L'ORATORIO dal DIZIONARIO Pastorale Giovanile

 

del 18 aprile 2013

 

 

1. IMPORTANZA E DIFFUSIONE

Lo sviluppo della pastorale giovanile è segna­to dall'esistenza delle istituzioni educative. Esse hanno il merito di organizzare tutti gli elementi di un progetto: obiettivi, metodo, linee di azione, ruoli di responsabilità, strut­ture funzionali ai fini. Nate alle volte come risposta germinale a urgenze immediate, si consolidarono nel tempo e si estesero oltre i luoghi di origine.

L'oratorio è una di queste istituzioni. La sua storia completa è ancora da scriversi e le sue origini remote sono ancora da definirsi. Van­no riposte nell'opera catechistica, di pedago­gia cristiana e di assistenza caritativa che già dal secolo XV aveva prodotto, ad opera di insigni apostoli, interessanti forme di aggre­gazione.

L'antenato più prossimo dell'odierno orato­rio sono le scuole della dottrina cristiana e le compagnie, stabilite da san Carlo Borro­meo per tutte le parrocchie dell'archidiocesi di Milano ed estese, in seguito, ad altre dio­cesi della Lombardia. Contemporanea, an­che se di diverso genere, è l'iniziativa di san Filippo Neri a Roma, che contribuisce a con­solidare il nome, la finalità e le caratteristi­che dell'oratorio.

In Francia i Patronages e le “Ouvres de Jeu­nesse” risalgono al secolo XVIII e percorro­no il secolo XIX con successivi adeguamenti e particolare attenzione alla gioventù lavora­trice.

Nello spirito e nella configurazione dell'ora­torio moderno ebbe un influsso particolare l'opera di san Giovanni Bosco (1815-1888). Ma non sono mancati nuovi contributi di rin­novamento anche nel nostro secolo e fino agli ultimi anni.

Oggi l'oratorio, con modalità e nomi diversi (centro giovanile, patronage...), è ritenuto da molte chiese locali un elemento caratteristi­co della propria pastorale giovanile, integrato armonicamente con altre istituzioni e inizia­tive. Questa diffusione e l'efficacia educati­va permanente, dovuta alla sua capacità di rinnovarsi di fronte a nuovi bisogni giovani­li, danno ragione dell'attenzione che le di­spensano i Pastori e delle raccomandazioni date dai Pontefici, comparabili soltanto con quelle che riguardano la scuola cattolica.

In molte parti inoltre gli oratori si sono col­legati in organizzazioni diocesane e confede­razioni regionali, creando un ambito pasto­rale con un prassi comune, che viene conti­nuamente sottoposta a vaglio, approfondi­mento e adeguamento attraverso numerosi convegni e studi.

 

2. PROBLEMI CHE PONE OGGI L'ISTITUZIONE ORATORIANA

Molte speranze vengono poste oggi sull'ora­torio. La pastorale cerca un aggancio con quei ragazzi e giovani che conservano anco­ra un certo riferimento alla chiesa o alla di­mensione religiosa e scorge nell'oratorio uno spazio di convocazione più largo di quanto non lo siano il servizio religioso parrocchia­le, la catechesi, i gruppi e le associazioni ec­clesiali.

Le famiglie stesse, praticanti e non, sono al­la ricerca di spazi di incontro umanamente e culturalmente affidabili, per far fronte al problema del tempo libero dei giovani. I gio­vani medesimi, giunti ad un certo punto di consapevolezza sociale, si orientano verso ambienti e attività che facilitino il loro inse­rimento nella vita della comunità umana.

Questa, d'altra parte, di fronte ai nuovi fe­nomeni (frammentazione, disinteresse per il politico...) valorizza tutte le modalità di ag­gregazione, per favorire la partecipazione e soddisfare domande sentite nel territorio.

C'è dunque un incrocio di attese ecclesiali, educative, sociali e giovanili. E le prime non vanno considerate più “religiose” delle ulti­me, dato il nuovo modo di concepire la pre­senza della chiesa nella comunità umana e la partecipazione dei cristiani nella vita socia­le. La chiesa considera propri non soltanto i problemi e le domande interne alla comu­nità credente, ma “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce” (GS 1) degli uomini tra cui vive e agisce.

