Matteo 7: La selezione della comunità dei discepoli

da L'autore

del 01 gennaio 2002

Il discepolo e gli increduli

«Non giudicate affinché non siate giudicati, poiché secondo il giudizio con cui giudicate sarete giudicati e con la misura con la quale misurerete sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, mentre non consideri la trave che è nel tuo occhio? O come puoi dire a tuo fratello: ‘Lascia che io ti levi la pagliuzza dal tuo occhio’, mentre c’è la trave nel tuo occhio? Ipocrita, leva prima la trave dall’occhio e allora vedrai di cavare la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino con i loro piedi, e, rivoltandosi, vi sbranino. Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto, perché chiunque chiede, riceve, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Ora qual è fra voi quell’uomo, a cui suo figlio chiederà un pane ed egli gli darà una pietra? Oppure se chiederà un pesce gli darà un serpente? Se dunque voi che siete cattivi sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a coloro che gliele chiedono. Pertanto tutte quelle cose che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatele ad essi. Questa infatti è la legge e i profeti». (Mt. 7,1-12).

C’è un collegamento logico tra i capitoli 5 e 6 e questi versetti, e poi viene la grande conclusione del sermone sulla montagna.

Nel capitolo 5 si è parlato dello straordinario (perisson), nel 6 della giustizia segreta e semplice dei discepoli (aplous). Ambedue queste cose separano i seguaci di Gesù dalla comunità della quale avevano fatto parte fino a quel momento e li uniscono con Gesù. Il limite diviene chiaramente visibile. Da ciò nasce il problema dei rapporti dei seguaci di Gesù con gli uomini attorno a loro. A causa della selezione a cui sono stati sottoposti è forse dato loro un diritto particolare? Hanno avuto delle forze, dei metri, dei talenti particolari, che davano loro il diritto di arrogarsi una particolare autorità sugli uomini? Sarebbe stato prima di tutto ovvio che i seguaci di Gesù si distanziassero loro stessi dal loro ambiente con un giudizio severo e tagliente. Anzi, sarebbe potuto sorgere l’opinione che fosse volontà di Gesù che una tale condanna e separazione dei discepoli fosse ora messa in atto anche nelle loro quotidiane relazioni con gli altri. Perciò Gesù deve mettere bene in chiaro che un tale fraintendimento avrebbe messo seriamente in pericolo il loro cammino al suo seguito. I discepoli non devono giudicare. Se lo fanno incorrono loro stessi nel giudizio di Dio. La spada con la quale condannano il. fratello ricade su loro stessi. Il taglio col quale si separano dal prossimo come giusti da ingiusti separa loro stessi da Gesù.

Perché è così? Il seguace vive completamente della sua unione con Gesù Cristo. Egli possiede la sua giustizia solo in questa comunione, mai al di fuori di essa. Perciò non può mai divenire per lui un metro a sua disposizione ed arbitrio. Ciò che fa di lui un discepolo non è un nuovo metro della sua vita, ma solo Gesù

Cristo, lo stesso Mediatore e Figlio di Dio. Perciò la sua propria giustizia gli resta nascosta nella comunione con Gesù. Non può più vedere, osservare, giudicare se stesso, vede solo Gesù, ed è visto, giudicato e graziato solo da Gesù. Perciò tra il discepolo e l’altro uomo non si pone il metro di una vita giusta, ma di nuovo solo Gesù Cristo stesso. Il discepolo nell’altro uomo vede sempre solo uno al quale Gesù va incontro. Incontra l’altro solo perché si avvicina a lui con Gesù. Gesù lo precede recandosi dall’altro, ed egli lo segue. Perciò l’incontro del discepolo con l’altro uomo non è mai un libero incontro di due uomini, che nell’immediato incontro dei loro pareri, metri, giudizi si scontrerebbero. Il discepolo può incontrare l’altro uomo solo come uno dal quale si reca Gesù stesso. La lotta per l’altro uomo, il suo nome, il suo amore, la sua grazia, il suo giudizio sono l’unica cosa che ha importanza. Il discepolo, dunque, non ha occupato una posizione da cui sferrare un attacco contro l’altro, ma entra nella verità dell’amore di Gesù verso il prossimo con l’incondizionata offerta di comunione.

