Matteo 9,35-10,42: I messaggeri

da L'autore

del 01 gennaio 2002

La messe

«E Gesù andava per le città e le borgate, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia ed infermità. Poi, avendo vedute le folle, ne ebbe pietà, perché erano stanche e spossate come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: ‘La messe veramente è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe, che mandi operai nella sua messe’» (Mt. 9,35-38).

Lo sguardo del Salvatore si posa pieno di misericordia sul suo popolo, sul popolo di Dio. Non poteva bastargli che alcuni pochi avessero ascoltato la sua chiamata e lo seguissero. Non poteva pensare a ritirarsi aristocraticamente in disparte dalla folla con i suoi discepoli, e a trasmettere a loro, alla maniera dei grandi creatori di religioni, gli insegnamenti di una dottrina superiore e di un modo di vivere perfetto. Gesù era venuto, si affaticava e soffriva per il suo popolo. Ed i discepoli che lo volevano tutto per sé, che volevano evitargli la molestia dei bambini che gli venivano portati e di altri poveri mendicanti ai margini della strada (Me. 10,48) devono riconoscere che Gesù non si lascia porre da loro dei limiti al suo servizio. Il suo Evangelo del regno di Dio e il suo potere di Salvatore appartengono ai poveri e ammalati, dovunque li trovi nel suo popolo.

La vista della folla, che nei suoi discepoli, forse, suscitava avversione, ira o disprezzo, riempiva il cuore di Gesù di profonda misericordi? e afflizione. Nessun rimprovero, nessuna accusa! Il popolo amato da Dio giaceva oppresso a terra e la colpa era di coloro che avrebbero dovuto rendere loro il servizio divino. Non ne erano causa i Romani, ma il cattivo uso della Parola di Dio da parte dei servitori della Parola. Non c’erano più pastori! Un gregge che non viene più condotto alla fresca sorgente, che non viene dissetato, pecore che il pastore non protegge più dal lupo, strapazzate e ferite, spaventate e atterrite sotto il duro bastone del loro pastore, prostrato a terra: ecco come Gesù trovò il popolo di Dio. Domande senza risposta, pena senza aiuto, scrupoli di coscienza senza liberazione, lacrime senza consolazione, peccato senza perdono! Dov’era il buon pastore di cui questo popolo aveva bisogno? Che serviva se c’erano scribi che costringevano duramente il popolo a frequentare le scuole, se gli zelanti difensori della legge condannavano severamente i peccatori senza aiutarli? A che servivano i predicatori e interpreti della Parola di Dio con la loro giusta fede se non erano afferrati dalla misericordia e dal dolore per il popolo di Dio oppresso e sfruttato? A che servono scribi, gente ligia alla legge, predicatori, se mancano i pastori della comunità? Di buoni pastori, ‘pastori’ ,ecco di che ha bisogno il gregge. «Pasci le mie pecore» è l’ultimo incarico affidato da Gesù a Pietro. Il buon pastore combatte per il suo gregge contro il lupo; il buon pastore non fugge, ma dà la sua vita per le sue pecore. Conosce per nome tutte le sue pecore e le ama. Conosce i loro bisogni, le loro debolezze. Guarisce ciò che è ferito, disseta ciò che è assetato, solleva ciò che sta per cadere. Le pasce con gentilezza e non con durezza. Le guida sulla giusta strada. Cerca la pecora smarrita, anche se è una sola, e la riconduce al gregge. I cattivi pastori, invece, dominano con violenza, dimenticano il loro gregge e si interessano solo della propria causa. Gesù cerca dei buoni pastori, ma... non ne trova.

Questo lo addolora. La sua misericordia divina abbraccia il gregge abbandonato, la folla che lo circonda. Dal punto di vista umano è un quadro disperato. Ma non per Gesù. Egli vede, lì dove il popolo di Dio è maltrattato, misero e abbandonato, il campo di Dio maturo per il raccolto. «La messe è molta». Essa è matura per essere portata nei granai. È venuta l’ora di portare a casa, nel regno di Dio, i poveri e miseri. Gesù vede che la promessa di Dio sta per realizzarsi per le folle. Gli scribi e zelanti della legge vi vedono solo un campo calpestato, bruciato, distrutto. Gesù vede il campo di spighe ondeggianti maturo per il regno di Dio. «La messe è molta». La sua misericordia solo può vederlo!