Il primo problema è dunque come conside­rare e impostare l'oratorio: come «opera ca­techistica” o ampiamente educativa, come “opera parrocchiale” o aperta più in là dei confini territoriali e umani della parrocchia; come istituzione per soli aderenti o ambien­te “tra comunità cristiana e società civile”. Collegati a questo sorgono interrogativi ri­guardanti i soggetti a cui rivolgersi: se prin­cipalmente ai ragazzi o anche ai giovani, se a coloro nei quali è maturata l'appartenenza o anche ai lontani e agli «ultimi”. È eviden­te che la risposta a questi due interrogativi determina gli obiettivi, i contenuti e le mo­dalità di evangelizzazione e di pratica cristia­na dell'oratorio.

E dato che si tende a un'azione pastorale uni­taria, si pone il problema del rapporto o col­legamento da stabilire tra l'oratorio e le al­tre espressioni della pastorale giovanile co­me l'attenzione religiosa ordinaria, i gruppi e movimenti, le istituzioni educative con obiettivi propri, il movimento verso i lontani.

 

3. LINEE DI EVOLUZIONE

Alcune caratteristiche dell'oratorio sono state costantemente affermate e sembrano sconta­te. Paolo VI lo definì “ovile che accoglie la massa, si manifesta eminentemente popola­re, assicura un lavoro pedagogico, per cui si fanno esperienze di tale natura che esso co­stituisce una riserva nella quale le altre asso­ciazioni possono pescare per dare una forma­zione specifica” (Discorso del 23.1.1964). Apertura alla massa, educazione alla fede in­tesa in senso ampio, carattere esperienziale sembrano tratti costanti in una lunga tradi­zione.

Ma ciò non dà ancora il codice per una rea­lizzazione attuale. Ciascuno di questi termi­ni infatti può essere variamente inteso. È ne­cessario allora esplicitare ulteriormente alcuni orientamenti.

 

3.1. L'oratorio, una missione aperta

L'oratorio si presenta oggi in primo luogo co­me una «missione nel mondo giovanile». Ciò corrisponde a una visione di chiesa e a una concezione missionaria della parrocchia. Si apre a tutti i giovani del proprio territorio e oltre, con i quali intende agganciare un dia­logo di crescita sulla loro misura. Il punto di riferimento, anche quando viene istituito da una parrocchia, è un ambito umano e socia­le piuttosto che una giurisdizione canonica.

una scelta di determinati soggetti, prima che una programmazione a priori di conte­nuti e attività. Dall'incontro con questi sog­getti nascono i programmi.

L'oratorio appare così come un'iniziativa missionaria senza confini, come un movimen­to verso i giovani per incontrarli dove essi si trovano fisicamente e psicologicamente.

Il movimento è sempre verso le frontiere e i margini religiosi, sociali e umani, con lo sguardo volto a coloro che le istituzioni re­golari non prendono in considerazione, sen­za escludere, anzi invitando, gli altri. È per tutti, non rivolto agli speciali dal punto di vi­sta della eccellenza o della devianza, ma al ragazzo comune “povero” nel quale sono vi­ve le risorse per accogliere una proposta di ricupero e crescita di fede. Da questa scelta si apre a urgenze più particolari nella misura in cui l'ambiente lo consente e la comunità si è resa capace di dare soluzioni a questi bi­sogni attraverso iniziative specifiche e artico­late.

La domanda sui soggetti riguarda anche il problema dell'età. L'oratorio nato per i ra­gazzi fino all'adolescenza, sente oggi la ne­cessità di adeguare le sue proposte alla gio­ventù, non soltanto per la diminuzione de­mografica, ma soprattutto per l'allargamento dell'età giovanile e del periodo educativo. È infatti nell'età giovanile dove appaiono oggi i fenomeni più preoccupanti di abbandono, i rischi più gravi di emarginazione e anche le manifestazioni più interessanti di impegno e coinvolgimento.

