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La battaglia sui ponti per gli aiuti comunitari

del 25 febbraio 2019

Scontri, lacrimogeni, quattro morti, militari in lacrime e c'è chi diserta fuggendo in Colombia. Ma Maduro non cede: resterò per molti anni...

 

«Gloria al popolo coraggioso». Agitando le bandiere, la “valanga umana” chiamata a raccolta da Juan Guaidó ha urlato l’inno nazionale in faccia ai soldati della Guardia nazionale bolivariana, schierata in forze lungo il confine tra la colombiana Cúcuta e la venezuelana San Antonio del Táchira. Là si è consumato l’atto decisivo degli “Hunger games” (giochi della fame) latinoamericani.

Giochi crudeli, come nel romanzo di Suzanne Collins da cui è stato tratto il popolare film di Gary Ross. In cui gli aiuti umanitari sono stati trasformati in arma non convenzionale nella guerra di nervi tra il governo di Nicolás Maduro e l’opposizione.

Le telecamere hanno mostrato i visi tesi degli uomini e delle donne in divisa mentre sbarravano il passo ai dimostranti che li implorano al ritmo «Guardia, amica, il popolo è con te!». Alcuni soldati hanno versato qualche lacrima. Ma i convogli, fino a tarda serata, sono rimasti intrappolati, almeno qui, però, senza incidenti. Analoghi intenti di forzare il blocco sui ponti Simón Bolívar e San Francisco de Paula Santander – in prossimità, rispettivamente, delle città venezuelane di Ureña e San Antonio – hanno causato scontri e tensioni.

A dare manforte alle forze regolari sono stati chiamati in massa i “colectivos”, gruppi di civili in armi al soldo di Maduro. Sono stati questi ultimi i principali artefici della repressione, mentre militari e polizia mostravano un crescente imbarazzo nel dover respingere la gente. 

Lo stesso presidente autoproclamato ha detto di essere potuto arrivare in Colombia venerdì grazie all’aiuto di alcuni esponenti della Guardia nazionale. Di nuovo, però, l’agognata “raffica” di defezioni militari non si è verificata. Il rovente confine colombo-venezuelano non è stato l’unico punto di frizione tra chavisti e anti-bolivariani.

A Santa Elena de Uairén, lungo la frontiera con il Brasile, gli indigeni Pemones hanno sfidato l’esercito per far passare i soccorsi. Almeno quattro di loro – secondo l’Ong Foro penal – sono stati uccisi dai “colectivos”, incaricati del “lavoro sporco”. Alcuni testimoni, però, hanno parlato di un bilancio più grave con cinque vittime e decine di feriti, dopo che un carro armato ha sparato sulla gente. Alla fine, tuttavia, un primo convoglio, con otto tonnellate di aiuti, è entrato da Pacaraima.

Guaidó ha esortato la folla a manifestare di fronte alle caserme della capitale: un fiume umano si è riversato nei pressi della base de La Carlota. Maduro, da parte sua, ha schierato i fedelissimi nei pressi di Miraflores. Il presidente contestato è uscito dal palazzo e si è esibito in una salsa, ripetendo: «Governerò ancora per molti anni». Poi ha annunciato di aver rotto ogni relazione con la Colombia, per il sostegno dato dal presidente Iván Dunque a Guaidó.

Anche ieri, il presidente Usa ha incoraggiato Guaidó via Twitter: «Dio benedica il popolo venezuelano». Mentre il segretario per la Sicurezza nazionale, John Bolton, ha cancellato il viaggio in Corea per seguire l’evolvere della situazione. È noto che i falchi Usa – tra cui lo stesso Bolton – caldeggino, più o meno velatamente, l’idea dell’invasione. Esattamente ciò che la società venezuelana e la comunità internazionale non vogliono.

 

Lucia Capuzzi

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