Non c’è tempo da perdere. Il raccolto non permette indugi. «Ma pochi sono gli operai». C’è da meravigliarsene, dato che a ben pochi è donato lo sguardo pieno di misericordia di Gesù? E chi potrebbe accingersi a questo lavoro se non chi è partecipe dei sentimenti di Gesù, chi ha ricevuto da lui occhi che vedono? Gesù cerca aiuto. Non può compiere l’opera da solo. Chi sono i suoi collaboratori? Solo Dio li conosce e deve darli a suo Figlio. Chi potrebbe offrirsi da sé a essere collaboratore di Gesù? Nemmeno i discepoli possono farlo. Essi preghino il Signore della messe perché mandi operai al momento opportuno; perché è ora.

Gli apostoli

«Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sopra gli spiriti immondi per scacciarli e curare ogni malattia e infermità. Ora i nomi dei dodici apostoli sono questi: primo Simone detto Pietro e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo di Alleo e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, colui che poi lo tradì» (Mt. 10,1-4).

La preghiera è esaudita. Il Padre ha manifestato al Figlio la sua volontà. Gesù chiama i suoi dodici discepoli e li manda nella messe. Li fa ‘apostoli’, suoi messaggeri e collaboratori. «E diede loro potere». Infatti questo è l’importante: il potere. Gli apostoli non ricevono solo una parola, una dottrina, ma potere efficace. Come potrebbero compiere il loro lavoro senza questo potere? Dev’essere un potere maggiore del potere di colui che domina in terra, il diavolo. Che il diavolo ha potere questo lo sanno i discepoli, per quanto l’astuzia del diavolo consista proprio nel rinnegare il suo potere, nel dare all’uomo l’illusione di non esistere. È proprio questo uso così pericoloso del suo potere che dev’essere colpito. Il diavolo deve venire alla luce e deve essere vinto dal potere di Cristo. Così gli apostoli si pongono accanto a Gesù Cristo stesso. Infatti essi devono aiutarlo a compiere la sua opera. Perciò Gesù, per questo loro incarico, non nega loro il massimo dei doni, cioè quello di partecipare al suo potere sugli spiriti immondi, sul diavolo, che si è impadronito dell’umanità. In questo incarico gli apostoli sono uguali a Cristo, fanno le opere di Cristo.

I nomi di questi primi messaggeri sono conservati al mondo fino all’ultimo giorno. Il popolo di Dio conta dodici tribù. Dodici sono i messaggeri che devono compiere in esso l’opera di Cristo. Dodici troni li aspettano come giudici di Israele nel regno di Dio (Mt. 19,28). La Gerusalemme celeste avrà dodici porte, per le quali passerà il popolo e sulle quali si leggeranno i nomi delle tribù. Le mura della città hanno dodici pietre angolari, ed esse porteranno i nomi degli apostoli (Ap. 21,12 e 14).

È solo l’elezione di Gesù a unire i dodici. Simone l’uomo di pietra, Matteo il pubblicano, Simone lo zelota, colui che difende con zelo diritto e legge contro l’oppressione pagana, Giovanni che Gesù amava e che giaceva sul petto di Gesù e gli altri dei quali ci è rimasto solo il nome, ed infine Giuda Iscariota colui che lo tradì. Null’altro nel mondo avrebbe potuto unire questi uomini in una stessa opera, se non la chiamata di Gesù. In questa ogni precedente divergenza era superata, e in Gesù viene fondata una nuova forte comunione. Che anche Giuda uscì a compiere l’opera di Cristo rimane un enigma insoluto ed un terribile ammonimento.

Il lavoro

«Questi dodici Gesù mandò dopo averli istruiti, dicendo: ‘Non andate per la via dei Gentili e non entrate nelle città dei Samaritani. Andate piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele’» (Mt. 10,5 e 6).

In quanto collaboratori di Gesù i discepoli, nella loro attività, sottostanno all’ordine del loro Signore. Non possono scegliere liberamente come compiere e come intendere il loro lavoro. L’opera di Cristo che devono compiere sottopone i messaggeri completamente al volere di Gesù. Beati loro che hanno un tale incarico come compito e sono liberati da ogni parere proprio e da ogni propria valutazione.