Un'altra serie di riflessioni che scaturisce dal­la “missionarietà” sia degli oratori parroc­chiali che di quelli che servono a un'area più vasta, si riferisce al suo inserimento in una pastorale organica. Esso sembra non soltan­to possibile, ma raccomandabile. Tuttavia come l'oratorio non può esaurire tutte le pos­sibilità di pastorale giovanile di una o più par­rocchie, così l'azione parrocchiale non potrà inquadrare tutte le possibilità di un oratorio. Questo sarà sempre un'iniziativa alle frontie­re, nel punto d'incontro tra comunità cristia­na e società civile: una presenza dei cristiani tra la gioventù e un'iniziativa di evangeliz­zazione della comunità ecclesiale.

Vanno quindi mantenuti i due poli della ten­sione: essere missionari oltre le parrocchie, operare entro la comunione ecclesiale, diven­tando sensibilizzatori delle comunità riguar­do alla condizione giovanile e ai problemi che ne emergono.

Il “territorio” diventa allora un riferimento obbligato e un punto di attenzione preferen­ziale come “campo di rilevamento” e come spazio di lavoro, ma anche come soggetto agente che ci permette di raggiungere i gio­vani e in forma più totale.

 

3.2. Un ambiente di riferimento e irradiazione

La missione aperta si esprime e si concentra in un ambiente, anche se non si limita ad es­so. Se non ci fosse l'ambiente diventerebbe problematico, se non impossibile, sviluppa­re programmi consistenti di ricupero e cre­scita; ma se l'oratorio si rinchiudesse nel pro­prio ambiente, la sua missionarietà svanireb­be, diventando così un normale servizio di “mantenimento” religioso. L'ambiente è al­lora la base dove si opera, da dove si parte e verso cui si confluisce.

Il significato di ambiente è composito: in ge­nere lo si intende come l'insieme completo ed equilibrato di fattori che favoriscono la qua­lità della vita.

Il primo riferimento per definire l'ambiente è quello umano: l'ambiente è costituito da una comunità e da un tessuto di rapporti per­sonali in cui ci si riferisce perché ci si sente riconosciuti, accolti e valorizzati in quello che si è e per quello che si ha attualmente.

La comunità ha una fisionomia propria, un'organizzazione, delle finalità. Consiste nella comunicazione spontanea, nella corre­sponsabilità partecipata, nel coinvolgimento in obiettivi conosciuti, chiariti e accettati. Le persone con i loro ruoli sono i punti forti di questa trama. Il direttore, più che un or­ganizzatore di cose, è colui che ha un'atten­zione particolare per ogni persona, conosce i problemi giovanili e sa parlare “al cuore” dei giovani proprio sulla loro vita.

Insieme a lui ci sono gli adulti, qualificati per portare i giovani attraverso un itinerario di crescita mediante il contatto informale, l'a­micizia, le attività (animatori, catechisti, as­sistenti, tecnici, cooperatori...).

La composizione, animazione e corresponsa­bilità della componente adulta sono indispen­sabili perché si riesca a lavorare senza un'ec­cessiva selezione iniziale. Il suo influsso in­fatti è superiore a quello dei “locali” e delle offerte di attività. La sua formazione è quindi uno dei primi punti di attenzione.

Si cercheranno laici che “siano testimoni au­tenticamente cristiani, motivati, consapevo­li e adeguatamente preparati. Essi devono avere un vivo senso ecclesiale che si esprime nella comunione interiore e visibile con la chiesa e nella coralità dell'azione pastorale; una profonda convinzione di essere educatori missionari inviati da Cristo in un oratorio missionario” (cf Direttive pastorali per gli oratori della diocesi di Bergamo, in NPG, 1987, n. 9, p. 43).

L'ambiente non si presenta dunque come ri­sultato di un semplice affluire di giovani, un “porte aperte” in cui si mettono a disposi­zione spazi e cose; ma come un complesso di incontri significativi e un assumere qualche cosa in comune.

In questa comunità i giovani, piuttosto che invitati a fruire delle iniziative preparate da­gli incaricati dell'opera, sono componente principale. La loro partecipazione dà il vol­to alla comunità: è un elemento della sua identità.

Proprio per questo parliamo di un ambiente giovanile: non soltanto destinato ai giovani, quanto costruito da loro con l'aiuto degli educatori. La comunità viene ad essere così quello spazio umano in cui circolano le pro­poste elaborate con il contributo proprio di ciascuna età ed esperienza di vita.