Giudicando ci poniamo di fronte al prossimo ad una distanza di osservazione, di riflessione. L’amore, invece, non lascia luogo e tempo per questo atteggiamento. Il prossimo, per chi ama, non può mai essere oggetto di osservazione, ma, in ogni momento, ha un reale diritto al mio amore e al mio servizio. Ma il male nel prossimo non mi costringe forse ad una necessaria condanna, proprio per amar suo? Riconosciamo quanto sono netti e precisi i limiti. Un malinteso amore per il peccatore è pericolosamente vicino all’amore per il peccato. Ma l’amore di Cristo per il peccatore è esso stesso condanna del peccato, è l’espressione più forte dell’odio per il peccato. Appunto l’amore incondizionato nel quale i discepoli di Gesù devono vivere seguendo il Maestro, opera quello che essi, con un amore parziale e condizionato donato a propria discrezione, non potrebbero mai effettuare, cioè la condanna radicale del male.

Se sono i discepoli a giudicare, essi stabiliscono metri sul bene e sul male; ma Gesù Cristo non è un metro da applicare al prossimo. È lui a giudicare me stesso e a farmi vedere come il bene che io credo di fare è qualcosa di assolutamente cattivo. E perciò mi è vietato applicare al prossimo ciò che non vale per me. Infatti, giudicando secondo il bene e il male, io confermo il prossimo nel suo male, perché anche lui giudica secondo il bene ed il male. Ma lui non sa nulla del male insito nel suo bene, ma si giustifica con questo. Se viene da me giudicato nel male che fa, egli viene confermato nella sua opinione sul bene, che pure non è mai bene secondo il giudizio di Gesù Cristo, e proprio così viene sottratto al giudizio di Gesù Cristo e sottoposto ad un giudizio umano. Io stesso, invece, attiro su di me il giudizio di Dio, perché in questo modo non vivo più della grazia di Gesù Cristo, ma della conoscenza del bene e del male e incorro nel giudizio al quale mi attengo. Dio è per ognuno tale quale egli lo vede.

Giudicare è riflessione[1] vietata, sul prossimo. Esso distrugge l’amore semplice e sincero. Questo non mi proibisce i miei pensieri sul prossimo, la mia percezione del suo peccato, ma ambedue vengono liberati dalla riflessione offrendomi l’occasione di perdonare e di amare incondizionatamente, come Gesù ama me.

Trattenendo il mio giudizio sul prossimo, non attuo il tout comprendre c’est tout pardormer, non dò, in un certo senso, ragione al prossimo. Né a me, né a lui viene data ragione: solo Dio ha ragione; la sua grazia e il suo giudizio vengono annunziati.

Giudicare rende ciechi, amare apre gli occhi. Se giudico vuol dire che sono cieco per la mia cattiveria e per la grazia concessa all’altro. Nell’amore di Cristo, invece, il discepolo conosce ogni peccato ed ogni colpa immaginabile, perché conosce la passione di Cristo, ma allo stesso tempo l’amore riconosce nell’altro colui al quale è stato perdonato sotto la croce. L’amate vede l’altro sotto la croce e appunto in questo ha veramente gli occhi aperti. Se, quando giudico, m’importasse veramente del male, cercherei il male lì dove realmente mi minaccia, cioè in me stesso. Se invece cerco il male nell’altro, proprio allora si dimostra che in tale giudizio cerco il mio proprio diritto, che, giudicando l’altro, voglio restare impunito nella mia propria cattiveria. Perciò la premessa di ogni giudizio è l’auto-inganno più pericoloso, cioè quello di credere che la Parola di Dio sia diversa per me e per il mio prossimo. lo faccio valere il mio diritto particolare dicendo: «per me vale il perdono, per l’altro il giudizio che condanna». Ma poiché i discepoli non ricevono da Gesù un diritto particolare da far valere di fronte all’altro, poiché non ottengono null’altro che la comunione con lui, al discepolo è assolutamente vietato giudicare, perché sarebbe un arrogarsi un falso diritto di fronte al prossimo.