Subito la prima parola impone ai messi una limitazione che deve essere loro parsa strana e gravosa. Non possono scegliersi il loro campo di lavoro. Non importa dove li spinge il loro cuore, ma dove vengono mandati. Con ciò risulta ben chiaro che devono compiere non l’opera loro, ma l’opera di Dio. Non sarebbe stato logico recarsi proprio dai pagani e dai samaritani, poiché proprio questi avevano particolare bisogno della buona novella? Può darsi; ma non è il loro compito. E le opere di Dio non possono essere compiute senza ordine, altrimenti verrebbero compiute senza la sua promessa. Ma il compito di predicare l’Evangelo e la promessa che ne segue non valgono dappertutto? Ambedue valgono solo lì dove Dio dà l’incarico di farlo. Non è proprio l’amore di Gesù che ci spinge ad annunziare la buona novella illimitatamente? L’amore di Gesù si distingue dall’esaltazione e dallo zelo del proprio cuore per il fatto che si attiene all’incarico. Non per il nostro amore verso i nostri fratelli nel popolo o verso j pagani in paesi stranieri, per quanto grande possa essere, noi possiamo portare loro l’annunzio della salvezza dell’Evangelo, ma solo per l’ordine che il Signore ci ha dato nel suo incarico missionario. Solo il suo incarico ci indica dove sta la sua promessa. Se Cristo non volesse che io predichi qui o lì l’Evangelo, io dovrei lasciar correre tutto e attenermi alla volontà e alla Parola di Cristo. Così gli apostoli sono legati alla Parola, all’incarico. Gli apostoli devono farsi trovare solo lì dove è la Parola di Cristo, dov’è il suo incarico. «Non andate per la via dei Gentili e non entrate nelle città dei Samaritani. Andate piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele».

Noi che eravamo fra i pagani, una volta eravamo esclusi dal messaggio. Prima Israele doveva udire e respingere il messaggio di Cristo, perché questo poi potesse giungere ai pagani e si potesse formare una comunità di pagano-cristiani secondo l’ordine di Gesù Cristo. Solo il Risorto dà l’incarico della missione. Così proprio la limitazione del compito che i discepoli non potevano comprendere, divenne la grazia dei pagani, che accettarono il messaggio del Crocifisso e Risorto. Questa è la via e la sapienza di Dio. A noi rimane solo l’incarico.

«Andando poi predicate dicendo che il regno dei cieli è vicino. Curate gli infermi, risuscitate i morti, mondate i lebbrosi e cacciate i demoni,’ gratuitamente avete ricevuto e gratuitamente date» (Mt. 10,7 e 8).

Il messaggio e l’attività dei messaggeri non si distinguono da quelli di Gesù stesso. Essi sono stati fatti partecipi del suo potere. Gesù ordina di annunziare la venuta del regno dei cieli e ordina i segni che confermano questo annunzio. Gesù comanda di guarire gli infermi, di purificare i lebbrosi, di risuscitare i morti, di cacciare i demoni. L’annunzio diviene avvenimento e l’avvenimento conferma l’annunzio. Regno di Dio, Gesù Cristo, perdono dei peccati, giustificazione del peccatore per fede tutto questo non è altro che distruzione del potere del diavolo, guarigione, risurrezione dei morti. In quanto Parola del Dio onnipotente è azione, avvenimento, miracolo. Quell’uno, Gesù Cristo, percorre il mondo e compie la sua opera tramite i suoi dodici messaggeri. La grazia regale di cui sono forniti i discepoli, è la Parola di Dio creatrice e redentrice.

«Non prendete né oro né argento, né rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né calzari, né bastone, poiché l’operaio ha diritto al suo nutrimento» (Mt. 10,9 e 10).

