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Le quattro stagioni

da Quaderni Cannibali

del 03 settembre 2012 (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk'));

 

          Nell'impresa molto ardua di comporre un ritratto non solo storico-ecclesiale del cardinale Carlo Maria Martini potrebbe essere di aiuto una sorta di parabola indiana a lui cara perché ebbe occasione di evocarla più di una volta. Essa è sostanzialmente una metafora della stessa esistenza umana, scandita in quattro stagioni fondamentali.

          C'è innanzitutto il tempo dell'imparare e dell'ascolto, quando si è discepoli e ci si avvia, guidati per mano, lungo i percorsi del conoscere, dell'apprendere, dello studiare. Fu questa la tappa primaria di Martini, quando egli dovette seguire il lungo itinerario della formazione nella Compagnia di Gesù, un arco cronologico non breve che si assommava agli studi liceali precedenti e che sfociava nell'orizzonte della spiritualità ignaziana, per poi inerpicarsi lungo i sentieri accademici. Essi gli avrebbero offerto tutta l'attrezzatura scientifica per coltivare quella disciplina che sarebbe stata una caratteristica tipica della sua personalità, cioè l'esegesi biblica.

          È stato proprio da questa tappa che è derivata spontaneamente la seconda, quella che l'apologo indiano definisce come il tempo dell'insegnamento, del comunicare ad altri ciò che si è acquisito, rielaborandolo, approfondendolo e rendendolo più personale e originale. Martini, come è noto, fu a lungo docente a Roma di critica testuale biblica. Di questa materia Martini divenne uno dei maggiori esperti a livello internazionale tanto da essere cooptato in un ristretto grembo di studiosi di altre nazionalità e anche di diverse confessioni cristiane per approntare il Greek New Testament, una rigorosa edizione critica del testo greco neotestamentario, recensendo e selezionando l'immenso patrimonio di papiri, codici e testi vari che ci hanno trasmesso le sacre scritture cristiane. Fu proprio esercitando questa disciplina che fiorì in lui non solo l'amore per la Parola divina ma per le parole umane concrete in cui essa si esprime, termini da vagliare filologicamente ma anche da riscoprire nella loro ricca potenzialità semantica.

          Ed è proprio da questa stagione, della quale anche chi scrive queste righe fu testimone come alunno, che nacque quasi all'improvviso un'ulteriore attuazione della sua funzione di maestro. Dal fine dicembre 1979 per oltre «tre settimane di anni», come egli amava dire, fino al 2002, fu infatti pastore, padre e maestro di una delle Chiese più vaste e importanti del mondo, quella di Milano. Fu questo il centro della sua esistenza, un ministero di vescovo che -alla maniera di S. Ambrogio- si allargava a tutta la città, alla sua frenetica quotidianità, alla sua vivace cultura e operosità, ma anche ai suoi problemi e ai suoi drammi, scanditi da anni spesso tormentati ove, nella caduta delle voci delle altre istituzioni e agenzie pubbliche, si levava alta ma pacata, severa ma serena, forte ma delicata, incisiva ma discreta la voce di questo vero maestro e guida. Una voce che risuonava anche oltre i confini della diocesi, in tante altre nazioni ove la sua presenza era attesa e apprezzata.

          Di questa fase, la più nota e studiata, rimangono mille testimonianze: emblematico è, ad esempio, il "Meridiano" che Mondadori dedicò lo scorso anno agli scritti del Cardinale ove, pur nella selezione testuale, si apriva una vera e propria mappa dell'azione pastorale, magisteriale e culturale di Martini. Ma soprattutto rimangono le molteplici iniziative attuate, a partire da quella "Cattedra dei non credenti" che creò un vero e proprio modello di confronto con il mondo "laico". Credenti e non credenti, pur piantati su territori differenti, erano invitati a non rinserrarsi in un isolazionismo sacrale o secolare, ignorandosi o peggio adottando l'attitudine del rigetto fondamentalista reciproco. Sbocciava, così, a Milano, il fiore del dialogo attorno a temi capitali dell'essere e dell'esistere nei quali tutti sono coinvolti e talora persino travolti. Basterebbe scorrere i titoli di quelle "Cattedre" per scoprire un vero e proprio arcobaleno di iridescenze tematiche che ancora oggi costituiscono il programma sul quale si deve confrontare sia la Chiesa sia la società.

          Ma ormai era alle porte la terza stagione: allo scadere dei 75 anni il Cardinale Martini decise che per lui -come per quel testo sapienziale indiano - iniziava una nuova esperienza, quella suggestivamente detta del "bosco", cioè il ritiro nel silenzio. Un silenzio non "nero", pura e semplice cancellazione di parole e di atti, ma "bianco", in cui le esperienze e le realtà vissute ricevevano una nuova luce, alimentata dalla riflessione, dalla contemplazione, dalla preghiera. Fu, questo, il breve ma intenso periodo di soggiorno nella terza città amata, dopo Roma e Milano, cioè Gerusalemme. Là Martini ritrovava le radici stesse della fede limpida e profonda; là sentiva ancora echeggiare le voci dei profeti, ma soprattutto condivideva il pulsare della presenza di Cristo. Nella fascia trasversale del suo stemma episcopale sono incastonati tre cuori: potremmo idealmente immaginare che essi siano i simboli delle tre città che, nel desiderio del Cardinale, avrebbero suggellato l'arco intero della sua esistenza fino a quella tomba sulle pendici del monte degli Ulivi, davanti alla valle di Giosafat, ove egli avrebbe voluto attendere la parousía, la venuta piena e definitiva del Cristo a concludere la storia.

          Invece lo attendeva la quarta stagione di quella parabola, ossia il tempo "del mendicante", segnato idealmente dalle parole che Gesù rivolge a Pietro, il primo degli apostoli: «Quando eri giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Giovanni 21, 18). Sono stati gli ultimi anni in cui la malattia lo aveva reso "mendicante", cioè bisognoso degli altri, soprattutto di coloro che erano stati l'ideale grembo delle sue origini, cioè i Gesuiti. È così che lo scelse come spazio estremo di attesa del momento dell'incontro pieno e diretto con Dio, "faccia a faccia", come scriveva l'apostolo Paolo, la comunità religiosa di Gallarate. Il suo non fu un crepuscolo appannato e inerte; la sua voce, ormai flebile, risuonava ancora, la sua parola continuava ad essere per molti, cristiani e non, un punto di riferimento, le sue parole scritte attraverso i tasti lievi di un computer o attraverso le mani di chi gli era accanto continuavano a consolare ma anche a provocare, a dare fiducia ma anche a inquietare le coscienze torpide. Egli rimaneva ancora una presenza insostituibile, il cui vuoto sarà avvertito a lungo.

Gianfranco Ravasi

http://www.ilsole24ore.com

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