienza spirituale e pedagogica tipica, che sotto la formula "oratoriana"

è presentata come l'approccio più funzionale e produttivo ai giovani dei

tempi nuovi». Le pagine di don Bosco sono prevalentemente "Memorie" del

futuro: espressione paradossale, coniata da P. Braido per esprimere la

sostanza della sua tesi. Di fatto, questo appare «il punto di vista adottato in

forma assolutamente preminente da don Bosco, intenzionato a trasmettere

tale esperienza vissuta come programma di vita e di azione ai continuatori.

Con questa operazione egli anticiperebbe in modo più flessibile e variopinto,

vivacemente "narrativo", le scarne formulazioni delle pagine del Sistema

preventivo nella educazione della gioventù del 1877»32. Dunque, nelle MO, «la

parabola e il messaggio» vengono prima e «al di sopra della storia», per

illustrare l'azione di Dio nella vicende umane, e così, rallegrando e ricreando,

«confortare e confermare» i discepoli. Nello stesso tempo si presentano come

un efficace «preludio narrativo al sistema preventivo», «forse il libro più

ricco di contenuti e di orientamenti "preventivi"» che don Bosco abbia scritto:

«un manuale di pedagogia e di spiritualità "raccontata", in chiara prospettiva

"oratoriana"»33.

3. Rievocazione narrativa di un'identità oratoriana

Per comprendere l'indole e la portata originale delle MO, per inoltrarsi in

un'interpretazione rispettosa delle intenzioni dell'Autore, conviene tenere

presente quanto è stato detto, più in generale, sulle preoccupazioni che

muovevano don Bosco a farsi scrittore34.

3.1. Le preoccupazioni di don Bosco scrittore e la peculiarità delle MO

Si sa che egli non si prefiggeva obiettivi scientifici o storiografici, ma

prevalentemente educativi e formativi, funzionali alle esigenze immediate

dei suoi destinatari e della sua opera. Nelle sue compilazioni di indole

"storico-divulgativa", come la Storia ecclesiastica ad uso delle scuole (1845), la

Storia sacra (1847) e la Storia d'Italia raccontata alla gioventù (1855), si scorge la

chiara tendenza a narrare per istruire e moralizzare, rimarcando il senso

religioso di una storia vista come lo scenario nel quale si dispiega l'azione

provvidenziale e salvifica di Dio. In prospettiva analoga si inquadrano i

profili biografici di Luigi Comollo, Domenico Savio, Michele Magone e

Francesco Besucco, che possono essere definiti stilizzazioni edificanti di

32 Ivi, 97.

33 Cfr. ivi, 113-114.

34 Sulle movenze di don Bosco scrittore e editore e i suoi meccanismi mentali, cfr. P. STELLA, Don Bosco nella

storia della religiosità cattolica, I: Vita e opere, Roma, LAS 19792, 229-248; ID., Don Bosco nella storia economica e

sociale, Roma, LAS 1980, 327-368: ID., Don Bosco, Bologna, Il Mulino 2001, 23-37, 71-90.

8

modelli di comportamento virtuoso accessibili a adolescenti e giovani di

ambiente popolare ottocentesco: «sono in realtà primariamente messaggi

selettivi con precise ed evidenti finalità educative»35. In queste Vite possiamo

leggere espressioni care a don Bosco, più volte ripetute: che bisogna darsi a

Dio per tempo; che la santità consiste nello stare allegri, evitando il peccato

che toglie la pace del cuore e compiendo esattamente i doveri del proprio

stato; che la confidenza col confessore o con un fedele amico dell'anima è uno

dei segreti della riuscita morale e spirituale dei giovani; che si debbono

fuggire come la peste i cattivi compagni; che i sacramenti della Penitenza e

dell'Eucaristia sono i pilastri della vita spirituale; che lo spirito di preghiera

rassoda e trasfigura la vita interiore di un giovane. Oltre ad una serie

ricorrente di convinzioni di carattere educativo e pastorale, espresse in incisi

didascalici o incarnate in personaggi e in atteggiamenti narrati: amare i

giovani, usare loro amorevolezza e dolcezza, avvicinarli, assisterli per

prevenire il male o correggerli, aiutarli a consolidarsi sul retto sentiero...

Tutto questo lo si rintraccia anche nelle MO, anzi in una prospettiva più

ampia. In tale opera don Bosco mostra maggiore confidenza e scioltezza che

in altre, ma anche più profondità e complessità. Infatti, mentre attua una

rilettura dell'itinerario formativo personale in funzione della realizzazione

della vocazione-missione oratoriana, fa emergere la varietà delle

sfaccettature che connotano i suoi quadri mentali, i tratti spirituali più

consoni al suo mondo interiore, gli atteggiamenti educativi e pastorali che

meglio qualificano il suo modello di educatore religioso, lo stile e le attività

più originali e qualificanti del suo Oratorio. Possiamo dire di trovarci di

fronte ad uno dei suoi scritti più personali, vivaci e intensi.

3.2. I tempi e le sollecitazioni che occasionano la composizione delle MO

Perché don Bosco si è tuffato in questa impresa in un periodo così intenso

di lavoro e tanto travagliato della propria esistenza, tra 1873 e 1875?

La motivazione espressa nell'introduzione delle MO, quella del «comando

di persona di somma autorità, cui non è permesso di porre indugio di sorta»,

va certamente presa in considerazione, ma affiancata da almeno altri due

principali moventi. Il primo è la convinzione, consolidata col passare degli

anni, che l'Oratorio fosse un'istituzione voluta da Dio come strumento per la

salvezza della gioventù nei tempi nuovi, e che fosse venuto il momento di

metterne in luce la genesi, le finalità e il metodo. Una persuasione che don

Bosco condivideva con i collaboratori, ma anche con cerchie sempre più vaste

di ammiratori e sostenitori e di quanti si riconoscevano nelle istanze del

cattolicesimo d'azione. Il secondo stimolo derivava dal contesto in cui veniva

a trovarsi in quegli anni la sua istituzione: una contingenza "critica" per

ragioni esterne e interne. Infatti, mentre si profilava la conclusione dell'iter di

35 P. STELLA, Don Bosco, 113.

9

riconoscimento giuridico della Società salesiana con l'approvazione delle

Costituzioni, don Bosco faticava ad ottenere piena libertà di azione nei

confronti dei vescovi per la mancata concessione di quelle facoltà e privilegi,

usualmente concessi ad altre famiglie religiose. Ad aggravare la situazione si

aggiungevano incomprensioni reciproche con mons. Lorenzo Gastaldi

arcivescovo di Torino. Tutto questo poneva certamente a don Bosco problemi

di discernimento, di fondazione "storica" col ritorno alle origini del suo

impegno tra i ragazzi, di giustificazione e di informazione sulle sue scelte,

che già nel 1854 lo avevano spinto a stilare, a corredo di un progettato Piano

di Regolamento, un Cenno storico, e nel 1862 dei Cenni storici intorno all'Oratorio

di S. Francesco di Sales36, due documenti di grande rilevanza «storica e

concettuale»37.

Era un atteggiamento abituale in lui, narratore per vocazione, il richiamo

alla genesi e ai successivi sviluppi dell'Oratorio, ogni volta che si prefiggeva

di stimolare l'appoggio delle autorità, la simpatia dell'opinione pubblica e la

cooperazione economica38. Tuttavia era un metodo usato preferibilmente e

quasi istintivamente in ambito formativo, con i ragazzi, nelle conversazioni

serali o nelle prediche, e nell'intimità degli incontri con i suoi Salesiani. È

significativo rilevare come questa tendenza al racconto "storico", don Bosco

la instillasse anche ai suoi collaboratori. Nel 1870, ad esempio, veniva

pubblicata la Biografia del giovane Mazzarello Giuseppe, primo libro di G.B.

Lemoyne, nel quel quale si legge un capitolo rievocativo delle vicende

oratoriane dal 1841 al 1868, che pare attinto dalla viva voce di don Bosco più

che da documenti scritti39. Le Cronache stilate negli anni Sessanta da Giovanni

Bonetti e Domenico Ruffino, e la Cronichetta del primo maestro dei novizi

Giulio Barberis, degli anni 1875-1879, documentano questo utilizzo della

narrazione evocativa in funzione della formazione dell'identità dei discepoli,

e insieme il desiderio di questi di conoscere le «antichità dell'Oratorio» che li

spingeva a stimolare i ricordi di don Bosco40.

A partire dal 1863, ai fini dell'approvazione della Società Salesiana e delle

sue Costituzioni, e più tardi per ottenere i privilegi necessari alla piena

indipendenza giuridica, don Bosco si impegnava a produrre documenti

informativi sulla storia e l'identità della sua istituzione. Il più denso e

36 I due documenti, mai stampati da don Bosco, sono stati pubblicati in edizione critica da Pietro Braido, in

ID. (cur.), Don Bosco nella Chiesa a servizio dell'umanità. Studi e testimonianze, Roma, LAS 1987, 34-59; 60-81.

37 P. BRAIDO, Don Bosco per la gioventù povera e abbandonata in due inediti del 1854 e del 1862, ivi, 26-31.

38 Ricordiamo ad esempio la lettera al Vicario di Città (13 marzo 1846), quella agli amministratori della

"Opera della mendicità istruita" (20 febbraio 1850), la circolare per una lotteria a favore della erigenda chiesa di

S. Francesco di Sales (20 dicembre 1851), in G. BOSCO, Epistolario. Introduzione, testi critici e note a cura di

Francesco Motto. I: (1835-1863), Roma, LAS 1991, 66-67, 96-97, 139-141.

39 G. B. LEMOYNE, Biografia del giovane Mazzarello Giuseppe..., Torino 1870, pp. 78-91 (pubblicato nella collana

«Letture Cattoliche» XVIII (1870) fasc. n. 7). Il capitolo fu rettificato e ricomposto da don Bosco stesso per la

seconda edizione del 1872. Interessanti sono le osservazioni metodologiche inviate da don Bosco al Lemoyne

nella fase di composizione di questo libretto, il 3 novembre 1869, cfr. G. BOSCO, Epistolario..., III: (1869-1872),

Roma, LAS 1999, 150-151.

40 I quaderni della Cronichetta di G. Barberis sono conservati nell'Archivio Salesiano Centrale (ASC) A002 (qui si

cita il quaderno 3, p. 46, 1 gennaio 1876); le Cronache di G. Bonetti e di D. Ruffino sono conservate in ASC A004 e

A008.

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significativo è un Cenno istorico41, redatto nell'agosto 1873 e stampato nel

febbraio 1874, nel quale si vede chiara l'intenzione di mettere in risalto il

vincolo indissolubile esistente tra l'opera degli oratori e la Società Salesiana.

È evidente «il carattere non cronachistico, ma ideale e apologetico» di tali

documenti "storici"42.

Gli anni della composizione e della messa a punto delle MO, sono dunque

quelli che vedono il maggior impegno "storico-informativo" di don Bosco, sia

per le ragioni esterne indicate - che lo spingeranno ancora nel 1879 a

produrre un'Esposizione alla S. Sede, documento sintomatico del suo modo di

rielaborare la "storia"43 -, sia, e soprattutto, per motivi interni alla sue

istituzioni. Molteplici ragioni lo spingevano a rivisitare la sua esperienza in

considerazione della formazione dei discepoli e della focalizzazione

dell'identità specifica della sua opera. In quel preciso lasso di tempo (tra 1873

e 1875) egli si vedeva costretto a ripensare l'idea dei "Salesiani esterni",

rifiutata dalla Santa Sede, e a trasformarla nel nuovo progetto di

Associazione o Unione di Cooperatori Salesiani. D'altra parte l'espansione

della sua Congregazione fuori dai confini del Piemonte, sull'onda della

fortuna dei collegi-convitti, gli richiedeva una messa a fuoco degli aspetti di

identità e di metodo che dovevano caratterizzarla nei confronti di istituzioni

analoghe, ripercorrendo la genesi e gli eventi che avevano dato vita

all'Oratorio, sentito e proclamato come la matrice di ogni altra realizzazione.

Così si inaugura quella stagione feconda di riflessioni e puntualizzazioni che,

oltre alle MO, produrrà documenti di grande importanza per l'identità

salesiana, come Il sistema preventivo nella educazione della gioventù44.

4. "Storia" dell'Oratorio e indole "autobiografica" delle MO

Il titolo del documento ci ricorda, inequivocabilmente, l'intenzione di don

Bosco di narrare le Memorie della sua prima istituzione assistenzialeeducativa

in favore della gioventù.

41 Cenno istorico sulla congregazione di S. Francesco di Sales e relativi schiarimenti, Roma, Tipografia Poliglotta 1874 -

OE XXV 231-250.

42 Cfr. P. BRAIDO, L'idea della Società Salesiana nel "Cenno istorico" di don Bosco del 1873/74. Introduzione e testo

critico, in «Ricerche Storiche Salesiane» 6 (1987) 245-331. P. Braido ci offre anche l'elenco completo dei documenti

informativi prodotti da don Bosco tra 1863 e 1874 (ivi, 255-256).

43 Esposizione alla S. Sede dello stato morale e materiale della pia società di S. Francesco di Sales nel marzo 1879,

Sampierdarena, Tipografia Salesiana, 1879. P. Stella scrive a proposito di questo singolare documento: «Le due

pagine preambolari poste sotto il titolo di Brevi notizie sulla Congregazione di S. Francesco di Sales dall'anno 1841 al 1879

(p. 5s) si è tentati di dire che sono un meraviglioso aggregato di traslati, di notizie approssimative, dati inesatti: in

parte forse per errore involontario, in parte per scelta consapevole di parole e di concetti», P. STELLA, Apologia della

storia, 9.

44 Edizione critica in G. BOSCO, Il sistema preventivo nella educazione della gioventù. Introduzione e testi critici a

cura di P. Braido, Roma LAS 1985.

11

4.1. L'Oratorio come punto focale

Egli non è mosso dall'idea di consegnare ai posteri la storia delle propria

vita45, bensì principalmente dalla preoccupazione di delineare la vicenda e

l'identità dell'Oratorio nella sua ispirazione, nei suoi destinatari, nelle

condizioni che favorirono o ritardarono la sua progressiva realizzazione e

negli elementi che ne distinguono la missione, il metodo e le connotazioni

caratteristiche: «mi fo qui ad esporre le cose minute confidenziali che

possono servire di lume o tornare di utilità a quella istituzione che la divina

provvidenza si degnò di affidare alla Società di S. Francesco di Sales». I

biografi del passato hanno sottovalutato questo obiettivo centrale e si sono

concentrati prevalentemente sulla suggestiva narrazione del percorso

formativo e dei primi anni di ministero del Santo, operando una lettura delle

vicende svincolata dal disegno globale che aveva spinto l'Autore a

selezionarle e ordinarle nella sua trama narrativa.

L'impegno di don Bosco di raccontare in funzione dell'Oratorio, come si è

accennato, ha una lunga storia. Tuttavia le sintesi rievocative precedenti si

differenziano in modo determinante dalle MO. Non solo la lettera al Vicario

di Città del 1846 ed altre comunicazioni analoghe, ma anche il Cenno e i Cenni

storici del 1854 e del 1862 si concentrano sulle motivazioni e le vicende

immediatamente collegate al "Catechismo" iniziato presso la chiesa di S.

Francesco d'Assisi, trasferito poi al Rifugio della marchesa di Barolo e

all'ospedaletto di Santa Filomena, migrato nella cappella di S. Martino presso

mulini della città, in quella del cenotafio di S. Pietro in Vincoli, nel prato dei

fratelli Filippi, e finalmente, dopo l'approdo a casa Pinardi, diventato

"Oratorio" a pieno titolo, con locali e cortile proprio, che può svilupparsi e

prosperare. In quei documenti, fondamentalmente, don Bosco sintetizzava

degli eventi in un sommario narrativo, e ragguagliava sulle finalità,

l'articolazione, le attività, gli operatori e i risultati di un'opera educativa e

religiosa. I destinatari, infatti, sono autorità e pubblico da informare e

sensibilizzare, sostenitori e benefattori da mobilitare. Il "narratore" si esprime

in quanto iniziatore e principale responsabile di un'attività educativa e

pastorale a vantaggio di giovanetti poveri e abbandonati, che fa riferimento a

moventi religiosi e civili, ma evita qualsiasi collegamento con la propria

storia interiore.

4.2. Destinatari e finalità

Nelle MO invece, a livello narrativo, la storia dell'Oratorio si allaccia alla

storia interiore del narratore e a quella dei discepoli-continuatori e si

protende dal passato verso il futuro, in funzione normativa. Questi aspetti

45 Insiste molto su questa distinzione P. Braido, per reagire contro la tendenza prevalsa in passato ad assumere

le MO come documento "storico", o cronaca d'eventi della vita di don Bosco in quanto tale; cfr. P. BRAIDO,

"Memorie" del futuro, 102.

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differenziano sostanzialmente questo dagli altri scritti di don Bosco, sia quelli

semplicemente informativi sia quelli più propriamente "storico-concettuali".

In primo luogo gli interlocutori del discorso, esplicitamente indicati, sono i

suoi «carissimi figli Salesiani con proibizione di dare pubblicità a queste cose

sia prima sia dopo la mia morte». Questa scelta rivela, innanzitutto, che

l'obiettivo preponderante è quello pratico (e "ideologico") della trasmissione

di un patrimonio familiare e intimo condiviso da Autore e Lettori,

accomunati spiritualmente nell'adesione totale della vita ad un ideale

vocazionale. Dunque l'impresa del narrare è mirata alla formazione e

all'animazione, in funzione di una missione, di un'identità e di un metodo.