I gruppi giovanili con finalità specifiche dan­no un tono all'ambiente. Essi favoriscono la corresponsabilità e la partecipazione, arric­chiscono l'ambiente con molteplici espressio­ni e attività e “personalizzano” i rapporti tra i giovani e tra questi e gli adulti.

L'ambiente richiede una sede, un luogo fisi­co adeguato in cui dare volto alla comunità giovanile. Esso sta alla comunità come la casa sta alla famiglia. L'ambiente così costituito, comunità-organizzazione-spazio-program­ma-struttura, ha una caratterizzazione: è cri­stiano. Lo si sa collegato alla comunità ec­clesiale, di cui è mediazione. Lo dicono i se­gni, i gesti della comunità e alcune esigenze ragionevoli di comportamento.

Ma esso non si presenta solo come luogo re­ligioso. L'ambiente è onnicomprensivo. As­sume la totalità della vita del giovane, più che nella materialità delle sue molteplici manife­stazioni, negli aspetti che determinano la sua qualità e che lui sente come più urgenti e me­no soddisfatti.

A chi vi si inserisce si chiede, come minimo, la disponibilità a fare un cammino, non im­porta quali siano i ritmi e gli esiti. Si chiede anche la volontà di costruire assieme e non soltanto di adoperare in maniera “anonima” impianti e attrezzature.

L'accenno all'ambiente fa sorgere un inter­rogativo: la qualità da ottenere e i requisiti per crearlo e mantenerlo in un mondo “aper­to” in cui le protezioni, i limiti e le norme hanno efficacia relativa.

Per alcuni il problema va risolto attraverso la “selezione”, anche soltanto indiretta, dei soggetti. È un punto che può far parte di una soluzione globale, ma non può essere l'uni­co. Se ci si ispira al criterio “missionario”, si tenderà a potenziare la capacità della co­munità ad assimilare elementi ancora non identificati totalmente con l'ambiente. Que­sto cercherà di essere a tal punto propositi­vo da attirare e “vincere” piuttosto che al­lontanare. Ma tale capacità risiede proprio nella convergenza studiata, non casuale, di svariati elementi che, separati, sono insuffi­cienti. Nella misura in cui ciò non accade, l'indice di incidenza e quindi di tolleranza del­l'ambiente scende e bisogna procedere per «tagli”.

 

3.3. Missione aperta e ambiente di riferimento si propongono la salvezza dei giovani

La parola “salvezza” è forse inattesa. Pur essendo ricca di significati, può apparire trop­po comprensiva e quindi generica per espri­mere le finalità concrete da proporre in una iniziativa particolare.

È utile però al nostro scopo approfondire il suo significato di evento oggettivo e di espe­rienza soggettiva. Come evento oggettivo la salvezza è liberazione reale dai rischi che pos­sono compromettere lo sviluppo di una esi­stenza conforme alla vocazione dell'uomo, l'apertura a possibilità nuove di vita, l'offerta di opportunità e aiuto per realizzare queste possibilità intraviste.

In quanto esperienza soggettiva, è consape­volezza, vissuta gioiosamente dal soggetto, del proprio ricupero, dell'allontanamento dalle condizioni negative di esistenza e della scoperta di orizzonti di vita, incarnati in per­sone, proposte e ambienti.

All'oratorio non corrisponde come prima e principale definizione quella di «catechi­smo”, né quella di istituzione “educativa” in senso formale, né quella di iniziativa per il «tempo libero”. È tutto ciò insieme in una “miscela” conveniente per aprire alla vita soggetti di un determinato contesto, mediante l'accoglienza e la valorizzazione di quello che essi già portano in sé come desiderio, tensioni, patrimonio acquisito, prospettive e me­diante proposte che spingono ad andare oltre. Per operare la salvezza, l'oratorio, tra le mol­te possibili, preferisce la via «educativa”. Es­sa viene intesa come capacità di affrontare la vita nelle sue attuali sfide e di prepararsi al futuro, piuttosto che come sviluppo di pro­grammi formali e sistematici.

Si approda così a una formula totale man mano che si prende contatto con le condizioni di vita dei ragazzi. La forte connotazione ca­techistica rimane come un tratto fondamen­tale, non unico e nemmeno isolato dagli al­tri che conformano la risposta globale.