Ma ai discepoli non è vietato solo di esprimere un giudizio; anche l’annunzio salvifico del perdono al prossimo ha certi limiti. Il discepolo di Gesù non ha né potere né diritto di imporlo a tutti in ogni momento. Ogni pressione, ogni insistenza, ogni proselitismo, ogni tentativo di ottenere qualche risultato nel prossimo servendosi del proprio potere, è inutile e pericoloso. Inutile: i porci non riconoscono le perle che vengono loro gettate; pericoloso: così non solo la parola del perdono viene profanata, non solo l’altro che voglio servire viene reso peccatore di fronte alla cosa sacra, ma anche i discepoli che predicano corrono il rischio di subire del male dalla cieca ira degli uomini induriti di cuore e dall’animo ottenebrato, senza necessità e senza utilità. Lo spreco della grazia a buon mercato disgusta il mondo. Questo, infine, si ribella a coloro che vogliono imporre ciò che esso non desidera. Per i discepoli ciò significa una seria limitazione alla loro azione: corrisponde all’invito di Matteo 10 di scuotere la polvere dai piedi, dove la parola di pace non viene ascoltata. L’attivismo che spinge la schiera dei discepoli, che non vuole accettare limiti alla sua opera, lo zelo che non bada alla resistenza scambia la parola dell’Evangelo per un’idea vittoriosa. L’idea richiede uomini fanatici, che non conoscono né rispettano una resistenza. L’idea è forte. La Parola di Dio, invece, è tanto debole che si lascia schernire e respingere dagli uomini. Davanti alla Parola i cuori possono indurirsi e le porte chiudersi, e la Parola riconosce l’opposizione che incontra e la sopporta. È un’esperienza dura: per l’idea non c’è nulla di impossibile, per l’Evangelo, invece, ci sono cose impossibili. La Parola è più debole dell’idea. Perciò anche i testimoni della Parola sono, con questa Parola, più deboli dei propagatori di un’idea. Ma in questa debolezza essi sono liberi dalla morbosa irrequietezza dei fanatici; infatti essi soffrono con la Parola. I discepoli possono anche ritirarsi, fuggire, purché la loro debolezza sia la debolezza della Parola stessa, purché non abbandonino la Parola durante la fuga. Infatti non sono altro che servi tori e strumenti della Parola e non vogliono essere forti, dove la Parola vuol essere debole. Se volessero imporre la Parola in ogni modo, con ogni mezzo umano, essi muterebbero la Parola vivente di Dio in idea, ed il mondo a ragione si opporrebbe a un’idea che non gli serve a nulla. Ma proprio come testimoni deboli fanno parte di coloro che non cedono, ma rimangono - certo solo lì dove è la Parola. I discepoli che non conoscessero la debolezza della Parola, non avrebbero riconosciuto il segreto dell’abbassamento di Dio. Eppure questa Parola così debole, che subisce l’opposizione del peccatore, è l’unica parola forte, misericordiosa, che converte i peccatori fin nell’intimo cuore. La sua forza è velata dalla sua debolezza; se la Parola venisse rivelando la sua piena potenza, sarebbe giunto il giorno del giudizio. Qui i discepoli si trovano di fronte ad un grave compito, quello di riconoscere i limiti del loro ministero. Ma la Parola che avranno usata male si rivolgerà contro loro stessi.