L'esclusione di lettori estranei libera l'autore da ogni preoccupazione formale

e stilistica, da cautele e riserve opportune a chi si rivolgesse ad un pubblico

eterogeneo. La richiesta di riservatezza, tradizionale nei libri di famiglia,

mira a difendere da sguardi critici i valori percepiti come fondanti, i

sentimenti più intimi e familiari: «È un padre che gode parlare delle cose sue

a' suoi amati figli, i quali godono pure nel sapere le piccole avventure di chi li

ha cotanto amati, e che nelle cose piccole e grandi si è sempre adoperato a

loro vantaggio spirituale e temporale».

Don Bosco, dunque, trascina il destinatario, gli «amati figli»,

nell'avventura di queste Memorie e li fa diventare parte attiva, in quanto

discepoli interessati e complici, che condividono la prospettiva di valori e di

realtà in cui si colloca l'operazione narrativa di conquista di un'identità, e

insieme interlocutori ai quali chiede di accettare la propria visione dei fatti,

che è insieme storica e personale, di entrare in un mondo nello stesso tempo

reale e poetico. Egli si dimostra consapevole della difficoltà che può sorgere

in chi legge e cerca di prevederne le reazioni allo scopo di poterlo orientare.

Qua e là si vede molto chiaramente come la presenza dei lettori condizioni la

strategia narrativa di don Bosco. Emerge talvolta in modo diretto come una

sorta di dialogo: «Voi mi avete più volte dimandato a quale età abbia

cominciato ad occuparmi dei fanciulli [...]. Ascoltate»46; «Da quello che si

faceva un giorno festivo comprenderete quanto io faceva negli altri»47; «In

quel momento voi avreste veduto, come vi dissi, l'oratore divenire un

ciarlatano di professione»48. Si riscontra anche nella forma indiretta, quando

il racconto rimanda ad un possibile approfondimento da parte del pubblico:

«La vita di questo prezioso compagno fu scritta a parte ed ognuno può

leggerla a piacimento»49; «Per prima cosa ho compilato un Regolamento [...].

Questo essendo stampato a parte ognuno può leggerlo a piacimento [...].

Compiute le Regole [della Compagnia di S. Luigi] nel limite che mi

sembravano più adatte per la gioventù, le presentai all'Arcivescovo [...].

46 MO 38 (I decade, capitolo 1; d’ora in poi: I, c. 1).

47 MO 40 (I, c. 1).

48 MO 41 (I, c. 1).

49 MO 67 (I, c. 8).

13

Queste Regole si possono leggere a parte»50; «Molti giornali parlarono di

quella solennità: v[edansi] L'Armonia e la Patria di que' giorni»51.

A più riprese, l'Autore sembra voler prevedere le obiezioni e gli

interrogativi dei Lettori, preparando il terreno ad una giusta interpretazione

e operando in forma metanarrativa:

«Qui voi mi farete una dimanda: Per andare alle fiere, ai mercati, ad

assistere i ciarlatani, provvedere quanto occorreva per quei divertimenti,

erano necessarii danari, e questi dove si prendevano? [...]. Voi qui mi

dimanderete: E la madre mia era contenta che tenessi una vita cotanto

dissipata e spendessi il tempo a fare il ciarlatano? Vi dirò che mia madre mi

voleva molto bene».52; «Ma come studiare le lezioni? Come fare le traduzioni?

Ascoltate. [...]»53; «Qui è bene che vi ricordi come di que' tempi la religione

faceva parte fondamentale dell'educazione»54; «Nel vedermi passare il tempo

in tante dissipazioni, voi direte che doveva per necessità trascurare lo studio.

Non vi nascondo che avrei potuto studiare di più; ma ritenete che l'attenzione

nella scuola mi bastava ad imparare quanto mi era necessario»55; «Voi forse

direte: Occupandomi in tante letture, non poteva attendere ai trattati. Non fu

così»56.

In secondo luogo, dopo avere selezionato gli interlocutori, don Bosco,

specifica e dettaglia le finalità del lavoro di scrittura: «A che dunque potrà

servire questo lavoro? Servirà di norma a superare le difficoltà future,

prendendo lezione dal passato; servirà a far conoscere come Dio abbia egli

stesso guidato ogni cosa in ogni tempo; servirà ai miei figli di ameno

trattenimento, quando potranno leggere le cose cui prese parte il loro padre e

le leggeranno assai più volentieri quando, chiamato da Dio a rendere conto

delle mie azioni, non sarò più tra di loro».

Prima di focalizzare la portata e l'influsso di questi obiettivi sulla scrittura

di don Bosco, conviene far notare che la definizione delle motivazioni è una

funzione primaria tipica di ogni scritto appartenente al genere

autobiografico, inteso come scrittura di sé, e non semplicemente come

documentazione storica o cronaca di fatti. Gli studiosi del genere rilevano

che «la motivazione alla scrittura è tanto più necessaria e, per così dire,

interna al testo, alla sua dinamica e struttura, quanto meno il testo è o si

vuole, "letterario"». Nel passato e nel presente ogni autore che si accinge a

parlare di sé, tende a rivolgersi ad un pubblico selezionato e a chiarire i suoi

intenti con «premesse, prefazioni, avvertenze, ricreando, per un vezzo o per

una segreta attrazione quello spazio del "fuori testo" su cui si è sempre

fondato il genere»57. In questa prospettiva vengono identificate nelle

50 MO 177 (III, c. 6).

51 MO 212 (III, c. 17).

52 MO 41-42 (I, c. 1).

53 MO 48 (I, c. 3).

54 MO 63 (I, c. 7).

55 MO 82-83 (I, c. 13).

56 MO 107 (II, c. 8).

57 F. D'INTINO, L'autobiografia moderna. Storia forme problemi, Roma, Bulzoni Editore 1998, 70-71.

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scritture autobiografiche cinque categorie motivazionali: 1) la richiesta di

un'autorità o di un amico, di figli o discepoli (è il caso di Teresa d'Avila e di

Ignazio di Loyola); 2) la reazione difensiva o apologetica (J.J. Rousseau con le

Confessions reagisce all'attacco di Voltaire; J.H. Newman nell'Apologia pro vita

sua risponde a Kingsley; F. Nietzsche previene le future distorsioni del suo

pensiero da parte dei posteri con l'Ecce homo); 3) l'affermazione della propria

identità in contrapposizione ad altri o per superare una crisi o come processo

di maturazione che induce ad uno sguardo retrospettivo (è ancora il caso

delle Confessions di Rousseau, ma anche delle Mémoires d'outre-tombe di F.-R.

de Chateaubriand o della Autobiography of Malcom X); 4) la trasmissione di

una testimonianza, di un insegnamento, di un bagaglio di valori e di

esperienze, che promana dalla percezione dell'esemplarità della propria

esperienza (J. Stuart Mill trasmette nell'Autobiography l'inconsueto sistema

educativo di cui si considera frutto; i mercanti scrittori fiorentini tra

Medioevo e Rinascimento scrivono per tramandare un esempio ai

discendenti; tutta la letteratura autobiografica religiosa è permeata di spirito

didattico, ma anche gran parte dell'autobiografia italiana risorgimentale); 5)

il tempo perduto e ritrovato, l'approssimarsi della vecchiaia e della morte,

che induce ad un recupero sintetico della propria esperienza, delle azioni e

delle persone passate tramandandole ai posteri (è il caso delle Memorie di

famiglia di F. Guicciardini, delle Memorie del card. Guido Bentivoglio, della

Autobiography di B. Franklin e de I miei ricordi di M. d'Azeglio)58.

Le pagine introduttive delle MO - e lo sviluppo del testo - ci mostrano

come in esse siano presenti, con diversa rilevanza e accentuazione, queste

cinque motivazioni o spinte alla scrittura autobiografica, in particolare la

testimonianza-insegnamento e la ricerca-costruzione dell'identità oratoriana

(quest'ultima non esplicitamente dichiarata, anche se perseguita lungo tutto

il corso dello scritto). Le finalità indicate da don Bosco lo spingono ad

orientare la scrittura delle MO secondo una costruzione rievocativa molto

complessa e articolata, che va ben oltre la descrizione dell'Oratorio in quanto

opera con sue proprie finalità e metodo. Queste premesse vogliono avvertire

che egli si accinge, con uno sguardo prospettico di tipo teologico-ideologico,

a fare una ricognizione del passato - un passato ben definito nella

delimitazione cronologica espressa nel titolo - che intende ricollegare la

genesi dell'istituzione oratoriana e la sua specificità a una traiettoria interiore

e "spirituale" dalle tonalità vocazionali e missionarie.

4.3. L'inizio e la mancata conclusione nell'architettura narrativa

Per questo motivo le Memorie non esordiscono, come il Cenno storico, con il

resoconto di quelle situazioni puntuali che hanno determinato don Bosco ad

avviare il Catechismo-Oratorio a partire dal 1841, ma principiano con l'inizio

58 Cfr. F. D'INTINO, L'autobiografia moderna, 71-85.

15

stesso dell'esistenza dell'Autore. L'incipit della narrazione, che anticipa di un

giorno della data di nascita per farla coincidere con una festa mariana59 -

indicatore a prima vista secondario, tuttavia illuminante della prospettiva

scelta, rafforzato da un'infinità di altri molto più espliciti, a cominciare da

quello enunciato nell'esordio («far conoscere come Dio abbia egli stesso

guidato ogni cosa in ogni tempo» -, coadiuva a proiettare da subito le

Memorie in un orizzonte di storia provvidenziale e a caricare la vicenda

personale di un significato e di una portata che ne trascende la singolarità,

come patrimonio da condividere e tramandare. L'inizio vero e proprio,

verrebbe da dire, è "fuori-testo", a sottolineare che al di là dello scritto c'è un

Soggetto divino, il «Dio misericordioso» padrone degli eventi e dei cuori, che

continua a governare la storia singolare e sociale in prospettiva salvifica e

redentiva, suscitando vocazioni e ispirando cammini; ma c'è anche un

Soggetto umano, narrante, che è all'origine del testo stesso, presentato come

versione autentica di una vicenda che è insieme personale ed "oratoriana".

Il documento però, dopo poche pagine, ci riserva una sorpresa che mette

ulteriormente in luce la complessità e la problematicità dell'intreccio istituito

tra storia personale e storia dell'Oratorio. Si tratta del racconto dettagliato e

drammatizzato, di un sogno fatto «al nono anno di età», esposto quale

evento significativo che proietta la sua luce su tutto il resto delle MO: «le cose

che esporrò io appresso daranno a ciò qualche significato». Questo evento

viene a inserirsi nella strategia del testo come il vero inizio della "memoria"

oratoriana, determinandone la suddivisione in tre decadi. I Dieci anni

d'infanzia (1815-1824) infatti sono rappresentati come un preludio -

significativo, ma non propriamente "oratoriano". Mentre il decennio 1825-

1835, la Prima decade, principia appunto con la descrizione del narratore che

si raffigura all'età di dieci anni, intento ad occuparsi dei fanciulli facendo

«quello che era compatibile alla mia età e che era una specie di Oratorio

festivo»60.

In tal modo il sogno-inizio, rievocato con artifici letterari mutuati dalla

forma romanzesca, assume un valore speciale: diventa prefigurazione di un

testo storico-letterario, di cui anticipa consapevolmente i significati, le

strategie, le strutture; diventa insomma una traccia identificabile di una

orchestrazione retorica finalizzata agli intenti dell'autore. È significativo il

fatto che proprio in senso profetico-prefigurativo esso sia stato interpretato

nella tradizione salesiana, insieme con l'altro evento-simbolo, l'incontro con

Bartolomeo Garelli, situato al centro cronologico e simbolico della Seconda

decade (dunque di tutte le Memorie). A questi due eventi, collocati

rispettivamente all'inizio e a metà del cammino di realizzazione della

vocazione-missione oratoriana, potremmo ricollegarne un terzo, narrato nel

capitolo 7° della Terza decade: il dialogo con l'orfanello della Valle Sesia, «il

primo giovane del nostro Ospizio», che completa idealmente l'architettura

del racconto-memoriale oratoriano.

59 «Il giorno consacrato a Maria Assunta in Cielo fu quello della mia nascita», MO 30 (I, Dieci anni d’infanzia).

60 MO 38 (I, c. 1).

16

Pare quasi che qui, in qualche modo, don Bosco senta concluso il grande

arco narrativo prefigurato nei simboli del sogno dei nove anni, come

suggerisce il titolo generale premesso al capitolo ottavo: Memorie storiche

sull’Oratorio di S. Francesco di Sales, dal 1846 al 1855. Esso sembrerebbe una

semplice ripetizione di quelli messi all'inizio dei tre quaderni del

manoscritto, ma l’inserimento dell’aggettivo “storiche”, assente nei

precedenti, richiama quei Cenni storici del 1854 e del 1862, nei quali era

evidente lo sganciamento tra la storia dell’istituzione e la vita interiore

dell’autore.

Le pagine che seguono, di fatto - e anche l'analisi materiale e formale del

manoscritto lo potrebbe confermare61 -, denotano una frattura narrativa, una

variazione della scrittura, una coloritura diversa rispetto all'unità

compositiva fino a quel momento intessuta. Sono di indole prevalentemente

informativa, una giustapposizione cronachistica. Così, venendo a cadere la

trama e l’intrigo - la confluenza tra vocazione personale, missione, modello

educativo/pastorale ed opera/istituzione -, visibilmente, si passa dal

racconto alla cronaca. I capitoli numerati proseguono, riportando una serie di

eventi, cronologicamente ordinati e faticosamente amalgamati, che sfuggono

al solido intreccio narrativo che aveva retto, più o meno coerentemente, le

parti precedenti. Dopo il diciottesimo capitolo, la numerazione si arresta, per

cedere il passo a semplici diciture. Il disegno narrativo pare essersi del tutto

disciolto. Don Bosco si limita a raccontare dei fatti in modo molto simile a

quanto era solito fare negli altri memoriali informativi. Non si coglie più quel

coinvolgimento personale e intimo che ha caratterizzato la trama e l'intrigo

del testo precedente. Si descrivono ingredienti ed attività che caratterizzano

la prassi oratoriana, se ne documentano i progressi, si rimanda a eventi

politici e a divergenze tra i preti degli oratori, all'acquisto di terreni e stabili,

alle costruzioni e alle iniziative editoriali. Anche i pochi quadretti narrativi

poco hanno ormai di simbolico e di interiore ai fini della vocazione

oratoriana. Si scivola infine nella descrizione di attentati e di aggressioni,

frutto di un'improbabile «trama personale segreta [...] ordita dai protestanti o

dalla massoneria»62, e si termina con la nota di colore del cane Grigio: un

finale scialbo e tutto sommato bizzarro per uno scritto tanto significativo e

importante (anche se documento utile ad inquadrare il mondo mentale e

culturale di don Bosco, il suo gusto per il meraviglioso e il soprannaturale,

così arcaico e vicino ai gusti popolari del tempo).

In questa variazione della scrittura nella fase terminale, in questo arenarsi

di giustapposizione aneddotica e in questa mancata conclusione, troviamo

una ulteriore caratteristica che apparenta le MO a tutta la letteratura di

61 Il terzo quaderno del manoscritto di don Bosco è costituito di tre parti legate insieme: un quaderno di 40

pagine; un foglio piegato a formare due pagine; un secondo quaderno di 40 pagine. Quest'ultimo, che inizia

appunto con il titolo Memorie storiche sull'Oratorio di S. F. d. S. dal 1846 al 1855 e contiene la restante parte della terza

decade, dal cap. 8° in poi, appare molto tormentato nella grafia e nella revisione, zeppo di cancellature e

d'integrazioni; farebbe pensare ad una redazione avvenuta a distanza di tempo rispetto alle parti precedenti (cfr.

ASC, A222, cartella Oratorio 3, pp. 141-180; microfilm FDB 59B11-60A2).

62 MO 223 (III, c. 22).

17

impronta autobiografica63, dove il non-finito è piuttosto comune e dove la

scrittura viene ripresa, integrata o modificata, l'elaborazione spesso è sofferta

e tende ad integrare materiali eterogenei (rimandando o copiando

documenti, appunti, testi redatti in altre occasioni o già pubblicati); la

redazione è quasi sempre «incerta, precaria, imperfetta, stratificata, doppia; è

legata al periodo in cui matura, e non è mai isolabile dalla serie di appunti,

schizzi, note e postille che la precedono, accompagnano e seguono: fa parte

insomma di un contesto dal quale non si può prescindere».

4.4. Procedimenti messi in atto dall'autore

I problemi derivanti dalla particolare ottica in cui si colloca il don Bosco

delle MO nel suo sguardo verso il passato, vanno proiettati nell’orizzonte più

vasto dei problemi interpretativi posti dalle storie di vita e dalle scritture di

indole autobiografica64. Le questioni dal punto di vista epistemologico sono

vaste e complesse. Ci limitiamo ad accennare ad alcuni aspetti utili per

introdurre ad una lettura avvertita del documento.

La mole di scritti autobiografici che attraverso i secoli è giunta fino a noi è

sterminata. Questi autori hanno cercato la radice della propria identità o

delle proprie realizzazioni nella loro stessa esistenza. I loro libri testimoniano

percorsi spirituali e psicologici, quadri mentali e motivazionali, un loro modo

di accostare gli eventi e interpretarli, ma prima ancora lo sforzo di dare unità

e senso, storicità, al proprio vissuto.

