Lavagna e le droghe leggere

del 17 febbraio 2017

Le parole pronunciate a Lavagna dalla mamma del ragazzo morto suicida dovrebbero diventare un programma di governo...

 

Le parole pronunciate mercoledì nella chiesa di Santo Stefano di Lavagna dalla mamma del ragazzo morto suicida il 13 febbraio scorso hanno fatto fare a José Berdini «un salto sulla sedia». Maceratese, responsabile delle comunità terapeutiche per tossicodipendenti gestite dalla Cooperativa “Pars” nelle Marche, Berdini come tutte le persone di buon senso che si occupano di questi temi sa benissimo che bisogna andarci piano con i luoghi comuni sulla “legalizzazione delle droghe leggere”, che il problema dei ragazzi che “si fanno” non è certo trovare legalmente gli stupefacenti. Per questo l’altroieri, prima del funerale e del discorso di quella donna, era in preda a un sentimento di «incazzatura mista a una grande tristezza», perché si era reso conto che la tragedia di quel giovane uomo era subito diventata nulla più di un pretesto per la solita campagna ideologica antiproibizionista.

 

FINTI PALADINI DEI POVERI. Berdini era demoralizzato dalla prevalenza nel dibattito pubblico, anche dopo una tragedia del genere, dei «vari saviano». «E guardi che non ce l’ho con lo scrittore», precisa, «ma con tutta una categoria di persone che non hanno niente a che fare con la realtà di queste cose e si atteggiano a “paladini dei poveri” per mestiere». Senza però rendersi conto delle conseguenze che hanno le loro “lezioni” sulla pubblica opinione. Proprio in reazione al suicidio del 16enne di Lavagna «un collettivo di studenti di Napoli chiamato Caos ha organizzato un flash mob esponendo cartelli con su scritto “Non si può morire di proibizionismo”», racconta Berdini. «Ho letto anche di un insegnante che se l’è presa con la Guardia di Finanza: le fiamme gialle si erano presentate nella sua scuola per un controllo antidroga (perché in molte scuole si spaccia eccome), e quello inveiva “perché entrano nelle scuole e non vanno nelle chiese”… Rendiamoci conto del livello».

 

CERCARE LA STRAORDINARIETÀ. Mercoledì Berdini era dunque «arrabbiato e triste» perché «poche volte l’utilizzo strumentale della povertà degli altri è stato così clamoroso». Poi c’è stato il funerale. E «grazie a Dio ha parlato la mamma di quel ragazzo. Sentire parlare una donna del popolo in quel modo è stato un soprassalto», commenta il responsabile della Cooperativa Pars. «Finalmente qualcuno è entrato nel merito». Innanzitutto «ringraziando la Guardia di Finanza, l’istituzione. Un ringraziamento giustissimo, perché è grazie all’istituzione che non c’è il “Caos”, appunto». Mentre parla con tempi.it, Berdini ripete le frasi della signora: «“Là fuori c’è qualcuno che vuole soffocarvi, facendovi credere che è normale fumare una canna, normale farlo fino a sballarsi, normale andare sempre oltre”. È un giudizio educativo formidabile. Si rivolge ai ragazzi come ai “cercatori di infinito” cui era intitolato un Meeting di Rimini di qualche anno fa: non fatevi soffocare, “diventate, piuttosto, i veri protagonisti della vostra vita e cercate la straordinarietà”».

 

«UN GIUDIZIO POLITICO». L’intervento di quella donna «è un giudizio politico», dice Berdini. «Un grande giudizio culturale, educativo e p-o-l-i-t-i-co. Ha rovesciato il discorso di tutti. Ci sentiamo ripetere sempre che il problema è l’impossibilità di trovare la droga ovunque. Lei invece ha chiesto al figlio “perdonami per non essere stata capace di colmare quel vuoto che ti portavi dentro da lontano”. Straordinario». Perché è chiaro, secondo Berdini, che alle radici di questa vicenda c’era molto più del disagio provocato da una perquisizione delle forze dell’ordine. C’era un malessere umano insondabile che è come minimo illusorio pretendere di “curare” con la legalizzazione della cannabis. «Con la droga uno si cura solo apparentemente perché per un istante si tira su. Ma l’istante dopo c’è “il down”, e questo lo sanno anche gli imbecilli. Perciò quella donna ha ragione da vendere», continua Berdini. «”Qualcuno vuole soffocarvi”».

 

CI VUOLE UNA STRADA. Secondo Berdini le parole della mamma di Lavagna «dovrebbero diventare un programma di governo. Sarebbe una cosa dell’altro mondo se tutti si assumessero “il compito di capire che la sfida educativa non si vince da soli nell’intimità delle nostre famiglie, soprattutto quando questa diventa connivenza per difendere una facciata. Facciamo rete e aiutiamoci fra noi, non c’è vergogna se non nel silenzio”. E ancora: “La domanda da porsi in questa situazione è: come? Come trasformare questa perdita straziante in una nuova, seppur dolorosa, ripartenza?”. Anche questo è giustissimo: va bene chiedersi “perché”, ma se non c’è una strada, se non c’è un “come”, tutto è uguale a tutto».

 

LA RIFORMA NECESSARIA. Sono princìpi che nella visione di Pars hanno declinazioni molto concrete. Berdini dice che «il sistema con cui lo Stato affronta le tossicodipendenze ha bisogno di una grandissima riforma». Sia i Sert, i servizi che attraggono la maggior parte delle risorse, sia i servizi psichiatrici «godono di grandi capacità professionali, ma perché hanno due primariati distinti? In tutta Italia abbiamo reparti di psichiatria pieni di gente che fa uso di droghe, e intanto i Sert si lamentano perché i servizi di psichiatria non collaborano: perché non vengono fusi? Il paese risparmierebbe risorse e guadagnerebbe in capacità di presidiare il territorio».

 

LIBERTÀ E RETE. Sono anni che Berdini fa presente il problema a governi di destra e di sinistra. «Tutti sanno che c’è bisogno di questa riforma ma nessuno ci si vuole impegnare». E ancora: «Perché un utente che vuole smettere di drogarsi in Lombardia o in Emilia Romagna non può andare in una comunità nelle Marche o in Sicilia? Perché per una malattia io posso andare a farmi curare al San Raffaele ma un milanese non può venire qui a farsi curare dalla tossicodipendenza?». Nella riforma del sistema dei servizi per le tossicodipendenze secondo Berdini è in gioco la «libertà di cura» e anche molto di quel «fare rete» invocato dalla mamma del ragazzo suicida di Lavagna. «Sembra che il mio discorso non c’entri nulla con la storia di suo figlio», conclude Berdini. «Invece c’entra: è stata lei a chiamare la Guardia di Finanza perché ascoltasse “l’urlo di disperazione di una madre”».

 

 

Pietro Piccinini

http://www.tempi.it

 

 

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