La mia Siria, una tragedia ignorata

 

del 12 aprile 2013

 

Mons. Armando Bortolaso, vescovo emerito di Aleppo, in Siria:

 

«In Libano la tensione è alle stelle. Lo scontro mortale in corso in Siria tra l'ala sunnita, maggioritaria, e quella sciita-alauita, minoritaria ma al potere, ancora una volta ha ripercussioni sul Paese confinante, dove anche recentemente si sono verificati scontri armati tra fondamentalisti sunniti e forze filo-siriane. Nel Paese dei cedri – dove anche la popolazione cristiana è divisa tra chi sta con Hezbollah e chi con i sunniti – ora la situazione è aggravata dalla mancanza di un governo, dopo le dimissioni, il 22 marzo scorso, del primo ministro Najib Miqati (che però continuerà a guidare l'esecutivo con un ruolo di interim fino alla formazione del nuovo, compito che è stato affidato al deputato sunnita Tammam Salam, ndr)». 



 

     A dirlo è mons. Armando Bortolaso, salesiano, vescovo emerito di Aleppo, in questi giorni in terra vicentina, a Villaganzerla, suo paese natale, dov'è tornato per festeggiare con parenti e amici i sessant'anni di sacerdozio. In Medio Oriente dal '48, mons. Bortolaso è stato ordinato sacerdote il 5 luglio 1953, a Gerusalemme, nella basilica del Santo Sepolcro. «La Siria», continua il vescovo, «è divenuta un vulcano, un magma sotterraneo, molto pericoloso, che si insinua tra Occidente e Oriente. Può succedere di tutto, perché gli interessi sono enormi». Il timore è di un contagio dell'intera area. Timore espresso recentemente anche dall'Alto Rappresentante della politica estera dell'Ue, Catherine Ashton, che ha lanciato a tutti un appello alla calma e alla cooperazione in uno spirito di dialogo. 



     Dialogo che mons. Bortolaso ha perseguito negli anni trascorsi ad Aleppo. «Ho sempre pensato che chi indirizza la propria vita all'unità, ha centrato il cuore di Gesù. Così, mi dicevo: "Tu non sei il vescovo dei latini soltanto, tu sei il vescovo di Gesù, e Gesù qui in Siria ha 22 milioni di anime". Ho cercato di vivere l'unità con i miei sacerdoti, con i religiosi, con i fedeli, con i vescovi e i cristiani delle altre Chiese, ortodosse e protestanti, con i musulmani».

     Oggi mons. Bortolaso vive in Libano, nella Casa salesiana di El Houssoun, piccolo villaggio di montagna vicino all'antica città di Biblos. Ma il cuore resta in Siria, dove ha vissuto per 22 anni, di cui dieci da vescovo. Ed è per questo che la guerra civile che lì si consuma tra lealisti e ribelli è per lui motivo di grande sofferenza. 

«La Siria è la mia seconda patria», afferma. «Sapere che la "mia" gente è straziata dal dolore, vedere Aleppo, terra benedetta, ridotta a un cumulo di macerie, e le chiese, le care antiche chiese cristiane distrutte, mi fa male al cuore. Anche perché è una tragedia che si svolge nell'indifferenza generale». Sa bene mons. Bortolaso che una Siria destabilizzata fa il gioco di molti, dagli Stati Uniti all'Iran. E, pur essendo un uomo pacato, assieme agli altri vescovi dei diversi Riti, non si stanca di ricordare alla comunità internazionale che è tempo di lavorare per la pace. Un obiettivo che si può raggiungere solo con il dialogo. «Purtroppo, oggi è difficile anche questo, perché la situazione è talmente degenerata che le "amicizie interreligiose" sono guardate con sospetto».

     Che notizie ha della popolazione? «La gente è terrorizzata. La sera nessuno si arrischia ad uscire. E le donne, anche se cristiane, quando escono, indossano il velo».Sulla possibilità di ritrovare segni di speranza Bortolaso risponde: «Gli amici che mi scrivono da Damasco, mi dicono che i nostri cristiani, anche se "sotto tortura", anche se vengono sequestrati, non mollano, anzi, questa situazione di prostrazione li porta a essere cristiani ancora più veri, pronti a testimoniare e a vivere il vangelo. Quando c'è la persecuzione, c'è un risveglio della coscienza e si riscopre il rapporto con Dio. Non dimentichiamo che la Siria è terra sacra alla memoria di san Paolo, che si convertì a Damasco e iniziò il suo ministero ad Antiochia, facendone la base dei suoi viaggi apostolici.

     Proprio lì i seguaci di Gesù furono chiamati per la prima volta "cristiani"». Perché in Medio Oriente basta una "scaramuccia" perché divampi un incendio? «Quest'area paga il conflitto mai risolto tra israeliani e palestinesi. Ero a Gerusalemme nel '49, l'anno dopo la creazione di Israele, erano anni incandescenti, ma i rapporti di forza sono stati chiari fin da subito. Chi non vuole la pace, ha sempre proclamato la teoria dell'impossibilità di convivenza tra arabi cristiani e palestinesi ed ebrei. Ma è un'affermazione smentita dalla storia, perché questa convivenza pacifica tra religioni diverse c'è stata per 1.400 anni. Urge, però, il riconoscimento della Palestina come Stato. Io credo fermamente che l'unica soluzione alla dissoluzione perpetrata del Medio Oriente, sia quella di risolvere il problema palestinese. Ma per farlo, si deve accettare onestamente il principio della convivenza pacifica dei due Stati». 

Intanto, in Medio Oriente il numero dei cristiani si assottiglia sempre di più. «La pressione per la diaspora dei cristiani è evidente», risponde il monsignore, «ma non sono i musulmani a volere questo, anzi, loro ritengono la perdita dei cristiani, con cui sentono di condividere molti valori, un impoverimento per i loro Paesi. Ancora una volta, sono le interferenze esterne a condurre il gioco.

     E l'Europa sta a guardare». Come si fa a resistere sessant'anni in una terra così martoriata? «Per il religioso non è una questione di luogo, ma di missione; bisogna esserci là dove le persone hanno più bisogno di essere amate».

 

 

Romina Gobbo

 

 

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