Anche il procedimento ricostruttivo messo in atto nelle MO appartiene a

questo tipo di operazioni. Don Bosco, a partire dalle prospettive che lo

guidano nel presente, attua una ricostruzione dei fatti del passato

attribuendo loro un senso. Inoltre, ripercorrendo la propria formazione,

rivela a se stesso e a noi quanto sia stato aiutato o ostacolato nella

costruzione della propria vocazione oratoriana da famiglia, persone

incontrate, istituzioni, società e vicende storiche, e quanto queste relazioni ed

esperienze siano entrate a far parte della sua coscienza e del suo "metodo".

Infine, attuando questa riflessione "memorialistica" trasforma l'esperienza

63 «Quanto più l'autobiografia è esteticamente strutturata, tanto più esordio e finale divengono elementi

portanti del disegno narrativo e tendono, riallacciandosi a distanza, a formare un quadro le cui coordinate orientano

tutto il testo. [...] Quanto meno, invece, l'autobiografia è esteticamente strutturata, tanto più rischia di interrompersi

- casualmente - in un punto non stabilito precedentemente e con un finale poco 'significativo' dal punto di vista del

disegno generale», F. D'INTINO, L'autobiografia moderna, 229.

64 Cfr. G. PINEAU - J.-L. LE GRAND, Les histoires de vie, Paris, Presses Universitaires de France 1993. La saggistica

sull'autobiografia è vastissima; a titolo d'esempio indichiamo alcuni contributi di carattere generale: L'autobiografia:

il vissuto e il narrato, «Quaderni di retorica e poetica» II (1986); Ph. LEJEUNE (cur.), Les récits de vie et l'institutions,

«Cahiers de sémiotique textuelle» 8-9 (1986); R. PORTER (cur.), Rewriting the self. Histories from the Renaissance to the

present, London, Routledge 1997; M.F. BASLEZ - PH. HOFFMANN - L. PERNOT (cur.), L'invention de l'autobiographie

d'Hésiode à Saint Augustin. Actes du deuxième colloque de l'Équipe de recherche sur l'Hellénisme postclassique,

Paris, Presses de l'École normale supérieure, 1993; N. SPADACCINI - J. TALENS (cur.), Autobiography in early modern

Spain, Minneapolis, Prisma Institute 1988; La autobiografia en lengua española en el siglo veinte, Lausanne, Hispanica

Helvetica 1991. Si veda l'ampia bibliografia e la rassegna d'orizzonti teorici e storici fatta da F. D'INTINO,

L'autobiografia moderna, 15-66, 291 e 358.

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rivisitata (di sé, degli altri e delle cose) in una risorsa che gli permette di

costruire un "sapere" spirituale e pedagogico per i propri interlocutori. Il suo

è un procedimento ermeneutico orientato da una pre-comprensione

derivante dal personale contesto ambientale e mentale, dai valori di

riferimento, oltre che dalla vita raccontata.

Nelle MO don Bosco mette in atto complesse dinamiche di memoria, di

selezione e interpretazione dei fatti e di organizzazione di essi in una trama,

secondo un significato superiore unitario. È evidente che egli procede ad

un'operazione di filtratura delle vicende, mentre ricostruisce l'insieme di un

tratto di vita attorno al nucleo unificante della prospettiva-vocazione

oratoriana. Alla coscienza che egli poteva avere nel momento in cui viveva

gli eventi raccontati, subentra una coscienza "di secondo livello" costituita dal

ritorno sui propri passi per riconoscere i legami di significato e di sbocco

armonico dei vari elementi. È movimento retrospettivo e prospettico insieme.

È lavoro di autoformazione, in cui, percependo in modo diverso gli eventi

del passato e agendo su di essi, ricollegandoli cioè alla "storia" dell'Oratorio,

intorno alla quale costruisce il suo discorso, organizzandoli su questo

significato unitario, egli di fatto dà un contenuto nuovo ad avvenimenti

vissuti senza tale percezione globale65. Di questa operazione don Bosco

dimostra in parte d'essere cosciente, come rivelano due espressioni

conclusive della narrazione del sogno dei nove anni: «A suo tempo tutto

comprenderai» e «le cose che esporrò io appresso daranno a ciò qualche

significato».

Il processo di selezione operato nelle MO, si attua sia sui fatti - scegliendo

quelli più significativi per il senso globale del racconto e scartandone molti

altri -, sia sul loro significato, interpretandoli secondo una prospettiva

teologica e secondo le preoccupazioni che lo muovono nel presente. Poi egli

organizza gli avvenimenti in base al peso dato a ciascuno nella ricostruzione

del disegno unitario che tutti li supera. Da questa progettazione nasce la

trama e l'intreccio che reggono la strategia narrativa del suo racconto.

Don Bosco interpreta la parabola esistenziale che va dalla nascita alla

realizzazione compiuta dell'Oratorio, giudicando il valore "storico" di fatti

lontani e la significatività delle relazioni personali, con uno sguardo

retrospettivo. Stabilisce il loro rilievo in base agli eventi successivi e li

riunisce in un unico disegno interpretativo di tipo provvidenziale. Questo è il

filo conduttore scelto per rivelare l'intima connessione tra vicende vissute in

diversi piani temporali: infanzia, giovinezza, maturità e presente del

narratore. È un tipo di racconto che privilegia il punto di arrivo della storia;

che dà senso a tutti gli episodi organizzandoli in una totalità intelligibile66.

65 Su questi procedimenti tipici di ogni ricognizione autobiografica cfr. la prefazione di Laura Formenti

all'edizione italiana di M.S. KNOWLES, La formazione degli adulti come autobiografia, Milano, Raffaello Cortina Editore

1996, x-xvi.

66 Su questa "configurazione" dell'esperienza vissuta che si opera attraverso la narrazione, si vedano le

interessanti riflessioni di P. RICOEUR, Tempo e racconto, I, Milano, Jaca Book 1996, 108-117.

19

Alla conclusione del percorso narrativo, il testo delle MO ci appare una

continua ricerca ed evidenziazione di prefigurazioni dei tratti caratteristici

dell'Oratorio nel tessuto di una esistenza che l'Autore sente segnata da una

vocazione divina. Lo vediamo nelle narrazioni di situazioni che, nell'ottica

dell'Autore, preludono e anticipano l'Oratorio, come i Primi trattenimenti con i

fanciulli all'età di dieci anni («era una specie di Oratorio festivo»67), la cura dei

giovanetti nelle vacanze precedenti la vestizione («Era quella una specie di

Oratorio, cui intervenivano circa cinquanta fanciulli, che mi amavano e mi

ubbidivano, come se fossi stato loro padre»68) e le norme che regolavano le

riunioni della Società dell'Allegria nel periodo della frequenza al Collegio di

Chieri69. Ma anche nella descrizione dei catechismi nell'inverno 1841-1842,

precocemente definiti "Oratorio":

Nel corso pertanto di quell'inverno mi sono adoperato di consolidare il

piccolo Oratorio [...]. Qui l'Oratorio si faceva così: Ogni giorno festivo si dava

comodità; di accostarsi ai santi sacramenti della confessione e comunione; ma

un sabato ed una domenica al mese era stabilita per compiere questo religioso

dovere. La sera ad un'ora determinata si cantava una lode, si faceva il

catechismo, poi un esempio colla distribuzione di qualche cosa ora a tutti ora

tirata a sorte.70

Lo scopriamo soprattutto quando vengono messi in scena personaggi

rappresentativi, in negativo o in positivo, di stile e metodo oratoriano, come -

per citarne solo un paio - il prevosto di Castelnuovo col suo viceparroco nel

loro atteggiamento distaccato verso il protagonista ragazzo («Se io fossi prete

vorrei fare diversamente; vorrei avvicinarmi ai fanciulli, vorrei dire loro delle

buone parole, dare dei buoni consigli»71) e il professore di umanità don

Banaudi («era un vero modello degli insegnanti. Senza mai infliggere alcun

castigo era riuscito a farsi amare da tutti i suoi allievi. Egli li amava tutti quai

figli, ed essi l'amavano qual tenero padre»72).

La lettura attenta del documento mostra, pressoché ad ogni capitolo, che il

punto finale - l'articolata e vivace realtà dell'Oratorio di S. Francesco di Sales

nei primi anni Cinquanta, con i suoi fini, il suo metodo educativo, le sue

proposte formative, i suoi ritmi di vita e il suo tipico modello di pastoreeducatore

-, è stato di fatto il filtro con il quale don Bosco ha operato la sua

rivisitazione autobiografica a vantaggio dei discepoli.

67 MO 38 (I, c. 1).

68 MO 86 (I, c. 14).

69 MO 61-62 (I, c. 8).

70 MO 123-124 (II, c. 13).

71 MO 53 (I, c. 4).

72 MO 71 (I, c. 9).

20

5. Le Memorie dell'Oratorio come testo narrativo

Il don Bosco scrittore delle MO è sobrio, essenziale, chiaro. Ma anche

efficace nel ricreare l'ambiente, caratterizzare i personaggi e le relazioni,

variare gli scenari, restituire i momenti di gioia, di preoccupazione o di

tensione e in alcuni casi anche i sentimenti.

5.1. La scrittura di don Bosco

In trent’anni di esercizio come pubblicista preoccupato di farsi

comprendere dai ceti giovanili e popolari, il suo stile narrativo si è

perfezionato; egli dimostra un buon mestiere di narratore. Gli interventi

correttivi sulla prima stesura delle MO non paiono mirati all'affinamento

dello stile, ma prevalentemente alla semplificazione del testo, a renderlo

scorrevole e chiaro.

La scrittura di don Bosco è più immediata e nitida quando egli si impegna

in racconti e decrizioni di fatti più volte narrati a voce (in particolare le

esperienze giovanili come animatore dei compagni e le vicende della fase

"vagante" dell'Oratorio) o nell'esposizione di alcuni "sogni" ricostruiti con

abbondanza di particolari. Il sogno dei nove anni è presentato come un

copione cinematografico, con indicazioni essenziali sull'aspetto dei

personaggi, i dialoghi serrati e sintetici, i sentimenti del protagonista appena

accennati, mentre ragazzi rissosi, animali feroci e miti agnelli variano il

fondale della scena.

È scorrevole soprattutto la stesura dei dialoghi, fluidissima anche a livello

di grafia. Sulle pagine del manoscritto originale si vede che don Bosco non ha

incertezze, scrive velocemente e non torna indietro a correggere: si direbbe

che il dialogo è nella sua mente, nitido nelle battute. Si direbbe che la

modalità dialogica riveli una forma espressiva a lui congegnale, preferita

nella comunicazione familiare e nella composizione dei suoi libretti

edificanti, espressione di una struttura mentale. Ed è così, infatti: don Bosco

amava descrivere incontri e situazioni costruendo in forma drammatica

dialoghi diretti e scambi di battute tra i personaggi, con vivacità. Le MO

contengono una documentazione abbondante.

A volte il dialogo mira a restituire gli atteggiamenti educativi e pastorali a

lui più cari, come nell'incontro tra Giovanni ragazzo e il vecchio don Calosso,

nella scena altamente simbolica del colloquio con Bartolomeo Garelli o nel

dialogo esemplificativo del suo modo di indurre i ragazzi più reticenti alla

confessione73. Altre volte i valori messi in campo sono quelli apologetici e la

conversazione prende il tono della dimostrazione o della disputa, come nel

caso della crisi di Giona, del confronto con la madre di lui e nella discussione

con gli anonimi personaggi che tentano di dissuaderlo dall'impresa delle

73 MO 45-47 (I, c. 2); 121-122 (II, c. 12); 160-161 (III, c. 1).

21

Letture Cattoliche74: è un genere caro a don Bosco, più volte utilizzato nei

libretti composti a partire dal 185375. Quando invece si tratta di ricordare

momenti critici, in cui le obiezioni nei confronti della sua azione rischiano di

compromettere la realizzazione o l'identità dell'Oratorio, il dialogo si fa

appassionato e concreto, tematizzando i valori che lo ispirano. Così il

narratore, rispondendo alle difficoltà sollevate da due parroci, illustra la

propria ottica pastorale; resistendo alle ingiunzioni del Vicario di Città

dimostra le sue convinzioni sull'efficacia sociale dell'educazione oratoriana;

nel confronto con la marchesa di Barolo mette in risalto la certezza di una

missione divina che lo spinge all'abbandono in Dio nonostante le

preoccupazioni di salute o l'incertezza delle risorse umane76. Che si tratti di

momenti di grande valore spirituale, come il dialogo con don Cafasso per la

scelta di un'occupazione dopo il periodo del Convitto, o di scene di vita

quotidiana, in cui traspare la cultura e lo stile tipico del mondo popolare

torinese, come l'intesa per l'acquisto della casa Pinardi, emerge sempre

un'evidente abilità compositiva lungamente affinata77.

Non mancano quadretti di caratterizzazione tipologica con venature

caricaturali, dove la scrittura risulta efficacissima. In pochi tratti don Bosco

abbozza la figura fisica della madre di Giona e della serva del cappellano di

S. Pietro in Vincoli78, illustra vivacemente scene buffe come quelle che lo

vedono coinvolto col severo professor Cima o nella difesa del timido

Comollo, coll'ingenuo sarto Cumino e il prudente canonico Burzio, con i

contadini brilli in un festino di campagna o col fallito tentativo del suo

internamento in manicomio, con l'equivoco tra "oratorio" e "laboratorio" del

balbuziente Pancrazio Soave, con l'arcivescovo che urta la mitra nel soffitto

della cappella Pinardi o colle agguerrite lavandaie di Porta Nuova79.

Egli sa anche costruire piccoli ma compiuti racconti d'avventura, come la

gara col saltimbanco, la caduta da cavallo sulla strada tra Cinzano e Bersano,

il tentativo di avvelenamento nella taverna del Cuor d'Oro e la pioggia di

bastonate ricevute nella stanza di una falsa ammalata80.

Ma questa capacità di caratterizzazione, affiancata alla varietà di toni e

sfumature della scrittura di don Bosco, nella strategia delle MO viene messa

al servizio di un programma narrativo di grande intensità simbolica e

operativa, che fanno di esse un documento significativo di un tipico modo di

74 MO, 73-74 (I, c. 2); 75-76 (I, c. 10); 221.223 (III, 1854).

75 Don Bosco si dimostra particolarmente adatto nella scrittura di dialoghi con finalità catechistica e apologetica,

come ad esempio, Il cattolico istruito nella sua Religione. Trattenimenti di un padre di famiglia co' suoi figliuoli (1853); Una

disputa tra un avvocato e un ministro protestante (1853); Conversazioni tra un avvocato ed un curato di campagna sul

sacramento della confessione (1855); Due conferenze tra due ministri protestanti ed un prete cattolico sopra il purgatorio e

intorno ai suffragi dei defunti (1857).

76 MO 142-143 (II, cc. 20-22); 147-148 (II, c. 21); 150-152 (II, c. 22).

77 MO 127-128 (II, c. 14); 204-205 (II, c. 15).

78 MO 75 (I, c. 10); 139 (II, c. 18).

79 MO 58 (I, c. 5); 69 (I, c. 8); 78-79 (I, c. 11); 98 (II, c. 5); 152-154 (II, c. 22); 179 (III, c. 6); 183 (III, c. 8).

80 MO 80-82 (I, c. 13); 113-115 (II, c. 10); 223-227 (III, Attentati personali; Aggressione).

22

scrittura ottocentesca, minore rispetto alla grande narrativa, ma non per

questo scadente o secondaria.

5.2. Struttura del testo

Per quel che riguarda l'ordine della narrazione, le MO presentano gli stessi

problemi che si pongono negli scritti di indole narrativa, con qualche

complicazione in più81. Infatti qui gli avvenimenti non sono immaginati,

come nelle opere di finzione, e quindi collegati dalla trama narrativa della

fantasia, ma sono stati realmente vissuti dall'autore, il quale scrivendo deve

lavorare su una varietà di ricordi, vicende, emozioni e sensazioni

sperimentate in periodi diversi. Nel racconto li deve riorganizzare in un

ordine lineare, che non può essere quello dei fatti così come sono accaduti, né

quello casuale delle associazioni e dei pensieri che si presentano alla sua

mente mentre lavora. Scegliendo l'Oratorio di san Francesco di Sales come

argomento centrale del racconto autobiografico, don Bosco traccia

mentalmente le connessioni tra eventi di una vicenda che si è sviluppata nel

tempo.

Questo schema determina l'intessitura delle MO: dal titolo alle ultime

pagine si tratta sempre di una "memoria" dell'Oratorio presentata in ordine

cronologico-generativo. Ma chi analizza attentamente il testo, si accorge che

al di sotto della suddivisione in Decadi e in capitoli (che chiamiamo

"struttura di superficie"), si delinea anche una "struttura profonda", costituita

dai sistemi di valore di don Bosco, dalle sue convinzioni e dai suoi quadri

mentali, che sottostà come in filigrana a tutto il testo ed emerge libera al di là

della ripartizione formale.

Nell'introduzione don Bosco dichiara i criteri scelti per l'organizzazione

del lavoro: «Io espongo queste memorie ripartite in decadi ossia in periodi di

dieci anni, perchè in ogni tale spazio succedette un notabile sviluppo della

nostra istituzione». Questa è la macro struttura che scandisce il testo.

All'interno di ogni decade i singoli capitoli evidenziano ora l'itinerario

formativo del personaggio, ora la progressiva comparsa e configurazione

degli elementi che caratterizzeranno l'Oratorio.