Che devono fare i discepoli contro i cuori induriti? Lì dove non trovano accesso al cuore del prossimo? Devono riconoscere che non hanno, in nessun modo, diritto o potere sugli altri, che non hanno nessun accesso immediato al cuore del prossimo, così che non resta loro altro che volgersi a colui nella cui mano sono loro stessi come pure quegli altri. Di questo si parlerà nelle pagine seguenti. I discepoli vengono indotti a pregare. Vien detto loro che non c’è altra via per raggiungere il prossimo se non la preghiera rivolta a Dio. Giudizio e perdono sono in mano a Dio e vi rimangono. Egli chiude ed egli apre. Ma i discepoli devono pregare, cercare, bussare, ed egli li esaudirà. I discepoli devono sapere che la loro preoccupazione ed ansia per gli altri li deve indurre a pregare. La promessa fatta alla loro preghiera è il massimo potere di cui dispongono. Il fatto che sanno che cosa cercano, distingue la ricerca dei discepoli dalla ricerca di Dio dei pagani. Cercare Dio lo può solo chi lo conosce già. Chi potrebbe cercare ciò che non conosce? Come potrebbe trovare se non sa che cosa cerca? Così i discepoli cercano il Dio che hanno trovato nella promessa loro fatta da Gesù Cristo.

In breve, qui si è visto che il discepolo nel suo rapporto con l’altro uomo non ha nessun diritto, nessun potere. Vive completamente del potere datogli dalla comunione con Gesù Cristo. Gesù dà al suo discepolo una regola molto semplice, con la quale anche il più ingenuo può provare se il suo contatto con l’altro è giusto o errato; basta che capovolga il rapporto tra ‘io’ e ‘tu’, basta che ponga sé al posto dell’altro e l’altro al posto suo. «Pertanto tutte quelle cose che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatele ad essi». Nello stesso momento il discepolo perde ogni diritto particolare di fronte all’altro, non può scusare in se stesso ciò che rimprovera all’altro. Ora è altrettanto duro verso il male in sé quanto usava esserlo verso il male nell’altro, ed altrettanto indulgente verso il male dell’altro quanto lo è verso se stesso. Infatti il male nostro non è altro che il male del prossimo. C’è un giudizio, una legge, una grazia. Perciò il discepolo incontrerà l’altro sempre come uno a cui sono stati perdonati i peccati e che da questo momento vive solo dell’amore di Dio. «Questa è la legge e i profeti». Infatti non è altro che il massimo dei comandamenti: amare Dio sopra ogni cosa e amare il prossimo come se stesso.

La grande separazione

«Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto è stretta la porta ed angusta la via che conduce alla vita, e come sono pochi quelli che la trovano! Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi con vesti di pecore, mentre internamente sono lupi rapaci. Dai loro frutti li conoscerete: forse che si raccolgono grappoli d’uva dalle spine o fichi dai rovi? Così ogni albero buono fa frutti buoni, mentre ogni albero cattivo fa frutti cattivi. Non può l’albero buono portare frutti cattivi, né l’albero cattivo portare frutti buoni. Ogni albero che non porta buon frutto viene tagliato e buttato nel fuoco. Li riconoscerete dunque dai loro frutti. Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non profetammo nel tuo nome, nel tuo nome non cacciammo demoni e nel tuo nome non facemmo molti prodigi? E allora io dirò loro: andate via da me, voi che operate l’iniquità». (Mt. 7,13-23).

La comunità di Gesù non può separarsi arbitrariamente dalla comunità di quelli che non ascoltano la chiamata di Gesù. Essa è invitata dal suo Signore, con una promessa ed un comandamento, a seguirlo. Questo le deve bastare. Essa deve affidare ogni giudizio ed ogni separazione a colui che l’ha scelta secondo il suo proponimento, non per meriti e opere sue, ma per la sua grazia. Non è la comunità ad effettuare la separazione, ma questa avviene a causa della chiamata.

Così una piccola schiera di uomini che seguono Gesù viene separata dalla maggioranza degli uomini. I discepoli sono pochi e saranno sempre pochi. Questa parola di Gesù taglia alle radici ogni falsa speranza di efficacia. Mai un seguace di Cristo ha posto la sua speranza nel numero. «Come sono pochi...», ma gli altri sono numerosi e lo saranno sempre. Ma essi vanno incontro alla loro perdizione. Quale altra può essere la consolazione dei discepoli in tale esperienza se non che a loro è promessa la vita, l’eterna comunione con Gesù?