Poiché l’ordine e il potere dei messaggeri poggia solo sul Parola di Gesù, negli inviati di Gesù non si deve vedere nulla che possa rendere poco chiara o poco credibile questa missione regale. I messaggeri devono rendere testimonianza della ricchezza del loro Signore mediante la loro regale povertà. Quello che hanno ricevuto da Gesù non è un possesso loro col quale potrebbero acquistarsi altri beni. «Lo avete ricevuto gratuitamente». Essere messaggero di Gesù non attribuisce alcun diritto personale, nessun diritto a onore o potenza. Anche lì dove il libero messaggero si è mutato in pastore ‘di ruolo’, non può essere diversamente. I diritti dell’uomo che ha studiato, le pretese sociali di classe non hanno più alcun valore per chi è divenuto messaggero di Gesù. «Gratuitamente avete ricevuto». Oppure non è stata solo la chiamata di Gesù che ci ha attirati, senza che lo meritassimo, al suo servizio? «Gratuitamente da te». Fate vedere chiaramente che con tutte le ricchezze che avete da dare, non chiedete nulla per voi, nessun bene, ma neppure onore, riconoscimento, e neppure gratitudine! Che cosa me ne darebbe il diritto? Tutto l’onore che ricadesse su di noi, sarebbe rubato a colui al quale appartiene realmente, al Signore che ci ha inviati. La libertà dei messaggeri di Gesù deve dimostrarsi nella loro povertà. Se Marco e Luca si distinguono un poco da Matteo nell’elenco delle cose che ai discepoli è vietato o ordinato di portare con sé, non se ne possono, però, trarre conclusioni diverse. Gesù ordina a coloro che escono con i pieni poteri dalla sua Parola di restare poveri. È bene riconoscere chiaramente che si tratta di un ordine di Gesù. Sì, lo stato dei possedimenti dei discepoli è regolato fin nei minimi particolari. Non si devono mettere in vista come mendicanti, con vesti stracciate, né essere di peso agli altri come parassiti. Ma devono girare indossando il ‘vestito di servizio’, cioè poveramente. Devono avere con sé tanto poco quanto colui che, facendo un viaggio, è sicuro di trovare presso amici un alloggio che lo accolga e gli dia il cibo necessario. Non che debba avere questa fiducia negli uomini, ma in colui che li ha inviati, nel loro Padre celeste che provvederà a loro. Casi renderanno credibile il messaggio che annunziano, cioè la venuta della Signoria di Dio in terra. Con la stessa libertà con cui compiono il loro servizio, essi accettino pure alloggio e nutrimento, non come pane concesso a mendicanti, ma come cibo che un operaio merita. ‘Operai’ così Gesù chiama i suoi messaggeri. La pigrizia naturalmente non merita cibo. Ma che cos’è lavoro se non questa lotta con le forze di Satana, questa lotta per conquistare i cuori degli uomini, questa rinunzia alla propria gloria, ai beni e alle gioie del mondo per amore del servizio dei poveri, degli oppressi, dei miserabili? Dio stesso è stato «tormentato e stancato dagli uomini» (Is. 43,24), l’anima di Gesù è stata tormentata fino alla morte sulla croce per la nostra salvezza (Is. 53,11). I messaggeri partecipano a questo tormento col loro annunzio, con la vittoria su Satana e con la preghiera d’intercessione. Chi non riconosce questa fatica non ha capito ancora nulla del servizio del fedele messaggero di Gesù. Senza vergognarsi possono accettare la quotidiana retribuzione del loro lavoro; senza vergognarsi, però, devono restare poveri per amore del loro servizio.

«In qualsiasi città o borgata entriate, informatevi chi in essa è degno, e là restate fino alla vostra partenza. Entrando poi nella casa salutatela e, se la casa ne è degna, la vostra pace venga su di essa, se invece non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. E se qualcuno non vi riceve, né ascolta le vostre parole, uscendo fuori di quella casa o città, scuotete via la polvere dai vostri piedi. In verità, vi dico, toccherà una sorte più sopportabile alla terra di Sodoma e Gomorra nel giorno del giudizio che a quella città» (Mt. 10,11-15).