Ma la narrazione fa emergere anche una struttura spaziale. Infatti don

Bosco attribuisce un valore particolare alle località e agli ambienti in cui si è

sviluppata la sua vocazione oratoriana. Essi si presentano quasi punti di una

mappa simbolica. Il rurale borgo nativo, la casa con l'aia e il prato, la cappella

di Morialdo, il paese di Castelnuovo, la città di Chieri con le case, le scuole, il

caffé Pianta, il viale di Porta Torinese e il Duomo, il seminario con i suoi

ambienti, la città di Torino, le sue strade, le piazze, le Chiese, le carceri, le

istituzioni caritative, i sobborghi e i prati di periferia, i santuari dei dintorni,

81 Sulle strutture, gli intrecci e i modelli comunemente utilizzati nei testi narrativi di indole autobiografica, cfr.

F. D'INTINO, L'autobiografia moderna, 159-206.

23

e infine l'Oratorio di Valdocco con la sua tettoia-cappella, le stanzette per le

scuole e il cortile per la ricreazione: tutta questa varietà e successione di

luoghi diventa a sua volta importante principio organizzativo del racconto,

accanto a quello cronologico e tematico.

Agli spazi si collegano valori, esperienze educative e spirituali. Il

cambiamento di luogo assume il significato di un pellegrinaggio verso la

terra promessa dell'Oratorio, la sua missione e identità. L'Oratorio viene

"ispirato" nell'intimità misteriosa del sogno, vede una lunga fase di

preparazione negli anni della fanciullezza, dell'adolescenza e della

giovinezza del narratore, principia il suo cammino nell'ambiente fecondo del

Convitto ecclesiastico, peregrina di tappa in tappa nella geografia della

Torino giovanile e popolare, crescendo e acquistando tutti i sui tratti

qualificanti, fino alla «dimora stabile» a Valdocco, nel «sito dove aveva

sognato scritto: Haec est domus mea, inde gloria mea»82. È interessante seguire

questo viaggio nello spazio attraverso la titolazione di alcuni capitoli dal

1841 in poi: La festa dell'Immacolata Concezione e il principio dell'Oratorio festivo;

Trasferimento dell'Oratorio presso al Rifugio; L'Oratorio a S. Martino dei Molazzi;

L'Oratorio in S. Pietro in Vincoli, L'Oratorio in Casa Moretta; L'Oratorio in un

prato; Trasferimento nell'attuale Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco;

Stabile dimora dell'Oratorio di Valdocco.

Così, la "struttura di superficie" del racconto si presenta disegnata

nell'intersezione delle tre coordinate di tempo, di spazio e di nucleo tematico

portante.

La ripartizione del testo delle MO è sostanziata di eventi, di personaggi, di

osservazioni, commenti e annotazioni che sono frutto di una struttura più

profonda, quella derivante dalla mentalità di don Bosco, dalla sua cultura e

visione del mondo, dalle convinzioni civili e religiose, educative e morali,

dalla sua spiritualità e dal suo "progetto formativo". Gli studiosi di semiotica

dei testi narrativi parlerebbero di una intentio operis (intenzione dell'opera)

che si rivela più ampia della intentio auctoris (intenzione dell'autore)

esplicitamente dichiarata nel programma iniziale83. Alla base dell'opera c'è

l'uomo don Bosco, con tutto il suo universo che ad ogni pagina tende

continuamente ad emergere. Ci è possibile così tentare una lettura delle MO

che permetta di penetrare un messaggio articolato, costituito non solo da

quanto l’Autore intendeva dire, ma anche da quanto il testo di fatto dice in

riferimento alla propria coerenza contestuale e alla situazione dei sistemi di

significazione a cui si rifà.

Questo elemento profondo, vivacissimo nelle MO, dà al documento la sua

alta valenza polisemica e la sua preziosità, sia per lo storico attento

all'antropologia culturale che per il discepolo preoccupato di cogliere la

portata pedagogico-spirituale del messaggio e di comprendere le dinamiche

82 MO 157 (III, c. 1).

83 Cfr. U. ECO, I limiti dell'interpretazione, Milano, Bompiani, p. 11.

24

interiori del modello oratoriano, al di là delle semplici connotazioni

operative.

Struttura di superficie e struttura profonda arricchiscono lo scenario di

scorci e piani prospettici plurimi, con sfumature e tonalità tali da interessare

un grande ventaglio di lettori dai diversi interessi. Le fortune antiche e

recenti delle Memorie ci hanno dimostrato quanto questa "storia" abbia

saputo affascinare salesiani e giovani, lettori sprovveduti e studiosi avvertiti.

6. Percorsi di lettura e livelli di interpretazione

Come ogni autore, don Bosco scrive per farsi leggere e per comunicare un

messaggio. Il fatto che egli selezioni i suoi destinatari deve renderci avvertiti

su alcune considerazioni. Innanzitutto i «carissimi figli salesiani» ai quali

l'Autore si rivolge sono persone che non soltanto condividono

esistenzialmente i sui valori, ma che hanno in comune con lui linguaggio,

mentalità e cultura. I lettori ideali che don Bosco aveva in mente quando

scriveva erano principalmente i salesiani degli anni Settanta dell'Ottocento,

dai tratti mentali ben definiti, forniti di un bagaglio di strumenti

interpretativi identico al suo. Così, quando egli usa termini quali

«confidenza» in Dio, «ritiratezza» e «volontà» di Dio, oppure espressioni del

tipo «darsi tutto al Signore» ed «esatto adempimento dei doveri», oggi

ancora presenti nei dizionari e nell'uso linguistico, presuppone come

assodata e accettata una forma di spiritualità ben connotata nei quadri

teologico-antropologici e nei tratti ascetici, tipica dell'ambiente in cui egli e i

suoi interlocutori si sono formati, che quasi certamente non è la stessa dei

lettori di oggi.

Simili riflessioni si possono fare per alcune visioni religiose, che più o

meno apertamente stridono con la nostra teologia di riferimento (ad esempio

un'espressione cruciale per i traduttori degli ultimi decenni: «Dio

misericordioso ci colpì con una grave sciagura»84) o per termini pedagogici

quali «educare», «curare», «istruire», «assistere» e «amorevolezza», i cui

significati hanno subito, con i mutamenti socio-culturali e l'evoluzione delle

idee pedagogiche, slittamenti semantici non indifferenti.

Dunque, la lettura del testo, che a prima vista pare di facile

interpretazione, potrebbe invece richiedere una certa preparazione, un

inquadramento storico avvertito e l'acquisizione di un lessico e di

un'enciclopedia adatti ad una piena comprensione delle intenzioni

dell'autore.

84 MO 31 (Presentazione).

25

6.1. I "topics" interpretativi

Siamo consapevoli della problematica relativa all’interpretazione di uno

scritto come questo. Tentiamo comunque di proporre alcuni percorsi di

lettura semplificati, partendo dalla convinzione che il testo stesso fornisce

sufficienti indicazioni per comprendere le linee generali dei messaggi che

vuole trasmettere. Assecondiamo la strategia narrativa di don Bosco che mira

ad accompagnarci su sentieri ben definiti.

Possiamo infatti individuare nelle MO sia la chiave interpretativa generale

di una storia provvidenziale condotta direttamente da Dio, sia una serie di

altri indicatori più particolari, lasciati dall'Autore, che segnalano percorsi e

congetture interpretative. Negli studi dei semiologi si usa il termine topic per

indicare l'argomento di cui si parla: è una ipotesi interpretativa, stabilita dal

lettore stesso, che la deduce dalla coerenza generale del testo oppure da

parole-chiave o da espressioni-guida esplicitamente contenute in esso85. Una

volta individuate, le congetture interpretative possono aiutarci a formulare

determinate conclusioni sugli argomenti di cui il testo tratta, o anche ad

accedere a livelli della "struttura nascosta" per tentare di capire, insieme al

messaggio di superficie, anche la mentalità e le convinzioni più care a don

Bosco.

Per scegliere senza forzature i nostri topics interpretativi, dobbiamo

mantenere come prima e fondamentale preoccupazione l'interpretazione del

senso letterale del testo, perché è soltanto su questa base che si possono

articolare altre eventuali letture. Inoltre è bene aggiungere che non è la

metodologia descrittiva a garantire una corretta lettura del testo, quanto la

buona conoscenza degli ambiti socio-culturali. Insomma, ci si deve attenere

al criterio di coerenza testuale, sul quale vanno provate le congetture

interpretative86.

Qui segnaliamo tra i tanti, due possibili percorsi: quello delle dinamiche

spirituali e quello del modello di pastore. Per il percorso interpretativo

relativo al modello pedagogico rimando al documentato saggio di Pietro

Braido: “Memorie del futuro”87.

6.2. Un itinerario spirituale

Le chiavi di lettura esplicitamente offerte da don Bosco nell'introduzione

delle Memorie invitano innanzitutto ad una interpretazione spirituale del

testo. Scegliamo due linee interpretative, che continuamente si intrecciano e

si attraversano: la confidenza in Dio e la consegna di sé a Dio, atteggiamenti

85 Sul concetto di topic interpretativo cfr. U. ECO, Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi,

Milano, Bompiani 1998, 87-92.

86 U. ECO, I limiti dell'interpretazione, Milano, Bompiani 1990, 34.

87 P. BRAIDO, "Memorie" del futuro, in «Ricerche Storiche Salesiane» 11 (1992) 97-127.

26

che l’Autore collega con la fuga dalle "dissipazioni" e con la "ritiratezza"

(espressione difficile da tradurre nel linguaggio attuale, che significa, nell’uso

di don Bosco, il raccoglimento interiore, la difesa dei pensieri e dei sentimenti

da ogni forma di dispersione e una vita ritirata e laboriosa).

6.2.1. Confidenza in Dio

Per la linea interpretativa della confidenza in Dio, prendiamo le mosse

dalla morte del padre Francesco, evento di cui il racconto restituisce la

drammaticità di impatto psicologico sullo spirito del figlio bambino88. Viene

a mancare il sostegno della famiglia, ma il padre morente indica alla moglie

la provvidenza del Padre celeste raccomandandole la «confidenza in Dio». Il

significato dell'espressione viene esplicitato dal narratore in una prospettiva

di fede e di abbandono fiducioso, ma anche di coraggiosa intraprendenza.

L'episodio della madre, che affronta la carestia senza angosce, richiamandosi

alla raccomandazione del marito e traducendola in atteggiamento operativo,

risolve il problema e apre spiragli di futuro89.

Una serie di eventi successivi servono a delineare ulteriormente il

complesso di atteggiamenti che nella mente dell'Autore attua la "confidenza",

a partire dalla rappresentazione esemplare di Margherita, sintesi di fiducia nella

provvidenza, di operosità, di spirito di sacrificio e di frugalità90.

Anche la complessa costruzione narrativa del sogno dei nove anni

implicitamente richiama la confidenza in quel Dio che indica al protagonista

sia la missione che i percorsi per rendersene idoneo che il metodo.

Tuttavia la situazione narrativa più significativa in ordine a questa ipotesi

- in cui la confidenza in Dio viene contrapposta alla fiducia nelle risorse

umane - è quella del rapporto singolare con don Calosso. Qui il protagonista

sperimenta la serenità e la sicurezza derivante da una presenza paterna

matura, alla quale si abbandona: «D. Calosso per me era divenuto un idolo»91.

L'errore di prospettiva emerge col «disastro irreparabile» della morte di

questo secondo padre, che crea un forte scompenso affettivo, ma viene

finalmente compreso e superato dal protagonista: «A quel tempo feci un altro

sogno secondo il quale io era acremente biasimato perché aveva risposta la

mia speranza negli uomini e non nella bontà del Padre celeste»92.

Il filo della narrazione delinea infine la compiutezza della fiducia in Dio

vissuta in forma totalitaria. Il dialogo con la marchesa di Barolo, preoccupata

della salute di don Bosco, è costruito collo scopo evidente di presentare la

rinuncia all'impiego e allo stipendio come un atto di assoluto abbandono alla

88 Cfr. MO 31-32 (Presentazione).

89 MO 32-33 (Presentazione).

90 Cfr. MO 33 (Presentazione).

91 MO 49-50 (I, c. 3).

92 MO 52 (I, c. 4).

27

Provvidenza, nella decisione irremovibile di seguire la propria vocazione:

«Ma come potrà vivere? - Dio mi ha sempre aiutato e mi aiuterà per

l'avvenire [...]. La mia vita è consacrata al bene della gioventù. La ringrazio

delle profferte che mi fa, ma non posso allontanarmi dalla via che la divina

Provvidenza mi ha tracciato [...]. Accettai il diffidamento, abbandonandomi a

quello che Dio avrebbe disposto di me»93. Segue la descrizione di una

situazione di sconfortante isolamento (l’incomprensione dei parroci,

dell’autorità civile e anche degli amici più intimi), di esaurimento delle forze

e di incertezza sul futuro, affrontata con un testarda fedeltà alla propria

vocazione. La tensione drammatica in cui viene collocata narrativamente la

preghiera formulata nel prato Filippi, pare configurare una situazione

spirituale di totale offerta e di confidenza eroica:

In sulla sera di quel giorno rimirai la moltitudine di fanciulli, che si

trastullavano; e considerava la copiosa messe, che si andava preparando pel

sacro ministero, per cui era solo di operai, sfinito di forze, di sanità male

andata senza sapere dove avrei in avvenire potuto radunare i miei ragazzi. Mi

sentii vivamente commosso […]. Passeggiando e alzando gli occhi al Cielo,

mio Dio, esclamai, perché non mi fate palese il luogo in cui volete che io

raccolga questi fanciulli? O fatemelo conoscere o ditemi quello che debbo

fare94?

Ma proprio in questo momento di forte tensione psicologica e spirituale

entra in scena il balbuziente Pancrazio Soave con la proposta di «un sito per

fare un laboratorio». L'equivoco tra “oratorio” e “laboratorio” ha l'effetto di

esaltare l'intervento del Dio provvidente che scioglie definitivamente ogni

problema in risposta all'atto di fiducia incondizionata del protagonista.

Va notato ancora che l’itinerario della confidenza in Dio si coniuga, nel

racconto di don Bosco, con l’esperienza della confidenza nelle persone a lui

vicine. La relazione con mamma Margherita e con don Calosso, i rapporti con

Lucia Matta, col Teologo Maloria, con l'amico Luigi Comollo e col direttore

spirituale don Cafasso, vengono presentati con la caratteristiche di una

confidente fiducia, della trasparente rivelazione del proprio cuore e dei

propri pensieri e, soprattutto, dell’obbedienza pronta. Un movimento di

docilità che raggiunge il suo vertice nel dialogo con don Cafasso al termine

degli studi nel Convitto ecclesiastico: «La mia propensione è di occuparmi

della gioventù. Ella poi faccia di me quel che vuole: io conosco la volontà del

Signore nel suo consiglio […]. Io voglio riconoscere la volontà di Dio nella

sua deliberazione e voglio mettere niente del mio volere»95.

Il testo delle Memorie mostra come l'Oratorio trovi la sua forma definitiva

solo quando don Bosco prende dimora nella casa Pinardi, privo ormai di

ogni stipendio, senz’altra sicurezza che il nudo abbandono in Dio. La

situazione di precarietà economica è affrontata col sostegno della madre, la

quale non soltanto lascia la tranquillità di Morialdo per seguire il figlio e

93 MO 152 (II, c. 22).

94 MO 153-154 (II, c. 23).

95 MO 127 (II, c. 14).

28

collaborare alla sua missione, ma si priva anche del «corredo sposalizio, che

fino allora aveva gelosamente conservato intero» per «formare pianete [...]

degli amitti, dei purificatori, rocchetti, camici e delle tovaglie». Questo

distacco da oggetti cari, che richiamano il legame affettivo coll’amato marito

defunto, finalizzata a fornire la cappella dell'Oratorio, acquista un significato

intensamente simbolico ed eucaristico. Nella generosità gioiosa di

Margherita il racconto delinea il compimento pieno della raccomandazione

di Francesco morente. Ora la confidenza in Dio è piena, anche al di là di ogni

affetto e risorsa umana, il distacco del cuore è totale. Così il «forte pianto» e

la «costernazione» per il lutto di un tempo si può trasformare in sorriso e in

canto: «Guai al mondo se ci sente. / Forestieri senza niente»96.

6.2.2. Ritiratezza e distacco

Per seguire la linea interpretativa della “ritiratezza” e della fuga da ogni

dissipazione, dobbiamo partire dall'evento della prima comunione, la cui

significatività viene affidata alle parole di mamma Margherita - «Sono

persuasa che Dio abbia veramente preso possesso del tuo cuore. Ora promettigli di

fare quanto puoi per conservarti buono sino alla fine della vita»).

L’interpretazione qui va orientata a rintracciare i percorsi e le forme di

un’evoluzione spirituale che si configura come una progressiva "conversione",

fatta di affidamento e consegna a Dio, di distacco da sé, dai propri gusti e da una

mentalità "mondana". Un aspetto questo che, secondo le Memorie, deve stare al

centro della vita interiore del pastore dell'Oratorio. L'ipotesi si giustifica

anche in considerazione dei destinatari del racconto e dell'impegno

dispiegato da don Bosco, negli stessi anni di composizione delle Memorie, per

la formazione ascetica e religiosa dei suoi salesiani.

Molti sono gli indicatori "fuori testo" dell'importanza attribuita da don

Bosco a un tale atteggiamento spirituale. L'appello a «darsi per tempo» a una

vita virtuosa, enunciato fin dal 1847 nel Giovane provveduto97, ripreso in più

circostanze nei suoi scritti rivolti ai giovani, trova nel corso degli anni una

formulazione compiuta nell'espressione «darsi totalmente a Dio»,

particolarmente nelle Vite di Domenico Savio, Michele Magone e Francesco

Bessucco. Le Memorie introducono questo tema in modo esplicito nel dialogo

di Giovannino con don Calosso: «Nella prima predica si parlò della necessità

di darsi a Dio per tempo e non differire la conversione»98.