Agli oratori di oggi si pone il problema del come essere evento di salvezza e come farla diventare esperienza soggettiva per i giova­ni. L'oratorio si colloca nel tempo che lascia­no libero gli altri impegni, ma non necessa­riamente si limita ad esso, né si propone di risolvere soltanto i problemi che esso pone. Il riferimento non è al «tempo”, ma alla vita. Per molti giovani e famiglie il tempo libero si riduce ad attività che si esauriscono in se stesse, quasi fossero soddisfazione di un bi­sogno marginale, da consumare all'insegna dell'effimero. Il tempo libero, piuttosto che integrato nella vita, viene considerato a sé stante, «staccato”, vissuto in maniera indi­vidualistica, non progettuale.

Può darsi, dunque, che i giovani e le loro fa­miglie presentino domande povere. E colo­ro che orientano l'oratorio possono essere esposti, per mancanza di attenzione o per ras­segnazione di fronte alla mentalità corrente, ad attribuire senz'altro carattere educativo al tempo libero trascorso “senza pericoli”.

L'oratorio si colloca nel tempo libero e oltre come momento di sintesi tra gratuito e fun­zionale, tra obbligo e distensione, con un cer­to progetto, per aiutare ad elaborare una vi­sione e un senso che salvi la qualità della vita. Si inserisce nel processo di formazione del­l'identità che il giovane percorre. Questa ri­chiede di sperimentare valori, criteri e visio­ni della realtà e, attraverso una disanima e interiorizzazione, approdare a scelte perso­nali. Più che di contenuti sistematici alterna­tivi o aggiunti, il giovane ha bisogno di radi­care nella vita quello che va ricevendo in al­tri momenti, inclusi quelli catechistici. Ed è questo che intende fare l'oratorio.

Sa di offrire qualcosa che famiglia, scuola e parrocchia non possono assicurare e di non doverle sostituire. Perciò le completa. Tale completamento non consiste tanto nell'inse­rire «pezzi mancanti”, quanto nel fondere la totalità delle esperienze in un cammino edu­cativo tipico, fortemente sociale e partecipa­tivo.

L'oratorio dunque ricicla, ridimensiona, in­tegra e ristruttura messaggi ed esperienze per aiutare a farne una sintesi che è vitale, pri­ma ancora che mentale, per l'incidenza de­gli incontri (persone significative), per l'in­flusso del clima, per le attività e per il siste­ma totale di comunicazione.

 

3.4. Un programma originale di espressione giovanile, evangelizzazione, animazione culturale

I tre elementi su cui si fondava l'oratorio nel passato erano: giuoco, catechismo, promo­zione (in seguito «dopo-scuola”). Ciascuno di essi sembra aver trovato oggi luoghi pro­pri, per cui l'insieme non serve più come le­gittimazione per l'esistenza dell'oratorio.

Da questo spunto emerge il bisogno di una verifica accurata di ciascuna delle aree di at­tività dell'oratorio e del loro insieme, proprio in rapporto alla sua identità e alle domande educative attuali dei giovani.

Problema importante è il contenuto materiale di ciascuno di questi aspetti, ma più ancora la loro qualità. E questo ci porta ad appro­fondirne il versante educativo e pastorale, an­ziché quello “tecnico”.

Il primo elemento a porre problemi è il giuoco-espressione. Da esso, più che da qua­lunque altro elemento, l'oratorio trae la sua originalità. Non che sia il più importante; ma costituisce il segno dell'accoglienza della vi­talità giovanile.

Si sa che in un'eventuale dissoluzione degli elementi che compongono il “sistema” ora­torio, il giuoco-sport è l'ultimo ad affonda­re, anzi sovente fagocita gli altri. In quale mi­sura e con quale modalità gli si deve fare spa­zio perché risponda alle finalità dell'orato­rio: il giuoco passatempo e svago, il giuoco-sport a livello di competitività e professiona­lismo, i giuoco attrazione e strumento di evangelizzazione, lo sport-agonismo e pale­stra di educazione fisica?

Un quadro di suggerimenti a battute rapide possono fornire l'immagine del giuoco “ora­toriano”.

Il giuoco è incontro: l'oratorio non è in pri­mo luogo “giuochi”, ma cortile: giuocare per stare insieme. Quello che più vale nel giuoco è la sua condivisione. Il giuoco è uno stru­mento di socializzazione.