La via di chi segue Gesù è stretta. È facile passare oltre, è facile non vederla; è facile perderla anche quando vi si è già incamminati. È difficile da trovare. La via è veramente stretta, il precipizio su ambo i lati pericoloso: essere chiamati ad una cosa straordinaria, farla eppure non vedere e non sapere di farla... questo è veramente una via stretta. Confessare la volontà di Gesù e darne testimonianza, eppure amare il nemico di questa verità, il suo ed il nostro nemico, con l’amore incondizionato di Gesù Cristo... questo è veramente una via stretta. Credere alla promessa di Gesù che chi lo segue possederà la terra, eppure incontrare, indifesi, il nemico, subire l’ingiustizia piuttosto che commetterne... questo è veramente una via stretta.

Vedere l’altro e riconoscere la sua debolezza, la sua ingiustizia, e non giudicarlo mai, annunziargli l’Evangelo, ma non gettare mai le perle ai porci... questa è veramente una via stretta. Finché in questa via riconosco quella che mi è stato ordinato di percorrere e la percorro preso dalla paura di me stesso, in realtà è una via impossibile. Ma se vedo Gesù Cristo precedere, passo dopo passo, se guardo solo a lui e lo seguo, passo per passo, sarà mantenuto su questa via. Se guardo alla pericolosità della mia azione, se guardo la via invece di guardare colui che mi precede, il mio piede sta già vacillando. Infatti egli stesso è la via. Egli è la via angusta e la porta stretta. Bisogna trovare solo lui. Se lo sappiamo, allora percorriamo la via stretta e passiamo per la stretta porta della croce di Gesù Cristo che conduce alla vita, e allora proprio il fatto che è stretta ci dà certezza. Come potrebbe essere larga la via percorsa dal Figlio di Dio in terra? via che noi, che siamo cittadini di due mondi e che viviamo al margine tra la terra ed il cielo, dobbiamo percorrere? La via stretta deve essere quella giusta.

Versetti 15-20. La separazione tra comunità e mondo è avvenuta. Ma la parola di Gesù ora avanza, giudicando e separando, nella comunità stessa. La separazione deve essere fatta sempre di nuovo tra gli stessi discepoli di Gesù. I discepoli non devono poter credere di sfuggire semplicemente il mondo e rimanere poi nella piccola schiera sulla via stretta, senza pericolo. Verranno in mezzo a loro dei profeti falsi e con la confusione aumenterà anche la solitudine. Ce n’è uno accanto a me, esteriormente un membro della comunità, c’è un profeta, un predicatore, in apparenza e a parole e a opere un cristiano, ma interiormente motivi oscuri lo spingono verso di noi, interiormente è un lupo rapace, la sua parola è menzogna e la sua opera inganno. Egli sa nascondere bene il suo segreto, ma in segreto egli compie la sua opera oscura. Egli si trova in mezzo a noi non perché ve lo abbia spinto la sua fede in Gesù Cristo, ma perché il diavolo lo spinge nella comunità. Forse egli cerca il potere e l’influenza, il denaro, la gloria, con i suoi propri pensieri e le sue profezie. Egli cerca il mondo, non il Signore Gesù Cristo. Egli nasconde i suoi malvagi progetti sotto una veste cristiana e sa che i cristiani sono un popolo credulone. Egli conta di non essere svelato nella sua veste innocente. E sa pure che ai cristiani è vietato giudicare e, a tempo debito, lo rammenterà loro. Nessun uomo può vedere nel cuore dell’altro. E così egli travia molti. Forse lui stesso non lo sa nemmeno; forse il diavolo che lo spinge gli impedisce di veder chiaro in se stesso.