Questo significativo indizio segna di fatto l'avvio narrativo dell'itinerario

interiore, con la descrizione di un primo passo, consistente nell'affidamento alla

guida spirituale: «Io mi sono tosto messo nelle mani di D. Calosso [...]. Gli feci

conoscere tutto me stesso. Ogni parola, ogni pensiero, ogni azione eragli

prontamente manifestata [...]. Conobbi allora che voglia dire avere una guida

96 MO 175 (III, c. 5).

97 G. BOSCO, Il giovane provveduto ..., Torino, Tipografia Paravia e Comp. 1847, pp. 12-13.

98 MO 46 (I, c. 2).

29

stabile, di un fedele amico dell'anima [...]. Da quell'epoca ho cominciato a

gustare che cosa sia vita spirituale»99. Le tappe successive sono connotate

ancora dallo stesso atteggiamento di docilità, sia nella «fortunata avventura»

della scelta di un confessore stabile durante gli studi a Chieri100, sia nella

«piena confidenza» con l’amico esemplare Luigi Comollo: «mi lasciava

guidare dove come egli voleva»101.

Un passaggio importante, che segna una svolta nel cammino del dono di

sé a Dio, è raffigurato colla descrizione del non facile discernimento

vocazionale al termine degli studi umanistici in Chieri. L'ipotesi di entrare

tra i Francescani, basata su considerazioni personali, si rivela inefficace.

Soltanto l'affidamento a Luigi e ai consigli di suo zio sacerdote, al fine di

discernere la volontà di Dio, dissipa l'incertezza e sgombra il cammino da

ogni dubbio e ostacolo102.

L'evento della vestizione, poi, «seriamente» preparato, anche attraverso un

cambio nello stile di vita («cessai di fare il ciarlatano e mi diedi alle buone

letture»), si presenta proprio come un gesto alto e decisivo di consegna:

Oh quanta roba vecchia c'è da togliere. Mio Dio distruggete in me tutte le

mie cattive abitudini [...]. Sì, o mio Dio, fate che in questo momento io vesta un

uomo nuovo, cioè che da questo momento io incominci una vita nuova, tutta

secondo i divini voleri, e che la giustizia e la santità siano l'oggetto costante de'

miei pensieri, delle mie parole e delle mie opere. Così sia. O Maria siate voi la

salvezza mia»103.

La rilevanza simbolica e l’intenzionalità oblativa del gesto viene rimarcata

dal narratore con una riflessione riferita alla partecipazione alla festa

patronale di Bardella, nella quale era stato condotto dal parroco: «Quella

gente quale società poteva mai formare con uno, che al mattino dello stesso

giorno aveva vestito l'abito di santità per darsi tutto al Signore?». Alla donazione

a Dio esplicitata nel rito liturgico deve seguire un congruo mutamento di

vita, che implica la «ritiratezza» e l’austerità di una radicale riforma morale.

Sono motivi che si intrecciano ancora nelle risoluzioni formulate in

quell’occasione e pronunciate solennemente di fronte all'immagine della

Vergine, con «formale promessa [...] di osservarle a costo di qualunque

sacrificio»104.

Il cammino formativo del seminario è ricondotto essenzialmente a questa

linea di condotta. Il racconto delle Memorie mette in evidenzia l’impegno per

l’adempimento «esatto» e «con tutto l’animo» dei doveri quotidiani, la

mortificazione e l’ascesi (Giovanni rinuncia al gioco di Barra rotta e a quello

99 MO 47 (I, c. 2).

100 MO 64-65 (I, c. 7).

101 MO 70 (I, c. 8).

102 MO 84-86 (I, c. 14).

103 MO 87 (II, c. 1).

104 MO 89-90 (II, c. 1).

30

dei tarocchi), la vigilanza sulla tendenza alla vanagloria, la riconferma del

proposito di «ritiratezza» dopo le avventure delle vacanze105.

Il tema della «ritiratezza», più volte rimarcato nelle Memorie, come

conseguenza necessaria della piena conversione a Dio, riveste un significato

articolato. Vi si alludeva indirettamente già nel racconto della prima

comunione, ricostruendo il clima di raccoglimento spirituale voluto dalla

madre per evitare la «dissipazione»106. Più oltre il comportamento e le parole

del chierico Cafasso tornano a richiamare implicitamente il tema, indicando

il tratto esteriore e interiore che deve connotare il buon ecclesiastico: «Uno

solo vidi lungi da ogni spettacolo [...]. - Colui che abbraccia lo stato

ecclesiastico si vende al Signore; e di quanto avvi nel mondo, nulla deve più

stargli a cuore se non quello che può tornare a maggior gloria di Dio e a

vantaggio delle anime»107.

Ma è nel consiglio del prevosto di Cinzano, lo zio di Luigi Comollo, che si

presenta esplicitamente tale atteggiamento come una delle condizioni capaci

di assicurare la perseveranza vocazionale: «Non abbia alcun timore di

perdere la vocazione, perciocché colla ritiratezza, e colle pratiche di pietà egli

supererà tutti gli ostacoli»108. Giovanni accoglie il consiglio e lo mette in

pratica, operando un passaggio nell suo stile di vita: «Mi sono seriamente

applicato in cose che potessero giovare a prepararmi alla vestizione chericale

[…]. Andato a casa per le vacanze, cessai di fare il ciarlatano e mi diedi alle

buone letture»109.

Infine, il tema viene rafforzato con il lapidario consiglio offerto del teologo

Borel al chierico Bosco: «Colla ritiratezza e colla frequente comunione si

perfeziona e si conferma la vocazione e si forma un vero ecclesiastico»110. La

ripetizione della frase, assunta come programma spirituale all'inizio

dell'ultimo anno di teologia111, ci orienta chiaramente a interpretarla in

prospettiva ascetica.

Anche nel caso della ritiratezza e del distacco, il cammino di consegna a

Dio raggiunge il suo vertice con la preghiera formulata nel prato Filippi, nel

momento difficile del marzo 1846. Qui, come ci induce a ritenere il contesto

generale del racconto, pare quasi che il Protagonista, dopo aver fortemente

battagliato per non cedere di fronte alle difficoltà che si frappongono al

compimento della missione ricevuta, sia arrivato a tale grado di consegna

interiore e di libertà da dichiararsi pronto anche a rinunciare all'Oratorio al

fine di compiere pienamente la volontà di Dio. Egli è disposto a staccarsi

affettivamente da una vocazione sempre più chiaramente percepita come

105 MO 90-98 (II, cc. 2-4).

106 MO 43 (I, c. 2).

107 MO 52 (I, c. 4).

108 MO 85 (I, c. 14).

109 MO 86 (I, c. 14).

110 Cfr. MO 106 (II, c. 7).

111 Cfr. MO 109 (II, c. 9).

31

autentica e fino a quel momento testardamente amata, difesa e perseguita,

pur di attuare un’adesione assoluta al Dio della chiamata, in una resa senza

condizioni112. Si potrebbe quasi fare un paragone con l’atteggiamento di

Abramo di fronte alla richiesta divina del sacrificio di Isacco, il figlio della

promessa.

6.3. Un modello di pastore

L’intera dinamica delle Memorie è soprattutto protesa ad illustrare una

missione e un modello pastorale. L’Oratorio, così come viene delineato e

progressivamente attuato nell’intreccio narrativo, è un’opera pastorale

globale. Missione e destinatari, metodo e contenuti formativi, “operatori” e

attività caratterizzanti, spirito animatore e clima relazionale, tutto viene

presentato e connotato. La preoccupazione di consegnare ai «carissimi figli

salesiani» un patrimonio di famiglia che si configura non soltanto come un

bagaglio di esperienze, ma come un’identità, sfocia in uno stile didatticorappresentativo.

Le idee dell’autore sono rappresentate dai personaggi che

egli mette in scena e dai ruoli loro affidati, nei comportamenti ideali ma

anche negli atteggiamenti negativi, al fine di abbozzare i tratti caratterizzanti

di un unico personaggio, il pastore di Oratorio secondo la sua prospettiva e il

suo tipico metodo educativo.

Elenchiamo qui alcuni rimandi testuali che permettono di far emergere le

componenti caratteristiche di tale modello pastorale.

6.3.1. Una vocazione che viene da Dio e si manifesta progressivamente

Si potrebbe intravedere fin dalla prima pagina delle Memorie,

nell’esperienza traumatica della perdita del padre, l’inizio di un percorso che

predispone il protagonista ad una sensibilità speciale nei confronti di quanti

hanno la disgrazia di essere privi di padre («in quella età non poteva

certamente comprendere quanto grande infortunio fosse la perdita del

padre»113). Qui, in un certo senso, inizia il cammino verso quel tipo

caratteristico di paternità che renderà inconfondibile il metodo pastorale ed

educativo di don Bosco.

Tuttavia è con il racconto del sogno dei nove anni che vengono

puntualizzati i cardini del modello di pastore e la sua missione specifica.

Infatti si presenta simbolicamente un cortile come ambiente privilegiato

dell’incontro con i destinatari, la «moltitudine di fanciulli» che ivi «si

trastullavano»; si descrive la chiamata-missione: «Mi chiamò per nome e mi

ordinò di pormi alla testa di que' fanciulli»; si delinea il metodo e la chiave del

112 MO 153-154 (II, c. 23).

113 MO 31 (Introduzione).

32

successo: «Non colle percosse ma colla mansuetudine e colla carità dovrai

guadagnare questi tuoi amici»; si evidenzia il contenuto essenziale del

messaggio: «Mettiti adunque immediatamente a fare loro un'istruzione sulla

bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù»; infine si tratteggia

l’itinerario formativo e ascetico: «Appunto perché tali cose ti sembrano

impossibili, devi renderle possibili coll'ubbidienza e coll'acquisto della

scienza [...]. Io ti darò la maestra […]. Renditi umile, forte, robusto; e ciò che

in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo pei figli

miei»114.

Nonostante ciò, la realizzazione della vocazione prefigurata nel sogno,

non resta affatto facilitata. Il testo delle Memorie mostra come essa richieda in

primo luogo la fatica e la pazienza del discernimento di fronte agli

interrogativi e alle molte variabili poste da un preciso contesto storico, da un

ambiente familiare, sociale e religioso ben connotato, da ostacoli e difficoltà

concrete e dai processi psicologici, morali e spirituali di una personalità in

formazione. È un processo non facile, che parte dalle prime reazioni al

racconto del sogno («Mia madre [diceva]: Chi sa che non abbi a diventar

prete […]. Ma la nonna, che sapeva assai di teologia, era del tutto inalfabeta,

diede sentenza definitiva dicendo: Non bisogna badare ai sogni. Io era del

parere di mia nonna, tuttavia non mi fu mai possibile di togliermi quel sogno

dalla mente»115), trova il suo punto decisivo alla fine dell’anno di retorica

(«Epoca in cui gli studenti sogliono deliberare intorno alla loro vocazione»)116

e si protende fino al gia citato momento critico del marzo 1846, nel prato dei

fratelli Filippi.117

6.3.2. Le diverse componenti del modello

Il modello di pastore che man mano va emergendo lungo tutto il racconto,

presenta sfaccettature e articolazioni interessanti che è possibile cogliere

anche nei particolari.

Ci sono innanzitutto elementi che vengono attinti dalla pastorale

tradizionale. Giovannino ripete «gli esempi uditi nelle prediche o nei

catechismi» e si comporta come un buon parroco di campagna: «Finito

questo [il rosario] montava sopra una sedia, faceva la predica, o meglio

ripeteva quanto mi ricordava della spiegazione del vangelo udita al mattino

in chiesa; oppure raccontava fatti od esempi uditi o letti»118.

C’è anche, molto enfatizzato e non secondario per la metodologia e il

modello oratoriano di don Bosco, un approccio pastorale familiare e pedagogico.

Qui il personaggio emblematico è la madre, alla quale viene affidato un ruolo

114 MO 34-37 (Un sogno).

115 MO 37 (Un sogno).

116 MO 84 (I, c.14).

117 MO 153 (II, c. 23).

118 MO 38-41 (I, c. 1).

33

pastorale di grande rilievo per la formazione della sensibilità religiosa e

dell’interiorità del figlio, in un intenso rapporto di intimità personale e di

affettività:

«Per la lontananza dalla chiesa era sconosciuto al parroco, e doveva quasi

esclusivamente limitarmi alla istruzione religiosa della buona genitrice [...]. Si

adoperò ella stessa a prepararmi come meglio poteva e sapeva […]. Mia

madre studiò di assistermi più giorni; mi aveva condotto tre volte a

confessarmi lungo la quaresima. Giovanni mio, disse ripetutamente, Dio ti

prepara un gran dono; ma procura prepararti bene, di confessarti, di non tacer

alcuna cosa in confessione. Confessa tutto, sii pentito di tutto, e prometti a Dio

di farti più buono in avvenire [...] A casa mi faceva pregare, leggere un buon

libro, dandomi que’ consigli che una madre industriosa sa trovare opportuni

pe’ suoi figliuoli. Quel mattino non mi lasciò parlare con nessuno, mi

accompagnò alla sacra mensa e fece meco la preparazione ed il

ringraziamento»119.

Non è poi secondario il fatto che le figure di preti che, anche solo

fugacemente, appaiono nel racconto siano sempre connotate da atteggiamenti

virtuosi. Così, ad esempio, il maestro di Capriglio don Lacqua, «era un

sacerdote di molta pietà […], il quale mi usò molti riguardi, occupandosi

volentieri della mia formazione»120, il parroco di Castelnuovo guida la

preparazione e il ringraziamento alla comunione «con molto zelo» e

soprattutto don Calosso definito, fin dal suo primo apparire, come un «uomo

assai pio».121

È particolarmente con la narrazione dell’incontro provvidenziale e

dell’intensa relazione spirituale ed affettiva con il cappellano di Morialdo che

vengono dettagliati ed enfatizzati gli elementi più marcatamente salesiani del

peculiare modello di pastore tratteggiato nelle Memorie, quelli che stanno più

a cuore a don Bosco. La scena è molto eloquente: il vecchio sacerdote

individua il ragazzo in mezzo alla folla, gli si avvicina e gli parla con amore,

intuisce il suo problema, si rende disponibile concretamente ed

operativamente. Soprattutto il testo ricostruisce l’efficace relazione di matura

e affettuosa paternità dalla quale Giovanni si sente avvolto, che lo spinge alla

corrispondenza generosa e docile. Si vengono così a creare le condizioni

ideali per un’azione formativa di grande efficacia. Le pagine dedicate

all’evento sono efficacissime per illustrare i tratti inconfondibili del pastoreeducatore

voluto da don Bosco e la potenza dell’approccio affettivo: «Io mi

sono tosto messo nelle mani di D. Calosso […]. Conobbi allora che voglia

dire avere la guida stabile di un fedele amico dell’anima […]. Da quell’epoca

ho cominciato a gustare che cosa sia vita spirituale»122.

L’accoglienza messa in atto dal cappellano è incondizionata e si configura

nei termini di un’adozione paterna: «Lascia dunque un fratello crudele e vieni

119 MO 42-43 (I, c. 2).

120 MO 34 (I, Dieci anni d’infanzia)

121 MO 45 (I, c. 2).

122 MO 47 (I, c. 2).

34

con me ed avrai un padre amoroso [...]. Quell'uomo di Dio mi portava tanta

affezione che più volte ebbe a dirmi: Non darti pena pel tuo avvenire; finché

vivrò non ti lascerò mancare niente; se muoio ti provvederò parimenti»123.

Tutto ciò ha una risonanza feconda e gratificante nell’animo del giovane,

rendendolo capace di adesione gioiosa alla proposta formativa: «Niuno può

immaginare la mia contentezza. D. Calosso per me era divenuto un idolo.

L’amava più che padre, pregava per lui, lo serviva volentieri in tutte le cose.

Era poi sommo piacere faticare per lui, e direi dare la vita in cosa di suo

gradimento. Io faceva tanto progresso in un giorno col cappellano, quanto

non avrei fatto a casa in una settimana»124.

La tecnica narrativa di don Bosco rafforza poi le note dominanti del

modello di pastore esaltato negli atteggiamenti di don Calosso con una

tecnica di contrasto attraverso l’introduzione in scena del parroco e del

viceparroco, personaggi cortesi ma distaccati e lontani affettivamente: «Se io

fossi prete, vorrei fare diversamente; vorrei avvicinarmi ai fanciulli, vorrei

dire loro delle buone parole, dare dei buoni consigli»125.

Per quanto riguarda i tratti più interiori e spirituali, che saranno sviluppati

in seguito, particolarmente nel racconto del periodo trascorso al Convitto

ecclesiastico, notiamo che l’autore sente il bisogno di anticiparne l’essenza.

La descrizione dell’incontro col chierico Giuseppe Cafasso gli permette di

mostrare il legame tra atteggiamenti pastorali e interiorità e di evocare alcune

qualità che rendono fascinoso il modello: il suo spirito raccolto e ritirato, la

finezza del suo tratto, la sua amorevole capacità di relazione:

«Uno solo io vidi lungi da ogni spettacolo; ed era un chierico, piccolo nella

persona, occhi scintillanti, aria affabile, volto angelico [...]. Io ne fui come

rapito dal suo sembiante, e sebbene io toccassi soltanto l’età di dodici anni,

tuttavia mosso dal desiderio di parlargli, mi avvicinai […]. Egli mi fe' grazioso

cenno di avvicinarmi, e prese a interrogarmi sulla mia età, sullo studio, se io

era già promosso alla Santa Comunione, con che frequenza andava a

confessarmi, ove andava al Catechismo e simili. Io rimasi come incantato a

quelle edificanti maniere di parlare; risposi volentieri ad ogni domanda»126.