Il giuoco forma un clima. Perché tutti par­tecipano e perché nell'ambiente emerge la gioia e la gratuità, tutto diventa «ludico”. Il giuoco, come espressione libera e gioiosa, impregna tutti gli impegni. Raggiunge il li­vello di celebrazione come forma di rito e fe­sta che accompagna gli eventi più importan­ti e sottolinea il senso dei misteri più pro­fondi.

È dunque un aiuto alla normalità e alla cre­scita. Diventa espressione di vita: sviluppa e fa affiorare le risorse di immaginazione che non trovano posto nella vita «regolata”. Ciò comporta che sia spontaneo, svariato, crea­tivo secondo le caratteristiche delle diverse età... e abbia a disposizione molteplici am­bienti e attività.

Il giuoco viene ad essere un'esperienza edu­cativa. Il ragazzo cresce nella percezione e as­sunzione di alcuni valori e nella conoscenza di sé. Allo stesso tempo va maturando una cultura. Acquisisce la capacità critica per giu­dicare i fenomeni che hanno luogo nella so­cietà attorno all'esperienza del giuoco. Co­glie il suo carattere subalterno rispetto agli altri problemi e desideri dell'uomo, spoglian­dolo di una certa autosufficienza anche ri­guardo alle proprie finalità, e supera la di­pendenza da esso per includerlo in un pro­getto più ampio.

Per alcuni allora diventa impegno sociale e apostolico, perché offrono gratuitamente le proprie capacità e tempo per aiutare i «più poveri” ad accedere ai beni della conviven­za attraverso il giuoco. Sono gli animatori che l'oratorio va formando.

Da ultimo il giuoco è elemento e occasione di evangelizzazione: scoperta progressiva e forse «occasionale” del problema del senso, della «qualità della vita”, della rilevanza del­la fede con risposte da parte dell'ambiente e degli educatori.

Ma l'oratorio si caratterizza dal fatto che la vitalità giovanile è lievitata dell'annuncio del Vangelo, dal suo approfondimento attraver­so un cammino “catechistico” e dalla pro­posta di una spiritualità da vivere, che si ispi­ra alle beatitudini. Questo annuncio dà ra­gione dell'accoglienza della gioia giovanile spontanea fino a farla diventare programma.

L'oratorio fu dall'inizio un luogo di insegna­mento della dottrina e di pratica religiosa per­sonale e comunitaria.

Anche riguardo all'evangelizzazione si pone l'interrogativo sulla qualità e sulle modalità possibili e desiderabili nell'oratorio. Infatti ci sono diversi modelli di comunicazione della fede: c'è il modello “familiare”, quello «sco­lastico”, quello «parrocchiale”, quello «as­sociazionistico”, quello “secolare”.

Qual è il modello oratoriano che non sosti­tuisce gli altri ma li ricicla in una nuova sin­tesi?

L'oratorio si propone di fare un'evangeliz­zazione “missionaria”: parte dall'annuncio essenziale e lo riprende continuamente per collocarsi a livello degli “ultimi” e per an­corare ogni nuovo progresso cognitivo e pra­tico all'esperienza fondamentale.

L'oratorio fa un'evangelizzazione esperien­ziale. In esso i “fatti” che coinvolgono i gio­vani diventano evento e annuncio di salvez­za. Valorizza ciò che i giovani si portano den­tro come desideri e ideali e raccoglie le do­mande che provengono dal vissuto. Il van­gelo lo si vive nell'ambiente prima ancora che proporlo con spiegazioni verbali. Perciò parla dalla vita e sulla vita dei giovani e degli ani­matori.

L'oratorio fa un'evangelizzazione che è più ricerca provocata e accompagnata che “le­zione” anche didatticamente pregevole. Il grande mistero da esplorare è la vita dei cri­stiani e di Gesù Cristo che cammina con lo­ro. Il catechista si presenta più come amico-animatore che «maestro”. Le vie sono mol­teplici. Tutto porta un messaggio di salvez­za: giuoco, incontro personale, gruppo, ce­lebrazione, comunità. Sono vie complemen­tari e convergenti. Il criterio fondamentale: riuscire a dire ciò che i giovani sono capaci di vivere e vivere ciò che hanno potuto dire: percepire, imparare e riesprimere la fede. L'evangelizzazione dell'oratorio sa anche es­sere “sistematica” senza staccarsi dal vissu­to. La sua sistematicità può ricopiare quella della catechesi ordinaria o selezionare alcu­ni nuclei in cui l'esperienza vita-salvezza-Gesù Cristo viene meglio illuminata. I punti di ri­ferimento per la scelta di questi nuclei sono l'età dei ragazzi (ciclo scolastico), il ritmo li­turgico, i problemi culturali, gli eventi più si­gnificativi vissuti all'oratorio e nel contesto.