Il lavoro nella comunità partirà dalle case «che sono degne» di ospitare i messaggeri di Gesù. Dio ha ancora dappertutto una comunità che prega e attende. In essa i discepoli vengono accolti umilmente e volentieri nel nome del loro Signore. In essa il loro lavoro sarà sostenuto dalla preghiera, in essa c’è una piccola schiera che è vicaria per tutta la comunità. Per impedire, nella comunità, discordie e falsa concupiscenza o arrendevolezza dei discepoli, Gesù ordina agli apostoli di restare nella stessa casa per il tempo che si trovano nello stesso luogo. I messaggeri, entrando in una città, vengano immediatamente al nocciolo del loro compito. Il tempo è prezioso e breve. Ancora molti attendono il messaggio. Già la prima parola di saluto, con la quale si rivolgono al Signore della casa: «Pace a questa casa!» (Lc. 10,5) non è una vuota formula, ma porta subito la potenza della pace di Dio a quelli che «ne sono degni». L’annunzio dei messaggeri è breve e chiaro. Essi annunziano la venuta del regno di Dio, essi chiamano alla conversione (= tornare indietro, mutar rotta!) e alla fede. Vengono con i pieni poteri di Gesù di Nazareth. Si esegue un ordine, si fa un’offerta con la massima autorità. E con ciò tutto è fatto. Poiché tutto è della massima semplicità e chiarezza, e poiché la causa non ammette rinvio, essa non ha neppure bisogno di lunga preparazione, discussione, insistenza. Un re sta davanti alla porta, può entrare da un momento all’altro: volete sottomettervi a lui e accoglierlo umilmente, o volete che, nella sua via, egli vi distrugga e uccida? Chi vuol ascoltare ha udito tutto, non può voler trattenere il messo, perché questo deve proseguire per la prossima città. Ma chi non vuol udire, per quello il tempo della grazia è passato, egli ha espresso su di sé il proprio giudizio. «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori» (Ebr. 4,7): questo è predicazione evangelica. Sarebbe una fretta spietata? Nulla v’è di più spietato del voler illudere gli uomini che hanno ancora tempo per mutare rotta. Nulla v’è di più misericordioso, nessun messaggio è più lieto di quello che annunzia che c’è fretta, che il regno è molto vicino. Il messaggero non può attendere che venga ripetuto sempre di nuovo ai singoli. nel loro linguaggio. Il linguaggio di Dio è sufficientemente chiaro. Il messo non decide nemmeno chi vuole e chi non vuole sentire. Dio solo conosce quelli che «ne sono degni». E questi udranno la Parola, così come viene annunziata dai discepoli. Ma guai alla città e alla casa, dove il messaggero di Gesù non viene accolto! Sarà giudicata terribilmente. Sodoma e Gomorra, le città della immoralità e della perdizione, dovranno attendersi un giudizio più mite di queste città di Israele che respingono la Parola di Gesù. Vizi e peccati possono essere perdonati dalla Parola di Gesù, ma chi rifiuta questa stessa Parola di salvezza, non ha più alcuna possibilità di salvezza. Non c’è peccato più grave che l’incredulità di fronte all’Evangelo. Ai messaggeri, in questo caso, non resta altro che andarsene. Se ne vanno perché la Parola qui non può rimanere. Con timore e meraviglia allo stesso tempo devono riconoscere la potenza e la debolezza della Parola divina. Ma poiché i discepoli non possono né devono ottenere, con costrizione, nulla contro la Parola o oltre alla Parola, poiché il loro compito non è lotta eroica, non imposizione fanatica di una grande idea, di una «buona causa», perciò si fermano solo lì dove la Parola di Dio rimane. Se questa viene respinta, essi si lasciano respingere con essa. Ma scuotono la polvere dai loro piedi come segno della maledizione che colpirà questo luogo e della quale essi non saranno partecipi. Ma la pace che essi hanno portato a questo luogo ricadrà su di loro. «Questa è la consolazione dei ministri della chiesa che credono di non riuscire a nulla. Non rammaricatevi; ciò che gli altri non accettano, per voi stessi sarà di tanto maggiore benedizione. È il Signore che lo lice; costoro lo hanno disprezzato, perciò tenetelo per voi» (Bengel).

Le sofferenze dei messaggeri

«Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi: siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe. Guardatevi, però, dagli uomini, perché vi consegneranno ai sinedri e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe. E sarete ancora condotti davanti a governatori e a re, per causa mia, in testimonianza ad essi e alle genti. Quando però vi abbiano consegnati nelle loro mani, non vi date pensiero come o cosa dovrete dire, perché vi sarà dato in quell’ora cosa dovrete dire. Non siete infatti voi che parlate, ma lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li daranno a morte. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvo. Quando poi vi perseguitino in una città, fuggite nell’ altra, perché in verità vi dico, non finirete le città d’Israele, fino a che venga il Figlio dell’uomo. Non c’è discepolo da più del maestro, né servo da più del padrone. Basta al discepolo che divenga come il suo maestro e al servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi domestici?» (Mt.10,16-25).