Ora, avvertimenti di questo genere da parte di Gesù possono suscitare nei suoi seguaci grande paura. Chi conosce l’altro? Chi sa se dietro le apparenze cristiane non si nasconde la menzogna e il traviamento? Potrebbe, così, penetrare nella comunità una profonda diffidenza, un osservarsi a vicenda con sospetto, uno spirito di giudizio dovuto a paura. Potrebbe farsi largo una dura condanna di ogni fratello. Ma Gesù libera i suoi da questo sospetto che necessariamente dividerebbe la comunità. Egli dice: L’albero marcio porta frutti cattivi. A suo tempo si farà conoscere da sé. Non occorre che guardiamo nel cuore degli altri. Dobbiamo attendere che l’albero porti frutto. Ai frutti si riconosceranno, a suo tempo, gli alberi. Ma il frutto non si farà attendere a lungo. Qui probabilmente non s’intende il divario fra parola e opere dei falsi profeti, ma il divario fra apparenze e realtà. Gesù ci dice che un uomo non può vivere a lungo sotto false apparenze. Arriva il momento di portare frutti, arriva il momento della separazione... prima o dopo si riconoscerà chi è. All’albero non serve a nulla non voler portare frutti. Il frutto nasce da sé. E allora il momento in cui sarà necessario distinguere un albero dall’altro, il momento della fruttificazione, rivelerà tutto. Quando giunge il momento della divisione tra mondo e comunità - e può arrivare ogni momento – la confessione giusta non permette di avanzare pretese di minime scelte di tutti i giorni, si manifesterà che cosa è marcio e che cosa buono. Qui resisterà solo la realtà e non le apparenze.

Gesù s’aspetta dai suoi discepoli che, in tali occasioni, sappiano distinguere nettamente le apparenze dalla realtà e sappiano separarsi dai cristiani di nome. Questo li esime da ogni esame dell’altro uomo fatto per curiosità, ma richiede veracità e decisione nell’accettare il verdetto di Dio. Può essere prossimo il momento che i cristiani di nome vengano strappati dal nostro mezzo, che noi stessi veniamo smascherati come cristiani di nome. Perciò i discepoli sono invitati a rimanere in più stretta comunione con Gesù e a seguirlo più fedelmente. L’albero marcito verrà tagliato e gettato nel fuoco. Tutta la sua magnificenza non gli servirà a nulla.

Versetto 21. Ma la separazione che opera la chiamata di Gesù è ancora più profonda. La divisione, dopo aver separato mondo e comunità, cristiani di nome e cristiani veri, penetra nella schiera di coloro che si confessano discepoli. L’apostolo Paolo dice: «Nessuno può dire che Gesù è suo Signore se non per lo Spirito santo» (1 Cor. 12,3). Nessuno, per proprio ragionamento, per forze e decisioni proprie, può affidare la sua vita a Gesù, nessuno riconoscerlo suo Signore. Ma qui vien considerata la possibilità che ci sia chi chiama Gesù suo Signore senza lo Spirito santo, cioè senza aver sentito la chiamata di Gesù. Il che è tanto più inconcepibile se si considera che a suo tempo chiamare Gesù Signore non fruttava nulla in terra; anzi, era una confessione che esponeva ai massimi pericoli. «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli». Dire Signore, Signore è la confessione della comunità. Non tutti quelli che la pronunciano entreranno nel regno dei cieli. La divisione passerà proprio in mezzo alla comunità confessante. La confessione di fede non dà nessun diritto a Gesù. Nessuno potrà mai richiamarsi alla sua confessione di fede. Il fatto di essere membri della chiesa dalla confessione giusta non permette di avanzare pretese di fronte a Dio. Non saremo beati :n base a questa confessione. Se pensiamo così commettiamo lo stesso errore di Israele che considerava la grazia della sua elezione come un diritto di fronte a Dio. Pecchiamo, così, contro la grazia di colui che ci chiama. Dio non ci chiederà se siamo stati evangelici, ma se abbiamo fatto la sua volontà. Lo chiederà a tutti e così pure a noi! I confini della chiesa non sono i confini di un privilegio, ma la benevola scelta e chiamata di Dio. «Pas o legon» - e - «all’o poion» ‘dire’ e ‘fare’ non sono qui intesi senz’altro come rapporto tra parola e fatto. Qui si parla di due diversi atteggiamenti dell’uomo davanti a Dio. O legon kurie - chi dice: Signore, Signore – è l’uomo che in base al suo dir di sì avanza delle pretese, o poion - chi agisce - è chi agisce in umile obbedienza. Il primo è colui che si giustifica con la sua confessione di fede, il secondo colui che agisce, l’uomo obbediente che si affida alla grazia di Dio. Qui, dunque, proprio il parlare dell’uomo diviene il correlativo della sua autogiustificazione, l’agire, invece, il correlativo della grazia, di fronte alla quale l’uomo non può fare altro che obbedire e servire umilmente. Quello che dice: Signore, Signore, si è chiamato da sé a seguire Gesù, senza lo Spirito Santo, o ha fatto della chiamata un proprio diritto. Colui che fa la volontà di Lui è stato chiamato e graziato, obbedisce e segue Gesù. Egli sente la chiamata non come diritto, ma come giudizio e grazia, come volontà di Dio, alla quale sola egli vuole ubbidire. La grazia di Gesù richiede uomini che agiscono, e l’azione diviene la vera umiltà, la vera fede, la vera confessione della grazia di colui che ha chiamato.