L'evangelizzazione nell'oratorio si propone anche traguardi «qualificanti” e cerca di rag­giungerli seguendo il ritmo dei ragazzi: par­tendo dalla formazione cristiana di base, che è sua caratteristica, vuole arrivare a una co­noscenza matura dei contenuti della fede, al­l'elaborazione di una “cultura” ispirata ad essa, a una proposta di spiritualità cristiana e a una presenza impegnata nell'area profes­sionale e sociale. Infine il programma dell'o­ratorio ha un terzo elemento: l'animazione culturale. L'espressione richiama alcune real­tà la cui conoscenza diamo per scontata. Ri­cordiamo soltanto che la cultura comprende l'allargamento dell'esperienza personale, la percezione di nuove dimensioni della vita e della storia, la ricerca e l'elaborazione di un senso per l'esistenza, l'incontro creativo con lo sforzo che persone e comunità fanno per la qualità della vita personale e sociale.

L'animazione culturale mette in evidenza una modalità di approfondire la fede attraverso il confronto con i problemi della cultura e del­la convivenza, e di chiarire questi cercando il loro senso nella fede.

Quale l'animazione culturale che si fa nell'o­ratorio?

Un'animazione culturale che parte dai “frammenti” o “semi” che i soggetti porta­no; accoglie per quello che si è e inserisce nel­la dinamica comunitaria di partecipazione e di crescita, svegliando l'aspirazione profon­da di vivere e di crescere.

Ma cerca di essere propositiva. Senza cedere a richieste riduttive e andando oltre le attivi­tà funzionali all'ambiente, aiuta i giovani a maturare quadri di riferimento, visioni della vita, impegni. Si preoccupa di ricondurre le esperienze particolari e le riflessioni occasio­nali verso una sintesi ancorata ad alcuni nu­clei catalizzatori: il valore della persona, il bi­sogno di senso, la fecondità delle risposte eti­che ai problemi che la vita e la cultura pon­gono, la solidarietà e la comunione, l'aper­tura al mistero che la vita si porta dentro. Per questo è aperta ai confronti e decentrata da istituzioni e famiglia. La socializzazione dell'oratorio introduce in un cerchio più am­pio di rapporti e di idee.

L'oratorio è specialmente per i giovani luo­go di incontro di persone e tendenze signifi­cative, laboratorio di iniziative da cui si ir­radiano proposte e interventi alla comunità umana ed ecclesiale, spazio dove si vanno plasmando visioni e scelte attraverso l'eser­cizio della razionalità.

Si tratta dunque di un'animazione culturale “critica” che prepara a vivere e intervenire in un contesto pluralista, secolare, deideolo­gizzato, complesso e frammentato. Sviluppa la capacità di imparare dalla vita piuttosto che fissare posizioni definitive o comporta­menti immodificabili.

 

4. CONCLUSIONE

Nell'oratorio tutto è progressivo e in appa­renza “povero”: l'appartenenza e la identi­ficazione, la crescita umana, la maturazione della fede, il coinvolgimento attivo.

L'oratorio è “quantitativo”: è per tutti. Po­trebbe sembrare una “formula” subalterna, una “fase” che prepara semplicemente alla pratica cristiana e che finisce dove comincia­no le espressioni adulte di chiesa: associazio­ni, movimenti, ecc.

Se la si approfondisce bene però si scorgerà che possiede tutti gli elementi per rispondere ai bisogni giovanili in svariate situazioni e per rinnovarsi di fronte a nuove sfide.

 


(FONTE: Istituto di Teologia Pastorale – Università Pontificia Salesiana, Dizionario di Pastorale Giovanile, Elledici 1989)

 

 

Juan Edmundo Vecchi

 

 

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