Oratorio, per imparare a correre e sapere stare in ginocchio

 

del 06 aprile 2013

 

 

          Un luogo. Un luogo reale, abitato da persone reali. Un luogo dove nascono e crescono le relazioni. Un luogo che diventa comunità e fa parte di una più vasta comunità. Un luogo: un presidio solido per resistere all’assalto della modernità liquida, per dirla con Zygmunt Bauman. Un luogo che sia «laboratorio di talenti», come suggerisce il titolo della Nota pastorale dei vescovi italiani.            Quel luogo è l’oratorio (o patronato, com’è denominato in alcune diocesi). Generazioni di italiani gli sono grati. Hanno imparato a pregare e a tirare calci a un pallone, a pensare e a ridere, a confidarsi e ad esprimersi allestendo spettacoli; hanno appreso, in una felice sintesi, sia a contemplare i segreti della Via Crucis sia a domare le traiettorie velenose di una pallina da ping pong. Perché la vita questo e non altro è: una miscela di alto e basso, di contemplazione e azione, di poesia e di prosa. E perché questo è l’oratorio: un luogo dove la vita, tutta la vita, la vita intera viene accolta.            Gli innumerevoli italiani che gli sono grati vorrebbero che l’oratorio ci fosse anche per i propri figli. I tempi sono cambiati? Cambiano, un poco, anche gli oratori. Non per «adattarsi», ma per «accogliere». E se oggi le famiglie soffrono di più, le relazioni si fanno più difficili e fragili, la comunità sembra perdere coesione, l’oratorio diventa, ancor più che in passato, un luogo di integrazione sociale, un laboratorio di armonia dove, assieme all’abc della fede, si apprende l’abc dello stare insieme, costruendo storie, generando idee, elaborando progetti. La Nota, in una felice sintesi, spiega: «L’oratorio educa ed evangelizza (...) soprattutto attraverso relazioni personali autentiche e significative».            Educa ed evangelizza: insieme. Guai a commettere l’errore di considerare lo sport, il gioco, il divertimento, il cinema e il teatro, una semplice canzone suonata e cantata assieme come una sorta di «evasione», di «ricreazione», un pedaggio da pagare per ciò che soltanto conta: la catechesi e la celebrazione, l’annuncio kerigmatico. Tutto, ci deve stare tutto dentro l’oratorio. Nelle giuste dosi, nei giusti tempi. Senza frizioni né contraddizioni. Ma anche una partitella di calcio ben giocata è, a suo modo, «evangelizzazione», se dentro il gioco si respirano quei valori preziosi umani e cristiani, oggi rarissimi, che si chiamano gratuità, lealtà, generosità, altruismo, collaborazione. Solo se nel gioco, nell’attività culturale e artistica, nel semplice stare insieme bevendo un chinotto si vivono quei valori, allora la catechesi, che quei valori annuncia nella persona di Gesù, è credibile. Altrimenti sarà come acqua sui sassi. La compagnia di Gesù Cristo o abbraccia tutte le espressioni della vita, oppure semplicemente non è.

          L’oratorio, luogo reale, fatto di persone reali, potrebbe infine essere contrapposto ai luoghi virtuali, alle comunità digitali, al web. No. L’oratorio semmai integra i luoghi. Un ragazzo del Duemila, «nativo digitale», non sarà mai posto di fronte all’alternativa di dover scegliere tra l’oratorio e il pc. Molti oratori hanno il proprio sito. Usano il web. Con intelligenza. La stessa appresa dai ragazzi accanto ai loro educatori. Mai improvvisati: la semplice buona volontà non basta. Investire energie nella formazione di educatori competenti è forse la vera sfida decisiva per la comunità ecclesiale. Affinché quei luoghi che si chiamano oratori siano vivi e generino vita, oggi e domani proprio come ieri.

 

 

Umberto Folena

 

http://www.avvenire.it

 

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