Insuccesso e inimicizia non possono confondere il messo a proposito dell’incarico avuto da Gesù. Gesù lo ripete, perché sia loro di forte sostegno e consolazione:

«Ecco, io vi mando...». Non è una via propria: è missione. Con ciò il Signore promette che sarà con i suoi messi, quando si troveranno come pecore in mezzo ai lupi, indifesi, impotenti, impauriti e in grave pericolo. Non accadrà loro nulla che Gesù non lo sappia. «Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe». Quante volte servitori di Gesù hanno abusato di questa frase! Quant’è difficile, anche per il messaggero più volonteroso di Gesù, intendere bene questo ammonimento e restare obbediente. Chi è in grado di distinguere sempre prudenza divina da furbizia umana? Quanto più volentieri si rinuncia dunque ad ogni ‘prudenza’ e si usa solo la semplicità delle colombe e ci si rende, proprio così, disobbedienti. Chi ci dice dove cerchiamo di evitare la sofferenza per paura e dove la cerchiamo per temerarietà? Chi ci indica i limiti nascosti? Infatti è la stessa disubbidienza che ci induce a richiamarci all’ordine di essere prudenti contro la semplicità e, al contrario, all’ordine di essere semplici contro la prudenza. Poiché qui nessun cuore umano sa distinguere e poiché Gesù non ha mai chiamato un discepolo all’incertezza, l’ammonimento di Gesù non può essere che l’invito ad attenersi alla sua Parola. Il discepolo rimanga lì dov’è la Parola, questa è vera prudenza e semplicità. Se la Parola deve cedere perché viene evidentemente respinta, il discepolo si allontani assieme alla Parola; se la Parola rimane nel combattimento aperto, anche il discepolo rimanga. In ambedue i casi agirà allo stesso tempo con prudenza e con semplicità.

Mai un discepolo per ‘prudenza’ si incammini per una via che non può sussistere di fronte alla Parola di Gesù. Non giustifichi mai con «prudenza spirituale» una via che non corrisponde alla Parola. Solo la verità della Parola .gli insegnerà a riconoscere ciò che è prudente. Ma non può mai essere ‘prudente’ detrarre anche solo una minima parte dalla verità per amore di una prospettiva o speranza umana. Non è il nostro giudizio su una situazione a indicarci che cosa è prudente, ma solo la verità della Parola di Dio. Prudente può essere solo il rimanere sempre aderenti alla verità di Dio. Solo in questo si trova la promessa della fedeltà e dell’aiuto di Dio. Si dimostrerà vero in ogni occasione che la cosa «più prudente» per il discepolo è di attenersi semplicemente alla Parola di Dio.

Basandosi sulla Parola i messaggeri acquisteranno anche la necessaria conoscenza degli uomini. «Guardatevi dagli uomini». I discepoli non mostreranno di temere gli uomini, di diffidare di loro, ma soprattutto mostreranno non solo di provare odio per gli uomini, ma nemmeno leggera incredulità, avranno fiducia nel bene in ogni uomo; ma mostreranno una reale conoscenza e un giusto rapporto tra Parola e uomo, e uomo e Parola. Sono divenuti sobri, e così possono anche sopportare la predizione di Gesù che la loro via in mezzo agli uomini sarà una via crucis. Ma nel dolore dei discepoli c’è una meravigliosa forza. Mentre il delinquente subisce la sua punizione di nascosto, la via della sofferenza conduce i discepoli al cospetto dei principi e sovrani, «per cagion mia, per servire da testimoni dinanzi a loro e ai Gentili». n messaggio si diffonderà tramite la sofferenza. Poiché questo è il piano di Dio e la volontà di Gesù, anche l’ora della resa dei conti davanti a tribunali e troni darà ai discepoli la forza di una buona confessione di fede, di una testimonianza senza timore. Lo Spirito santo stesso li assisterà. Egli li renderà invincibili. Egli darà loro «una sapienza alla quale tutti i vostri avversari non potranno contrastare né contraddire» (Lc. 21,15). Poiché i discepoli nelle sofferenze si atterranno alla Parola, la Parola li assisterà. Un martirio cercato volontariamente è privo di promessa. La sofferenza con la Parola ne è certa.