Versetto 22. Chi confessa solo è dunque separato da chi agisce. Ora la separazione viene spinta ancora all’estremo. Qui, alla fine, ora parlano uomini che hanno superato le prove fino a questo punto. Sono fra quelli che agiscono, ma ora essi si richiamano appunto a questa loro azione invece che alla loro confessione di fede. Hanno operato in nome di Gesù. Sanno che la confessione non giustifica, perciò sono andati a glorificare il nome di Gesù in mezzo alla gente mediante l’azione. Ora si presentano a Gesù e gli mettono davanti le loro azioni.

Gesù qui manifesta ai suoi discepoli la possibilità di una fede satanica, che si richiama a lui, che compie opere meravigliose, simili fino all’irriconoscibile alle opere dei veri discepoli di Gesù, opere in amore, miracoli, forse anche autosantificazione, e che pure ha rinnegato Gesù ed il cammino al suo seguito. Lo stesso lo dice l’apostolo Paolo nel tredicesimo capitolo della prima epistola ai Corinti, sulla possibilità di predicare, profetizzare, avere ogni conoscenza, anzi, ogni fede tanto da poter trasportare monti, ma senza amore, cioè senza Cristo, senza lo Spirito Santo. Anzi, ancor più: Paolo deve persino considerare la possibilità di compiere le opere d’amore cristiano, di dare i propri beni, fino al martirio... senza amore, senza Cristo, senza Spirito Santo.

Senza amore - vuol dire che, nonostante tutto, in tutte queste azioni non si fa l’opera essenziale, non si segue veramente Gesù, quest’opera che, in fondo, non può realmente compiere se non colui che chiama, cioè Gesù Cristo stesso. Questa è la più profonda, la più incomprensibile possibilità del potere satanico nella comunità, l’ultima separazione, che; però, avviene solo il giorno del giudizio universale. Ma essa sarà definitiva. Chi segue Gesù, però, deve chiedere dove si trovi, allora, l’ultimo metro secondo cui uno è ben accetto a Gesù e un altro no. Chi rimane e chi no? La risposta di Gesù agli ultimi respinti dice tutto: «lo non vi ho mai conosciuti». Questo, dunque, è il segreto che viene mantenuto sin dall’inizio del sermone sulla montagna fino a questa conclusione. L’unico problema è, se siamo conosciuti da Gesù o no. A che cosa dobbiamo attenerci, se sentiamo come la Parola di Gesù compie la separazione tra comunità e mondo, e poi all’interno della comunità stessa fino al giorno del giudizio, se non ci rimane più nulla, non la nostra confessione di fede, non la nostra obbedienza? Ci rimane solo la sua Parola: «lo vi ho conosciuti». Questa è la sua Parola eterna, la sua eterna chiamata. Qui la fine del sermone sul monte chiude il cerchio riallacciandosi alla sua prima parola. La sua parola al giudizio universale... è rivolta a noi con l’invito a seguirlo. Ma dall’inizio alla fine rimane la sua Parola, la sua chiamata. Chi seguendolo non si attiene ad altro che a questa Parola, chi lascia perdere il resto, viene portato da questa Parola attraverso il giudizio universale. La sua Parola è la sua grazia.