Le «memorande parole», con le quali si chiude l’incontro, manifestano la

radicata convinzione del narratore che l’identità di un prete debba anzitutto

radicarsi su una consegna amorosa ed esclusiva al servizio a Dio: «Colui che

abbraccia lo stato ecclesiastico si vende al Signore; e di quanto avvi nel

mondo, nulla deve più stargli a cuore se non quello che può tornare a

maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime»127.

Ulteriori atteggiamenti e caratteristiche che completano il ritratto ideale

dell’educatore-pastore proposto e ne esemplificano lo stile e il metodo,

123 MO 50 (I, c. 3).

124 MO 50 (I, c. 3).

125 MO 52-53 (I, c. 4).

126 MO 51-52 (I, c. 4).

127 MO 52 (I, c. 4).

35

prendono forma con l’evocazione delle esperienze e degli incontri avvenuti

nella scuola superiore di Chieri. I suoi professori, tutti ecclesiastici, sono

connotati positivamente. Attraverso di essi risaltano i tratti diversi e

complementari dell’ideale proposto. In particolare: don Valimberti,

rappresenta l’accoglienza cordiale, la vicinanza e l’arte di facilitare

l’inserimento del giovane nel nuovo ambiente128; il teologo Valeriano

Pugnetti, professore di sesta, incarna la cura personalizzata e affettuosa129; il

professor Cima è l’insegnante competente ed esigente, capace di stimolare

l’impegno e la responsabilità degli allievi, di far scaturire energie e buona

volontà, di facilitare l’apprendimento130; don Pietro Banaudi, professore di

Umanità, raffigura più chiaramente la paternità e l’amorevolezza salesiana,

la capacità di conquistare i giovani alunni percorrendo le vie del cuore e

l’arte di farsi amare131; infine don Giuseppe Maloria, il confessore, è descritto

come l’amico dell’anima, accogliente, incoraggiante e preveniente, un sicuro

punto di riferimento per il giovane che deve imparare a non lasciarsi

trascinare dall’ambiente132. Accanto a loro è collocato l’arciprete del duomo, il

canonico Massimo Burzio, l’autorità religiosa più importante di Chieri,

descritto come esempio di prudenza e di tatto umano, capace di

sdrammatizzare la situazione e di mettere il giovane Bosco a proprio agio

creando le condizioni per un colloquio serio e confidenziale133.

6.3.3. Le tentazioni che insidiano il modello

Le intenzioni che stanno alla base del racconto e i destinatari privilegiati di

esso (i giovani salesiani) spiegano gli indugi narrativi dell’Autore mirati a

mettere in risalto i pericoli che insidiano il suo modello di prete.

Con il racconto della festa di Bardella si stigmatizza la mondanità, la

superficialità e l’intemperanza, evocando preti che fanno i “buffoni” nel

128 «La prima persona che conobbi fu il sacerdote Don Eustachio Valimberti di cara ed onorata memoria. Egli mi

diede molti buoni avvisi sul modo di tenermi lontano dai pericoli; mi invitava a servirgli la messa, e ciò gli porgeva

occasione di darmi sempre qualche buon suggerimento. Egli stesso mi condusse dal prefetto delle scuole, mi pose in

conoscenza cogli altri miei professori» (MO 56; I, c. 5).

129 «Mi usò molta carità: mi accudiva nella scuola, mi invitava a casa sua e mosso a compassione dalla mia età e

dalla buona volontà nulla risparmiava di quanto poteva giovarmi» (MO 57; I, c. 5).

130 «In questa classe era professore Cima Giuseppe; uomo severo per la disciplina […]. Se avete buona volontà,

voi siete in buone mani, io non vi lascierò inoperoso. Fatevi animo, e se incontrerete difficoltà, ditemele tosto ed io

ve le appianerò. Lo ringraziai di tutto cuore» (MO 57-58; I, c. 5).

131 «Era un vero modello degli insegnanti. Senza mai infliggere alcun castigo era riuscito a farsi temere ed

amare da tutti i suoi allievi. Egli li amava tutti quai figli, ed essi l'amavano qual tenero padre […].Tra professore ed

allievi eravi un cuor solo» (MO 71-72; I, c. 9).

132 «Egli mi accolse sempre con grande bontà ogni volta che andava da lui. Anzi mi incoraggiava a confessarmi

e comunicarmi colla maggior frequenza […]. Io però mi credo debitore a questo mio confessore se non fui dai

compagni strascinato a certi disordini che gli inesperti giovanetti hanno purtroppo a lamentare nei grandi collegi»

(MO 64-65; I, c. 7)

133 «Era questi persona assai istrutta, pia e prudente; e senza far parola ad altri mi chiese ad audiendum verbum.

Giunsi a casa sua in momento che recitava il breviario e guardandomi con un sorriso mi accennò di attendere

alquanto. In fine mi disse di seguirlo in un gabinetto e là con parole cortesi, ma con severo aspetto cominciò ad

interrogarmi così: Mio caro, io sono assai contento del tuo studio e della condotta che hai tenuto finora; ma ora si

raccontano cose di te [...] Dimmi ogni cosa in modo confidenziale; ti assicuro che non me ne servirò che per farti del

bene» (MO 78-79; I, c. 11).

36

banchetto e smascherando le ragioni speciose addotte dallo stesso prevosto

per giustificare le dispersioni frivole134.

Nelle gravi parole che Margherita rivolge al figlio prima dell’entrata in

seminario, si evidenzia il pericolo della trascuratezza nei propri doveri («Non è

l'abito che onora il tuo stato, è la pratica della virtù ... Amo meglio di avere

un povero contadino, che un figlio prete trascurato ne' suoi doveri»135).

Con l’evocazione del disagio provato da Giovanni in seminario per

l’atteggiamento distaccato dei superiori,si deplora la separazione e la

lontananza pastorale136.

Nella descrizione delle vicende legate alla predicazione svolta a Capriglio

e ad Alfino si sottolinea l’importanza di vigilare sulla tendenza alla vanagloria e

all’inutile ricercatezza stilistica137.

Infine, con il gustoso racconto delle avventure estive, si dimostra quanto

sia facile cedere alla dissipazione nonostante gli impegni assunti: «Fui davvero

persuaso che chi vuole darsi schiettamente al servizio del Signore bisogna

che lasci affatto i divertimenti mondani. È vero che spesso questi non sono

peccaminosi, ma è certo che pei discorsi che si fanno, per la foggia di vestire,

di parlare e di operare contengono sempre qualche rischio di rovina per la

virtù, specialmente per la delicatissima virtù della castità»138.

6.3.4. Esempi di zelo pastorale

Ai limiti e ai pericoli di mediocrità, sopra evidenziati, viene contrapposto

l’esempio stimolante di alcuni instancabili ed esemplari pastori, che don

Bosco presenta come suoi modelli più immediati. Sono il teologo Giovanni

Borel e i tre superiori del Convitto ecclesiastico.

Il Teologo Giovanni Borel, «uno de’ più zelanti ministri del santuario»,

viene messo in scena la prima volta nella sezione narrativa dedicata agli anni

di seminario. L’autore lo caratterizza innanzitutto nell’aspetto esterno e nella

simpatia: «Egli apparve in sacristia con aria ilare, con parole celianti, ma

sempre condite di pensieri morali»; poi ne raffigura la devozione: «Quando ne

osservai la preparazione e il ringraziamento della messa, il contegno, il

fervore nella celebrazione di essa, mi accorsi subito, che quegli era un degno

sacerdote»; infine ne delinea lo stile pastorale e l’animo ardente: «Quando poi

cominciò la sua predicazione e se ne ammirò la popolarità, la vivacità, la

chiarezza, e il fuoco di carità che appariva in tutte le parole, ognuno andava

ripetendo che egli era un santo». È significativo notare che proprio a lui si

affidi il compito di svelare al giovane chierico in formazione il «mezzo certo

134 MO 88 (II, c. 1).

135 MO 90 (II, c. 2).

136 MO 91 (II, c. 3).

137 MO 796-798 (II, c. 4); cfr 115 (II, c. 10).

138 MO 98-100 (II, c. 5).

37

per conservare lo spirito di vocazione»: «Colla ritiratezza, e colla frequente

comunione si perfeziona e si conserva la vocazione e si forma un vero

ecclesiastico»139.

La propensione di Giovanni all’azione, che si esprime, dopo l’ordinazione

sacerdotale, nell’attiva collaborazione col prevosto di Castelnuovo e gli fa

provare «il più grande piacere» nel lavoro pastorale, nel catechizzare i

fanciulli, nel trattenersi e parlare con loro, nell’essere «sempre attorniato» dai

suoi piccoli amici140, cede di fronte al consiglio del Cafasso: «Voi avete

bisogno di studiare la morale e la predicazione. Rinunciate per ora ad ogni

proposta e venite al Convitto»141.

L’esperienza del Convitto ci viene descritta come determinante per il

discernimento degli orizzonti pastorali e spirituali del novello sacerdote e per

la sua futura missione. Egli sii ncontra con luminosi esempi: il teologo Luigi

Guala, don Giuseppe Cafasso e il teologo Felice Golzio. «Questi erano i tre

modelli che la Divina Provvidenza mi porgeva, e dipendeva solo da me

seguirne le traccie, la dottrina, le virtù». Ognuno è tratteggiato con qualità

morali specifiche.

Il Guala è contraddistinto per l’attività pastorale disinteressata, per la

scienza, la prudenza, il coraggio e l’arte di «farsi tutto a tutti»; don Cafasso si

impone «colla sua virtù che resiste a tutte le prove, colla sua calma

prodigiosa, colla sua accortezza e prudenza»; il modesto teologo Golzio è

ricordato per il «suo lavoro indefesso», l’ umiltà e la scienza. Tutti e tre sono

animati da una ardore pastorale instancabile: «Le carceri, gli ospedali, i pulpiti,

gli istituti di beneficenza, gli ammalati a domicilio; le città, i paesi e possiamo

dire i palazzi dei grandi e i tuguri dei poveri provarono i salutari effetti dello

zelo di questi tre luminari del Clero Torinese»142.

6.3.5. Caratteristiche particolari del modello pastorale donboschiano

Nel prosieguo delle Memorie emergono invece con abbondanza le

caratteristiche specifiche e carismatiche dello stile pastorale di don Bosco

stesso.

Innanzitutto, l’impatto col problema dei giovani in carcere lo commuove e

lo turba, ma suscita immediatamente una riflessione operativa e un

discernimento pastorale sulle cause e le possibili soluzioni:

«Mi accorsi come parecchi erano ricondotti in quel sito perché abbandonati

a se stessi. Chi sa, diceva tra me, se questi giovanetti avessero fuori un amico,

che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione nei giorni

festivi, chi sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o almeno diminuire

139 MO 105-106 (II, c. 7.

140 MO 112 (II; c. 10).

141 MO 116 (II, c. 11).

142 MO 117-119 (II, c. 11).

38

il numero di coloro che ritornano in carcere? Comunicai questo pensiero a D.

Cafasso, e col suo consiglio e co’ suoi lumi mi sono messo a studiar modo di

effettuarlo abbandonandone il frutto alla grazia del Signore senza cui sono

vani tutti gli sforzi degli uomini»143.

La rievocazione del «lepido incidente» dell'incontro con Bartolomeo

Garelli nella sacrestia della chiesa di san Francesco, gli offre l’opportunità di

illustrare il suo stile relazionale improntato all’amorevolezza preveniente, in

evidente contrasto con l’atteggiamento repressivo del sacrestano, e mostra la

sua tendenza a dare risposte immediate e commisurate alla situazione e ai bisogni

delle persone144.

Dedizione, cura affettuosa, assistenza e vicinanza amichevole, sono note che

caratterizzano fin dall’inizio il suo interesse per i giovani poveri e

abbandonati: «La festa era tutta consacrata ad assistere i miei giovanetti;

lungo la settimana andava a visitarli in mezzo ai loro lavori nelle officine,

nelle fabbriche. Tal cosa produceva grande consolazione ai giovanetti, che

vedevano un amico prendersi cura di loro [...]. Ogni sabato mi recava nelle

carceri colle saccoccie piene ora di tabacco, ora di frutti, ora di pagnottelle

sempre all’oggetto di coltivare i giovanetti che avessero la disgrazia di essere

colà condotti, assisterli, rendermeli amici»145. La freschezza e la creatività

pastorale appaiono, lungo tutto il corso delle Memorie, come una

caratteristica peculiare della sua operatività pastorale, dalle prime esperienze

giovanili a Morialdo e a Chieri, fino alla realizzazione definitiva del sogno

oratoriano in Casa Pinardi146.

L’ardore pastorale che anima le sue iniziative, a partire dalla convinzione

che tutti i giovani poveri e abbandonati si devono considerare come

particolarmente affidati da Dio alle cure pastorali del prete cattolico, da una

parte lo conduce al superamento di una concezione pastorale giuridica e territoriale

(il racconto riporta le obiezioni dei parroci e le risposte di don Bosco)147,

dall’altro lo rende tenace, irremovibile e persino temerario di fronte ad ogni tipo

di disapprovazione, di incomprensione, di abbandono e di rifiuto,

confidando nella missione ricevuta. Egli non cede né alle ragioni del Vicario

di Città né alle insistenze della marchesa Barolo; non si scoraggia quando lo

cacciano dalla chiesa dei Molassi e da san Pietro in Vincoli; resiste con

grande forza interiore alle fatiche estenuanti e ai disagi di salute, anche

143 MO 120 (II, c. 11).

144 MO 121-122 (II, c. 12); cfr 133 (II, c. 16).

145 MO 125 (II, c. 13).

146 Tutte le descrizioni dell’attività pastorale rintracciabili nel testo delle Memorie vanno tenute presenti per

capire il modello oratoriano di don Bosco: lo svolgimento dei primi trattenimenti con i fanciulli (MO 38-41; I, c. 1), le

riunioni della Società dell’Allegria (MO 60-63; I, cc. 6-7), la vivacità dei giochi e degli spettacoli a Chieri (MO 76-77;

I, c. 11), l’esperienza di ministero a Castelnuovo nell’estate 1841 (MO 112; II, c. 10), la cura pastorale dei giovani

poveri e abbandonati di Torino tra 1841 e 1844 (MO 123-125; II, c. 13), le iniziative messe in atto col trasferimento

all’Ospedaletto e a S. Martino dei Molassi (134-137; II, c. 17), l’adattamento e la creatività rivelate di fronte alle

difficoltà di trovare un luogo adatto tra estate 1845 e primavera 1846 (MO 140-146; II, cc. 19-20) e la forma compiuta

raggiunta con l’arrivo in Casa Pinardi, nella moltiplicazione di iniziative e di scelte e nella codificazione

regolamentata (MO 158-161, 164-170 e 177-180; III, cc. 1, 3 e 6).

147 MO 141-143 (II, c. 19); 142-146 (II, c. 20).

39

quando il teologo Borel gli suggerisce una scelta prudenziale148. Non solo è

pronto ad affrontare fatiche e privazioni per la cura pastorale dei suoi giovani,

fino al rischio della vita149, ma è disposto a sostenere attacchi e anche minacce pur

di rimanere fedele a quello che egli ritiene sia il suo dovere di pastore: «Voi,

Signori, non conoscete i preti cattolici, finché vivono, essi lavorano per

compiere il loro dovere; che se in mezzo a questo lavoro e per questo motivo

dovessero morire, per loro sarebbe la più grande fortuna, la massima

gloria»150.

Le sue scelte sono dettate essenzialmente da una fede incrollabile, espressa

in modo chiaro nell’occasione in cui viene licenziato dal suo impiego di

cappellano dell’Ospedaletto: «Accettai il diffidamento, abbandonandomi a

quello che Dio avrebbe disposto di me»151.

In conclusione: il racconto rivela come precisamente nel dono incondizionato

di sé alla missione ricevuta da Dio e nell’ardente amore di carità verso giovani si

trovi la sorgente del lavoro instancabile di don Bosco, l’ispirazione del suo

metodo, l’elemento scatenante della creatività educativa e pastorale e della

vivace moltiplicazione di proposte formative che egli mette in cantiere. Si

assiste così ad un “crescendo” di iniziative, dalle prime attività consistenti in

modeste forme di assistenza religiosa e di formazione catechistica,

all’organizzazione sempre più complessa dell’Oratorio e della Casa annessa,

a scelte innovative ed efficaci di educazione dei ceti popolari e giovanili

attraverso la pubblicistica e l’editoria.