L’odio per la parola dei messaggeri di Gesù rimarrà fino alla fine. Accuserà i discepoli di ogni discordia che avverrà fra città e case. Gesù e i suoi discepoli verranno condannati da tutti come distruttori delle famiglie, come seduttori del popolo, come pazzi fanatici, e come istigatori di ribellioni. La tentazione di rinnegare Gesù qui si è molto avvicinata al discepolo. Ma anche la fine è vicina. Fino a quel momento bisogna ancora restare fedeli, sopportare, perseverare. Beato sarà solo chi si atterrà fino alla fine a Gesù e alla sua Parola. Ma quando verrà la fine, quando l’inimicizia per Gesù e i suoi discepoli sarà manifesta in tutto il mondo, allora, ma solo allora, i messaggeri fuggiranno da una città all’altra per annunziare la Parola solo là dove viene ancora ascoltata. Anche in questa fuga non si separeranno dalla Parola, ma vi si atterranno strettamente.

La promessa di Gesù del suo prossimo ritorno ci è stata trasmessa dalla comunità nella certezza della sua realtà. Il suo compimento è oscuro e non è bene cercare espedienti umani. Ma una cosa è certa e l’unica importante per tutti noi oggi, che la venuta di Gesù sarà improvvisa e che è più certa del fatto che noi oggi potremo ancora terminare la nostra opera al suo servizio, che è più certa della nostra morte. In tutto ciò i messaggeri di Gesù non possono trovare consolazione maggiore che la certezza che, nelle loro sofferenze, saranno simili al loro Signore. Come il maestro così il discepolo, come il padrone così il servitore. Se Gesù viene chiamato Beelzebul, quanto più lo saranno i servitori della sua casa. E Gesù sarà presso di loro ed essi saranno in tutto uguali a Cristo.

La decisione

«Non temeteli dunque, perché non vi è nulla di nascosto che non sarà rivelato e nulla di occulto che non sarà conosciuto. Quello che dico a voi nelle tenebre, ditelo nella luce e quello che udite all’orecchio, predicatelo sui tetti. Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può fare perdere anima e corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un asse? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Persino i capelli del vostro capo sono stati tutti contati. Non temete dunque: voi siete ben più di molti passeri. Chiunque pertanto mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli. Chiunque invece mi avrà rinnegato davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace ma la spada. Sono venuto infatti a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre e la nuora dalla suocera; e nemici dell’uomo saranno i suoi familiari. Chi ama il padre o la madre più di me e chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà e chi avrà perduta la sua vita per causa mia la troverà» (Mt.10, 26-39).

Il messaggero rimane con la Parola e la Parola rimane con il messaggero, ora ed in eterno. Tre volte Gesù conferma i suoi messaggeri con il grido: «non temete». Ciò che loro ora accade in segreto, non rimarrà nascosto, ma sarà manifesto davanti a Dio e agli uomini. Al dolore nascosto che viene loro inferto è stata fatta la promessa che un giorno sarà manifesto, a giudizio e a glorificazione dei messaggeri. Ma anche la testimonianza dei messaggeri non resterà nascosta, ma diverrà testimonianza manifesta. L’Evangelo dovrà essere non azione settaria nascosta, ma predicazione aperta. Anche se oggi deve vivere ancora, qui e lì, al margine, negli ultimi tempi questa predicazione riempirà tutto l’orbe terrestre, per la salvezza e per la perdizione. Ma l’Apocalisse di Giovanni predice: «Poi vidi un altro angelo volare in mezzo al cielo, recante l’evangelo eterno per annunziarlo a quelli che abitano sulla terra, e ad ogni nazione e tribù e lingua e popolo» (Ap. 14,6). Perciò «non temete».

Non si devono temere gli uomini. Essi non possono fare molto male ai discepoli. Il loro potere cessa con la morte corporale. Ma i discepoli devono vincere la paura della morte con il timor di Dio. Non il giudizio degli uomini, ma il giudizio di Dio, non la distruzione del corpo, ma l’eterna perdizione del corpo e dell’anima costituiscono il pericolo per il discepolo. Chi teme ancora gli uomini non teme Dio. Chi teme Dio non teme più gli uomini. Questa affermazione è degna di essere ricordata ogni giorno dai predicatori dell’Evangelo.

Il potere dato per breve tempo agli uomini in terra non è dato senza che Dio lo sappia e lo voglia. Se cadiamo nelle mani degli uomini, se soffriamo o veniamo uccisi dalla violenza degli uomini, siamo tuttavia sicuri che tutto viene da Dio. Lui che non vede cadere un passero senza che lui lo voglia e lo sappia, non permette che accada nulla che non sia utile o bene per i suoi e per la causa loro affidata. Siamo nelle mani di Dio. Perciò «non temete».

