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Martini, il rifiuto delle terapie (e delle sciocchezze)

da Quaderni Cannibali

del 03 settembre 2012  (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk'));  

 

          Non se ne parla quasi mai, ma la si strumentalizza parecchio. Stiamo parlando della morte, e precisamente con il pensiero rivolto a quella del cardinal Martini, per la quale proviamo un sentimento di lutto e commozione e che, purtroppo, ci sembra già oggetto di sconcertanti banalizzazioni. Il riferimento è al (presunto) rifiuto dell’accanimento terapeutico di cui il cardinale sarebbe stato protagonista. Ora, il discorso – come sa chiunque abbia dimestichezza coi temi di “fine vita” – sarebbe lungo; onde evitare al lettore spiegazioni impegnative, ci limitiamo quindi a precisazioni di carattere generale ma sufficienti, si spera, a fare un po’ di chiarezza.

          Partiamo dalla definizione di accanimento terapeutico, che Martini stesso individuava in quei «trattamenti quando ormai non giovano più alla persona» [1]. Definizione non errata ma che lascia scoperti aspetti importanti: chi stabilisce quando dei trattamenti «ormai non giovano più alla persona»? Il medico o la persona? E cosa vuol dire che dei trattamenti «giovano»? L’urgenza di chiarire questi aspetti è molta, anche perché la stessa eutanasia – sia essa attiva oppure omissiva – è talora, ingannevolmente giustificata quale rifiuto di «trattamenti» che ormai non «giovano» più.

          Ne consegue la necessità di specificare cosa sia l’accanimento terapeutico, che possiamo più precisamente riconoscere in quelle «terapie importanti (operazioni chirurgiche, terapie di rianimazione, somministrazioni di farmaci ecc.), che comportano sofferenza e isolamento di pazienti prossimi alla fine, con lo scopi di prolungare la vita in modo forzato e macchinoso e solo per breve tempo. In altre parole, si dice che si in presenza di accanimento terapeutico quando si vuol prolungare la vita con ogni mezzo» [2].

          Proprio per la sua natura violenta e inumana l’accanimento terapeutico – da intendersi quindi come ostinazione terapeutica dalla quale non giunge alcun beneficio, neppure in termini di sofferenza alleviata – risulta unanimemente avversato: dal codice di deontologia medica (Cfr. art. 17), dalla Legge italiana (Cfr. art. 2 Cost.) e dallo stesso Catechismo della Chiesa cattolica (Cfr. CCC, 2278), che denuncia apertamente la necessità di sospendere «procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate» [3].

          Il rifiuto dell’accanimento terapeutico – che compete al paziente «se è in grado di farlo, o al medico se spetta a lui decidere» [4] – è dunque cosa condivisibile e distinta da altre due casistiche cui l’ostinazione terapeutica viene spesso accostata: l’eutanasia e il rifiuto delle cure. La prima si individua come «un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte […] l’eutanasia si situa dunque al livello delle intenzioni e dei metodi usati» [5]; la seconda corrisponde ad una espressione di «accettazione della condizione umana di fronte alla morte» [6].

          Attenzione, però: il rifiuto di terapie ormai inutili – non quelle pericolose e controproducenti, che configurano accanimento terapeutico – non rappresenta il solo modo di «accettazione della condizione umana di fronte alla morte». Si può anche evitare di rifiutare delle terapie pur sapendo che il proprio decesso è questione di giorni; dal punto di vista morale cambia in realtà poco. Cambia però moltissimo dal rifiuto dell’accanimento terapeutico – che non è opzionale ma doveroso – e soprattutto dall’eutanasia omissiva, che si manifesta con la pressoché immediata corrispondenza tra la sottrazione di terapie o sostegni vitali (disposta per procurare la morte) ed il decesso.

          Ora, secondo la diretta testimonianza del Gianni Pezzoli, direttore dell’unità di neurologia del Centro Parkinson degli Istituti clinici di perfezionamento di Milano, sappiamo che il cardinal Martini – che purtroppo era malato Parkinson da 17 anni – oltre a non essere «attaccato ad alcuna macchina» è sempre stato «molto scrupoloso nell’assumere farmaci e non ha mai detto “questo non lo voglio”» [7]. Stando a Pezzoli – che ha seguito il cardinale come paziente – non sembra quindi esserci neppure stato alcun rifiuto delle terapie, che sarebbe stato pure legittimo nell’immediatezza di una morte ormai imminente.

          Ne consegue l’amara constatazione di come taluni – per l’ennesima volta – abbiano scelto di strumentalizzare la morte di una persona vaneggiando di eutanasia (qualche disinformato parla persino di suicidio [8]), accanimento terapeutico, rifiuto di terapie. Quando l’unico rifiuto urgente, qui, sembra essere un altro: quello delle sciocchezze.

 

[1] Martini C.M. cit in Calabrò M.A. Il cardinale e il fine vita.

[2] Aramini M. Eutanasia. Spunti per un dibattito. Ancora, Milano 2006, p. 15;

[3] http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a5_it.htm;

[4] Aramini M. op. cit. p. 16;

[5] Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, pubblicata il 5 maggio 1980, al n. 6;

[6] Evangelium Vitae n. 65 http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25031995_evangelium-vitae_it.html;

[7] Pezzoli G. cit. in Rosoli L. L’abbraccio al cardinale Martini. Aperta in Duomo la camera ardente. http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/Martinimorto.aspx;

[8] http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10748;

Giuliano Guzzo

http://www.libertaepersona.org

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