6.4. Un esempio di interpretazione: il ruolo esemplare attribuito a Mamma

Margherita

Come si è detto, i personaggi messi in scena nelle MO, tutti tratti dalla

storia reale, vengono rivestiti di un significato e di un ruolo specifico,

definito dal loro particolare rapporto nei confronti del protagonista e dalle

finalità esemplari del racconto. Essi non sono inventati, come non lo sono i

fatti che li vedono coinvolti, ma la costruzione narrativa li riveste di una

funzione simbolica, rimarcata dai commenti fuori campo del narratore. Essi,

insomma, nella strategia organizzativa del racconto e delle sue finalità in

riferimento ai destinatari, giocano un “ruolo attoriale”, recitano una parte. È

evidente, per esempio, che molti di essi sono posti in risalto per la valenza

pedagogica e spirituale che don Bosco riconosce loro, come si è avuto modo

di vedere parlando del modello pastorale. Gli stessi personaggi negativi e

quelli maldisposti nei confronti del protagonista e dell’opera oratoriana, sono

148 MO 147-153 (II, cc. 21-22).

149 MO 170-174 (III, c. 4).

150 MO 223 (III, c. 21; cf. III, cc. 22 e 23).

151 MO 152 (II, c. 22).

40

funzionali all’intento centrale del racconto. È necessario mantenere gli uni e

gli altri legati al filo della narrazione ed osservare il contesto particolare e

generale che li inquadra.

La raffigurazione narrativa della madre, in particolare, ci offre un esempio

particolarmente significativo di questa funzione simbolica esemplare affidata

dall’Autore ai personaggi delle MO. Bisogna notare che questo è l’unico

scritto autografo nel quale il santo ci parla di sua madre. È evidente che egli

qui non intende darcene un ritratto biografico completo. La racconta, come

vedremo, collegandola sempre ad aspetti chiave del modello formativo che,

attraverso il testo, egli ci vuole illustrare, selezionando trai tanti fatti e

momenti esistenziali, quelli che meglio servono al suo scopo, all’obiettivo

cioè di offrire ai suo «carissimi figli salesiani» una «norma a superare le

difficoltà future prendendo lezione dal passato» .

In ognuna delle quattro le grandi sezioni del racconto l’Autore mette in

scena la madre, riconoscendole un ruolo biografico e rappresentativo

importante.

6.4.1. Confidenza in Dio, dedizione e intuizione educativa

Già dalle prime righe delle MO ci accorgiamo che l’autore lavora su due

piani collegati tra di loro: quello della storia raccontata e quello del simbolo e

del valore.

Per esempio, riferendosi ai genitori egli ci informa: «Erano contadini, che

col lavoro e colla parsimonia si guadagnavano onestamente il pane della

vita»152. Lavoro e parsimonia richiamano dal punto di vista lessicale e

semantico i due poli del motto «lavoro e temperanza», più volte usato dal santo

per sintetizzare sia i tratti ascetici della spiritualità salesiana e che un aspetto

centrale della proposta di vita cristiana fatta ai giovani e al popolo.

Poi il racconto evidenzia tre momenti, nei quali Margherita assume un

ruolo esemplare.

Il primo, che delinea il modo di affrontare le sfide della vita, è introdotto

con l’evocazione della morte del padre e il ricordo del suo “testamento

spirituale”: «Munito di tutti i conforti della religione, raccomandando a mia

madre la confidenza in Dio, cessava di vivere alla buona età di anni 34, il 12

maggio 1817»153. Con queste parole l’autore intende offrire ai lettori una delle

chiavi interpretative delle Memorie. La «confidenza in Dio», contrapposta alla

confidenza nelle risorse umane, sarà infatti l’atteggiamento che permetterà la

realizzazione della vocazione oratoriana, nonostante difficoltà di ogni

genere. Il segno che qui l’autore sta suggerendo ai lettori qualcosa di

importante lo cogliamo nella ripresa letterale dell’espressione da parte di

Margherita e nella sua traduzione operativa. Viene evocata infatti la carestia

152 MO 31 (I, Dieci anni d’infanzia).

153 MO 31 (I, Dieci anni d’infanzia).

41

dei mesi successivi e la fame. Si descrive la madre che, dopo aver esaurito le

scorte di casa, consegna del denaro ad un vicino di casa, incaricandolo di

procurare cibo per la famiglia:

«Quell’amico andò in vari mercati e non poté nulla provvedere anche a

prezzi esorbitanti. Giunse quegli dopo due giorni e giunse aspettatissimo in

sulla sera; ma all’annunzio che nulla aveva seco, se non denaro, il terrore

invase la mente di tutti […]. Mia madre senza sgomentarsi andò dai vicini per

farsi imprestare qualche commestibile e non trovò chi fosse in grado di venirle

in aiuto. — Mio marito, prese a parlare, morendo dissemi di avere confidenza

in Dio. Venite adunque, inginocchiamoci e preghiamo. — Dopo breve

preghiera si alzò e disse: — Nei casi estremi si devono usare mezzi estremi»154.

Decide quindi di macellare il vitello per «sfamare la sfinita famiglia»:

rimedio «estremo» e scelta arrischiata nella mentalità contadina, perché si

sacrifica prima del tempo una risorsa certa per il futuro. Ma la decisione è

presa in clima della preghiera, come atto responsabile di confidenza in Dio. Il

testo, infatti, continua descrivendo il successivo comportamento della

protagonista:

«Ognuno può immaginare quanto abbia dovuto soffrire e faticare mia

madre in quella calamitosa annata. Ma con un lavoro indefesso, con una

economia costante, con una speculazione nelle cose più minute, e con qualche

aiuto veramente provvidenziale si poté passare quella crisi annonaria»155.

Chi conosce la personalità di don Bosco, coglie in questa sequenza

narrativa, al di sotto della trama, un atteggiamento spirituale qualificante. Di

fronte alle sfide della vita egli insegna che è necessario mantenere la calma

interiore («niente ti turbi») e tentare ogni soluzione possibile. Poi, affidandosi

alla Provvidenza e col coraggio che scaturisce dalla fede, bisogna saper

prendere decisioni tempestive, anche «estreme», affrontando in seguito, con

forza d’animo e spirito di sacrificio, la vita quotidiana con operosità

instancabile e uno stile di vita sobrio, essenziale. Il racconto, dunque,

intenderebbe attribuire a Margherita l’origine di un atteggiamento spirituale

e operativo che costituisce uno dei più dinamici fattori di successo storico

della persona e dell’opera di don Bosco.

La seconda scena evidenzia, in modo chiaro, l’idea alta dell’educatore

come persona totalmente e affettuosamente consacrata alla cura degli

educandi, capace di rinunciare a qualsiasi altro vantaggio personale pur di

rimanere fedele al proprio compito. Di fronte alla «proposta di un

convenientissimo collocamento», di un matrimonio vantaggioso che

l’avrebbe messa al riparo dalla povertà, Margherita decide di rifiutare, per

non abbandonare i figli: «Le fu replicato che i suoi figli sarebbero stati

affidati a un buon tutore, che ne avrebbe avuto grande cura. – Il tutore,

rispose la generosa donna, è un amico, io sono la madre de’ miei figli; non li

abbandonerò giammai, quando anche mi si volesse dare tutto l’oro del

154 MO 32-33 (I, Dieci anni d’infanzia).

155 MO 33 (I, Dieci anni d’infanzia).

42

mondo»156. Poi il racconto sintetizza l’azione educativa di Margherita

indicandone alcune priorità: «Sua massima cura fu di istruire i suoi figli nella

religione, avviarli all’ubbidienza ed occuparli in cose compatibili a

quell’età»157. (MO 36).

La terza scena, posta come epilogo alla narrazione del sogno fatto dal

Giovanni all’età di nove anni, mette in campo i commenti dei famigliari. Si

tratta di tre diversi modi di accostarsi a fatti che hanno «anche solo

apparenza di soprannaturali»: i fratelli danno un’interpretazione ironica,

superficiale; la nonna rappresenta l’approccio realistico e razionale («Non

bisogna badare ai sogni»); la madre rivela una caratteristica tipica

dell’educatore attento, capace di cogliere ogni piccolo segno premonitore di

futuri sbocchi vocazionali nel ragazzo: «Chi sa che non abbi a diventare

prete»158.

6.4.2. L’arte di valorizzare le potenzialità degli educandi e di iniziarli

alla vita dello spirito

Passando oltre nella lettura, constatiamo che il racconto del sogno si pone,

dal punto di vista narrativo, come il vero inizio delle Memorie dell’Oratorio.

Da questo momento in poi, infatti, l’autore pur mantenendo la scansione in

decadi, intitola la nuova sezione: Prima decade: 1825-1835. Il lettore è avvertito:

la vera storia dell’Oratorio inizia ora, sui prati che circondano la casa dei

Becchi. Da questo momento in poi, in modo più esplicito, la trama del

racconto è mirata ad evidenziare il progressivo emergere dell’Oratorio e

delle sue caratteristiche, ma anche i tratti qualificanti del modello di pastoreeducatore

“oratoriano”, i suoi atteggiamenti e la sua missione. Questa

sezione delle Memorie – che si protrae fino alla decisione dell’entrata in

seminario – è, di fatto, quella più ricca di insegnamenti e modelli pedagogici.

La sezione si apre con un lunga e vivace descrizione del giovane

protagonista, animatore e intrattenitore dei compagni: «Voi mi avete più

volte dimandato a quale età abbia cominciato ad occuparmi dei fanciulli.

All'età di 10 anni io facevo quello che era compatibile alla mia età e che era

una specie di Oratorio festivo. Ascoltate: […]»159. La scena è dominata dalle

personalità esuberante del protagonista e dalle sue esibizioni. La madre

viene soltanto evocata, nel ruolo di osservatrice. Ma le annotazioni,

apparentemente marginali, che la riguardano sono importanti per rafforzare

il modello di educatore proposto nelle Memorie, caratterizzato dalla

preoccupazione di favorire il pieno sviluppo della personalità e delle qualità

del fanciullo:

«Voi qui mi dimanderete: E la madre mia era contenta che tenessi una vita

cotanto dissipata e spendessi il tempo a fare il ciarlatano? Vi dirò che mia

156 MO 33 (I, Dieci anni d’infanzia).

157 MO 33-34 (I, Dieci anni d’infanzia).

158 MO 37 (I, Un sogno).

159 MO 38 (I, c. 1).

43

madre mi voleva molto bene; ed io le aveva confidenza illimitata, e senza il

suo consenso non avrei mosso un piede. Ella sapeva tutto, osservava tutto e

mi lasciava fare. Anzi, occorrendomi qualche cosa me la somministrava assai

volentieri»160.

Nel capitolo successivo la madre acquista un ruolo più centrale e il tono

del discorso assume sfumature più intime. La prima comunione del figlio la

vede impegnata con particolare cura, sia nella preparazione remota – «Si

adoperò Ella stessa a prepararmi come meglio poteva e sapeva. Lungo la

quaresima mi inviò ogni giorno al catechismo»161 –, sia nello sforzo di creare

condizioni ambientali ed interiori adatte alla retta comprensione e alla

feconda ricezione del sacramento:

«In mezzo alla moltitudine era impossibile di evitare la dissipazione. Mia

madre studiò di assistermi più giorni; mi aveva condotto tre volte a

confessarmi lungo la quaresima. Giovanni mio, disse ripetutamente, Dio ti

prepara un gran dono; ma procura prepararti bene, di confessarti, di non tacer

alcuna cosa in confessione. Confessa tutto, sii pentito di tutto, e prometti a Dio

di farti più buono in avvenire. Tutto promisi; se poi sia stato fedele, Dio lo

sa»162.

Il don Bosco narratore e pedagogo carica l’evento di un significato

polivalente. Rito socio-religioso di iniziazione e di passaggio, circostanza

favorevole per l’acquisizione sistematica delle conoscenze necessarie ad una

fede cristiana illuminata, momento privilegiato di formazione etica, la prima

comunione viene presentata nella sua valenza primaria di esperienza

religiosa personale che favorisce l’adesione ai valori, conduce ad una prima

cosciente conversione del cuore e introduce ad una vita interiore più

avvertita. Il narratore mette in risalto la sapienza educativa della madre nel

guidare alla cognizione esatta del mistero eucaristico, nel predisporre il figlio

ad una confessione che unisca compunzione del cuore, rivelazione sincera

della coscienza e promessa di miglioramento. Soprattutto svela le strategie

educative da lei inventate per creare il clima interiore idoneo e rivestire

l’evento di una solennità inusuale:

«A casa mi faceva pregare, leggere un buon libro, dandomi que' consigli

che una madre industriosa sa trovare opportuni pe' suoi figliuoli. Quel

mattino non mi lasciò parlare con nissuno, mi accompagnò alla sacra mensa e

fece meco la preparazione ed il ringraziamento […]. In quella giornata non

volle che mi occupassi in alcun lavoro materiale, ma tutta l'adoperassi a

leggere e a pregare. Fra le molte cose mia madre mi ripeté più volte queste

parole: O caro figlio, fu questo per te un gran giorno. Sono persuasa che Dio

abbia veramente preso possesso del tuo cuore. Ora promettigli di fare quanto

puoi per conservarti buono sino alla fine della vita. Per l’avvenire va sovente a

comunicarti, ma guardati bene dal fare dei sacrilegi. Di’ sempre tutto in

confessione; sii sempre ubbidiente, va volentieri al catechismo ed alle

prediche; ma per amor del Signore fuggi come la peste coloro che fanno cattivi

160 MO 42 (I, c. 1).

161 MO 38 (I, c. 2).

162 MO 39 (I, c. 2).

44

discorsi. Ritenni e procurai di praticare gli avvisi della pia genitrice; e mi pare

che da quel giorno vi sia stato qualche miglioramento nella mia vita,

specialmente nella ubbidienza e nella sottomissione agli altri, al che provava

prima grande ripugnanza, volendo sempre fare i miei fanciulleschi riflessi a

chi mi comandava o mi dava buoni consigli»163.

L’intensità del racconto è tale da restituire il clima di intimità tra madre e

figlio e insieme da mettere in evidenza aspetti cari alla pedagogia spirituale

del Santo (lo fa ripetendo due volte le raccomandazioni sulla confessione

sincera, sul dolore e sulla promessa). Ci si accorge che qui emerge un

messaggio che va oltre la semplice memoria di un lontana vicenda personale.

Si trovano paralleli in altri testi di don Bosco, come nelle vite di Domenico

Savio e di Francesco Besucco: ma in esse l’attenzione del lettore è orientata

verso l’esemplarità dei ragazzi. Qui invece il racconto enfatizza il ruolo

formativo della madre, presentandola come emblema dell’accompagnamento

personale e della guida spirituale. Viene configurata una relazione educativa

capace di stabilire, attraverso la ragione, la religione e l’amorevolezza, un

flusso comunicativo intenso che raggiunge mente, cuore e coscienza del

figlio. Dall’arte pedagogica si sconfina nella mistagogia spirituale e nella

testimonianza personale. Margherita emerge come icona di quel tipo di

pastorale familiare a cui si ispira il metodo formativo dell’Oratorio.

Subito dopo, con un’anticipazione cronologica significativa per

comprendere l’intimo legame che don Bosco instaura tra due distinti

formatori e due diversi momenti di vita (un fatto avvenuto nel 1829 viene

inconsciamente collocato nel 1826), si descrive l’esito dell’incontro con don

Calosso, sua prima «guida stabile», «fedele amico dell’anima»: «Da

quell’epoca ho cominciato a gustare che cosa sia vita spirituale, giacché

prima agiva piuttosto materialmente e come macchina che fa una cosa, senza

saperne la ragione»164. Insomma, mentre il narratore delinea successivi passi

di un cammino spirituale avvenuto in stagioni diverse della propria vita,

rivela anche i tratti dello stesso modello educativo e pastorale, rappresentato

ora nell’atteggiamento materno di Margherita, ora in quello paterno di don

Calosso, più oltre nelle figure dei suoi insegnanti, del confessore e degli stessi

compagni esemplari incontrati durante gli anni di Chieri.

La decade contiene anche altri riferimenti a Margherita, di minore forza

narrativa, ma sempre riconducibili alla sua missione educativa. In particolare

va considerato il contesto in cui si presenta la decisione di procedere alla

divisione del patrimonio familiare. I dati archivistici ci indurrebbero a

spiegare il fatto con il raggiungimento della maggiore età da parte di

Antonio e il suo imminente matrimonio. Il racconto, invece, mette in primo

piano la preoccupazione materna di creare le condizioni idonee a favorire la

vocazione di Giovanni165. Anche in questo caso Margherita viene evocata

163 MO 43-44 (I, c. 2).

164 MO 47 (I, c. 2).

165 MO 53 (I, c. 4).

45

come esempio dell’educatrice ideale, preoccupata più della formazione delle

persone che dei problemi economici e burocratici da superare.

6.4.3. Formare alla responsabilità etica e all’ascesi

La seconda decade (1835-1845) è consacrata agli anni della formazione

ecclesiastica del protagonista, nel seminario di Chieri poi nel convitto

ecclesiastico di Torino, e alle prime esperienze oratoriale. Si apre con

l’evocazione di uno dei momenti più “spirituali” delle Memorie: il racconto

della vestizione dell’abito ecclesiastico e della compilazione del regolamento

di vita.

Il capitolo successivo descrive Giovanni da pochi giorni vestito da chierico

e pronto per entrare in seminario. L’allegria riempie la casa: «i miei parenti

erano tutti contenti; io più di loro». Solo la madre appare pensierosa:

«La sera antecedente alla partenza Ella mi chiamò a sé e mi fece questo

memorando discorso: — Gioanni mio, tu hai vestito l’abito sacerdotale, io ne

provo tutta la consolazione, che una madre può provare per la fortuna di suo

figlio. Ma ricordati che non è l’abito che onora il tuo stato, è la pratica della

virtù. Se mai tu venissi a dubitare di tua vocazione, ah per carità! non

disonorare questo abito. Deponilo tosto. Amo meglio di avere un povero

contadino, che un figlio prete trascurato ne’ suoi doveri. Quando sei venuto al

mondo ti ho consacrato alla Beata Vergine; quando hai cominciato i tuoi studi

ti ho raccomandato la divozione a questa nostra Madre; ora ti raccomando di

esserle tutto suo: ama i compagni divoti di Maria; e se diverrai sacerdote

raccomanda a propaga mai sempre la divozione di Maria»166.