La conclusione

«Chiunque pertanto ascolta questi miei discorsi e li mette in pratica, è simile ad un uomo saggio che edificò la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, vennero i torrenti, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma non cadde, perché era fondata sulla roccia. E chiunque ascolta questi miei discorsi e non li mette in pratica è simile all’uomo stolto che edificò la sua casa sulla rena. Cadde la pioggia, vennero i torrenti, soffiarono i venti, s’abbatterono su quella casa ed essa crollò e fu grande la sua rovina». Quando Gesù ebbe finiti questi discorsi, le folle rimasero stupite per il suo insegnamento; egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

Abbiamo sentito il sermone sulla montagna, forse lo abbiamo anche capito. Ma chi lo ha ascoltato veramente? A questa domanda Gesù risponde alla fine. Gesù non lascia semplicemente che i suoi uditori si allontanino, facciano del suo discorso ciò che a loro piace; che cerchino in esso ciò che a loro sembra utile per la loro vita, che esaminino in quale rapporto con la ‘realtà’ stia questo insegnamento. Gesù non dà libero corso alla sua Parola, non la concede ai suoi uditori perché ne usino come vogliono, perché con le loro mani di trafficanti ne abusino, ma la dà loro in modo tale che solo lui mantiene ogni suo potere su loro. Dal punto di vista umano ci sono infinite possibilità di intendere e di interpretare il sermone sulla montagna. Gesù conosce una sola possibilità: andare ed obbedire. Non interpretarlo, usarne, ma agire, obbedire. Solo così si ascolta la Parola di Gesù. Ma nemmeno parlare delle azioni come di una possibilità ideale, bensì incominciare veramente con il fare.

Questa Parola, alla quale concedo il potere su di me, che proviene dal «ti ho conosciuto», che mi pone subito nell’azione, nell’obbedienza, è la roccia sulla quale posso costruire una casa. A questa Parola di Gesù che viene dall’eternità corrisponde solo la semplice azione. Gesù ha parlato: a lui la parola, a noi l’obbedienza. Solo nell’azione la Parola di Gesù mantiene il suo onore in mezzo a noi, la sua forza, la sua potenza. La tempesta può ora soffiare sulla nostra casa, l’unità con Gesù, creata dalla sua Parola, non può più essere spezzata.

Accanto all’agire c’è solo il non-agire. Non esiste un voler fare ma non fare. Chi usa la Parola di Gesù diversamente che. agendo, dà torto a Gesù, nega il sermone sulla montagna, non mette in atto la sua Parola. Ogni questionare, ogni problematizzare, ogni voler interpretare è un non-agire. Compaiono qui il giovane ricco e lo scriba di Luca 10.

Per quanto io affermi la mia fede, la mia fondamentale accettazione di questa parola, Gesù lo chiama un non-agire. Ma la Parola che io non voglio mettere in atto non è, per me, una roccia, su cui possa costruire la mia casa. Qui non c’è unità con Gesù. Egli non mi ha ancora conosciuto. Perciò, se ora viene la tempesta, la Parola per me è subito persa, io mi accorgo che in realtà non ho mai creduto. lo non possedevo la Parola di Gesù, ma una parola che gli avevo strappata e fatta mia riflettendovi, ma non agendo. Ora la mia casa crolla, perché non poggia sulla Parola di Gesù.

«E le folle rimasero stupite...». Che era accaduto? Il Figlio di Dio aveva parlato. Egli aveva preso su di sé il giudizio sul mondo. Ed i suoi discepoli erano accanto a lui.

[1] B. usa il termine in doppio senso: 1. riflettere (= pensare) su qualcuno e 2. riflettere (= rigettare) il proprio pensiero e sentimento sull'altro. N.d.T.

Dietrich Bonhoeffer

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