Il tempo è breve. L’eternità è lunga. È tempo di decisione. Chi si attiene, in terra, alla Parola e alla confessione di fede, per costui Gesù Cristo testimonierà nell’ora del giudizio. Egli lo riconoscerà e starà dalla sua parte quando l’accusatore reclamerà il suo diritto. Tutto il mondo sarà testimone quando Gesù chiamerà i nostri nomi al cospetto del Padre suo nei cieli. Se uno durante la vita si è attenuto a Gesù, Gesù si metterà dalla sua in eterno. Ma se uno si vergogna di questo Signore e del suo Nome, se lo rinnega, anche Gesù si vergognerà di lui in eterno e lo rinnegherà.

Quest’ultima separazione deve già avere inizio in terra. La pace di Gesù Cristo è la croce. Ma la croce è la spada di Dio in terra. Essa divide: il figlio contro il padre, la figlia contro la madre, i familiari contro i familiari, e tutto questo per amore del regno di Dio e della sua pace; questa è l’opera di Cristo in terra. Ci si può meravigliare se il mondo accusa di odio per gli uomini colui che portò l’amore di Dio agli uomini? Chi parla così dell’amore paterno e materno, dell’amore per il figlio e per la figlia se non o il distruttore di ogni vita oppure il creatore di una vita ‘nuova’? Chi può arrogare a sé solo l’amore e il sacrificio degli uomini, se non il nemico degli uomini oppure invece il salvatore degli uomini? Chi porterà la spada nelle case se non il demonio o Cristo, il principe della pace! L’amore di Dio per gli uomini e l’amore degli uomini per i loro simili sono troppo diversi. L’amore di Dio per gli uomini si chiama croce e obbedienza, ma, proprio in queste, vita e resurrezione. Chi perderà la sua vita per amar mio la troverà. Questa è la promessa di colui che ha potere sulla morte, del Figlio di Dio, che va incontro alla croce e alla resurrezione e prende con sé i suoi seguaci.

Il frutto

«Chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta in quanto profeta riceverà la ricompensa del profeta e chi accoglie un giusto in quanto giusto riceverà la ricompensa del giusto. E chi darà da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità vi dico, non perderà la sua ricompensa» (Mt. 10,40-42).

I portatori della Parola di Gesù ricevono un’ultima promessa per la loro opera. Sono divenuti collaboratori di Dio e suoi aiutanti, saranno uguali a Cristo in tutto, perciò devono essere «come Cristo» anche per gli uomini dai quali vanno. Con loro Gesù Cristo stesso entra nella casa che li accoglie. Essi portano la sua presenza. Essi portano agli uomini il dono più prezioso, Gesù Cristo, e con lui Dio Padre, e questo vuoI dire perdono, salvezza, vita, beatitudine. Questo è la ricompensa ed il frutto del loro lavoro e della loro sofferenza. Ogni servizio reso a loro è servizio reso a Gesù Cristo stesso. È allo stesso tempo grazia per la comunità e per i messaggeri stessi. La comunità farà tanto più volentieri del bene ai messi, li onorerà e li servirà, poiché con loro il Signore stesso è entrato da loro. Ma j discepoli sanno che la loro entrata in una casa non resta vana o senza senso; essi portano un dono incomparabile. C’è una legge nel regno di Dio, che ognuno diviene partecipe del dono che accetta prontamente come dono di Dio. Chi riceve il profeta sapendo quello che fa, costui parteciperà alla sua causa, al suo dono e alla sua ricompensa. Chi riceve un giusto riceverà la ricompensa di un giusto, perché ha partecipato alla sua giustizia. Ma chi offre a uno di questi minimi, di questi miserabili, che non hanno diritto ad alcun titolo d’onore, di questi messaggeri di Gesù Cristo, anche solo un bicchiere d’acqua, quello ha servito Gesù Cristo stesso, e gli sarà data la ricompensa di Gesù Cristo.

Così l’ultimo pensiero dei messaggeri non viene rivolto alla loro propria via, alla loro sofferenza e alla loro ricompensa, ma alla meta del loro lavoro, alla salvezza della comunità.

Dietrich Bonhoeffer

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