Queste espressioni vanno collegate con quanto è stato narrato nelle pagine

precedenti. In esse incomincia ad affiorare l’ideale di prete che il protagonista

farà proprio nel corso della formazione, soprattutto alla scuola di san

Giuseppe Cafasso (un pastore animato da retta intenzione, raccolto, devoto,

ascetico, proteso verso la santità, intrattenibile nello zelo per la salvezza delle

anime) e che don Bosco propone ai suoi discepoli, con quelle accentuazioni e

sfumature che derivano dalla specifica missione giovanile. La festa popolare

alla quale il prevosto lo ha condotto dopo la vestizione appare a Giovanni

sconveniente: «dopo più settimane di preparazione a quella sospirata

giornata, trovarmi di poi ad un pranzo in mezzo a gente di ogni condizione,

di ogni sesso, colà radunata per ridere, chiacchierare, mangiare, bere e

divertirsi; gente che per lo più andava in cerca di giuochi, balli e di partite di

tutti i generi; quella gente quale società poteva mai formare con uno, che al

mattino dello stesso giorno aveva vestito l’abito di santità, per darsi tutto al

Signore?». Soprattutto «l’aver veduto preti a fare i buffoni in mezzo ai

convitati pressoché brilli di vino», gli aveva fatto esclamare: «Se mai sapessi

di venire un prete come quelli, amerei meglio deporre quest’abito e vivere da

povero secolare, ma da buon cristiano»167.

166 MO 90 (II, c. 2).

167 MO 88 (II, c. 1).

46

La risposta del parroco è molto elusiva, quasi giustificatrice: «Il mondo è

fatto così […] bisogna prenderlo com’é». Non altrettanto l’intervento della

madre. Ad essa è affidata la ripresa dell’istanza presente nel disagio espresso

del giovane chierico, per rinforzarne la portata, offrendo l’orientamento di

fondo del percorso formativo che egli sta per intraprendere entrando in

seminario. Margherita pare venir messa in scena unicamente con il compito

di fare da precursore, anticipando tratti dell’ideale di prete che saranno

definiti compiutamente più oltre, nella stessa decade, con l’introduzione del

teologo Borel, «uno dei più zelanti ministri del santuario»168 e dei tre

stimolanti «modelli» e «luminari del clero torinese» incontrati al Convitto,

Luigi Guala, Giuseppe Cafasso e Felice Golzio169.

Il contesto storico in cui sono scritte le Memorie rimanda a una serie di

preoccupazioni più volte espresse da don Bosco in quegli anni, tra 1873 e

1875. Era angustiato nel constatare, in alcuni dei discepoli più giovani un

calo di tensione ideale e di ardore, il venir meno della retta intenzione e di

robuste motivazioni vocazionali, l’indebolimento della tensione ascetica e

dell’impegno virtuoso, uniti ad una deriva formalista e sentimentale della

devozione mariana.

Attraverso il discorso materno don Bosco mette in chiaro per i suoi lettori

il significato e l’orientamento del cammino formativo, lo riveste di una forte

valenza etica ed ascetica. La serietà e la solennità del messaggio è enfatizzata

con l’evocazione della carica emotiva del momento: «Nel terminare queste

parole mia madre era commossa, io piangeva. Madre, le risposi, vi ringrazio

di tutto quello, che avete detto e fatto per me; queste vostre parole non

saranno dette invano e ne farò tesoro in tutta la mia vita»170.

A questo punto Margherita, discretamente, esce dalla scena del racconto.

Tuttavia, una lettura attenta delle settanta pagine successive ci mostra come

il percorso interiore del protagonista, lungo tutto il decennio, risulti

chiaramente segnato dalle indicazioni della madre.

6.4.4. La spiritualità dell’educatore cristiano

La terza decade inizia con quattro capitoli che narrano il nuovo corso

dell’Oratorio, dalla Pasqua 1846 (inaugurazione della tettoia-cappella

Pinardi), alla convalescenza del protagonista dopo la grave malattia che lo ha

portato «all’estremo di vita». Poi col capitolo quinto torna in primo piano la

madre.

Siamo nell’autunno del 1846, il momento è delicato per il protagonista:

«Passati alcuni mesi in convalescenza in famiglia sembravami di poter fare

ritorno a’ miei amati figli […]. Ma dove prendere alloggio, essendo stato

congedato dal Rifugio? Con quali mezzi sostenere un’opera che diveniva

168 Cfr. MO 105-106 (II, c. 7).

169 Cfr. MO 117-119 (II, c. 11).

170 MO 90 (II, c. 2).

47

ogni giorno più laboriosa e dispendiosa? Di che avrei potuto vivere io e le

persone che meco erano indispensabili?»171.

In casa Pinardi si sono liberate alcune camere, ma non è prudente che un

prete vi si stabilisca da solo. Giovanni si rivolge alla madre: «Io dovrei andar

ad abitare in Valdocco, ma a motivo delle persone che occupano quella casa

non posso prendere meco altra persona che voi. Ella capì la forza delle mie

parole e soggiunse tosto: Se ti pare tal cosa piacere al Signore, io sono pronta a

partire in sul momento»172.

Questa risposta mette in evidenza, al di là della situazione contingente,

delle convenienze e del servizio richiesto a Margherita, un chiaro messaggio

spirituale. Nel momento in cui la casa dell’Oratorio, da semplice sede di

attività religiose, catechistiche, scolastiche e ricreative, sta per trasformarsi in

una comunità educativa e pastorale con l’insediamento stabile di don Bosco e

della madre, il narratore sposta l’attenzione su tre atteggiamenti spirituali

che motivano e orientano le scelte dei membri di tale comunità.

Il primo è costituito dalla disponibilità assoluta e pronta nel compiere la

volontà di Dio (il beneplacito di Dio, direbbe san Francesco di Sales),

abbandonando la tranquillità di una vita serena, senza tentennamenti e con

spirito oblativo: «Mia madre faceva un grande sacrificio; perciocché in

famiglia, sebbene non fosse agiata, era tuttavia padrona di tutto, amata da

tutti, ed era considerata come la regina dei piccoli e degli adulti»173.

Il secondo atteggiamento consiste nel coraggioso affidamento alla

Provvidenza, unito alla relativizzazione dei beni materiali e alla loro

finalizzazione pastorale e caritativa: «Ma come vivere, che mangiare, come

pagare i fitti e provvedere a molti fanciulli che ad ogni momento

dimandavano pane, calzamenta, abiti o camicie, senza cui non potevano

recarsi al lavoro? Avevamo fatto venire da casa un po’ di vino, di meliga,

fagiuoli, grano e simili. Per fare fronte alle prime spese avevo venduto

qualche pezzo di campo ed una vigna»174.

Il terzo atteggiamento, il più radicale, che si innesta sul precedente e

consiste nel distacco dagli affetti umani, anche dai più sacri, è

simbolicamente raffigurato nella scelta di Margherita di sacrificare il corredo

da sposa:

«Mia madre avevasi fatto portare il corredo sposalizio, che fino allora

aveva gelosamente conservato intero. Alcune sue vesti servirono a formare

pianete, colla biancheria si fecero degli amitti, dei purificatori, rocchetti, camici

e delle tovaglie […]. La stessa mia madre aveva qualche anello, una piccola

collana d'oro, che tosto vendette per comperare galloni e guarniture pei sacri

paramentali»175.

171 MO 174 (III, c. 5).

172 MO 174 (III, c. 5).

173 MO 174 (III, c. 5).

174 MO 175 (III, c. 5).

175 MO 175 (III, c. 5).

48

Questa separazione da oggetti cari, memoria di una felicità lontana, segno

di perenne fedeltà e di immutato amore al marito defunto, finalizzata a

rifornire la cappella dell’Oratorio, acquista emblematicamente il significato

della consacrazione incondizionata di sé a servizio della missione oratoriana.

È un distacco del cuore che (come appare dalla dinamica interna del

racconto) giunge ad attuare appieno la raccomandazione espressa dal marito

morente. Nella generosità gioiosa di Margherita, si compie la «confidenza in

Dio» finalmente in forma totale, avviene il perfetto affidamento. È un dono

libero col quale si dà un ordine definitivo agli affetti: così la «costernazione»

per il lutto di un tempo e il «forte pianto» che aveva accompagnato

l’annuncio al figlioletto, «tu non hai più padre», si trasformano ora in sorriso

e in canto: «Una sera mia madre, che era sempre di buon umore, mi cantava

ridendo: Guai al mondo se ci sente / Forestieri senza niente»176.

Dunque, nella madre, che con gesto obbediente e con distacco gioioso dà

una svolta decisiva alla propria esistenza, orientandola al servizio

nell’Oratorio, don Bosco delinea sia l’ideale del cristiano, che è giunto ad

integrare amore a Dio e amore al prossimo nella piena disponibilità, sia il suo

modello di educatore che tutto sacrifica con gioia, creatività e realismo

operativo mettendo in primo piano la missione educativa e i suoi giovani

destinatari.

6.4.5. La famiglia educativa: paternità e maternità

L’ultima scena in cui il narratore dà voce a Margherita è contenuta nel

capitolo settimo della terza decade. Con il trasferimento di don Bosco e della

madre a Valdocco, l’Oratorio va acquistando una conformazione definitiva:

si sono regolarizzati i catechismi, le scuole serali e festive, le funzioni

religiose, le ricreazioni, le classi di musica; si è «compilato un Regolamento»;

si sono «stabilite le basi organiche per la disciplina e l’amministrazione»; si è

consolidata la pietà con la fondazione della Compagnia di san Luigi. Si è

infine ottenuta l’approvazione formale dell’Arcivescovo, che nel giorno di

san Luigi del 1847 (sua festa onomastica) ha visitato l’Oratorio e vi ha

celebrato la messa, amministrando il sacramento della confermazione a un

centinaio di giovani177.

Le misere condizioni di numerosi ragazzi invitano, tuttavia, ad andare

oltre: «Molti giovanetti torinesi e forestieri [erano] pieni di buon volere di

darsi ad una vita morale e laboriosa; ma invitati a cominciarla solevano

rispondere non avere né pane, né vestito, né alloggio ove ricoverarsi almeno

per qualche tempo». Don Bosco adatta il fienile per il temporaneo alloggio

notturno dei casi più disperati; «ma gli uni ripetutamente portarono via le

lenzuola, altri le coperte, e infine la stessa paglia fu involata e venduta»178.

176 MO 175 (III, c. 5).

177 MO 177-180 (III, c. 6).

178 MO 180 (III, c. 7).

49

Evidentemente non è questo il sistema migliore. Quale strada imboccare,

dunque? Il racconto delle Memorie affida a Margherita l’iniziativa.

«Ora avvenne che una piovosa sera di maggio [del 1847] sul tardi si

presentò un giovanetto sui quindici anni tutto inzuppato dall’acqua. Egli

dimandava pane e ricovero. Mia madre l’accolse in cucina, l’avvicinò al fuoco

e mentre si riscaldava e si asciugava gli abiti, diedegli minestra e pane da

ristorarsi.

Nello stesso tempo lo interrogai se era andato a scuola, se aveva parenti, e

che mestiere esercitava. Egli mi rispose: Io sono un povero orfano, venuto da

Valle di Sesia per cercarmi lavoro. Aveva meco tre franchi, i quali ho tutti

consumati prima di poterne altri guadagnare e adesso ho più niente e sono più di

nessuno»179.

Queste ultime commoventi parole esprimono in modo eccellente il

significato che don Bosco attribuisce all’espressione «giovani poveri e

abbandonati»: si tratta si povertà economica, ma soprattutto di abbandono

affettivo, disperata solitudine.

Il seguito del dialogo dettaglia la condizione desolante dell’orfanello:

«dimando per carità di poter passare la notte in qualche angolo di questa

casa. Ciò detto si mise a piangere; mia madre piangeva con lui, io era

commosso». Don Bosco reagisce nella linea della carità “assistenziale”,

sempre prudente e condizionata: «Se sapessi che tu non sei un ladro,

cercherei di aggiustarti, ma altri mi portarono via una parte delle coperte e tu

mi porterai via l’altra». Margherita invece, emblema dell’amore educativo,

della cura sollecita, della concretezza e della fiducia in Dio, suggerisce il

rimedio più adeguato. Come un giorno lontano e drammatico aveva detto:

«Nei casi estremi si debbono usare mezzi estremi» ed era passata all’azione180,

così ora:

«Se vuoi, ripigliò mia Madre, io l’accomoderò per questa notte e dimani

Dio provvederà […]. La buona donna aiutata dall’orfanello uscì fuori, raccolse

alcuni pezzi di mattoni, e con essi fece in cucina quattro pilastrini, sopra cui

adagiò alcuni assi, e vi soprapose un saccone, preparando così il primo letto

dell’Oratorio. La buona mia Madre fecegli di poi un sermoncino sulla

necessità del lavoro, della fedeltà e della religione. Infine lo invitò a recitare le

preghiere. Non le so, rispose. Le reciterai con noi, gli disse; e così fu. Affinché

poi ogni cosa fosse assicurata, venne chiusa a chiave la cucina né più si aprì

fino al mattino»181.

Don Bosco, con quest’efficace quadro narrativo, riconduce a Margherita

l’intuizione della formula che segnerà in modo fecondo il futuro dell’opera

salesiana. «Questo fu il primo giovane del nostro Ospizio. A questo se ne

aggiunse tosto un altro, e poi altri»182. Nasce la “Casa annessa” all’Oratorio,

la casa dei giovani. Ora l’Oratorio ha acquistato la sua completezza. C’è una

179 MO 180-181 (III, c. 7).

180 MO 32-33 (I, Dieci anni d’infanzia).

181 MO 181-182 (III, c. 7).

182 MO 182 (III, c. 7).

50

madre affettuosa che si prende cura, c’è un padre che si fa carico dei

problemi e c’è un figlio sottratto per sempre all’abbandono, che trova un

tetto sotto cui ripararsi, un focolare a cui scaldarsi, un pane di cui nutrirsi e

soprattutto una famiglia amorosa, accogliente ed educante.

Si è giunti così al termine di un cammino nelle cui tappe essenziali don

Bosco ha delineato il suo ideale educativo e pastorale. Ispirato ai modelli

storici di Carlo Borromeo e di Filippo Neri, imparentato con le esperienze

contemporanee di don Cocchi e di altri, condizionato dalle urgenze sociali e

pastorali della Torino del tempo, il suo Oratorio emerge come qualcosa di

tipico e nuovo. Non solo luogo di iniziative educative e formative o di

funzioni religiose, ma comunità di educatori ispirati dalla fede e “consacrati”

ad una missione. Ben più di “casa che accoglie”, ma comunità di cuori, di

cure attente e personalizzate, di sane relazioni affettive, generate e

continuamente purificate dalla carità.

Ora, Margherita può rientrare definitivamente nell’ombra, assorbita dalle

esigenze della neonata famiglia oratoriana, alla quale dedicherà il resto dei

suoi anni, fino alla morte. Ma con lei anche il grande racconto pare aver

esaurito la sua funzione. La trama e l’intrigo che hanno retto la tensione delle

Memorie, da questo punto in poi, si dissolvono. Il narratore diventa cronista

e, nei diciassette capitoli successivi, si limita a registrare eventi, iniziative,

sviluppi, a costruire piccoli quadretti narrativi, ma senza più quel

coinvolgimento intimo e spirituale che aveva connotato le pagine precedenti.

6.4.6. Conclusione

Ci siamo accostati alla figura di mamma Margherita così come è

presentata da don Bosco nelle Memorie dell’Oratorio, come esempio di una

lettura interpretativa incentrata su un personaggio-simbolo del racconto.

Valorizzando i suggerimenti offerti dalla semiotica dei testi narrativi,

abbiamo cercato di non estrapolare la sua raffigurazione dall’architettura

narrativa del testo. Ci premeva rispettare l’intenzione generale che ha mosso

l’autore nel momento della scrittura e scoprire le strategie da lui messe in

atto per dipanare il discorso di fondo. Così l’immagine di Margherita ci è

apparsa inseparabile sia dal contesto in cui don Bosco ha prodotto il testo

delle Memorie sia dai suoi quadri mentali, dalla sua sensibilità spirituale,

dalla visione che egli ha della propria missione.

Va aggiunto, tuttavia, che se don Bosco in questo racconto affida alla

madre compiti rappresentativi ben definiti di un modello ideale di

educatore-pastore, questo certamente non è solo un artificio retorico. Se la

madre raccontata nelle Memorie impersona di fatto alcuni tratti spirituali

qualificanti del modello pastorale salesiano e aspetti chiave della

metodologia educativa dell’Oratorio, probabilmente è perché don Bosco ne

ha riconosciuto in lei l’origine.

Nelle Memorie, insomma, egli offre, nello stesso tempo, una riflessione

sulla storia dell’Oratorio e sul cammino vocazionale percorso, un modello

educativo-pastorale e una “spiritualità” per i discepoli, ma anche, nel caso di

51

Margherita, un bilancio della vita e della missione di sua madre,

riconoscendole un ruolo decisivo nei propri percorsi formativi e un

contributo importante per la connotazione identitaria e la metodologia

educativa e spirituale del nascente Oratorio. Lo stesso discorso si potrebbe

fare con altri personaggi-chiave inseriti nel racconto delle Memorie: don

Calosso, Luigi Comollo, don Cafasso e il teologo Borel.


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